Grazia Marchianò ~ Pinocchio come sistema metafisico virtuale

 

Luigi Ontani, Pinocchio, 1972

Luigi Ontani, Pinocchio, 1972

 

Pinocchio come sistema metafisico virtuale

 

1. Il sogno come chiave

 

Al culmine delle sue avventure Pinocchio ha un sogno nel quale gli appare e lo bacia la fata. Al risveglio, lo stato del sognatore è mutato, e così pure l’aspetto del luogo in cui si trova. La stanzina dalle pareti di paglia è diventata una camera ammobiliata «con una semplicità quasi elegante». I frusti indumenti sono ora un completo impeccabile che il risvegliato indossa e rimira allo specchio. Ma il «doppio» che lo guarda è «un bel fanciullo con i capelli castagni e con gli occhi celesti, e un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose». Chi è il ragazzo che guarda Pinocchio?

Continua a leggere

Carmina Priapea, 27- 39

 

Sileno e Eros

Sileno ed Eros, Bassorilievo del I secolo

 

27. Quinzia, delizia del popolo, straconosciuta al grande Circo,
esperta insuperabile nel muovere il culo,
cimbali e crotali, armi che lo fanno rizzare, a Priapo
dedica e aggiunge pure i timpani assordanti.
In cambio, chiede, piaccia sempre al suo pubblico
e che la schiera dei suoi ammiratori lo tengano dritto come il dio.

 

27 – Deliciae populi, magno notissima Circo, / Quintia, vibratas docta movere nates, / Cymbala cum crotalis, pruriginis arma, Priapo / Ponit et adducta tympana pulsa manu. / Pro quibus, ut semper placeat spectantibus, orat, / Tentaque ad exemplum sit sua turba dei.

 
Continua a leggere

Carmina Priapea, 14 – 26

 

Peruzzi, Villa Farnesina o del Chigi

Baldassarre Peruzzi, Villa Farnesina, Roma

 

14. Ehi, ehi, chiunque sei, non credere
di scansare il sacello del dio sozzone.
E se hai passato la notte con la femmina,
non c’è motivo di temere ad entrare.
Lascia ogni finezza agli dèi severi:
noi siamo robetta, dèi minori
di campagna, lo vedi, stiamo con le palle al vento sotto gli occhi di Giove.
E allora, la porta è aperta per tutti, anche se qua
è ancora tutto nero sporco di bordello.

 

14 – Huc huc, quisquis es, in dei salacis / Deverti grave ne puta sacellum. / Et si nocte fuit puella tecum, / Hac re quod metuas adire, non est. / Istud caelitibus datur severis: / Nos vappae sumus et pusilla culti / Ruris numina, nos pudore pulso / Stamus sub Iove coleis apertis. / Ergo quilibet huc licebit intret / Nigri fornicis oblitus favilla.

Continua a leggere

Carmina Priapea, 1 – 13

 

Albero dei peni

Anonimo, L’albero dei peni, secolo XIII, Massa Marittima

 

 

1. Se ti appresti a leggere questi versi audaci ma alla buona
non aggrottar le ciglia come farebbe un palloso Latino.
Mica sono la sorella di Apollo, o una Vesta qualunque,
o quell’altra che uscì dalla testa di un Giove!
Sono il rosso custode degli orti, dotato di un membro fuori dal normale,
che non ci penso neppure a tenerlo nascosto con un panno.
Se ti schifa, copri con la tonaca quello che vuoi coprire,
altrimenti leggi questi versi con gli occhi con cui lo guardi.

 

1. Carminis incompti lusus lecture procaces, / Conveniens Latio pone supercilium. / Non soror hoc habitat Phoebi, non Vesta sacello, / Nec quae de patrio vertice nata est, / Sed ruber hortorum custos, membrosior aequo, / Qui tectum nullis vestibus inguen habet. / Aut igitur tunicam parti praetende tegendae, / Aut quibus hanc oculis adspicis, ista lege.

Continua a leggere

Marsia

 

uffizi_08_2014 024

 

Marsia detto “bianco”, scultura romana del sec.II, marmo greco, (part.) – Firenze, Galleria degli Uffizi; foto di Rendel Simonti

 

 

Quando quello sconosciuto terminò di narrare
la fine dei Lici, un altro si sovvenne del Satiro che, vinto
dal figlio di Latona in una gara col flauto di Pallade,
fu da questi punito. «Perché mi scortichi vivo?» urlava;
«Mi pento, mi pento! Ahimè, non valeva tanto un flauto!».
Urlava mentre dalla carne la pelle gli veniva strappata:
altro non era che un’unica piaga. D’ogni parte sgorga il sangue,
scoperti affiorano i muscoli, senza un filo d’epidermide
pulsano convulse le vene; si potrebbe contargli le viscere
che palpitano e le fibre che gli traspaiono sul petto.
Lo piansero le divinità dei boschi, i Fauni delle campagne
e i Satiri suoi fratelli, lo piansero Olimpo a lui sempre caro
e le ninfe, e con loro tutti quanti su quei monti
pascolano greggi da lana e armenti con le corna.
Di quella pioggia di lacrime s’intrise la terra fertile,
che in sé madida le accolse, assorbendole nel fondo delle vene;
poi mutatele in acqua, le liberò disperdendole nell’aria.
Da lui prende il nome quel fiume che tra il declinare delle rive
corre rapido verso il mare, Marsia, il più limpido della Frigia.

Ovidio, Metamorfosi 6, 382-400

 

Il mito di Marsia si presta come al solito a letture diversificate. Marsia era un satiro che aveva trovato casualmente un flauto appartenuto ad Atena, la quale però lo aveva gettato via perché mentre lo suonava le pareva che la sua immagine riflessa nell’acqua le tornasse alterata. Al contrario, Marsia da quel prezioso strumento riusciva a ricavare suoni meravigliosi che parevano sgorgare in modo spontaneo. Entusiasta della scoperta ebbe l’ardire di sfidare ad una contesa musicale Apollo, figlio di Zeus e di Latona, dio del canto e della musica, una divinità assoluta capace di liberare dal male quanto di punire con determinazione gli uomini. Fu stabilito che il vincitore avrebbe avuto il diritto di disporre del vinto come a lui pareva. Ovviamente fu un duello impari più per le forze in campo che per il suono prodotto. Qui il mito contiene delle varianti: vinse Marsia determinando la vendetta di Apollo oppure furono le Muse, chiamate a fare da arbitro, a decretare l’impossibilità di superare in bellezza il suono della cetra di Apollo. Comunque sia andata, il dio dispose una punizione esemplare e tremenda nei confronti Marsia. Infatti Apollo lo scuoiò vivo spogliandolo della sua pelle irsuta, appesa all’uscita di una caverna da cui scaturì una fonte. Il sangue, o le lacrime di chi pianse il Satiro, alimentarono così un corso d’acqua.

In quello che Blumenberg chiamava il continuo «lavoro del mito» ovvero la sua capacità di espandere e rinnovare il proprio significato simbolico e apologetico, la storia di Marsia si presta a suggestive considerazioni, oltre la sua iniziale ovvietà narrativa. Se è certamente improprio collegare il mito alla attualità dei nostri giorni, è tuttavia interessante riflettere a ciò che il mito suscita.

Il flauto, che si vuole costruito da Atena stessa, diventa uno strumento musicale impossibile da essere suonato da una divinità e solo un non dio, in questo caso un Satiro, può trarvi suoni meravigliosi: qui si può pensare alla saggezza divina che rifugge il potere corruttivo della musica, così come interpretare al tempo stesso l’incapacità divina a giungere all’estasi musicale; si può quindi pensare alla presunzione terrena di toccare vertici espressivi interdetti all’uomo, come vedere al contrario la necessità di una piena libertà artistica che non può essere sottomessa e frenata.

Nella punizione inflitta a Marsia inoltre si scontrano due opposte tendenze nel contrasto tra l’impossibilità di cambiare l’ordine delle cose e il continuo ripetersi della sfida umana contro le leggi apparentemente immutabili dell’universo. Vi sarà sempre infatti uno scarto, qui nella forma cruenta e insostenibile del sangue versato, che alimenterà la vita e sempre la ribellione e il desiderio di condivisione del bello troverà uomini disposti a raccogliere il testimone della sfida.