Michel Leiris ~ Specchio della tauromachia (2)

 

Veronese, Ratto di Europa

Paolo Caliari, detto il Veronese, Il ratto di Europa, 1580, olio su tela, 340×370 cm, Palazzo Ducale, Venezia

 

 

 

L’amore e la tauromachia

 

Così la tauromachia più che uno sport, è un’arte tragica, in cui l’armonia apollinea appare distorta [gauchie] dall’insorgere di forze dionisiache[1]. La questione che ora si pone è la seguente: che cos’è questa incrinatura attraverso la quale si manifesta l’elemento oscuro? Che cos’è questa crepa di dove salgono gli effluvi di un delirio panico?

Se, in materia d’arte, la nozione stessa di “bellezza” comprende, tra le altre idee, quella di un’attrazione sessuale che si esercita in modo più o meno indiretto[2], in materia sessuale si trova l’arte, anche quando non si tratta dell'”erotismo” propriamente detto.

Stricto sensu, l’erotismo può essere definito, in effetti, come un'”arte dell’amore”, una sorta di estetizzazione del semplice amore carnale, che si tratta di organizzare in una serie di esperienze cruciali. Ma, lato sensu, esso si confonde con l’insieme delle “opere della carne”, nel significato cristiano del termine; e ci si può anche chiedere se alcuna eccitazione sessuale sarebbe mai possibile senza l’intervento di un minimo d’erotismo, sia sotto forma dell’idea di peccato (concepito in modo romantico o, inversamente, come licenziosità), sia sotto forma d’un’idea di gioco, di lusso, di piacere goduto al di fuori di ogni considerazione utilitaria, vale a dire sotto forma d’un’idea in qualche modo estetica.

 
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Clarice Lispector ~ “A Legião Estrangeira”[7]

 

Carybé (Hector Julio Páride Bernabó), Chuva, serigrafia

Carybé (Hector Julio Páride Bernabó), Chuva, serigrafia

 

Ora conosco questo grande spavento di essere viva, avendo come unico sostegno proprio la mancanza di sostegno che dà l’essere viva. Di essere viva – ho sentito – dovrò fare il mio motivo e il mio tema. Con delicata curiosità, attenta alla fame e alla stessa attenzione, mi sono allora messa a mangiare delicatamente viva i pezzi di pane.
(Frammento, 28 giugno 1969)

 

 

A Legião Estrangeira

 

Se mi avessero chiesto di Ofelia e dei suoi genitori, avrei risposto in tutta onestà: li ho conosciuti appena. Davanti alla stessa giuria a cui risponderei: mi conosco appena – e dritto in faccia a ogni giurato con lo stesso limpido sguardo di chi è stato ipnotizzato all’obbedienza: vi conosco appena. Ma a volte mi sveglio dal lungo sonno e con docilità mi sporgo sul delicato abisso del disordine.
Sto tentando di parlare di quella famiglia che è sparita anni fa senza lasciare traccia in me, e di cui mi era rimasta solo un’immagine ingrigita dalla distanza. La mia inattesa ammissione di conoscerla è stata provocata oggi dal fatto che è comparso in casa un pulcino. È stato portato in casa da qualcuno che voleva avere il piacere di offrirmi una cosa viva. Nel tirar fuori il pulcino, la sua grazia ci ha colto in flagrante. Domani è Natale, ma il momento di silenzio che aspetto tutto l’anno è arrivato un giorno prima che Cristo venga al mondo. Una cosa che pigola da sola risveglia la dolcissima curiosità che presso una mangiatoia è adorazione. Come, ha detto mio marito, figuriamoci. Si era sentito troppo grande. Sporchi, a bocca aperta, i bambini si sono avvicinati. Io, con un po’ di coraggio, mi sono sentita felice. Il pulcino, lui, pigolava. Ma Natale è domani, ha detto timidamente il più grande. Sorridevano abbandonati, curiosi.

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Michel Leiris ~ Specchio della tauromachia (1)

 

Francisco Goya - Agilità e audacia di Juanito Apinani nell'arena di Madrid, 1816, acquatinta a inchiostro

Francisco Goya – Agilità e audacia di Juanito Apinani nell’arena di Madrid, 1816, acquatinta a inchiostro

 

 

Uno spettacolo rivelatore

 

Come Dio – coincidenza dei contrari secondo Nicolò Cusano[1] (vale a dire: quadrivio, intersezione di tratti, biforcazione di traiettorie, piattaforma mobile o terreno incolto dove s’incontrano tutti gli erranti) – ha potuto essere patafisicamente definito “il punto di tangenza dello zero e dell’infinito”[2], così vi sono, tra gli innumerevoli fatti che costituiscono il nostro universo, delle specie di nodi o punti critici che si potrebbero geometricamente rappresentare come i luoghi dove ci si sente tangenti al mondo e a sé stessi.

Certi siti, certi eventi, certi oggetti, certe circostanze rarissime, in effetti, quando avviene che si presentino davanti a noi o che vi siamo coinvolti, dànno l’impressione che, nell’ordine generale delle cose, abbiano la funzione di metterci in contatto con quanto c’è di più intimo, vale a dire, ordinariamente, con quanto c’è di più torbido, se non di più impenetrabilmente nascosto, nel fondo di noi stessi. Sembrerebbe che tali siti, eventi, oggetti, circostanze abbiano il potere di condurre per un brevissimo istante alla superficie piattamente uniforme tramite la quale aderiamo abitualmente al mondo, alcuni degli elementi che appartengono più intimamente alla vita del nostro profondo, prima di lasciarli tornare – scivolando lungo l’altro ramo della curva – verso la fangosa oscurità di dove erano saliti.

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John Barth / Diane Arbus ~ L’infanzia di Giles ragazzo-capra

 

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Diane Arbus, Child crying, New Jersey, 1967, Etherton Gallery

 

Mi chiamo George; delle mie gesta si è parlato a Tower Hall, e la cronaca della mia infanzia è apparsa sulla Rivista di Psicologia Sperimentale. Io sono l’individuo cui davano allora il nome crudele e ingiusto di Billy Bocksfuss; avessi davvero avuto il piede forcuto, non sarei ora ridotto a trascinarmi claudicando con l’aiuto di un bastone, né a farmi portare a spalla dagli altri, per andare a scuola quando piove! Sì, fu proprio per non avere uno zoccolo come si deve che, a quattordici anni, fui io a essere preso a calci invece che a darne; e a giacere storpiato sulla torba maleodorante, mentre vedevo il mio primo amore spassarsela con un bruto angora. Pietà per quel capro, che con la sua cornata mi fece volare da un mondo in un altro, per le sue dure corna che fecero cambiar genio alla mia bella, mi esiliarono dal pascolo e mi spedirono zoppicante giù per la strada che percorro tuttora. Questa fronte priva di corna, vergogna e ludibrio della mia infanzia di capretto, lui la incoronò della vergogna umana: dissi addio alla mia esistenza di capra scornata e mi lanciai, cornuto studente umano, verso le Porte della Promozione.

 

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Wanda Wulz vs Wulz Wanda

 

Wanda Wulz, Io + gatto, 1932, Stampa su gelatina ai sali d’argento, cm 29,4 x 23,3, New York, Metropolitan Museum of Art

 

Wanda Wulz, Io+gatto, 1932

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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