Una strage ~ 18. «Vidi un fuoco che ardeva furiosamente»

 

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

 

Mentre a Castelnuovo si consumava la più tremenda delle scene (una settantina di corpi ammassati e bruciati in un’unica «orrenda pira»), il Tenente Danisch continuò la sua opera oscura di depistaggio e di colpevole compromissione, di parallela attività investigativa e meschina ricerca di un capro espiatorio. Comprendere il ruolo e la figura di questo Ufficiale, indiziato dagli Inglesi come la figura chiave dell’organizzazione della strage, non è semplice e mai sarà chiaro nella sua completezza. Presente nei giorni precedenti, sfrontatamente impassibile nelle ore delle uccisioni e «compiaciuto» del proprio operato a lavoro eseguito, non fu forse né il responsabile né tanto meno il comandante unico delle stragi: probabilmente aveva il compito di fare da tramite tra lo Stato maggiore del LXXVI Panzerkorps e la Hermann Göring, cui era stata affidata una vasta azione di «ricognizione» del territorio per dare un grosso colpo al fenomeno partigiano e distruggere gli impianti minerari. Poco importava se quel mandato sarebbe stato affrontato con spietatezza e crudeltà, come era pratica corrente per i reparti della Göring.

 

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Una strage ~ 16. Massa dei Sabbioni: «un apostolo senza paura»

 

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

 

Mentre per tutti gli altri paesi coinvolti nelle stragi del luglio 1944, non sempre le testimonianze raccolte dal Sergente Maggiore Crawley hanno fugato dubbi sulla sua ricostruzione dei fatti, per Massa dei Sabbioni, gruppo di case che si trova sulla direzione dei monti del Chianti poco sopra Castelnuovo, si ha un quadro esaustivo e molto ricco di particolari. Crawley visitò il paese il 25 settembre e il giorno successivo era a Figline per interrogare la moglie di un ucciso di Castelnuovo, sfollato a Massa e catturato nella strada che separava i due paesi; nei due giorni successivi le testimonianze di pochi civili rimasti quel giorno nelle proprie case furono sufficienti a delineare il quadro preciso di ciò che era accaduto attorno a mezzogiorno. Milena Baldi, che fu costretta a far entrare nella propria casa il manipolo di soldati che giungeva da Castelnuovo, appunterà i suoi ricordi in un diario; Giuliano Pagliazzi, cugino di Dante, uno dei due uccisi, scriverà una memoria negli anni sessanta che rimarrà insieme alle “cronache” dei parroci uno dei pochi documenti scritti rimasti sui fatti.

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«Un’invasione di campo». Risposta amorevole a Franco Arminio

 

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Quando nel 1944 i Tedeschi lasciarono il Valdarno aretino per ritirarsi prima attorno a Firenze e poi sull’Appennino, è noto che lasciarono morte e distruzione: la storia di Castelnuovo dei Sabbioni, come quella di Meleto piccolo paese vicino, è conosciuta infatti per una delle stragi di civili più efferate e tremende che costò la vita in un solo giorno a 173 uomini. Meno conosciuta, o meglio, considerata appendice di questa, fu la distruzione contemporanea del suo territorio e delle sue infrastrutture industriali, che solitamente infatti passa per una «conseguenza ineluttabile della guerra». Quel 4 luglio un ingegnere minerario, Ugo Mercante, vice direttore della Società Mineraria del Valdarno era sceso, al mattino molto presto, dalla sua casa della periferia residenziale di Castelnuovo dei Sabbioni nella zona delle miniere: aveva visto infatti molto movimento di soldati attorno alla Centrale elettrica. Convocato un altro ingegnere, assai riluttante, si diresse verso i soldati chiaramente intenzionati a far saltare quello che già allora dava lavoro a migliaia di persone.

Ugo Mercante, trentacinquenne campano nato a S. Maria Capua Vetere, nel dopoguerra divenne un personaggio quasi “mitologico” tra gli operai e i tecnici delle miniere e dei reparti elettrici, così come lo fu per i concittadini castelnuovesi. L’ingegnere infatti aveva contrattato con i soldati il quantitativo di esplosivo che i genieri della Hermann Göring stavano piazzando nei forni delle locomotive e delle caldaie, per cercare di avere minori danni e quindi poter ripristinare gli impianti nel più breve tempo possibile. I tedeschi dopo che ebbero fatto la loro strage (74 morti nel solo paese di Castelnuovo, di cui 68 bruciati tutti insieme in un’unica catasta) minarono anche le strade e i ponti che dovevano essere fatti saltare poco prima l’arrivo ormai imminente degli Alleati. Ugo Mercante da solo, con la protezione dei Partigiani che coprivano la sua azione di sabotaggio, tolse nei giorni successivi tutte le micce agli esplosivi e impedì, oltre quanto non avessero già fatto i soldati tedeschi, ulteriori distruzioni.

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Una strage ~ 15. Castelnuovo dei Sabbioni: le catture (seconda parte)

 

 

Armando Pizzinato, Bracciante ucciso, 1949

Armando Pizzinato, Bracciante ucciso, 1949

 

 

Ricostruire la vicenda di Castelnuovo presenta difficoltà maggiori rispetto a Meleto, Massa dei Sabbioni e le stesse Le Màtole. Chi visita oggi questi ultimi abitati, nonostante siano trascorsi settanta anni, può “vedere” ancora la scena dell’eccidio: la struttura topografica dei paesi infatti è rimasta inalterata. Diversa è invece la situazione di Castelnuovo dei Sabbioni. Il paese non esiste più, se non nelle rovine delle case abbandonate negli anni 70 a causa dell’attività estrattiva delle miniere. Di per sé Castelnuovo era un intrico di vie che salivano attorno alle case verso la chiesa, posta nell’apice del piccolo colle: vi si giungeva dal basso, dalla strada che proveniva da San Giovanni attraverso Santa Barbara e proseguiva verso Cavriglia per una vecchia strada o, entrando fino a metà del paese, attraverso quella che si chiamava Via Nuova. La parte alta del paese era di per sé una trappola, da cui si poteva uscire scendendo verso quelle strade o entrando nella campagna che saliva verso i boschi oppure gettandosi in un dirupo che costeggiava il retro del paese. L’erta collina di Castelnuovo sta dirimpetto ad un’altra collinetta, un po’ più rialzata, San Michele in Colle, da dove alcuni testimoni poterono vedere, con la vista oscurata in parte dalle piante, le uccisioni in piazza IV Novembre. Nei pressi vi erano degli edifici residenziali di architettura fascista che erano le abitazioni del ceto dirigente della Società mineraria. Tra i due colli vi era un dirupo con una piccola diga in basso ad uso della centrale delle miniere: alcuni uomini tentarono di salvarsi gettandosi in basso, alcuni furono uccisi dall’alto, altri scamparono miracolosamente.
Nel capitolo precedente abbiamo trattato le catture dei civili catturati nella parte bassa del paese che vennero trattenuti per un piccolo lasso di tempo a ridosso del paese vecchio per poi essere condotti nella piazza sottostante la chiesa e lì uccisi. Abbiamo ipotizzato che non fu un numero prestabilito di uccisioni ad aver dettato la modalità di strage (questa “gentilezza ragionieristica” era d’altronde insignificante per i tedeschi e superata dall’imbarbarimento della guerra ai civili nell’avvicinarsi del fronte), quanto l’esigenza operativo militare stessa: se i Tedeschi avessero attuato la modalità usata a Civitella, con uccisioni diffuse e quasi casa per casa, la strage avrebbe avuto un bilancio impressionante. L’obiettivo militare tedesco comprendeva anche la distruzione delle miniere, della Centrale elettrica e del paese stesso: l’azione quindi era articolata e presupponeva una gestione complessa con un dispiegamento di forze notevole (Alarmkompanie, reparto di genieri, Feldgendarmerie e sicuramente piccole compagnie di artiglieri e granatieri). Al confronto l’operazione di Meleto fu poco più che un rastrellamento. Tuttavia, la strage di Castelnuovo (minore nel numero degli uccisi in piazza e nei dintorni rispetto a Meleto) ebbe una terrificante coda: i 68 uccisi nella piazza IV Novembre furono infatti bruciati in quella che il Sergente Maggiore Crawley chiamò un’unica e «orrenda funebre pira», il cui fuoco per tutta la giornata dovette essere alimentato di continuo con mobili e legname preso dalle case.

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Una strage ~ 14. Castelnuovo dei Sabbioni: le catture (prima parte)

 

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Il succinto racconto del Sergente Maggiore Crawley non rende sicuramente giustizia dei fatti specifici di Castelnuovo. Quello che si evince dalle testimonianze è meno ricco di quello di Meleto, San Martino e anche Massa, nonostante il numero delle vittime fosse molto alto e l’importanza del paese fosse più grande degli altri. Il motivo di tale limitatezza è dovuto prima di tutto al fatto che l’indagine iniziò proprio da lì, quando la macchina dell’Inchiesta non era ben rodata e forse una certa reciproca diffidenza provocò un’omogeneità di risposte con poca ricchezza di particolari. I motivi tuttavia furono anche altri dovuti molto probabilmente a fattori propri della situazione di Castelnuovo. La conformazione del paese assai più particolare e ricca degli altri abitati nati e sviluppati attorno ad attività agricole, poteva far convogliare il racconto verso gli eventi dominanti, in altre parole la cattura, il concentramento nella piazza e l’orrenda funebre pira, come la chiamò Crawley. La dinamica dell’azione militare, inoltre, altrove molto semplice, qui si rendeva più articolata per l’estensione del paese dalle parti più prossime alla zona mineraria con gruppi di abitazioni più dimesse (la Dispensa) a una via centrale che portava alla parte alta in un susseguirsi di tornanti e vie circolari fino alla piazza IV novembre e alla Chiesa. Se i Tedeschi attuarono la stessa tecnica di accerchiamento effettuata a Meleto, arrivando d’improvviso e da più parti, qui dovettero presidiare con più forze l’abitato e molto probabilmente trovarono anche difficoltà oggettive a compiere una strage ancora più efferata: credo che la scelta di procurare un’uccisione collettiva paradossalmente abbia impedito un eccidio ancora più sanguinoso. L’ordine di esecuzione, se fosse stato del tipo eseguito a Civitella della Chiana o a Sant’Anna di Stazzema, avrebbe infatti provocato una strage enorme: ecco perché Meleto, paese molto più piccolo, ebbe più vittime di Castelnuovo. Questo è dunque, per noi, il motivo per cui un gruppo altrettanto nutrito di persone, fatto prigioniero alla Dispensa e poi indirizzato verso la piazza del paese, sia stato improvvisamente rimandato via. Tale decisione fu interpretata nel corso degli anni successivi come se si fosse raggiunto un numero di civili stabilito sulla base alle uccisioni da parte partigiana dei Tedeschi dei mesi antecedenti: la spietata ragioneria teutonica avrebbe stabilito che i circa 70-80 uomini uccisi fossero sufficienti a vendicare i soldati uccisi. Apparve anche una strage di classe, seppure di segno rovesciato, dal momento che furono catturati nella parte alta e ai Villini personale qualificato della Mineraria, il medico, il marito della farmacista mentre parte del ceto operaio e più povero de La Dispensa si salvò.
            Se questi e altri motivi possono motivare la povertà drammatica dei racconti, e addirittura in alcuni casi la loro superficiale imprecisione, è anche vero che, alla luce delle ricostruzioni effettuate in seguito, i fatti salienti che caratterizzano la strage di Castelnuovo sono in realtà tutti tracciati nell’Inchiesta di Crawley. Se i fatti della Dispensa non trovano risonanza nelle testimonianze, altri eventi, che torneranno come tipiche forme di racconti epici, sono assunti come prove testimoniali significative: il salvataggio di Dario Ussi e Aldo Dini nella diga sottostante la Piazza IV novembre, il gesto eroico del parroco Don Ferrante Bagiardi, il marito della farmacista che rinuncia alla fuga per riportare un medicinale proprio al tedesco che l’ha catturato, il “permesso” concesso a una donna di partecipare all’esecuzione da un muro sovrastante la piazza, il divieto (frutto di paura o reale pericolo) del seppellimento dei cadaveri che rimasero per un’intera settimana a decomporsi nel luogo dell’uccisione. Dobbiamo dire che quando Emilio Polverini e Dante Priore raccolsero nel loro libro, nel 1994, alcune testimonianze sui fatti successi attorno al 4 luglio, per quanto riguarda Castelnuovo non disegnarono un quadro molto diverso: i racconti erano certamente più partecipati delle asciutte testimonianze rese a Crawley, ma anche lì alcune ricostruzioni sono contrastanti e incerte e diverse ipotesi risultano non verificate. Sicuramente, a differenza delle testimonianze di Meleto e San Martino, già più particolareggiate, è solo in PMNSC che i sopravvissuti di Castelnuovo indicano particolari interessanti e inediti, ma solo nel quadro delineato complessivamente da Crawley nel suo Report questi trovano spiegazione. Altri fatti (ad es., il Tedesco ucciso perché si rifiuta di uccidere e il numero degli uccisi derivante dalla moltiplicazione di un coefficiente per il numero dei soldati ammazzati dai Partigiani) non trovano invece conferma in PRO.

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