Una strage ~ 16. Massa dei Sabbioni: «un apostolo senza paura»

 

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

 

Mentre per tutti gli altri paesi coinvolti nelle stragi del luglio 1944, non sempre le testimonianze raccolte dal Sergente Maggiore Crawley hanno fugato dubbi sulla sua ricostruzione dei fatti, per Massa dei Sabbioni, gruppo di case che si trova sulla direzione dei monti del Chianti poco sopra Castelnuovo, si ha un quadro esaustivo e molto ricco di particolari. Crawley visitò il paese il 25 settembre e il giorno successivo era a Figline per interrogare la moglie di un ucciso di Castelnuovo, sfollato a Massa e catturato nella strada che separava i due paesi; nei due giorni successivi le testimonianze di pochi civili rimasti quel giorno nelle proprie case furono sufficienti a delineare il quadro preciso di ciò che era accaduto attorno a mezzogiorno. Milena Baldi, che fu costretta a far entrare nella propria casa il manipolo di soldati che giungeva da Castelnuovo, appunterà i suoi ricordi in un diario; Giuliano Pagliazzi, cugino di Dante, uno dei due uccisi, scriverà una memoria negli anni sessanta che rimarrà insieme alle “cronache” dei parroci uno dei pochi documenti scritti rimasti sui fatti.

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Una strage ~ 6. I reparti della Göring

 

Le unità militari coinvolte nelle stragi furono diverse: prima di tutto i reparti della Hermann Göring che avrebbero eseguito le uccisioni: da un reparto specializzato con funzioni specificatamente antipartigiane, forse l’Alarmkompanie Vesuv, guidata dal Tenente Wolf e facente capo a un Comando presso Bagno a Ripoli ai reparti del Genio militare che, nello stesso tempo in cui si predisponeva la strage, prepararono e poi attuarono la distruzione delle infrastrutture della Miniera; dalla Compagnia di Polizia militare (Feldgendarmerie Trupp 476) alla Wachkompanie del Tenente Danisch che svolsero compiti di “preparazione” del territorio e di collegamento con gli alti Comandi del LXXVI Panzerkorps. Nel territorio inoltre erano presenti anche la XI Panzer Grenadier HG, la I Divisione dei paracadutisti e la 334a Divisione di fanteria. Se un’evidente unica mente di comando preordinatrice abbia dato un’interpretazione drastica del cosiddetto “sistema degli ordini” o abbia attuato un’azione di “contromisura” (Gegenmassnahme) su vasta scala comprendente un’area che dalla Val di Chiana giungeva al Valdarno a ridosso dei Monti del Chianti, entrambe le ipotesi, seppure probabili, rimarranno sempre incerte. Comunque sia, questo variegato e complesso schieramento di forze con un’azione preordinata ad alti livelli di comando ci interroga sulla “natura” della strage, mentre, dopo decenni di dibattito sul perché i Tedeschi attuarono la rappresaglia, dovremmo provare a spostare il nostro sguardo dalla «risposta» all’attività partigiana alla necessità militare di «stazionamento» di una parte sostanziale della Divisione in un territorio particolarmente pericoloso in attesa che questa fosse inviata ad una destinazione più idonea alle sue competenze tattico militari. La Hermann Göring fu ricomposta durante la ritirata nel Valdarno in vista di una sua sostanziale ridefinizione operativa e del suo trasloco sul fronte orientale. L’idea comunemente accettata che la Hermann Göring colpì per poi dileguarsi nel nulla, in realtà pare essere errata, perché le stragi servirono al contrario ad una sua, seppur breve, permanenza nel territorio, senza neppure il “beneficio” di dover costruire una linea di resistenza all’avanzata degli Alleati.

 

La “natura” della strage

 

Roma, 23 marzo 1944

Roma, 23 marzo 1944

 

Se seguiamo l’efficace «serie di “tipologie”» di strage elaborata da Gianluca Fulvetti, quello che avvenne nel territorio di Cavriglia ci appare in realtà come una complessa ed estesa azione, che sarà difficile ridurre a un unico «modello di esercizio della violenza» (Fulvetti 2006: 20 sgg). Fulvetti individua alcune tipologie di strage nel contesto della guerra ai civili in Toscana inserendole in un quadro di evoluzione complessiva dell’occupazione tedesca. In tal modo, le differenzazioni “qualitative” del multiforme fenomeno vengono a essere messe in relazione sia ai mutamenti della situazione strategica militare del biennio 1943-44 sia alla rappresentazione storica che diamo del fenomeno stesso. Queste tipologizzazioni hanno, infatti, la loro efficacia se fanno riferimento a una cornice storica in cui inserire le varie azioni: “politica del massacro”, “guerra ai civili” (Pezzino e Battini), “vendetta tedesca” (Schreiber), “rappresaglia” automatica con proporzione numerica a uccisioni effettuate dai Partigiani. In generale, esse aiutano a farci comprendere come la complessità del fenomeno stragista renda «del tutto irriducibile la sua rappresentazione storica a categorie generiche e fuorvianti, quali quelle della “inevitabilità” o di una presunta “casualità” del coinvolgimento della popolazione nella violenza del conflitto, o addirittura metastoriche quali la presunta “diabolica perfidia” germanica». Fulvetti elenca sei tipologie di massacri inseriti in una “cronografia” di sette fasi storiche dal settembre 1943 all’aprile del 1945: rappresaglia, come risposta a un’azione armata di Partigiani o civili, rastrellamento antipartigiano, massacri commessi nel corso della ritirata, operazioni di ripulitura e desertificazione, massacri di stampo razziale e massacri eliminazionisti con lo sterminio di intere comunità o interi gruppi di uomini arrestati.

Per quanto riguarda la periodizzazione storica ricorderemo solamente che le stragi dell’alto Valdarno corrisponderebbero a un primo tempo di ritirata tedesca, dall’inizio di giugno alla fine di luglio 1944, sino alla stabilizzazione del fronte lungo l’Arno. Secondo lo storico, questo gruppo di massacri, insieme a quelli di Civitella, Cornia e San Pancrazio, va a colpire una zona strategica, «schiacciata tra il fronte e l’Arezzo Linie, e quindi attraversata dai convogli dei rifornimenti alle truppe e dalle unità che stanno approntando la linea difensiva» (2006: 43), in un quadro di radicalizzazione dell’azione repressiva, a seguito della cattura da parte della Brigata Partigiana Pio Borri del colonnello von Gablentz, responsabile del Korüch 594. Tuttavia, stante questo quadro di riferimento strategico, in un certo qual modo le tipologie proposte non riescono del tutto a classificare in senso stretto le stragi di Meleto e Castelnuovo.

Fu essa una rappresaglia? È evidente che senza la presenza partigiana l’esplodere della furia stragista assumerebbe il carattere di un astratto e cieco esercizio di violenza, ma contemporaneamente va detto che i Tedeschi non resero esplicita in modo chiaro la causa scatenante, come avevano fatto ad esempio a seguito dell’attentato di via Rasella, e d’altronde non vi era stata nel territorio di Cavriglia “a ridosso” un’azione partigiana contro questi reparti, come nel caso di Civitella. Quest’ultima considerazione rende ancor più problematica la determinazione della natura della strage, perché se Civitella e Cavriglia fecero parte di un’unica azione repressiva in un caso la Göring avrebbe risposto ad un’azione partigiana proprio nei loro confronti mentre nell’altro avrebbe agito per attività recenti in generale, servendosi quindi in un caso di un «pretesto» e applicando nell’altro una «vendetta ritardata». Anche pensando ad una presunta percezione amplificata della pericolosità dei ribelli da parte tedesca, la conoscenza nella contemporaneità dell’evento da parte della popolazione di azioni partigiane concluse con uccisioni rimase alla fine frammentaria e assai vaga, oltreché espressa sempre con molta cautela.[1] Quello che si riteneva “grave e passibile di rappresaglia” non è, ad esempio, uniformemente vissuto dalla popolazione: a Meleto si citano degli episodi che a Castelnuovo a malapena si conosce e viceversa quello che si ritiene fatale per Castelnuovo, ossia la cattura nel paese di due tedeschi della Luftwaffe giunti da Siena con un castelnuovese arruolato nell’Esercito Repubblichino, è vissuto con estraneità dalla popolazione meletana. La percezione della gravità degli episodi accaduti sembra nascere, infatti, più dalla successiva reazione tedesca che dalla consapevolezza della reale importanza di un gesto: alcuni testimoni affermano che «evidentemente qualcosa di grosso doveva essere stato fatto», dove si dimostra che la causa è vista in ciò che non è conosciuto e non in un palese evento scatenante. Significativamente gli Inglesi, a differenza della popolazione locale, mostrarono poco interesse a individuare un evento primario, perché legavano i fatti all’attività e alla presenza partigiana tout court. Così si accontentarono senza alcuna verifica del resoconto, forse parziale e magari anche reticente, che il comandante della “Chiatti” fece del proprio operato, ma resta difficile pensare che sia un episodio conosciuto solo dai Tedeschi e dai Partigiani a darci la ragione della strage.[2]

I Tedeschi, come si è detto, “giustificarono” le loro azioni in modo del tutto generico e per di più non univoco: infatti, ora si afferma che il motivo è perché è stato ucciso «un camerata»,[3] ora perché «i Partigiani avevano distrutto parecchi importanti ponti nella zona».[4] Nel primo caso, pronunciato da un semplice soldato, si presuppone una reazione sulla base della vendetta; nel secondo caso, invece, la rivendicazione di un Ufficiale sembra porre in primo piano la necessità che le truppe non avessero impedimenti alla propria mobilità. In realtà possiamo solo supporre quale fosse la percezione tedesca dell’attività partigiana di quei giorni e le domande allargano gli scenari piuttosto che restringerli a un evento scatenante. Infatti se la progettazione dell’operazione repressiva copriva un territorio assai vasto dalla Val di Chiana al Valdarno lambendo la Val d’Ambra, l’azione di ritorsione a Cavriglia poteva paradossalmente anche essere stata “provocata” proprio da quanto avvenuto a Civitella. D’altronde quale poteva essere la distanza temporale ragionevole della risposta tedesca all’attività partigiana? Maggiore è l’intervallo e minore è la sua efficacia militare, perché la formazione partigiana o la popolazione connivente può abbandonare quel luogo e la rappresaglia perde il suo scopo “educativo” per trasformarsi in cieca vendetta. Inoltre la percezione del territorio da un punto di vista militare non corrisponde alla percezione di chi vi viveva. È vero piuttosto che questo territorio soggetto a un’imprevedibile guerriglia partigiana è molto vasto e i Tedeschi nella fase di ritirata, non potendo o volendo combattere i ribelli nelle loro postazioni, preferirono colpire i paesi a cui quelli facevano riferimento.

A dire il vero non si può parlare nemmeno di rastrellamento antipartigiano. Sul piano dell’enunciazione i Tedeschi vollero far credere o erano convinti di aver ucciso dei «Partigiani» e non solo dei fiancheggiatori. Se ovunque tutta la popolazione sembra vissuta come complice dei Partigiani, a Maria Corsi che il giorno stesso chiede notizie al Tenente Danisch del proprio marito, questi risponde che «parecchi prigionieri erano stati fucilati poiché erano Partigiani», così come il 6 luglio un Tenente della HG aveva spiegato a un abitante di Santa Barbara che «presso la Direzione del Comando tedesco in San Giovanni (…) due Fascisti italiani avevano passato all’Ufficiale Comandante un’informazione in base alla quale quei paesi erano pieni di Partigiani» e che quello era il motivo delle stragi.[5] Tuttavia se vi può essere uno scarto tra l’enunciazione e la reale convinzione che i paesi siano stati veramente «pieni di Partigiani», la modalità militare di rastrellamento antipartigiano è riferibile propriamente solo alle operazioni che vanno dall’8 all’11 luglio contro la Compagnia Chiatti e la coda delle uccisioni de Le Màtole, mentre il 4 luglio i Tedeschi si guardarono bene dall’essere coinvolti in uno scontro con i Partigiani, sebbene fossero giunti consapevolmente a poche centinaia di metri da loro.

Ovviamente furono massacri commessi nel corso della ritirata e determinarono una ripulitura e desertificazione del territorio, resa fortemente dalla definizione di «mondo morto» che ne diede Emilio Polverini o dalla descrizione del silenzio irreale di tutta questa «zona nera» fatta dagli uomini di Chiesa che vi transitarono il 9 luglio. Questo a quindici giorni di distanza dalla Liberazione permise ai Tedeschi di stazionare nella zona fino alla metà di luglio senza essere attaccati dai Partigiani e sicuramente fu utile se non tutto funzionale al transito di truppe in ritirata, ma non risulta che sia servito ad approntare una linea di rallentamento dell’avanzata alleata.[6] Infine, mentre non fu evidentemente un massacro di stampo razziale, la sommaria determinazione del numero dei civili, senza distinzioni di età, condizioni di salute e fede politica fece assumere alla strage anche caratteristiche assai vicine a un massacro eliminazionista.

Alla fine, se ogni quadro di riferimento storico trova la sua giustificazione nei presupposti che ogni studioso si dà, la tipologia non può essere rigidamente applicata. Non si tratta di individuare un unico movente che permetta di spiegare qualsiasi comportamento (dal comando impartito fuori il teatro di strage fino all’atto della fucilazione): lo stragismo è, infatti, di per sé un fenomeno assai complesso che non si riduce a una lettura unicamente militare, ma richiede una pluralità di comportamenti con diversi livelli di responsabilità e di motivazioni indotte. Ciò che il Comandante, percepito dalla popolazione di un paese come ultimo referente della piramide dei comandi, dichiara nel momento del rastrellamento non è necessariamente la reale motivazione di un’estesa azione militare. Al tempo stesso la messa in atto di quella medesima azione può trovare esiti imprevisti e modalità apparentemente illogiche che producono ipotesi interpretative contrastanti (è il caso, ad esempio, della vicenda di San Martino in Pianfranzese o l’esclusione dalle fucilazioni di ostaggi e la morte risparmiata a isolate persone).

 

Linee immaginarie

 

Nelle conclusioni del Report inglese il racconto delle stragi sembra trovare la sua coerenza narrativa nella congiunzione tra le forze che giungono a Montegonzi di Cavriglia e quelle che si ricompongono a Santa Barbara. Se la linea che a nord attraversa la parte avanzata dell’operazione da San Giovanni Valdarno a Castelnuovo sarà occupata dallo staff di comando del LXXVI Panzerkorps, con la Feldgendarmerie e la Wachkompanie di Danisch, e dalla I Divisione Paracadutisti del Generale Heidrich, la linea che da Montevarchi a Cavriglia delimita a sud la zona troverà disposti i reparti della Hermann Göring. Ovviamente stiamo parlando di disposizioni tattiche non necessariamente legate all’attuazione degli eccidi: anche se le stragi dovevano essere già state decise, il motivo del loro arrivo non era unicamente questo. Come vedremo le operazioni avvengono contro paesi relativamente piccoli e facilmente accerchiabili; lo stesso Castelnuovo, il paese più grande e disposto in modo assai tortuoso con molteplici possibilità di fuga, non comportò alla fine particolari difficoltà. Sicuramente questa linea meridionale ebbe il vantaggio per i Tedeschi di mantenere una certa distanza e invisibilità. A differenza di San Cipriano e Santa Barbara, che erano nel cuore della zona di operazione, Montegonzi e Moncioni, e la stessa Cavriglia, sono infatti percepite come lontane dalla zona mineraria e le truppe vi giunsero ancor più a ridosso degli eventi, dall’1 al 3 di luglio, dimostrando un’efficiente rapidità di impiego. Così, se a San Cipriano e a Terranuova ci siamo trovati di fronte al lavoro di raccolta delle informazioni, qui siamo nel territorio delle decisioni già prese dove alla risolutezza del comportamento si deve accompagnare l’efferatezza del’esecuzione. Le truppe hanno ormai i compiti già affidati e, poiché provengono dalle zone della Val di Chiana, il livello di tensione e stress emotivo doveva essere molto alto, perché non vi è un decisionismo cieco e meccanico e qualsiasi atto omicida deve essere di nuovo motivato e “gratificato”.

Gli Inglesi rilevarono anche qui la presenza di alti gradi dell’esercito ma non arrivarono invece al comando divisionale della Hermann Göring, che forse si trovava ancora nella Tenuta Lupinari a San Leolino di Bucine, mentre si concentrarono su Bagno a Ripoli come mente operativa di tutta l’azione. Anche la testimonianza su «un Comando» a San Giovanni che avrebbe ricevuto la soffiata di Fascisti locali, non portò a elementi d’indagine più precisi. S’indagò, senza grandi risultati a dire il vero, su Cavriglia, dove era giunto un numero cospicuo di soldati – tra i 300 e i 500 – ritenuti appartenere all’Artillerie e su una compagnia che contemporaneamente arrivò nel vicino paese di Montegonzi, composta da un altro centinaio di soldati; con il Report supplementare fu rilevata la presenza dei Grenadier senza tuttavia trovar loro un ruolo preciso nelle stragi. Le responsabilità della Hermann Göring sono sicuramente palesi dal momento che diversi testimoni videro l’inequivocabile scritta sulle maniche di molti soldati, ma resta difficile sapere se le forze individuate dagli Inglesi siano state le uniche e quali fossero le specifiche compagnie.

Abbiamo già visto che l’Unità antipartigiana di Terranuova, con un’altra settantina di uomini, si “autodenunciò” attraverso la spavalda ammissione del soldato Groner, ma crediamo che la sua principale attività antipartigiana ne abbia “esaltato” il ruolo oltremisura. Infatti, il compito del tenente Wolf difficilmente può essere considerato come quello di “primo” Comandante di tutta l’operazione, nonostante possa essere stata la sua compagnia ad attuare durante la strage un rastrellamento da Castelnuovo fino a San Martino passando per Massa con modalità tipiche dell’azione antipartigiana. Ora se l’Unità di Wolf era l’Alarmkompanie Vesuv e il Maggiore di Montegonzi il Maggiore Rahls, si può anche ipotizzare con Gentile che tutta l’operazione fosse a carico delle Nachschub-Truppen Hermann Göring, con le altre forze di supporto. Questa ipotesi, che chiude il cerchio delle responsabilità di comando ed esecutive, spesso per essere dimostrata ha comportato alcuni passaggi un po’ forzati, come quello che il nome del Maggiore di Montegonzi fosse la storpiatura di quello di Rahls (Gentile e poi Boni) o che a Santa Barbara Seiler-Rahls e Wolf siano riconosciuti insieme (Crawley).

 

Un Colonnello aristocratico

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Attorno a giovedì 29 o venerdì 30 di giugno, un Tenente tedesco si presentò a Cavriglia presso la tenuta di villa Bonarotti per preparare l’alloggio a un Colonnello che da lì a poco sarebbe giunto per quella che, disse, sarebbe stata «una breve permanenza». Il Colonnello, infatti, arrivò la domenica su una Mercedes berlina accompagnato dal suo attendente, l’autista e da una signorina italiana. Le testimonianze della proprietaria della Villa e del tecnico agricolo che curava gli affari della donna non rivelarono niente che potesse aiutare a capire la vicenda della strage. Del numeroso gruppo di soldati che occupò l’intero paese di Cavriglia d’altronde non abbiamo molte altre notizie. Vittorio Migliorini, costretto a ospitare quel Tenente, affermò solo che «circa duecento soldati arrivarono con parecchi camion».[7] La proprietaria Maria Allegri dal canto suo parve colpita più che altro dalla presenza della «Signorina italiana». Inoltre, quando il Colonnello se ne andò verso Reggello il 15 luglio e le lasciò il proprio indirizzo, andato poi perduto, rilevò che «non pagò niente per l’alloggio o per il cibo che aveva consumato e neppure dette alcun documento scritto a questo scopo». Seppe dalla Signorina che erano giunti da Cortona, ma oltre a ciò non era in grado neppure di sapere a quale Divisione appartenessero il Colonnello e gli Ufficiali che si riunivano quotidianamente nella sua casa, sebbene «la gente del paese [dicesse] che tutti i soldati che erano qui dislocati avevano l’insegna Hermann Göring scritta sulle ma­niche delle loro giacche».[8] Il tecnico agrario Bruno Sportellini, a sua volta, parlò di «500 uomini di truppa» e diede una descrizione del Colonnello che dietro la riservatezza e il privilegio del grado militare ne rivelava la figura aristocratica.

Provo a darvi una descrizione del Colonnello: da cinquantacinque a sessanta anni di età, alto m. 1,75 circa, corporatura media, capelli grigi e radi sulla sommità, pettinati all’indietro, occhi grigi scuri, carnagione chiara, sopracciglia marcate, cicatrice appena visibile sulla mascella destra, portava occhiali per scrivere, anello d’oro con rubino al terzo dito della mano destra. Era molto riservato. In quel periodo indossava una camicia kaki, calzoni grigioverdi e stivaloni, soprabito grigioverde con treccia d’argento sulle spalline. Sul lato sinistro del petto portava aquila e svastica. In parecchie occasioni udii la donna italiana fare riferimento al Tenente menzionandolo col nome di Kronowetter; ho supposto che questo fosse il suo nome. Durante il periodo di permanenza del Colonnello, arrivarono nella località 500 uomini di truppa, molti dei quali portavano le insegne Hermann Göring sulle maniche delle loro casacche e credo proprio siano stati sotto il comando del Colonnello. Altri Ufficiali erano soliti venire a colloquio con lui e tutti sembravano essere suoi subalterni. In un’occasione osservai le carte che essi stavano esaminando e mi sembrarono che fossero ubicazioni di postazioni di artiglieria, per questo presumo che egli fosse un Ufficiale di artiglieria. In un’altra occasione, mentre conversavo con il suo autista, chiesi il nome del Colonnello: l’autista mi fornì un nome che io intesi come Paul.[9]

Si deve pensare che il Sergente Maggiore Crawley non trasse grandi indicazioni su queste truppe dalle testimonianze di Cavriglia, tantoché alla fine dell’Inchiesta non inserì né il Colonnello né il Tenente “Kronowetter” tra i sospettati criminali di guerra.

 

Come si pronuncia Seiler?

 

Castello di Montegonzi

Castello di Montegonzi

 

La compagnia di soldati che nello stesso giorno giunse a Montegonzi sotto il comando del Maggiore Seiler, è generalmente ritenuta la principale responsabile degli eccidi. Indizi a suo carico sono solitamente considerate la ripetuta rivendicazione della strage di Civitella da parte del Maggiore per l’attività partigiana rivolta contro «i suoi soldati» e il fatto che la sera stessa del 4 luglio un soldato della stessa compagnia avesse dato spiegazione a una donna del posto sui motivi per cui erano stati uccisi molti uomini a Meleto. Inoltre una parte di questa compagnia aveva lasciato il paese la sera del 3 luglio facendo ritorno la sera successiva. Tanta evidenza tuttavia non rende la ricostruzione del tutto chiara. È possibile che il Maggiore sia stato il Comandante di tutta l’operazione stragista? E perché le forze utilizzate furono prelevate da reparti diversi, quando la stessa compagnia del Maggiore insieme all’Alarmkompanie aveva già a disposizione uomini sufficienti? Infine, tutte queste forze si riunirono in una sola località?

Lo storico Gentile, ritenendo primario in tutte le stragi del Valdarno e della Valdichiana il ruolo dei reparti delle Nachschub-Truppen HG, sulla base di una logica puramente consequenziale, in una prima stesura della sua ricerca aveva ipotizzato che il Maggiore Seiler fosse in realtà Günther Rahls, Comandante di tutte le truppe dei rifornimenti che dalla metà di giugno si trovava a Bagno a Ripoli (1998: 35).[10] Non c’è dubbio che il ripiegamento nell’arco di pochissimi giorni di gran parte della Hermann Göring che dalla Val di Chiana andò a posizionarsi tra Montevarchi e Cavriglia (Artillerie, Grenadier, Flak, Pionieren e altri), è una prova del coinvolgimento dell’intera Divisione nell’operazione Seidenraupe, mentre un forte indizio a carico della Compagnia comandata da questo Maggiore sta proprio nella sua mobilità, essendo l’unica a lasciare il territorio di Cavriglia l’indomani della strage, come se quella fosse proprio la sua missione specifica. Tuttavia che questa Compagnia abbia fatto parte del Nachschub-Trupp e che abbia coordinato più reparti, così come l’ipotesi che Seiler fosse Rahls, rimangono tutte supposizioni. Mentre entrambe le Inchieste su Civitella e Cavriglia portarono all’individuazione della responsabilità di molti reparti dell’intera Divisione, confermando l’unitarietà del disegno nelle due stragi, non può essere la sola presenza dell’Alarmkompanie Vesuv in ambedue località a dare alle Nachschub-Truppen un ruolo centrale né una pronuncia scorretta a trasformare Seiler in Rahls. A Civitella né un Maggiore Seiler né lo stesso Rahls furono identificati, mentre altri Ufficiali, soprattutto il capitano Heinz Barz della Feldgendarmerie-Trupp 1000, emersero come i principali responsabili. A sua volta nell’Inchiesta di Cavriglia Rahls comparve quasi causalmente a Bagno a Ripoli, ma non fu neppure segnalato come sospetto criminale.[11] Da un’altra parte, se tracce del comando divisionale della Hermann Göring si hanno per Civitella, nelle persone del Maggiore Werner Grün e del sottotenente Otto Moldenhauer, queste sono invece assenti per il Valdarno: nell’ipotesi Seiler-Rahls, questo Maggiore avrebbe così mantenuto a Civitella un profilo di invisibilità mentre a Cavriglia avrebbe camuffato la propria identità.[12]

Gentile aveva supposto che Seiler fosse il Maggiore Rahls «vista la configurazione dell’unità, il riferimento a Civitella e la descrizione fisica del Maggiore» (1998: 35). Tuttavia, se il riferimento a Civitella può essere anche un’assunzione di responsabilità collettiva riguardante la Divisione di appartenenza piuttosto che la propria compagnia specifica, essendo molto strana una confidenza così compromettente la sorte di un’operazione da attuarsi l’indomani, per quanto riguarda la descrizione fisica abbiamo corrispondenza solo nell’età relativamente avanzata.[13] Rahls, infatti, era nato nel 1896 e a Montegonzi il Maggiore fu sempre identificato come «un Ufficiale anziano [Senior]». Tuttavia non esistono altri elementi di paragone. Quanto alla «configurazione dell’unità» non riusciamo a capire cos’è che a Montegonzi porterebbe alle Nachschub-Truppen.[14]

Al contrario, riguardo alla sua identità le testimonianze furono assai precise. Anna Viligiardi ne ebbe conferma scritta il 5 luglio quando il Maggiore le lasciò «un certificato firmato il cui contenuto asseriva che era stato alloggiato» lì, anche se quel certificato andò perduto. A sua volta, Teo Barnaba, che parlava «correntemente il tedesco», conversò a lungo con i due Ufficiali che accompagnavano il Maggiore e confermò con decisione questa circostanza. Infine don Ermanno Grifoni, nel riferire come venne a conoscenza del nome del Maggiore, disse che il primo di luglio «fui convocato al Castello, che si trova qui accanto, da un portaordini il quale dichiarò che il Maggiore Seiler desiderava vedermi».[15]

Ognuno ebbe esperienza personale e diretta dell’identità di questo Maggiore. Dovendo escludere perciò che il nome sia stato frainteso nello stesso modo da tutti i testimoni, si può pensare che fosse volutamente mascherato per tenere nascosta la sua vera identità, considerata la programmazione della rappresaglia. In tal caso tutti, dagli Ufficiali al portaordini, avrebbero usato un medesimo nome fittizio. Questo accorgimento potrebbe trovare un’indiretta conferma nelle dichiarazioni di Werner Grün, il quale, interrogato nel 2004 dalla Procura di Dortmund sui fatti di Civitella come comandante di stato maggiore della logistica, si disse stupito che le identità degli Ufficiali coinvolti potessero essere state così facilmente svelate, proprio a causa della «riservatezza» delle operazioni.[16] Questo caso tuttavia sarebbe del tutto unico tra tutti gli Ufficiali, anche di grado superiore, che giunsero nel territorio, mentre sorprende che a tanta segretezza sulla propria identità si accompagni invece l’assunzione di responsabilità per l’eccidio di Civitella appena consumato. L’ipotesi Seiler/Rahls rimane così controversa e alla fine poco probabile.

Ancora più difficile è capire come e dove si costituirono gli esecutori delle stragi. In qualche modo questo problema è sempre collegato all’identità del Maggiore. Qui è bene tener presente le intuizioni e gli errori degli Inglesi: nel Report infatti si ritiene «fuor di dubbio» che a Santa Barbara la sera del 3 Luglio si fossero raccolte «le truppe designate per l’esecuzione degli eccidi a Meleto, Castelnuovo e Massa», ma si sottolinea che era «materia di congetture» la loro appartenenza ad una medesima Unità. Inoltre s’ipotizza che i due Ufficiali lì segnalati il 6 luglio siano stati, proprio sulla base delle loro descrizioni fisiche, il Maggiore Seiler e il Tenente Wolf, ma, anche se è possibile una forte mobilità delle stesse truppe da zone diverse, nessun testimone parlò dell’arrivo a Santa Barbara il 5 luglio dei reparti che avevano lasciato Montegonzi. Per di più dal confronto delle descrizioni del Maggiore fatte a Montegonzi e a Santa Barbara i dati coincidenti erano solo «il naso ebraico» e gli «occhiali pince-nez», mentre non corrispondeva l’età, che era l’elemento discriminativo che più aveva colpito i testimoni di Montegonzi. Infine, a Santa Barbara il Sabelli era certo che la mostrina della giacca dell’Ufficiale avesse due «stellette di bronzo» del tutto assenti in quella di un Maggiore e proprie invece del grado di un Capitano.[17]

Rimangono in realtà dei dubbi anche sui luoghi dove le principali unità responsabili degli eccidi si siano costituite. Per Boni, infatti, è nel villaggio dei minatori che si ritrovarono forze diverse «per pianificare definitivamente il massacro» (CLC: 133), ma in realtà si devono essere trovate anche in altre località, ancora sconosciute. Sempre secondo la deposizione dell’allora Maggiore Werner Grün nella vicenda di Civitella il comando divisionale avrebbe impartito «ai vari reggimenti» l’ordine di mettere a disposizione un quantitativo di soldati per un’azione che la tragica minimizzazione del linguaggio militare definiva di «ricognizione». Se l’operazione di Cavriglia rispondeva al medesimo comando, la sera del 3 luglio l’azione stragista e la distruzione degli impianti della miniera dovevano essere già pianificate ed è evidente che a Santa Barbara vi fosse solo una parte delle forze. Secondo le testimonianze del villaggio dei minatori infatti attorno alle diciannove di sera erano giunti circa dodici camion, numero assai simile ai camion dell’Alarmkompanie che quel giorno erano partiti da Terranuova.[18] Le testimonianze di Montegonzi da parte loro parlano di altri tre camion di soldati che lasciano il paese per ritornare la sera del 4 luglio insieme ad «alcuni» Ufficiali.[19]

Crawley molto significativamente parlò sempre di «sezioni» dell’una o dell’altra compagnia, avendo intuito che nell’organizzazione della strage queste unità erano costituite ad hoc prelevando soldati da vari reparti. Di conseguenza, vedendo in Santa Barbara il luogo dove si concentrarono «le truppe designate per l’esecuzione», doveva ipotizzare, «dentro i limiti della possibilità», che in esse vi fossero comprese «sezioni delle Unità» di Wolf e del Maggiore Seiler e che «addirittura l’Unità Anti‑Partigiani di Terranuova fosse» la 4a compagnia del Fallschirm-Panzer-Pionier Hermann Göring. Infatti a Santa Barbara il 3 luglio giunsero sicuramente componenti della 4a compagnia del Genio divisionale della Göring, un Maresciallo della quale confiderà a Bruno Sabelli la sua partecipazione all’eccidio di Meleto. Poiché solo quest’ultima circostanza è provata e indiscutibile, è ipotizzabile che fosse un’Unità eterogenea costituita per l’occasione e con un fine molteplice (la strage e la distruzione delle miniere).[20] Il Comandante dell’Unità di Terranuova allora potrebbe essere stato il Tenente Josef Wolf, un ex Ufficiale della Luftwaffe che, proprio durante il breve periodo delle stragi nell’Aretino, dal giugno al luglio, fu messo al comando della Fallschirm Panzer Pionier Bataillon, fortemente implicata a Cavriglia nella distruzione degli impianti della Miniera. In questo caso potrebbe essere addirittura lo stesso comandante della Vesuv.[21]

Alla fine, sulla base delle considerazioni precedenti, dal Report inglese è possibile solo distinguere truppe a seguito degli alti comandi, che prendono possesso “stabilmente” di una località (Cetinale, Cavriglia, il Poggiolo), da compagnie che mostrarono una maggiore mobilità e una scomposizione interna secondo le esigenze operative (Terranuova, Montegonzi, Santa Barbara e altre basi che a noi sono sconosciute). Vi è sempre un certo grado d’imponderabilità dovuto alla complessa ed estesa partecipazione di molti soldati all’operazione stragista: quello che noi vediamo nel cerchio tremendo della piazza o dell’aia dove sono uccisi gli uomini, c’impedisce di scorgere il pullulare frenetico di chi diede il supporto dell’accerchiamento, favorì il collegamento tra i vari paesi e vigilò sulla reazione partigiana.

 

La dedica su un libro illustrato e un racconto ignorato

 

Moncioni nel 1937

Moncioni nel 1937

 

Vi è un fatto tuttavia che stranamente non è mai stato indagato e che a parer mio può ricondurre alle vere motivazioni contingenti della strage e riguarda un racconto presente nell’Inchiesta Inglese che né gli Inglesi né gli storici hanno mai approfondito. La  storiografia locale, infatti, rimase impegnata in modo estenuante nella ricerca di responsabilità molto paesane legando automaticamente la risposta tedesca all’attività pregressa partigiana nei dintorni dei villaggi, mentre la storiografia ufficiale mai ha studiato il documento inglese a 360 gradi, traendo indicazioni generali ma spesso ignorando uno studio approfondito delle testimonianze.[22]

Quando il Sergente Maggiore Crawley, dopo l’interrogatorio di Ivario V. del febbraio 1945, riaprì l’Inchiesta per inserirvi i fatti di un’uccisione e di uno stupro a Poggio alle Valli vicino Cavriglia, ricevette anche un’informazione sulla presenza di altre truppe della Hermann Göring a Moncioni e a il Poggiolo, paesi non distanti da Montegonzi ma abbastanza lontani dai paesi minerari e già prossimi alla Val d’Ambra. Non sappiamo come avremmo riscritto la storia delle stragi del 4 luglio se gli Inglesi avessero «ricevuta l’informazione» alcuni mesi prima. Anche qui, infatti, abbiamo un ufficiale reo confesso nella persona di Ewald Lütjens, un alto grado della Göring, quale il colonnello Waldemar Kluge, comandante del Panzergrenadier Regiment 1 HG e addirittura tre soldati tedeschi uccisi proprio a poche ore dalla strage.

Com’era avvenuto in altre località, alcune avanguardie annunciarono l’arrivo di truppe tedesche e allo scopo requisirono le case per i soldati. Le testimonianze raccolte dagli Inglesi riguardarono sia alcune abitazioni sia Villa Monaci, così definita dal nome del proprietario, nel piccolo paese de il Poggiolo posto in una zona interna ancora più a sud. Nella Villa giunse il comando del Panzergrenadier Regiment 1 HG con circa dieci ufficiali agli ordini del Colonnello Waldemar Kluge e settanta soldati. L’interesse delle informazioni raccolte da Crawley si focalizzò però sui soldati che occuparono le abitazioni del paese perché lì un ufficiale tedesco l’indomani confidò ai suoi ospiti la sua partecipazione agli eccidi di Castelnuovo e Meleto. Kluge fu inserito tra i sospetti criminali ma il racconto del proprietario della Villa è rimasto sostanzialmente non approfondito.[23]

Gli Inglesi aprirono una scheda di sospetto criminale a nome del “Sottotenente” Ewald Lütjens, per il cui grado militare prestarono fede a quanto disse loro Amelia Burzagli e Guido Barbieri, sfollati temporaneamente presso l’abitazione della suocera della donna. Entrambi, infatti, idearono un espediente che permise l’identificazione certa dell’Ufficiale e il loro racconto fu orientato proprio verso l’episodio che attribuiva un nome all’Ufficiale e coinvolgeva il figlio di sette anni della Burzagli. Barbieri affermò che «verso il 3 Luglio 1944, a Poggiolo (…) un Ufficiale tedesco – che, più tardi, appresi essere il Sottotenente Lütjens – venne in casa della Signora Burzagli allo scopo di requisire alcune stanze per alcuni dei suoi soldati. Quest’Ufficiale parlava abbastanza bene l’italiano. Notai che sopra una delle maniche della giacca, che stava indossando, c’era una fascia con l’iscrizione Hermann Göring».[24] Secondo la Burzagli, «quella stessa sera arrivarono circa dieci soldati tedeschi e occuparono nella casa le stanze che Lütjens aveva requisito per loro. Lütjens si sistemò nella vicina casa di Danilo Masini, ma era solito visitare la casa di mia suocera ogni giorno allo scopo di vedere i suoi uomini». In realtà, Danilo e Leone Masini, che ospitarono gli Ufficiali, non conobbero il suo nome ma, forse con più precisione, quando si riferivano al Lütjens parlarono di un Tenente che «parlava discretamente l’italiano ed era Professore di Filosofia», rispetto al Sottotenente che era invece l’Ufficiale medico.[25]

Il racconto dei quattro è comunque unito dal ricordo della sera del 4 luglio passata sulla terrazza della piazzetta di fronte l’abitazione della Burzagli. Ognuno precisò che c’erano «parecchi altri civili» in una situazione relativamente tranquilla dove tutti sembrano ignari di quanto accaduto nella giornata: stranamente nessuno dei testimoni ricorda la data esatta. Eppure, come dirà uno di loro, «pressappoco in quel momento, dalla terrazza, noi potevamo vedere in lontananza fiamme che si levavano verso il cielo» e questo suscitò l’interesse e lo sgomento dei paesani. Poggiolo, infatti, paese abbastanza distante per le strade di comunicazione dai luoghi della strage, considerata la sua posizione più elevata permette di vedere in lontananza il paese di Meleto. Quando il Tenente Lütjens si avvicinò a loro, gli fu chiesto cosa stava succedendo nei luoghi in fiamme. L’Ufficiale allora si dimostrò assai provato («stanco mentalmente», dirà Guido Barbieri) a causa della sua partecipazione alle stragi nei paesi che stavano bruciando. Secondo il Barbieri, il Tenente avrebbe affermato: «Oggi sono stato impegnato in una spedizione punitiva a Castelnuovo dei Sabbioni e a Meleto. Abbiamo ucciso oltre un centinaio di persone in quei luoghi, perché parecchi soldati te­deschi erano stati uccisi dai Partigiani nelle medesime località». Secondo Danilo Masini invece avrebbe detto di essere stato solo a Meleto, dove avevano «ucciso un certo numero di civili, perché quel posto è pieno di Partigiani». Infine per Leone Masini il Lütjens avrebbe affermato di essere stato a Meleto, dove i civili erano stati uccisi per rappresaglia, ma – specificò – «non riesco a ricordare se egli ci disse, oppure no, perché la rappresaglia era stata eseguita».[26]

Il Tenente Lütjens evidentemente aveva stretto un buon rapporto con i loro ospiti e quando lasciò il Poggiolo il 14 luglio volle donare al figlio di Amelia Burzagli un libro illustrato. Sia la madre che Guido Barbieri rivendicarono di fronte agli Inglesi come propria l’idea di far scrivere una dedica sul libro con il suo nome dal momento che si era autodenunciato come uno degli autori della strage. Qualunque sia la figura di quest’Ufficiale, tormentato o semplicemente affaticato per il centinaio di morti e capace di stabilire contatti umani, egli porta la trama verso un lato narrativamente tragico ma finisce per mettere in secondo piano un altro racconto tanto inquietante quanto sempre ignorato. Nella stessa località e lo stesso giorno del sopraggiungere di questi soldati infatti avviene un altro arrivo che merita la lunga citazione del suo narratore, ossia il proprietario della Villa Monaci.

(…) Il 3 luglio 1944, un soldato tedesco che credo sia stato Sottotenente, arrivò in questa Villa. Egli m’informò, in un italiano stentato, che egli era venuto per la requisizione di sei stanze della Villa, a uso del Comandante tedesco. (…) Quello stesso giorno, durante la serata, circa settanta tedeschi, comandati da un Ufficiale (in seguito ho appreso che era il Colonnello Kluge), arrivò e occupò la Villa. Mia madre ed io fummo autorizzati a rimanere. Insieme al Colonnello vi erano circa altri dieci Ufficiali, di cui non conosco i nomi né i gradi. Al momento dell’arrivo qui di quest’Unità, alcuni dei soldati eressero cartelli segnaletici all’entrata del parco della Villa. Ricordo che su questi cartelli c’era un’iscrizione che diceva ‘Kluge’. Gli Ufficiali e i soldati arrivarono con camion, automobili e motociclette. Poco dopo l’arrivo dell’Unità alla Villa, tre soldati furono uccisi, anche se non so come incontrarono la morte. I cadaveri di questi uomini furono inumati nel parco della Villa, proprio dove vi ho indicato oggi. Furono erette, sopra le tombe, delle croci che portavano i nomi di questi uomini e la loro Unità. Sfortunatamente quando i Tedeschi, alla fine, partirono di qui, gli abitanti del villaggio rimossero e distrussero le croci. Tuttavia ricordo assai chiaramente che la prima portava il nome di Hans Karner, la seconda Burtscheid Martin e la terza, Marten Rolf. In tutte le croci era designata l’Unità a cui appartenevano, ovvero il 1° Reggimento Artiglieria, Hermann Göring. Verso il 7 luglio 1944, un altro Ufficiale tedesco – che in seguito seppi che era un certo Colonnello Wolf – arrivò qua e prese dimora con gli altri Ufficiali. Non so se egli apparteneva alla stessa Divisione come i restanti. Uno dei soldati alloggiati qui era un certo Sergente Wolf Emerick. Egli era impiegato come cuoco. Fu lui che m’informò che il Colonnello, che era appena arrivato qua, si chiamava Kluge mentre il secondo Colonnello era chiamato Wolf. I Tedeschi nella Villa erano realmente in comunicazione, per mezzo di telefono, con il personale militare tedesco dei villaggi di Poggiolo e di Moncioni. (…) I soldati che erano alloggiati qui, portavano le insegne della Hermann Göring sulle maniche delle loro giacche. Il 15 luglio 1944, tutti gli Ufficiali e gli uomini che erano stati alloggiati qui, partirono al completo. (…) Descrivo il Colonnello Kluge come segue: circa 45-50 anni di età, m. 1,78 circa di altezza, capelli neri, robusto, ben rasato, faccia squadrata. Zoppicava in modo evidente da una gamba e portava sempre un bastone da passeggio. Vestiti: giacca dell’uniforme, (grigio)verde con spighette d’argento attorcigliate e due stellette sulle spalline. Calzoni lunghi (grigio)verdi. (…).[27]

Crawley identificò Kluge come il Comandante del Panzer Grenadier Regiment I[28] e Lütjens come appartenente ad un reggimento della Artillerie. Con le forze militari giunte a Cavriglia sotto il comando del Colonnello Bornscheuer dell’Artillerie Kommandeur 476 del LXXVI Panzerkorps siamo di fronte ad una massiccia occupazione di questo territorio. Più di un migliaio di soldati dovevano trovarsi, infatti, nella sola zona tra Cavriglia e Montevarchi: di questi vi sono sospetti o prove certe che alcune unità del Poggiolo e Montegonzi abbiano partecipato alle stragi. Il quadro che emerge è alla fine quella di un’operazione con un evidente comando divisionale a cui contribuirono diversi reparti.

Nella testimonianza di Monaci emergono tuttavia anche aspetti sconosciuti o taciuti dalla popolazione locale che possono aver reso più “urgente” la risposta tedesca. Che cosa significa, infatti, l’affermazione «poco dopo l’arrivo dell’Unità [3 luglio] alla Villa, tre soldati furono uccisi»? Pur essendo ignota la causa della loro morte, «i cadaveri di questi uomini furono inumati nel parco della Villa». Altrettanto strano è che questo particolare non sia emerso dalle testimonianze raccolte nel paese, mentre il Monaci affermò che «gli abitanti del villaggio rimossero e distrussero le croci».

 

note:

 

[1] Su questa cautela si veda a titolo esemplificativo l’intervista del 22 febbraio 1994 di Emilio Polverini ai fratelli Pierluigi e Giorgio Grassi dove le reali azioni commesse dai Partigiani non potranno e non dovranno essere mai conosciute né raccontate, come un vero tabù storico: «Spengo il registratore e i fratelli Grassi mi raccontano molti episodi accaduti a Bomba e nei dintorni di Meleto, San Martino e Pianfranzese, per la maggior parte a me sconosciuti. Ma ho promesso loro di non scrivere niente»
[2] Dichiarazione di Nello Vannini del 5 dicembre 1944 in PRO: 50-51.
[3] A Gabriella Concialini, Dichiarazione del 21 Novembre 1944 in PRO: 82, un soldato tedesco confessa: «Oggi a Meleto i nostri soldati hanno ucciso un certo numero di civili italiani, perché era stato ucciso in quella zona un soldato tedesco».
[4] Così dirà il Tenente Danisch a due ostaggi di Meleto (Dichiarazione del 18 Ottobre 1944 di Lorenzo Fabbrini in PRO: 90-92 e Dichiarazione del Ottobre 1944 di Omero Quartucci in PRO: 97-98), ma si veda anche la diversa motivazione data a Maria Corsi.
[5] Si veda rispettivamente la testimonianza n. 4 di Marisa Pratellesi in R4L1944 per Masseto, dove i tedeschi giungono gridando «Partigianato! Partigianato!», e in PRO: 356-7 la Dichiarazione di Libera Benucci, per Le Màtole, dove si afferma che i soldati urlavano «qui sono tutti Partigiani». Nella Dichiarazione di Maria Corsi cit., l’affermazione di Danisch era falsa sia sul piano sostanziale che su quello formale perché non fu fatta ovviamente alcuna “verifica”. Infine la Dichiarazione di Bruno Sabelli cit..
[6] Si veda Paoletti (1985), e la nota chiarificatrice di Manfroni (2006: 430).
[7] Dichiarazione del 13 Novembre 1944 in PRO: 76-77.
[8] Dichiarazione dell’8 Novembre 1944, firmata (Maria) Bonarotti vedova Allegri, in PRO: 72-73.
[9] Dichiarazione del 13 Novembre 1944 in PRO: 74-75. Dovrebbe trattarsi del Colonnello Paul Bornscheuer, comandante in capo dell’Artillerie Kommandeur 476 del LXXVI Panzerkorps.
[10] Va detto che Le stragi del 1944… (1998), commissionato da alcune Amministrazioni Comunali dell’Aretino coinvolte nelle stragi, avendo come obiettivo quello di «individuare le diverse unità coinvolte nelle stragi della provincia di Arezzo», si concentrava molto sulla identità dei singoli militari della Göring con un evidente fine storico giudiziario. Al contrario La divisione Hermann Göring (2006), dove peraltro l’ipotesi Seiler/Rahls non è ripresa, ha un respiro più propriamente storico. Tuttavia già al processo di Civitella nell’audizione come consulente storico il 13 giugno 2005, Gentile non fece alcun accenno a questa ipotesi, nonostante si volesse dimostrare sia il ruolo centrale delle Nachschub-Truppen sia la loro stretta dipendenza dal Comando di Reparto e dal Comando di Divisione. La sovrapposizione Seiler/Rahls è ripresa invece con decisione soprattutto da Boni.
[11] Rodolfo Paoli, un professore universitario di Urbino di Storia della Letteratura Tedesca, si fece da tramite a Bagno a Ripoli per il rilascio di alcuni ostaggi, sospettati di essere Partigiani. Un Capitano da lui interpellato parlò allora con il Maggiore Rahls, il quale lo rimandò ad una specifica Compagnia, «Vulkan» o «Falken», che aveva specifici compiti anti Partigiani (Dichiarazione del 28 Giugno 1945 di Rodolfo Paoli in PRO Suppl.: 36). Secondo Gentile, «Vulkan» e «Falken» possono in realtà volere indicare «Vesuv» e «Pauke» (2006: 423).
[12] Sul comando divisionale si veda PRO, WO 204/11479, Atrocities committed by German Troops at Civitella, Cornia and San Pancrazio, p. 14 e la testimonianza di Patrizia Mancini Griffoli. Cfr Gentile 1998: 31.
[13] Il parroco di Montegonzi e Anna Viligiardi ricevettero questa comunicazione in due momenti diversi direttamente dal Maggiore che parlava un italiano «abbastanza buono»: l’”allarme” perciò fu ripetuto. Soprattutto il parroco lo ricevette addirittura il tardo pomeriggio del primo di luglio appena i tedeschi giunsero, di modo che avrebbe potuto tramite gli altri parroci mettere sul “chi va là” la popolazione.
[14] Gentile prende in considerazione «una seconda possibilità» in base alla quale Seiler sarebbe stato in realtà Heinrich Sailer di 52 anni, «comandante del Nachschubstab z.b.V. 264, un comando dell’esercito addetto anch’esso ai rifornimenti, composto da sei ufficiali e dipendente dall’Armeeoberkommando 10, il comando superiore con competenza anche sulla zona dei massacri, v. BA-MA, RH 20-10/204 (a), Nachschubstab zbV 264, Offizierstellenbesetzungen, 16 giugno 1944». A sfavore di questa ipotesi sta il fatto che il comando presieduto da Sailer era di stanza ad Ancona nel giugno 1944 e poco più tardi in Romagna, (RH 20-10/260) e che non apparteneva alla Hermann Göring. Per gli Inglesi al contrario (PRO Report: 3), ma qui non è chiaro da cosa è tratta questa conclusione, la compagnia del Maggiore Seiler sarebbe appartenuta alla Flak così come lo erano le truppe del Maggiore Graf che presero il suo posto a Montegonzi il 5 luglio. Quest’ultimo era il Maggiore Rudolf Graf, all’epoca Comandante I./Flak-Rgt. “Hermann Göring” (cfr Dichiarazione di Francesco Debolini del 15 Novembre 1944 in PRO: 85; cfr deZeng IV – Stankey 2013: 54 – Section G-K, – e il Feldpostnummer L54439).
[15] Dichiarazione di Anna Viligiardi cit., Dichiarazione del 7 Novembre 1944 di Teo Barnaba, indicato con il nome errato di Tea, in PRO: 83-84 e Dichiarazione di don Ermanno Grifoni, qui indicato erroneamente con il nome di Ermando, cit..
[16] Si veda fotocopia del processo verbale all’imputato Werner Grün in http://www.attivalamemoria.eu/doc_archivio/1doc1.pdf.
[17] Il Major era l’ultimo degli Ufficiali superiori e non aveva stellette, mentre l’Hauptmann era il primo degli Ufficiali inferiori e aveva due stellette.
[18] Dichiarazione di Bruno Sabelli cit. e Dichiarazione del 15 Dicembre 1944 di Libero Bertoldi in PRO: 397-398.
[19] Secondo il parroco don Grifoni, infatti, «la sera del 3 Luglio 1944 (…) tre camion carichi di soldati tedeschi partirono da questo edificio e si diressero verso il Castello. Poi scomparvero dalla mia vista. Questi stessi camion ritornarono ai loro posti di parcheggio verso le ore 20 del 4 luglio 1944. Erano presenti in quel momento soltanto i conducenti dei veicoli». I soldati della Hermann Göring erano giunti nel paese il 1 luglio con dieci camion e cinque motociclette. A sua volta Anna Viligiardi ricordava «distintamente che la sera del 3 Luglio 1944, alcuni Ufficiali e Marescialli che erano alloggiati [nel Castello], lasciarono questo luogo e non ritornarono fino alla sera del 4 Luglio 1944, ma non posso dire chi fossero». (Dichiarazioni di Ermanno Grifoni e di Anna Viligiardi cit.)
[20] Questa ipotesi è ritenuta «molto improbabile» da Gentile (1998: 36), il quale non spiega però quale fu il ruolo dei Pionieren nella vicenda: ruolo peraltro evidente, vista la distruzione della miniera e la messa delle mine nel paese di Castelnuovo (si veda a proposito la testimonianza di Ugo Mercante in PMNSC: 155 sgg.). La presenza dei Pionieren a Santa Barbara è confermata inoltre da Lorenzo Fabbrini il quale al suo ritorno a casa un mese dopo la strage vi trovò documenti personali che rimandavano al Genio divisionale (PRO Report: 49 e Dichiarazione del 18 ottobre 1944, in PRO: 90-2).
[21] Secondo H. L. deZeng IV e D. G. Stankey (2013: 412), Josef Wolf rimarrà al comando del Fsch.Pz.Pi.Btl. “Hermann Göring” tra il giugno e il luglio del 1944. D’altronde, riguardo al fatto che fosse a comando di una compagnia d’intervento formata da personale del Nachschub, va detto che anche Böttcher faceva parte in realtà delle truppe combattenti del Fsch.Pz.Gren.Rgt. 1/Div. “Hermann Göring”, circostanza dovuta, secondo Gentile, alla necessità operativa del momento, «caratterizzato da intensi combattimenti e forti perdite», che richiedeva un Ufficiale proveniente dal fronte «combattente». Allo stesso modo si può ipotizzare che anche in Valdarno la particolarità di un’azione congiunta di rappresaglia e distruzione di un sito minerario con grandi infrastrutture industriali avesse richiesto un “comando specializzato” e i Pionieren avrebbero assolto ad ambedue i compiti. Se dovessimo invece pensare che a Santa Barbara sia giunta in realtà solo una compagnia di genieri di “supporto” alla strage con il compito principale di minare il paese di Castelnuovo e le miniere, in questo caso il gruppo di soldati della compagnia del Maggiore Seiler da Montegonzi e l’Alarmkompanie stessa avrebbero dimorato in una località non ancora individuata.
[22] Né Emilio Polverini prese in considerazioni questi fatti, mentre sommò al contrario tutte le uccisioni partigiane a partire dalla fine di maggio 1944, né lo stesso Boni vi fa alcun accenno (CLC: 240-2).
[23] PRO Suppl.: 9.
[24] Dichiarazione 212 del 14 Giugno 1945 in PRO Suppl.: 41-42.
[25] Dichiarazione del 13 Giugno 1945, PRO Suppl.: 47-48. Vedi anche Dichiarazione del 13 Giugno 1945 di Danilo Masini in PRO Suppl.: 45-46,.
[26] Dichiarazione di Leone Masini cit..
[27] Dichiarazione del 14 Giugno 1945 di Luciano Monaci in PRO Suppl.: 49-50.
Una foto di Kluge si trova in
http://www.das-ritterkreuz.de/index_search_db.php4?modul=search_result_det&wert1=3117 .
[28] Proprio nel mese di luglio 1944, a partire dal 17 luglio quando venne richiamata per il fronte dell’Est in Polonia, sarà rinominata Fallschirm Panzer Grenadier Regiment HG e il comando, che Kluge riprese nel settembre di quell’anno, passò temporaneamente al Colonnello Fritz Fullriede. Secondo Boni, Fullriede avrebbe sostituito Kluge proprio al Poggiolo e avrebbe descritto nel suo diario il passaggio da Castelnuovo con quelle truppe di granatieri della Hermann Göring. In realtà è solo in agosto che Fullriede prese il comando della Fallschirm Panzer Grenadier Regiment HG.

 

© Francesco Gavilli