Steve Lacy

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*Steven Norman Lackritz ovvero Steve Lacy (23 luglio 1934, New York City – 4 giugno 2004, Boston)

Uno dei più grandi sassofonisti soprano di tutti i tempi, definiva la sua attività come «la combinazione di oratore, cantante, ballerino, diplomatico, poeta, dialettico, matematico, atleta, animatore, educatore, studente, comico, artista, seduttore, in poche parole un bravo ragazzo».

 

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Irene Schweizer

 

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Che ci fa una svizzera nella musica improvvisata, irriverente, anticonvenzionale e meno schematica qual è il free? Eppure il suo pianismo percussivo riflette uno dei punti più alti della concezione europea del jazz, tanto lontano dalla sofferente e rabbiosa dimensione ribellistica afroamericana quanto da quella gioiosa, naturale ed energizzante africana e caratterizzato al contrario da un rigore formale estremo, poco “libero” nella sua apparenza e legato alla ripetizioni di frasi nevrotiche e all’uso di timbri scuri e profondi. La Schweizer trova nei duo con batteristi la sua migliore espressione, dimostrando una rara capacità di far emergere le caratteristiche più melodiche ai partner drummers, “sostituendo” spesso il piano alla batteria. Pierre Favre, Andrew Cyrille, Ian Bennink e Louis Moholo sono alcune delle collaborazioni più famose che restituiscono tutte un’energia e una vitalità sorprendenti.

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Mary Lou Williams

 

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Mary Lou Williams (8 maggio 1910, Atlanta, Georgia – 28 maggio 1981, Durham, North Carolina).

Duke Ellington la chiamò «perennemente contemporanea» e ne diede il miglior ritratto, mentre lei, cercando di porsi in un luogo più avanzato del sentire comune, voleva essere «uno specchio che mostra ciò che accadrà dopo». Contemporaneità, avanguardia e tradizione sono i tre poli problematici della sua personalità che tuttavia non si mettono a fuoco senza contraddizione e la cui forza mai fu percepita a pieno nel suo tempo.

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Cecil Taylor

 

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Solitamente quando si parla di Cecil Taylor (29 marzo 1929, Long Island, NY) si sottintende che la sua musica non sia per tutti, come se la “difficoltà” di adesione empatica al suo linguaggio dovesse richiedere una competenza particolare o, peggio, un “ideologico e cieco” entusiasmo ad un radicalismo musicale di principio. Se così fosse la musica romantica, ad esempio, avrebbe sempre la meglio sulla musica barocca, così come quella colta sarebbe alla lunga solo più “difficile” di quella pop. In realtà Cecil Taylor va ascoltato come Cecil Taylor e non come uno dei tanti musicisti jazz, anche perché il pianista newyorchese ha unito in modo sorprendente fin da subito esuberanza (l’aspetto performativo) con l’atonalità (l’aspetto esecutivo in senso stretto). “Improvvisatore jazz” per antonomasia, era il più avanzato nella metà degli anni ’50 e dopo sessanta anni è ancora il più radicale. Nel suo intenso approccio percussivo atonale (si è detto che tratta il suo piano come fosse un set di tamburi), il suo stile è in tal modo “fisico”, con performances lunghe e frenetiche che richiedono un’energia ai limiti della tollerabilità, e al tempo stesso “cacofonico” per i suoi caratteristici grappoli (clusters) di toni, i suoi attacchi percussivi e le sue poliritmie irregolari. La sua improvvisazione così sembra poter essere virtualmente pensata all’infinito proprio mentre è percepita sempre uguale a se stessa.

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