Ingeborg Bachmann ~ Deserto

 

L’uroboros
L’uno è tutto, e perciò tutto e per questo tutto, e se l’uno non contiene tutto, allora il tutto è niente.

 

 

egitto-donna-mandragora

Donna che riceve e offre frutti di mandragora (Tomba di Nakht, Tebe)

 

Attraverso il deserto

Ancora ad Alessandria la paura, il caldo, la carne troppo speziata nei panini. Nella corriera, made in Iugoslavia, che è gremita fino all’ultimo posto, e ho io l’ultimo posto, ormai è mezzogiorno, gli occhi si aggrappano al made in, poi tento di leggere i numeri, i numeri arabi, è facile. Posto 37. La corriera lascia velocemente la città, per la quale non ho occhi, li ho solo per la prima sorpresa, la sabbia, nella quale sono state ancora costruite case, per i bei bambini in pigiama, per gli uomini in djellaba. I bambini e la sabbia, poi non c’è che la sabbia.

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Paolo Terni / Steve McCurry ~ La pipì sul tappeto del nonno

 

 «… E il morbo dell’integralismo mi sembra abbia definitivamente eroso quel monumento alla dignità e al reciproco, mutuo, rispetto che era stato il Medio Oriente della mia infanzia… Se penso che, allora, molti raggiungevano l’Italia da Alessandria con un comodo servizio ferroviario che, negli stessi tempi della navigazione marittima, percorreva tranquillamente Palestina, Libano, Siria e Turchia!!!»
da un intervista a Paolo Terni del 2014

 

Steve McCurry, Child Holding Hands (1999), Hajjah, Yemen

Steve McCurry, Child Holding Hands (1999), Hajjah, Yemen

 

Talvolta, nei pomeriggi liberi, andavo dal nonno Enrico. Era un’evasione, vagheggiatissima. Uscendo da casa (abitavo al 115 rue Fouad) attraversavo il quartier grec (rue des Pharaons, rue des Ptolémées, rue des Abassides…) – case ricche, di mille fogge primo Novecento, strade piccole, giardini ombrosi (molti flamboyants, alberi dalla fioritura rosso-arancione, intensissima, ma anche gelsomini, poinsettias, palme da datteri…) – per poi costeggiare il parco di Boulevard Sultan Hussein attraversando una piccola area archeologica di cui non capivo affatto il significato e raggiungere così il violone fino alla stazione dei tramways (che nomi quelle stazioni! La mia si chiamava Mazarita, le seguenti erano, più o meno: Soter, Écoles Grecques, Chatby-les-bains, Campo Cesare, Ibrahimieh, Sporting Club, Cléopatra-les-bains e poi Glymenopoulo, Stanley Bay, Santo Stefano, Beau Rivage, Zizinia, Rouchdy Pacha, Bacòs, Victoria College…). I tram avevano l’«imperiale», ossia un piano sopraelevato, e io – con un bel libro – accovacciato lassù (non senza sguardi golosi al mondo che mi circondava, soprattutto le persone: molte guardavano me) ero davvero in uno stato di grande tensione vitale.

Dalla fermata di Rouchdy Pacha al villino di mio nonno (con cane lupo e giardino) bastavano pochi passi. Mio nonno assomigliava a Gabriele d’Annunzio ma camminava come Groucho Marx: piccolo, ossuto, calvo con cranio lucidissimo, baffetti, fumava – estraendoli da una scatoletta metallica color nero e argento per poi infilarli in un tozzo bocchino degli stessi colori, lievemente repellente – certi mozziconi che fabbricava lui stesso secando in tre tronconi, con una lametta Gillette, le normali sigarette che comperava.

Era molto temuto: le sue due mogli (Mizzi, mia nonna cui, pare, inflissa una dettagliata lezione di astronomia, con tanto di cannocchiale, la prima notte di nozze, e poi Fausta Cialente) non lo hanno sopportato a lungo. Mio padre raccontava di aver sofferto moltissimo delle sue «manìe», specialmente nell’intervallo tra le due mogli, quando recitava la parte del «padre-abbandonato-con-due-figlioli-da-tirar-su». E suo fratello, mio zio, ne fuggì giovanissimo per raggiungere la mamma, allora in missione diplomatica a Bombay.

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