Benedikt Livšic ~ «Quando Marinetti venne in Russia» (1)

 

Nikolaj Kul'bin, Ritratto di F. T. Marinetti, 1914, Stampa su linoleum

Nikolaj Kul’bin, Ritratto di F. T. Marinetti, 1914, Stampa su linoleum

 

Noi e l’Occidente

 

1. Alla fine dell’anno Kul’bin[1], che manteneva una corrispondenza regolare con l’estero, mi informò che Marinetti sarebbe venuto in Russia. Avrebbe visitato Mosca, poi San Pietroburgo, come già convenuto tra lui e Tastevin che, come delegato della società parigina “Les grandes conférences”, organizzava le sue conferenze nelle due capitali.
 
A Mosca in quel momento non c’era nessun futurista: David Burljuk[2], Kamenskij [3] e Majakovskij erano in tournée nel Sud. Era quella famosa tournée cui prese parte Severjanin e che finì con il suo litigio con Majakovskij.
 
Circa tre giorni prima dell’arrivo di Marinetti, uscì su uno dei giornali di Mosca un’intervista di Larionov[4]: il capo del raggismo dichiarava che si doveva coprire di uova marce il capo del futurismo perché aveva tradito i principi da lui stesso proclamati.

 

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«Guerra e rivoluzione» ~ Tzevan Todorov intervista Roman Jakobson (2)

 

 Alexander Rodchenko. Stairs. 1930,

Alexander Rodchenko. Stairs. 1930, Artist print. Collection of the Moscow House of Photography Museum. © A. Rodtschenko – V. Stepanova Archive. © Moscow House of Photography Museum

 

IL CIRCOLO LINGUISTICO DI MOSCA

 

Tzevan TodorovNel marzo del 1915 lei partecipò alla creazione del circolo linguistico di Mosca. Chi erano gli altri e in che cosa consisteva l’attività del Circolo? Di chi fu l’idea?

Roman Jakobson: Durante il primo corso che seguii al dipartimento di linguistica dell’università di Mosca, incontrai molti giovani studenti. Discutemmo a lungo sui problemi della linguistica e – particolare interessante – su quelli dell’arte poetica, decidendo di incontrarci più spesso. Penso di essere stato il più giovane tra loro. Fu allora che proposi la creazione di questo circolo. La prima volta ci riunimmo nella sala da pranzo dei miei genitori, eravamo circa una decina di giovani studenti. Ci dicemmo solo che, vista la situazione dell’epoca, era pericoloso tenere un circolo. C’era la guerra e potevamo attirare l’attenzione della polizia su di un’organizzazione che non era stata autorizzata; c’erano già stati altri esempi. Avere un permesso non era semplice, ma trovammo il sistema: esisteva un comitato dialettologico dell’Accademia delle Scienze al quale potevamo partecipare come uditori. Quando raccontai al presidente la nostra storia, egli disse: «Vedremo come legalizzare la situazione». Doveva scrivere al segretario dell’Accademia, a Pietroburgo, al grande linguista russo, massimo specialista di storia della lingua, Šachmatov[1]. Questi accettò, ricevemmo persino una sua lettera, disse che il nostro circolo si sarebbe chiamato gruppo di studenti di lingua russa associati al comitato dialettologico dell’Accademia. Era il titolo ufficiale, e con questo facemmo la nostra comparsa nel 1915. Ma tra di noi ci chiamavamo «circolo», e, subito dopo la rivoluzione, siamo tornati al nostro vero nome, cioè Circolo linguistico di Mosca.

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«Lingua, folclore, poesia e pittura» ~ Tzevan Todorov intervista Roman Jakobson (1)

 

Kazimir Malevič, The Knifegrinder

Kazimir Malevič, The Knifegrinder (Principle of Glittering), 1912-13, oil on canvas, 79.5 x 79.5 cm, Yale University Art Gallery, New Haven, CT

 

INFANZIA

 

Tzevan Todorov: Lei è nato a Mosca l’11 ottobre 1896, professor Jakobson. Ci può dire qualcosa del suo ambiente familiare?

Roman Jakobson: I miei genitori erano i tipici rappresentanti di quella che in russo si chiama ancora l’intelligencija; del resto anche in francese questa parola è nota. Mio padre aveva studiato al Politecnico di Riga, a quel tempo molto famoso, e vi aveva conseguito la laurea in ingegneria.
Abitavamo a Mosca, a pochi passi dal Cremlino. Con i miei genitori i rapporti erano amichevoli. Le necessità economiche avevano costretto mio padre a lavorare nell’industria, anche se la sua vera passione erano le scienze; ho sempre pensato che rimpiangesse questa scelta obbligata e che l’antico desiderio restasse vivo in lui. Per questo, sin dall’infanzia sognavo un lavoro in campo scientifico. Ero il primogenito di tre fratelli. Uno è ora direttore della sezione slava alla Biblioteca del Congresso a Washington; è uno storico e ha al suo attivo numerose pubblicazioni importanti sulla storia dell’Europa orientale. L’altro, un economista, autore di un interessante saggio sulle organizzazioni professionali, morì durante la guerra, in Francia, all’epoca dell’occupazione nazista.

 

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Luigi Malerba ~ Strategie del comico (3)

 

Kienerk

Giorgio Kienerk, Sorrisi (1900)

 

Torte in Faccia

 

Un signore in frac e cilindro, una signora con cappello di piume e collana al collo, sono obiettivi ideali per la torta in faccia. Anche l’ambiente deve essere «alto» per dare forza alla trasgressione. La porta viene portata nel luogo della festa e i personaggi importanti e eleganti sono dentro la festa (la festa si trasforma in farsa per mezzo delle torte in faccia). Si ride nel vedere imbrattati di panna e crema i personaggi che in un altro luogo umiliano il prossimo con la loro autorità e con il loro potere. Il riso che trasgredisce questa autorità sta dalla parte dell’umile che, ridendo del potente, ha la sua rivincita. Dunque il riso della torta in faccia, che appare fra tutti come il più innocente e gratuito, quasi un riso infantile, in realtà è un ridere sociale, ha una decisa connotazione «politica». Esso ristabilisce per un momento degli equilibri sociali perduti, segna la rivincita momentanea di una classe inferiore che copre di crema e di ridicolo quella superiore.
La goffaggine del cameriere può essere autentica, ma l’inciampo è consciamente o inconsciamente premeditato e la torta andrà a colpire l’obiettivo giusto sempre e con precisione. La torta in faccia non perdona (probabilmente la torta in faccia è stata inventata da comici ebrei).

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