Henri Michaux ~ Un barbaro in Giappone

 

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Henri Michaux, barbaro in Asia

 

 

 

«dato che siamo in Paradiso, tutto in questo mondo ci fa male. Fuori dal Paradiso non c’è nulla che dia fastidio poiché non c’è nulla che conti».
Mi augurerei d’essere scusato con questa deliziosa frase di Komachi, la poetessa giapponese, per aver ricevuto dal Giappone alcune impressioni sgradevoli.

 

È mancato[1] ai giapponesi un gran fiume. «La saggezza accompagna i fiumi», dice un proverbio cinese. Saggezza e pace. In fatto di grande pace non hanno che un vulcano, che li inonda regolarmente di melma, di lava e di iatture.

Non solo manca il gran fiume, mancano anche i grandi alberi, i grandi spazi. Ho percorso 1200 chilometri nelle province più reputate del Giappone senza vedere alberi belli. So bene che i bei panorami frequentano poco le strade ferrate, ma tuttavia…

Il Giappone ha un clima umido e traditore. Il paese che conta il maggior numero di tubercolotici al mondo.

Gli alberi sono malaticci, striminziti, magri, crescono debolmente, ingrossano difficilmente, lottano contro le avversità, torturati non appena possibile dall’uomo, allo scopo di apparire ancora più nani e miserabili.

I bambù giapponesi: stremati, tristi, grigi, poveri di clorofilla, a Ceylon non li vorrebbero per canneti.

Quel che non è striminzito non trova amici. Il cedro deve nascondersi dietro il ciliegio malaticcio. Il ciliegio malaticcio dietro il susino nel vaso, il susino nel vaso dietro il pino che sembra un ditale.

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Trieste e altri luoghi dell’Italia invisibile ~ Guido Ceronetti

 

 

La gamba ancora inferma, e troppi libri nella valigia. Il bagaglio mi pesa, qualcuno dovrebbe portarmelo, apparendo e sparendo al momento giusto. Prenderò treni, corriere, battelli, taxi; andrò a piedi. L’Italia non la troverò più, ma so viaggiare nell’invisibile, dove la ritroverò.

Ho con me Petrarca, Manzoni, La Vita Nuova, la Chartreuse di Stendhal e anche il sillabario in arabo per imparare a memoria la fâtiha. Ho una prova notturna della potenza della bàsmala: c’erano tre o quattro animali feroci, ma più di tutti un leone, che qualcuno, senza volto, teneva al guinzaglio, o dentro una gabbia. Pre provare la forza preservatrice della bàsmala gli grido di lasciare libero il leone. Ed ecco il leone si lancia su di me mentre grido bismillàhi rachmàni e mi sfiora appena le gambe, allontanandosi. Allora, con gratitudine, ripeto la bàsmala più volte. (Dopo violenta emorragia dal naso, essendomi tolto il tampone per dormire meglio. Il resto della notte tranquillo).

L’Asia comincia da Trieste, ma al di qua di Trieste l’Asia è forse finita? La differenza è tra un’Asia della piattezza e del terrore, e un’Asia alchemica e sottile, che ha le sue vie e i suoi rami. L’Italia spirituale nasce in Provenza, dalla morte di un’eresia asiatica. L’Asia che comincia al di là di Trieste è maledetta e triste, e Trieste di tristezza ne ha già della sua. Questo viaggio io volevo iniziarlo da Montségur, montagna asiatica sacrificale, vagina della più segreta Italia.

 

Mario Magajna

 

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