Cingiz Ajtmatov / Rigoni Stern

 

Fu nella seconda metà degli anni ’60, ne ho un ricordo vago, poche immagini e tutte del crepuscolo, forse una giornata di tarda estate, forse un debole autunno: nella memoria la luce sembra ancora forte perché sia stato inverno ma manca la pienezza di vita propria dei mesi pieni, quali il lussureggiante maggio o il disilluso settembre. D’altronde, la libertà dai compiti di scuola e l’indecisione dell’ora che permetteva di attardarsi sotto gli alberi del giardino si addice più ad un primissimo ottobre. Non ricordo neppure qual era il motivo di quella visita insolita per un paese di per sé piccolissimo, addirittura con un’unica via che andava a morire nei campi perdendo la precisione dell’asfalto e la regolarità del percorso, fino a diventare strada bianca, polverosa e sconnessa. Era un paese così insignificante che si riesce a malapena a giustificare, nonostante ogni sforzo d’immaginazione, il motivo della visita di un gruppo di georgiani, uomini e donne in tipico costume, gli uni con una larga cintura a fasciare la vita, le altre con abiti lunghi ricamati. Sarà stata una compagnia di canto portata in visita a quel gruppo di case che pochi decenni prima era stato attraversato dalla furia nazista, così come sarà successo a loro, compagni di sventura della medesima follia. Certamente non c’erano stati preparativi o annunci e fu una grande sorpresa per tutti, senza il tempo di allarmarsi (una visita straniera allora era tanto insolita quanto vissuta con diffidenza) o di manifestare una felicità piena di stupore propria di coloro cui è donata una novità gratuita e elettrizzante.

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Andrea Zanzotto ~ «Mistieròi» / Piccoli, poveri mestieri

 

Giovanni Grevembroch, Acquaroli, 1753 Disegno a penna su carta con colorazioni ad acquerello

Giovanni Grevembroch, Acquaroli, 1753 Disegno a penna su carta con colorazioni ad acquerello

 

 

MISTIERÒI

 

Come élo che posse ‘ver corajo
de ciamarve qua, de farve segno con la man.
‘Na man che no l’è pi de la só onbría
cagnina e caía,
anzhi ‘na sgrifa, ma tèndra ‘fa molena.
Epuro ades calcossa la tien sú,
no so se ‘n sgranf o se ‘na forzha;
par quel che l’é, l’é tuta vostra,
e voi dèghe l’polso par ciamarve.
Dèghe ‘na pena che no la se schiche,
fè che la ponta sul sfój no la se inciónpe.
Me par de ‘ver gnent da méter-dò
par scuminzhiar ‘sto telex
che tut al gnent bisogna che ‘l traverse
(tut al gran seramént
che ‘l brusa come solfer
che l’incaróla e l’intrunis).
Ma proarò la trazha, almanco, de ‘n amor –
fora par là inte ‘l scur
orbo dei pra del passà.
Cussì
……………………………….
[                                                                          ]

 

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