Una strage ~ 15. Castelnuovo dei Sabbioni: le catture (seconda parte)

 

 

Armando Pizzinato, Bracciante ucciso, 1949

Armando Pizzinato, Bracciante ucciso, 1949

 

 

Ricostruire la vicenda di Castelnuovo presenta difficoltà maggiori rispetto a Meleto, Massa dei Sabbioni e le stesse Le Màtole. Chi visita oggi questi ultimi abitati, nonostante siano trascorsi settanta anni, può “vedere” ancora la scena dell’eccidio: la struttura topografica dei paesi infatti è rimasta inalterata. Diversa è invece la situazione di Castelnuovo dei Sabbioni. Il paese non esiste più, se non nelle rovine delle case abbandonate negli anni 70 a causa dell’attività estrattiva delle miniere. Di per sé Castelnuovo era un intrico di vie che salivano attorno alle case verso la chiesa, posta nell’apice del piccolo colle: vi si giungeva dal basso, dalla strada che proveniva da San Giovanni attraverso Santa Barbara e proseguiva verso Cavriglia per una vecchia strada o, entrando fino a metà del paese, attraverso quella che si chiamava Via Nuova. La parte alta del paese era di per sé una trappola, da cui si poteva uscire scendendo verso quelle strade o entrando nella campagna che saliva verso i boschi oppure gettandosi in un dirupo che costeggiava il retro del paese. L’erta collina di Castelnuovo sta dirimpetto ad un’altra collinetta, un po’ più rialzata, San Michele in Colle, da dove alcuni testimoni poterono vedere, con la vista oscurata in parte dalle piante, le uccisioni in piazza IV Novembre. Nei pressi vi erano degli edifici residenziali di architettura fascista che erano le abitazioni del ceto dirigente della Società mineraria. Tra i due colli vi era un dirupo con una piccola diga in basso ad uso della centrale delle miniere: alcuni uomini tentarono di salvarsi gettandosi in basso, alcuni furono uccisi dall’alto, altri scamparono miracolosamente.
Nel capitolo precedente abbiamo trattato le catture dei civili catturati nella parte bassa del paese che vennero trattenuti per un piccolo lasso di tempo a ridosso del paese vecchio per poi essere condotti nella piazza sottostante la chiesa e lì uccisi. Abbiamo ipotizzato che non fu un numero prestabilito di uccisioni ad aver dettato la modalità di strage (questa “gentilezza ragionieristica” era d’altronde insignificante per i tedeschi e superata dall’imbarbarimento della guerra ai civili nell’avvicinarsi del fronte), quanto l’esigenza operativo militare stessa: se i Tedeschi avessero attuato la modalità usata a Civitella, con uccisioni diffuse e quasi casa per casa, la strage avrebbe avuto un bilancio impressionante. L’obiettivo militare tedesco comprendeva anche la distruzione delle miniere, della Centrale elettrica e del paese stesso: l’azione quindi era articolata e presupponeva una gestione complessa con un dispiegamento di forze notevole (Alarmkompanie, reparto di genieri, Feldgendarmerie e sicuramente piccole compagnie di artiglieri e granatieri). Al confronto l’operazione di Meleto fu poco più che un rastrellamento. Tuttavia, la strage di Castelnuovo (minore nel numero degli uccisi in piazza e nei dintorni rispetto a Meleto) ebbe una terrificante coda: i 68 uccisi nella piazza IV Novembre furono infatti bruciati in quella che il Sergente Maggiore Crawley chiamò un’unica e «orrenda funebre pira», il cui fuoco per tutta la giornata dovette essere alimentato di continuo con mobili e legname preso dalle case.

Continua a leggere