Egon Schiele ~ Diario dalla prigione di Neulengbach

 

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«In mezzo al grigio sporco della coperta il colore brillante di una arancia, l’unica luce che brilla nella stanza.» (19 aprile 1912)

 

Prigione di Neulengbach, 16 aprile 1912

 

Finalmente! – Finalmente! – Finalmente! – finalmente la pena è alleviata! Finalmente carta, matita, pennelli, colori, per disegnare e per scrivere. Strazianti sono state queste ore selvagge, disordinate, terribili, queste ore indistinte, informi, monotone, totalmente grigie, che ho dovuto trascorrere come un animale, spogliato, nudo tra muri freddi e spogli. Questo stato di debolezza interiore avrebbe condotto alla pazzia, e questa sarebbe stata presto anche la mia sorte, se fossi rimasto a lungo, per giorni, come vuoto; così mi sono messo a dipingere, lacerato fin nelle radici della mia attività, e per non diventare realmente pazzo, con il dito tremante immerso nello sputo amaro, utilizzando le macchie dell’intonaco; ho dipinto personaggi e teste nel muro della cella, e li ho visti poi asciugarsi a poco a poco e sbiadire, perduti nella profondità del muro, come fatti sparire da una mano invisibile, magica.

Per fortuna ho di nuovo il materiale per disegnare e scrivere; mi hanno ridato anche il pericoloso temperino. Posso essere attivo, e così sopporterò quello che prima mi era insopportabile. Per riavere le mie cose mi sono sottomesso, mi sono umiliato, ho chiesto, ho pregato, mendicato e avrei anche piagnucolato se non ci fosse stato nient’altro da fare. Oh, Arte! – Cosa non potrei fare per te!

 

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Piero Del Giudice ~ «Cara Maria Luisa» – Lettere dallo “speciale”

 

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Vedi i giovani venire avanti coi corpi nudi come nude cose e spogliarsi di tutto, spogliarsi anche dell’ultima merce loro rimasta (il loro corpo), vedi la loro inermità, il loro rifiuto e la loro lotta…

 

22/5/81 Cuneo

Cara Maria Luisa

… ho letto con emozione la tua lettera, ma oggi è una giornata meno tranquilla di altre (senso di incertezza e confusione e un filo di disperazione), però decido lo stesso di scriverti; altrimenti la posta partirebbe tra due giorni (domani è sabato) e mi sembra troppo.
Ci sono cose in quello che scrivi che mi turbano e ci sono cose che mi aiutano; quando parli di “equilibrio” incrinato mi prende un po’ di panico, quando affermi che un rapporto è “impegno concreto, quotidiano” mi sento più al sicuro.
Io di questo rapporto parlo e questo rapporto cerco di certificare. Tutte le cautele sono dovute al mio attuale e di futuro immediato stato di dipendenza; è una condizione che può determinare ambiguità, perché è una condizione di assoluto bisogno. Convengo sulla episodicità frammentaria – come la chiami – della nostra memoria (meno convengo sul “mai scandita da me”); ma sono d’accordo che o ci diamo una continuità che attraversa questa nuova condizione, o – appunto – memoria rimane.

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Friedrich Glauser ~ Morfina

 

L’uroboros
L’uno è tutto, e perciò tutto e per questo tutto, e se l’uno non contiene tutto, allora il tutto è niente.

 

Francis Bacon, Three Studies dor <<<<self Portrait

Francis Bacon, Three Studies for Self Portrait, 1974

 

Sono arrivato alla morfina per vie traverse. Durante la guerra la necessità di ignorare la realtà quotidiana era molto forte, anche nei paesi neutrali. Poiché tollero l’alcol in grandi quantità senza ubriacarmi, cercai un’altra sostanza e incominciai con l’etere. Ma questo veleno è sgradevole. Il suo odore penetrante è difficile da togliere, e il sapore rimane in bocca per giorni e giorni. L’etere aggredisce anche i polmoni. Durante un’infreddatura, di notte ebbi una violenta emorragia polmonare, a mezzanotte fui costretto a cercare un medico; questi mi fece un’iniezione di morfina e mi diede da bere una soluzione concentrata di acqua e sale. Ho ancora un ricordo preciso dell’effetto di quell’iniezione. D’un tratto fui perfettamente sveglio. Un’insolita sensazione di felicità, difficile da descrivere, «s’impossessò di me» (non si può dire diversamente). Anche se a quell’epoca la mia situazione economica era pessima, all’improvviso fu tutto diverso, la miseria aveva perduto ogni importanza, non c’era più, tenevo la fortuna in pugno; era come se, per fare un brutto paragone, tutto il mio corpo fosse stato un unico sorriso. Poi rimasi sveglio, fino al mattino.

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Goliarda Sapienza / Ferdinando Scianna ~ «Tutti i poliziotti sono bastardi»

 

Gerdinando Scianna, Enna 1963

Ferdinando Scianna, Venerdì santo, Enna, 1963

 

Una delle prime bugie nelle quali inciampai cadendo giù dal cavolo, fu di credere che i sette individui, maschi e femmine che dormivano, si agitavano, mangiavano, sbadigliavano sotto il nostro tetto, fossero tutti miei fratelli e sorelle; che la casa dove vivevamo fosse di nostra proprietà; che tutti mi amavano molto; che mio padre era siciliano e mia madre lombarda. La prima verità, o che mi suonò come tale, mi fu detta da mio fratello Carlo una mattina che mi spingeva in acqua dal precipizio delle scalette dell’Ògnina a nuotare: ed io avevo paura. Disse: «Noi Sapienza abbiamo imparato a nuotare prima di camminare e tu, così grande e grossa (avevo sei anni) hai paura. Sei una bastarda». Non rimasi male delle sue parole, perché Carlo aveva dei bei baffi neri e le labbra molto morbide a toccare, e me lo disse sorridendo ed accarezzandomi i capelli. Non rimasi male, ma quella parola mi diede molto da pensare e mi permise, come vedrete, di scoprire molte cose.

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«Una scrittura tra il desiderio della fine e il richiamo di un futuro possibile». Un’intervista a Barbara Balzerani

 

Tina Modotti - Lucia

Tina Modotti – Lucia

 

L’appuntamento è alla stazione dove scenderà da un treno pomeridiano. Le ultime parole che ci siamo scambiate hanno parlato della primavera ormai alle porte. «Non so chi incontrerò» mi dico sulla banchina, perché tutto è scomparso improvvisamente: storia, notizie, letture, le parole degli altri che hanno cercato di disegnare un volto. Quel volto ora è solo una riproduzione e mostra tutta la sua natura fantasticata. Scende dal treno una donna affaticata dietro due occhiali neri, ultima difesa di fronte ad un ignoto: d’altronde lei conosce ancor meno me, non sa chi l’attende e cosa l’aspetta. Ho accolto altre persone per presentazioni di libri o altro, con nessuno mi sono presentato volendolo abbracciare. Si toglie gli occhiali e non li rimetterà più, segno che il sole tenue che ha trovato in noi non le ha procurato il bisogno di schermarsi.
Parole dentro la macchina che ci porta a destinazione. Va meglio a casa quando offro un caffè e uno spuntino. La mia gatta l’adotta e le salta sulle gambe a dirle che è benvenuta. Non so cosa avverrà la sera, ma intanto avviene ciò che non avevo previsto ed è la cosa più logica che doveva avvenire. Ho affidato le letture che accompagnano la presentazione a tre donne, ognuna leggerà una parte del racconto della bisnonna, della madre, di lei stessa. A tutte ho dato un lungo estratto del libro chiedendo loro di pensare alla donna di cui dovranno leggere. Non devono interpretare, ma finiscono per essere travolte, il mare è entrato in loro. Da lì in poi Barbara si affida alle donne che mi circondano e io scivolo, com’è naturale, a parte. Guarderò, ascolterò in silenzio, così come inaspettatamente fa anche mio figlio che è nato quando Barbara era in carcere e fino a pochi giorni prima non sapeva minimamente chi lei fosse. In fondo la presentazione del libro avrebbe dovuto avere questo scopo, mettere insieme spezzoni di storia che sono sempre stati divisi, tra persone che allora non c’erano e credono che il Novecento sia un passato che non ci riguarda e persone che sono rimaste nella gabbia del proprio vissuto e della propria percezione della storia. Non c’è una verità storica se non la si forma nella condivisione di ragioni contraddittorie e non è mai relativismo culturale dare parola a chi continua ad essere schiacciato dall’ossessiva e sospetta vulgata del potere.
Avevo preparato la presentazione, un fiume di parole per circoscrivere, sottolineare le qualità letterarie più che le cronache, portare il discorso sui limiti di letture rimaste ancorate agli occhi di un allora irripetibile, avrei ricordato Benjamin e Bateson, a quale tipo di letteratura la Balzerani si lega, addirittura avrei tentato di parlare delle differenze con Luciano Banciardi e la consonanza con un Luigi di Ruscio più che con una letteratura carceraria, avrei terminato con Gramsci: “Quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall‘inizio e unire ciò che è diviso».
Ma dopo poche mie parole sono state le storie del suo libro a pretendere di spiegare se stesse. Ed è continuato anche dopo l’incontro, di nuovo a casa con la gatta sulle sue ginocchia e storie ancora più dure.
Queste domande avevo posto prima che c’incontrassimo: ora che ho conosciuto Barbara le restituisco con un forte senso della loro limitatezza.
(Francesco Gavilli)

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