Una strage ~ 18. «Vidi un fuoco che ardeva furiosamente»

 

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

 

Mentre a Castelnuovo si consumava la più tremenda delle scene (una settantina di corpi ammassati e bruciati in un’unica «orrenda pira»), il Tenente Danisch continuò la sua opera oscura di depistaggio e di colpevole compromissione, di parallela attività investigativa e meschina ricerca di un capro espiatorio. Comprendere il ruolo e la figura di questo Ufficiale, indiziato dagli Inglesi come la figura chiave dell’organizzazione della strage, non è semplice e mai sarà chiaro nella sua completezza. Presente nei giorni precedenti, sfrontatamente impassibile nelle ore delle uccisioni e «compiaciuto» del proprio operato a lavoro eseguito, non fu forse né il responsabile né tanto meno il comandante unico delle stragi: probabilmente aveva il compito di fare da tramite tra lo Stato maggiore del LXXVI Panzerkorps e la Hermann Göring, cui era stata affidata una vasta azione di «ricognizione» del territorio per dare un grosso colpo al fenomeno partigiano e distruggere gli impianti minerari. Poco importava se quel mandato sarebbe stato affrontato con spietatezza e crudeltà, come era pratica corrente per i reparti della Göring.

 

Continua a leggere

Una strage ~ 6. I reparti della Göring

 

Le unità militari coinvolte nelle stragi furono diverse: prima di tutto i reparti della Hermann Göring che avrebbero eseguito le uccisioni: da un reparto specializzato con funzioni specificatamente antipartigiane, forse l’Alarmkompanie Vesuv, guidata dal Tenente Wolf e facente capo a un Comando presso Bagno a Ripoli ai reparti del Genio militare che, nello stesso tempo in cui si predisponeva la strage, prepararono e poi attuarono la distruzione delle infrastrutture della Miniera; dalla Compagnia di Polizia militare (Feldgendarmerie Trupp 476) alla Wachkompanie del Tenente Danisch che svolsero compiti di “preparazione” del territorio e di collegamento con gli alti Comandi del LXXVI Panzerkorps. Nel territorio inoltre erano presenti anche la XI Panzer Grenadier HG, la I Divisione dei paracadutisti e la 334a Divisione di fanteria. Se un’evidente unica mente di comando preordinatrice abbia dato un’interpretazione drastica del cosiddetto “sistema degli ordini” o abbia attuato un’azione di “contromisura” (Gegenmassnahme) su vasta scala comprendente un’area che dalla Val di Chiana giungeva al Valdarno a ridosso dei Monti del Chianti, entrambe le ipotesi, seppure probabili, rimarranno sempre incerte. Comunque sia, questo variegato e complesso schieramento di forze con un’azione preordinata ad alti livelli di comando ci interroga sulla “natura” della strage, mentre, dopo decenni di dibattito sul perché i Tedeschi attuarono la rappresaglia, dovremmo provare a spostare il nostro sguardo dalla «risposta» all’attività partigiana alla necessità militare di «stazionamento» di una parte sostanziale della Divisione in un territorio particolarmente pericoloso in attesa che questa fosse inviata ad una destinazione più idonea alle sue competenze tattico militari. La Hermann Göring fu ricomposta durante la ritirata nel Valdarno in vista di una sua sostanziale ridefinizione operativa e del suo trasloco sul fronte orientale. L’idea comunemente accettata che la Hermann Göring colpì per poi dileguarsi nel nulla, in realtà pare essere errata, perché le stragi servirono al contrario ad una sua, seppur breve, permanenza nel territorio, senza neppure il “beneficio” di dover costruire una linea di resistenza all’avanzata degli Alleati.

 

La “natura” della strage

 

Roma, 23 marzo 1944

Roma, 23 marzo 1944

 

Se seguiamo l’efficace «serie di “tipologie”» di strage elaborata da Gianluca Fulvetti, quello che avvenne nel territorio di Cavriglia ci appare in realtà come una complessa ed estesa azione, che sarà difficile ridurre a un unico «modello di esercizio della violenza» (Fulvetti 2006: 20 sgg). Fulvetti individua alcune tipologie di strage nel contesto della guerra ai civili in Toscana inserendole in un quadro di evoluzione complessiva dell’occupazione tedesca. In tal modo, le differenzazioni “qualitative” del multiforme fenomeno vengono a essere messe in relazione sia ai mutamenti della situazione strategica militare del biennio 1943-44 sia alla rappresentazione storica che diamo del fenomeno stesso. Queste tipologizzazioni hanno, infatti, la loro efficacia se fanno riferimento a una cornice storica in cui inserire le varie azioni: “politica del massacro”, “guerra ai civili” (Pezzino e Battini), “vendetta tedesca” (Schreiber), “rappresaglia” automatica con proporzione numerica a uccisioni effettuate dai Partigiani. In generale, esse aiutano a farci comprendere come la complessità del fenomeno stragista renda «del tutto irriducibile la sua rappresentazione storica a categorie generiche e fuorvianti, quali quelle della “inevitabilità” o di una presunta “casualità” del coinvolgimento della popolazione nella violenza del conflitto, o addirittura metastoriche quali la presunta “diabolica perfidia” germanica». Fulvetti elenca sei tipologie di massacri inseriti in una “cronografia” di sette fasi storiche dal settembre 1943 all’aprile del 1945: rappresaglia, come risposta a un’azione armata di Partigiani o civili, rastrellamento antipartigiano, massacri commessi nel corso della ritirata, operazioni di ripulitura e desertificazione, massacri di stampo razziale e massacri eliminazionisti con lo sterminio di intere comunità o interi gruppi di uomini arrestati.

Per quanto riguarda la periodizzazione storica ricorderemo solamente che le stragi dell’alto Valdarno corrisponderebbero a un primo tempo di ritirata tedesca, dall’inizio di giugno alla fine di luglio 1944, sino alla stabilizzazione del fronte lungo l’Arno. Secondo lo storico, questo gruppo di massacri, insieme a quelli di Civitella, Cornia e San Pancrazio, va a colpire una zona strategica, «schiacciata tra il fronte e l’Arezzo Linie, e quindi attraversata dai convogli dei rifornimenti alle truppe e dalle unità che stanno approntando la linea difensiva» (2006: 43), in un quadro di radicalizzazione dell’azione repressiva, a seguito della cattura da parte della Brigata Partigiana Pio Borri del colonnello von Gablentz, responsabile del Korüch 594. Tuttavia, stante questo quadro di riferimento strategico, in un certo qual modo le tipologie proposte non riescono del tutto a classificare in senso stretto le stragi di Meleto e Castelnuovo.

Fu essa una rappresaglia? È evidente che senza la presenza partigiana l’esplodere della furia stragista assumerebbe il carattere di un astratto e cieco esercizio di violenza, ma contemporaneamente va detto che i Tedeschi non resero esplicita in modo chiaro la causa scatenante, come avevano fatto ad esempio a seguito dell’attentato di via Rasella, e d’altronde non vi era stata nel territorio di Cavriglia “a ridosso” un’azione partigiana contro questi reparti, come nel caso di Civitella. Quest’ultima considerazione rende ancor più problematica la determinazione della natura della strage, perché se Civitella e Cavriglia fecero parte di un’unica azione repressiva in un caso la Göring avrebbe risposto ad un’azione partigiana proprio nei loro confronti mentre nell’altro avrebbe agito per attività recenti in generale, servendosi quindi in un caso di un «pretesto» e applicando nell’altro una «vendetta ritardata». Anche pensando ad una presunta percezione amplificata della pericolosità dei ribelli da parte tedesca, la conoscenza nella contemporaneità dell’evento da parte della popolazione di azioni partigiane concluse con uccisioni rimase alla fine frammentaria e assai vaga, oltreché espressa sempre con molta cautela.[1] Quello che si riteneva “grave e passibile di rappresaglia” non è, ad esempio, uniformemente vissuto dalla popolazione: a Meleto si citano degli episodi che a Castelnuovo a malapena si conosce e viceversa quello che si ritiene fatale per Castelnuovo, ossia la cattura nel paese di due tedeschi della Luftwaffe giunti da Siena con un castelnuovese arruolato nell’Esercito Repubblichino, è vissuto con estraneità dalla popolazione meletana. La percezione della gravità degli episodi accaduti sembra nascere, infatti, più dalla successiva reazione tedesca che dalla consapevolezza della reale importanza di un gesto: alcuni testimoni affermano che «evidentemente qualcosa di grosso doveva essere stato fatto», dove si dimostra che la causa è vista in ciò che non è conosciuto e non in un palese evento scatenante. Significativamente gli Inglesi, a differenza della popolazione locale, mostrarono poco interesse a individuare un evento primario, perché legavano i fatti all’attività e alla presenza partigiana tout court. Così si accontentarono senza alcuna verifica del resoconto, forse parziale e magari anche reticente, che il comandante della “Chiatti” fece del proprio operato, ma resta difficile pensare che sia un episodio conosciuto solo dai Tedeschi e dai Partigiani a darci la ragione della strage.[2]

I Tedeschi, come si è detto, “giustificarono” le loro azioni in modo del tutto generico e per di più non univoco: infatti, ora si afferma che il motivo è perché è stato ucciso «un camerata»,[3] ora perché «i Partigiani avevano distrutto parecchi importanti ponti nella zona».[4] Nel primo caso, pronunciato da un semplice soldato, si presuppone una reazione sulla base della vendetta; nel secondo caso, invece, la rivendicazione di un Ufficiale sembra porre in primo piano la necessità che le truppe non avessero impedimenti alla propria mobilità. In realtà possiamo solo supporre quale fosse la percezione tedesca dell’attività partigiana di quei giorni e le domande allargano gli scenari piuttosto che restringerli a un evento scatenante. Infatti se la progettazione dell’operazione repressiva copriva un territorio assai vasto dalla Val di Chiana al Valdarno lambendo la Val d’Ambra, l’azione di ritorsione a Cavriglia poteva paradossalmente anche essere stata “provocata” proprio da quanto avvenuto a Civitella. D’altronde quale poteva essere la distanza temporale ragionevole della risposta tedesca all’attività partigiana? Maggiore è l’intervallo e minore è la sua efficacia militare, perché la formazione partigiana o la popolazione connivente può abbandonare quel luogo e la rappresaglia perde il suo scopo “educativo” per trasformarsi in cieca vendetta. Inoltre la percezione del territorio da un punto di vista militare non corrisponde alla percezione di chi vi viveva. È vero piuttosto che questo territorio soggetto a un’imprevedibile guerriglia partigiana è molto vasto e i Tedeschi nella fase di ritirata, non potendo o volendo combattere i ribelli nelle loro postazioni, preferirono colpire i paesi a cui quelli facevano riferimento.

A dire il vero non si può parlare nemmeno di rastrellamento antipartigiano. Sul piano dell’enunciazione i Tedeschi vollero far credere o erano convinti di aver ucciso dei «Partigiani» e non solo dei fiancheggiatori. Se ovunque tutta la popolazione sembra vissuta come complice dei Partigiani, a Maria Corsi che il giorno stesso chiede notizie al Tenente Danisch del proprio marito, questi risponde che «parecchi prigionieri erano stati fucilati poiché erano Partigiani», così come il 6 luglio un Tenente della HG aveva spiegato a un abitante di Santa Barbara che «presso la Direzione del Comando tedesco in San Giovanni (…) due Fascisti italiani avevano passato all’Ufficiale Comandante un’informazione in base alla quale quei paesi erano pieni di Partigiani» e che quello era il motivo delle stragi.[5] Tuttavia se vi può essere uno scarto tra l’enunciazione e la reale convinzione che i paesi siano stati veramente «pieni di Partigiani», la modalità militare di rastrellamento antipartigiano è riferibile propriamente solo alle operazioni che vanno dall’8 all’11 luglio contro la Compagnia Chiatti e la coda delle uccisioni de Le Màtole, mentre il 4 luglio i Tedeschi si guardarono bene dall’essere coinvolti in uno scontro con i Partigiani, sebbene fossero giunti consapevolmente a poche centinaia di metri da loro.

Ovviamente furono massacri commessi nel corso della ritirata e determinarono una ripulitura e desertificazione del territorio, resa fortemente dalla definizione di «mondo morto» che ne diede Emilio Polverini o dalla descrizione del silenzio irreale di tutta questa «zona nera» fatta dagli uomini di Chiesa che vi transitarono il 9 luglio. Questo a quindici giorni di distanza dalla Liberazione permise ai Tedeschi di stazionare nella zona fino alla metà di luglio senza essere attaccati dai Partigiani e sicuramente fu utile se non tutto funzionale al transito di truppe in ritirata, ma non risulta che sia servito ad approntare una linea di rallentamento dell’avanzata alleata.[6] Infine, mentre non fu evidentemente un massacro di stampo razziale, la sommaria determinazione del numero dei civili, senza distinzioni di età, condizioni di salute e fede politica fece assumere alla strage anche caratteristiche assai vicine a un massacro eliminazionista.

Alla fine, se ogni quadro di riferimento storico trova la sua giustificazione nei presupposti che ogni studioso si dà, la tipologia non può essere rigidamente applicata. Non si tratta di individuare un unico movente che permetta di spiegare qualsiasi comportamento (dal comando impartito fuori il teatro di strage fino all’atto della fucilazione): lo stragismo è, infatti, di per sé un fenomeno assai complesso che non si riduce a una lettura unicamente militare, ma richiede una pluralità di comportamenti con diversi livelli di responsabilità e di motivazioni indotte. Ciò che il Comandante, percepito dalla popolazione di un paese come ultimo referente della piramide dei comandi, dichiara nel momento del rastrellamento non è necessariamente la reale motivazione di un’estesa azione militare. Al tempo stesso la messa in atto di quella medesima azione può trovare esiti imprevisti e modalità apparentemente illogiche che producono ipotesi interpretative contrastanti (è il caso, ad esempio, della vicenda di San Martino in Pianfranzese o l’esclusione dalle fucilazioni di ostaggi e la morte risparmiata a isolate persone).

 

Linee immaginarie

 

Nelle conclusioni del Report inglese il racconto delle stragi sembra trovare la sua coerenza narrativa nella congiunzione tra le forze che giungono a Montegonzi di Cavriglia e quelle che si ricompongono a Santa Barbara. Se la linea che a nord attraversa la parte avanzata dell’operazione da San Giovanni Valdarno a Castelnuovo sarà occupata dallo staff di comando del LXXVI Panzerkorps, con la Feldgendarmerie e la Wachkompanie di Danisch, e dalla I Divisione Paracadutisti del Generale Heidrich, la linea che da Montevarchi a Cavriglia delimita a sud la zona troverà disposti i reparti della Hermann Göring. Ovviamente stiamo parlando di disposizioni tattiche non necessariamente legate all’attuazione degli eccidi: anche se le stragi dovevano essere già state decise, il motivo del loro arrivo non era unicamente questo. Come vedremo le operazioni avvengono contro paesi relativamente piccoli e facilmente accerchiabili; lo stesso Castelnuovo, il paese più grande e disposto in modo assai tortuoso con molteplici possibilità di fuga, non comportò alla fine particolari difficoltà. Sicuramente questa linea meridionale ebbe il vantaggio per i Tedeschi di mantenere una certa distanza e invisibilità. A differenza di San Cipriano e Santa Barbara, che erano nel cuore della zona di operazione, Montegonzi e Moncioni, e la stessa Cavriglia, sono infatti percepite come lontane dalla zona mineraria e le truppe vi giunsero ancor più a ridosso degli eventi, dall’1 al 3 di luglio, dimostrando un’efficiente rapidità di impiego. Così, se a San Cipriano e a Terranuova ci siamo trovati di fronte al lavoro di raccolta delle informazioni, qui siamo nel territorio delle decisioni già prese dove alla risolutezza del comportamento si deve accompagnare l’efferatezza del’esecuzione. Le truppe hanno ormai i compiti già affidati e, poiché provengono dalle zone della Val di Chiana, il livello di tensione e stress emotivo doveva essere molto alto, perché non vi è un decisionismo cieco e meccanico e qualsiasi atto omicida deve essere di nuovo motivato e “gratificato”.

Gli Inglesi rilevarono anche qui la presenza di alti gradi dell’esercito ma non arrivarono invece al comando divisionale della Hermann Göring, che forse si trovava ancora nella Tenuta Lupinari a San Leolino di Bucine, mentre si concentrarono su Bagno a Ripoli come mente operativa di tutta l’azione. Anche la testimonianza su «un Comando» a San Giovanni che avrebbe ricevuto la soffiata di Fascisti locali, non portò a elementi d’indagine più precisi. S’indagò, senza grandi risultati a dire il vero, su Cavriglia, dove era giunto un numero cospicuo di soldati – tra i 300 e i 500 – ritenuti appartenere all’Artillerie e su una compagnia che contemporaneamente arrivò nel vicino paese di Montegonzi, composta da un altro centinaio di soldati; con il Report supplementare fu rilevata la presenza dei Grenadier senza tuttavia trovar loro un ruolo preciso nelle stragi. Le responsabilità della Hermann Göring sono sicuramente palesi dal momento che diversi testimoni videro l’inequivocabile scritta sulle maniche di molti soldati, ma resta difficile sapere se le forze individuate dagli Inglesi siano state le uniche e quali fossero le specifiche compagnie.

Abbiamo già visto che l’Unità antipartigiana di Terranuova, con un’altra settantina di uomini, si “autodenunciò” attraverso la spavalda ammissione del soldato Groner, ma crediamo che la sua principale attività antipartigiana ne abbia “esaltato” il ruolo oltremisura. Infatti, il compito del tenente Wolf difficilmente può essere considerato come quello di “primo” Comandante di tutta l’operazione, nonostante possa essere stata la sua compagnia ad attuare durante la strage un rastrellamento da Castelnuovo fino a San Martino passando per Massa con modalità tipiche dell’azione antipartigiana. Ora se l’Unità di Wolf era l’Alarmkompanie Vesuv e il Maggiore di Montegonzi il Maggiore Rahls, si può anche ipotizzare con Gentile che tutta l’operazione fosse a carico delle Nachschub-Truppen Hermann Göring, con le altre forze di supporto. Questa ipotesi, che chiude il cerchio delle responsabilità di comando ed esecutive, spesso per essere dimostrata ha comportato alcuni passaggi un po’ forzati, come quello che il nome del Maggiore di Montegonzi fosse la storpiatura di quello di Rahls (Gentile e poi Boni) o che a Santa Barbara Seiler-Rahls e Wolf siano riconosciuti insieme (Crawley).

 

Un Colonnello aristocratico

8308582524_9839d0a801

Attorno a giovedì 29 o venerdì 30 di giugno, un Tenente tedesco si presentò a Cavriglia presso la tenuta di villa Bonarotti per preparare l’alloggio a un Colonnello che da lì a poco sarebbe giunto per quella che, disse, sarebbe stata «una breve permanenza». Il Colonnello, infatti, arrivò la domenica su una Mercedes berlina accompagnato dal suo attendente, l’autista e da una signorina italiana. Le testimonianze della proprietaria della Villa e del tecnico agricolo che curava gli affari della donna non rivelarono niente che potesse aiutare a capire la vicenda della strage. Del numeroso gruppo di soldati che occupò l’intero paese di Cavriglia d’altronde non abbiamo molte altre notizie. Vittorio Migliorini, costretto a ospitare quel Tenente, affermò solo che «circa duecento soldati arrivarono con parecchi camion».[7] La proprietaria Maria Allegri dal canto suo parve colpita più che altro dalla presenza della «Signorina italiana». Inoltre, quando il Colonnello se ne andò verso Reggello il 15 luglio e le lasciò il proprio indirizzo, andato poi perduto, rilevò che «non pagò niente per l’alloggio o per il cibo che aveva consumato e neppure dette alcun documento scritto a questo scopo». Seppe dalla Signorina che erano giunti da Cortona, ma oltre a ciò non era in grado neppure di sapere a quale Divisione appartenessero il Colonnello e gli Ufficiali che si riunivano quotidianamente nella sua casa, sebbene «la gente del paese [dicesse] che tutti i soldati che erano qui dislocati avevano l’insegna Hermann Göring scritta sulle ma­niche delle loro giacche».[8] Il tecnico agrario Bruno Sportellini, a sua volta, parlò di «500 uomini di truppa» e diede una descrizione del Colonnello che dietro la riservatezza e il privilegio del grado militare ne rivelava la figura aristocratica.

Provo a darvi una descrizione del Colonnello: da cinquantacinque a sessanta anni di età, alto m. 1,75 circa, corporatura media, capelli grigi e radi sulla sommità, pettinati all’indietro, occhi grigi scuri, carnagione chiara, sopracciglia marcate, cicatrice appena visibile sulla mascella destra, portava occhiali per scrivere, anello d’oro con rubino al terzo dito della mano destra. Era molto riservato. In quel periodo indossava una camicia kaki, calzoni grigioverdi e stivaloni, soprabito grigioverde con treccia d’argento sulle spalline. Sul lato sinistro del petto portava aquila e svastica. In parecchie occasioni udii la donna italiana fare riferimento al Tenente menzionandolo col nome di Kronowetter; ho supposto che questo fosse il suo nome. Durante il periodo di permanenza del Colonnello, arrivarono nella località 500 uomini di truppa, molti dei quali portavano le insegne Hermann Göring sulle maniche delle loro casacche e credo proprio siano stati sotto il comando del Colonnello. Altri Ufficiali erano soliti venire a colloquio con lui e tutti sembravano essere suoi subalterni. In un’occasione osservai le carte che essi stavano esaminando e mi sembrarono che fossero ubicazioni di postazioni di artiglieria, per questo presumo che egli fosse un Ufficiale di artiglieria. In un’altra occasione, mentre conversavo con il suo autista, chiesi il nome del Colonnello: l’autista mi fornì un nome che io intesi come Paul.[9]

Si deve pensare che il Sergente Maggiore Crawley non trasse grandi indicazioni su queste truppe dalle testimonianze di Cavriglia, tantoché alla fine dell’Inchiesta non inserì né il Colonnello né il Tenente “Kronowetter” tra i sospettati criminali di guerra.

 

Come si pronuncia Seiler?

 

Castello di Montegonzi

Castello di Montegonzi

 

La compagnia di soldati che nello stesso giorno giunse a Montegonzi sotto il comando del Maggiore Seiler, è generalmente ritenuta la principale responsabile degli eccidi. Indizi a suo carico sono solitamente considerate la ripetuta rivendicazione della strage di Civitella da parte del Maggiore per l’attività partigiana rivolta contro «i suoi soldati» e il fatto che la sera stessa del 4 luglio un soldato della stessa compagnia avesse dato spiegazione a una donna del posto sui motivi per cui erano stati uccisi molti uomini a Meleto. Inoltre una parte di questa compagnia aveva lasciato il paese la sera del 3 luglio facendo ritorno la sera successiva. Tanta evidenza tuttavia non rende la ricostruzione del tutto chiara. È possibile che il Maggiore sia stato il Comandante di tutta l’operazione stragista? E perché le forze utilizzate furono prelevate da reparti diversi, quando la stessa compagnia del Maggiore insieme all’Alarmkompanie aveva già a disposizione uomini sufficienti? Infine, tutte queste forze si riunirono in una sola località?

Lo storico Gentile, ritenendo primario in tutte le stragi del Valdarno e della Valdichiana il ruolo dei reparti delle Nachschub-Truppen HG, sulla base di una logica puramente consequenziale, in una prima stesura della sua ricerca aveva ipotizzato che il Maggiore Seiler fosse in realtà Günther Rahls, Comandante di tutte le truppe dei rifornimenti che dalla metà di giugno si trovava a Bagno a Ripoli (1998: 35).[10] Non c’è dubbio che il ripiegamento nell’arco di pochissimi giorni di gran parte della Hermann Göring che dalla Val di Chiana andò a posizionarsi tra Montevarchi e Cavriglia (Artillerie, Grenadier, Flak, Pionieren e altri), è una prova del coinvolgimento dell’intera Divisione nell’operazione Seidenraupe, mentre un forte indizio a carico della Compagnia comandata da questo Maggiore sta proprio nella sua mobilità, essendo l’unica a lasciare il territorio di Cavriglia l’indomani della strage, come se quella fosse proprio la sua missione specifica. Tuttavia che questa Compagnia abbia fatto parte del Nachschub-Trupp e che abbia coordinato più reparti, così come l’ipotesi che Seiler fosse Rahls, rimangono tutte supposizioni. Mentre entrambe le Inchieste su Civitella e Cavriglia portarono all’individuazione della responsabilità di molti reparti dell’intera Divisione, confermando l’unitarietà del disegno nelle due stragi, non può essere la sola presenza dell’Alarmkompanie Vesuv in ambedue località a dare alle Nachschub-Truppen un ruolo centrale né una pronuncia scorretta a trasformare Seiler in Rahls. A Civitella né un Maggiore Seiler né lo stesso Rahls furono identificati, mentre altri Ufficiali, soprattutto il capitano Heinz Barz della Feldgendarmerie-Trupp 1000, emersero come i principali responsabili. A sua volta nell’Inchiesta di Cavriglia Rahls comparve quasi causalmente a Bagno a Ripoli, ma non fu neppure segnalato come sospetto criminale.[11] Da un’altra parte, se tracce del comando divisionale della Hermann Göring si hanno per Civitella, nelle persone del Maggiore Werner Grün e del sottotenente Otto Moldenhauer, queste sono invece assenti per il Valdarno: nell’ipotesi Seiler-Rahls, questo Maggiore avrebbe così mantenuto a Civitella un profilo di invisibilità mentre a Cavriglia avrebbe camuffato la propria identità.[12]

Gentile aveva supposto che Seiler fosse il Maggiore Rahls «vista la configurazione dell’unità, il riferimento a Civitella e la descrizione fisica del Maggiore» (1998: 35). Tuttavia, se il riferimento a Civitella può essere anche un’assunzione di responsabilità collettiva riguardante la Divisione di appartenenza piuttosto che la propria compagnia specifica, essendo molto strana una confidenza così compromettente la sorte di un’operazione da attuarsi l’indomani, per quanto riguarda la descrizione fisica abbiamo corrispondenza solo nell’età relativamente avanzata.[13] Rahls, infatti, era nato nel 1896 e a Montegonzi il Maggiore fu sempre identificato come «un Ufficiale anziano [Senior]». Tuttavia non esistono altri elementi di paragone. Quanto alla «configurazione dell’unità» non riusciamo a capire cos’è che a Montegonzi porterebbe alle Nachschub-Truppen.[14]

Al contrario, riguardo alla sua identità le testimonianze furono assai precise. Anna Viligiardi ne ebbe conferma scritta il 5 luglio quando il Maggiore le lasciò «un certificato firmato il cui contenuto asseriva che era stato alloggiato» lì, anche se quel certificato andò perduto. A sua volta, Teo Barnaba, che parlava «correntemente il tedesco», conversò a lungo con i due Ufficiali che accompagnavano il Maggiore e confermò con decisione questa circostanza. Infine don Ermanno Grifoni, nel riferire come venne a conoscenza del nome del Maggiore, disse che il primo di luglio «fui convocato al Castello, che si trova qui accanto, da un portaordini il quale dichiarò che il Maggiore Seiler desiderava vedermi».[15]

Ognuno ebbe esperienza personale e diretta dell’identità di questo Maggiore. Dovendo escludere perciò che il nome sia stato frainteso nello stesso modo da tutti i testimoni, si può pensare che fosse volutamente mascherato per tenere nascosta la sua vera identità, considerata la programmazione della rappresaglia. In tal caso tutti, dagli Ufficiali al portaordini, avrebbero usato un medesimo nome fittizio. Questo accorgimento potrebbe trovare un’indiretta conferma nelle dichiarazioni di Werner Grün, il quale, interrogato nel 2004 dalla Procura di Dortmund sui fatti di Civitella come comandante di stato maggiore della logistica, si disse stupito che le identità degli Ufficiali coinvolti potessero essere state così facilmente svelate, proprio a causa della «riservatezza» delle operazioni.[16] Questo caso tuttavia sarebbe del tutto unico tra tutti gli Ufficiali, anche di grado superiore, che giunsero nel territorio, mentre sorprende che a tanta segretezza sulla propria identità si accompagni invece l’assunzione di responsabilità per l’eccidio di Civitella appena consumato. L’ipotesi Seiler/Rahls rimane così controversa e alla fine poco probabile.

Ancora più difficile è capire come e dove si costituirono gli esecutori delle stragi. In qualche modo questo problema è sempre collegato all’identità del Maggiore. Qui è bene tener presente le intuizioni e gli errori degli Inglesi: nel Report infatti si ritiene «fuor di dubbio» che a Santa Barbara la sera del 3 Luglio si fossero raccolte «le truppe designate per l’esecuzione degli eccidi a Meleto, Castelnuovo e Massa», ma si sottolinea che era «materia di congetture» la loro appartenenza ad una medesima Unità. Inoltre s’ipotizza che i due Ufficiali lì segnalati il 6 luglio siano stati, proprio sulla base delle loro descrizioni fisiche, il Maggiore Seiler e il Tenente Wolf, ma, anche se è possibile una forte mobilità delle stesse truppe da zone diverse, nessun testimone parlò dell’arrivo a Santa Barbara il 5 luglio dei reparti che avevano lasciato Montegonzi. Per di più dal confronto delle descrizioni del Maggiore fatte a Montegonzi e a Santa Barbara i dati coincidenti erano solo «il naso ebraico» e gli «occhiali pince-nez», mentre non corrispondeva l’età, che era l’elemento discriminativo che più aveva colpito i testimoni di Montegonzi. Infine, a Santa Barbara il Sabelli era certo che la mostrina della giacca dell’Ufficiale avesse due «stellette di bronzo» del tutto assenti in quella di un Maggiore e proprie invece del grado di un Capitano.[17]

Rimangono in realtà dei dubbi anche sui luoghi dove le principali unità responsabili degli eccidi si siano costituite. Per Boni, infatti, è nel villaggio dei minatori che si ritrovarono forze diverse «per pianificare definitivamente il massacro» (CLC: 133), ma in realtà si devono essere trovate anche in altre località, ancora sconosciute. Sempre secondo la deposizione dell’allora Maggiore Werner Grün nella vicenda di Civitella il comando divisionale avrebbe impartito «ai vari reggimenti» l’ordine di mettere a disposizione un quantitativo di soldati per un’azione che la tragica minimizzazione del linguaggio militare definiva di «ricognizione». Se l’operazione di Cavriglia rispondeva al medesimo comando, la sera del 3 luglio l’azione stragista e la distruzione degli impianti della miniera dovevano essere già pianificate ed è evidente che a Santa Barbara vi fosse solo una parte delle forze. Secondo le testimonianze del villaggio dei minatori infatti attorno alle diciannove di sera erano giunti circa dodici camion, numero assai simile ai camion dell’Alarmkompanie che quel giorno erano partiti da Terranuova.[18] Le testimonianze di Montegonzi da parte loro parlano di altri tre camion di soldati che lasciano il paese per ritornare la sera del 4 luglio insieme ad «alcuni» Ufficiali.[19]

Crawley molto significativamente parlò sempre di «sezioni» dell’una o dell’altra compagnia, avendo intuito che nell’organizzazione della strage queste unità erano costituite ad hoc prelevando soldati da vari reparti. Di conseguenza, vedendo in Santa Barbara il luogo dove si concentrarono «le truppe designate per l’esecuzione», doveva ipotizzare, «dentro i limiti della possibilità», che in esse vi fossero comprese «sezioni delle Unità» di Wolf e del Maggiore Seiler e che «addirittura l’Unità Anti‑Partigiani di Terranuova fosse» la 4a compagnia del Fallschirm-Panzer-Pionier Hermann Göring. Infatti a Santa Barbara il 3 luglio giunsero sicuramente componenti della 4a compagnia del Genio divisionale della Göring, un Maresciallo della quale confiderà a Bruno Sabelli la sua partecipazione all’eccidio di Meleto. Poiché solo quest’ultima circostanza è provata e indiscutibile, è ipotizzabile che fosse un’Unità eterogenea costituita per l’occasione e con un fine molteplice (la strage e la distruzione delle miniere).[20] Il Comandante dell’Unità di Terranuova allora potrebbe essere stato il Tenente Josef Wolf, un ex Ufficiale della Luftwaffe che, proprio durante il breve periodo delle stragi nell’Aretino, dal giugno al luglio, fu messo al comando della Fallschirm Panzer Pionier Bataillon, fortemente implicata a Cavriglia nella distruzione degli impianti della Miniera. In questo caso potrebbe essere addirittura lo stesso comandante della Vesuv.[21]

Alla fine, sulla base delle considerazioni precedenti, dal Report inglese è possibile solo distinguere truppe a seguito degli alti comandi, che prendono possesso “stabilmente” di una località (Cetinale, Cavriglia, il Poggiolo), da compagnie che mostrarono una maggiore mobilità e una scomposizione interna secondo le esigenze operative (Terranuova, Montegonzi, Santa Barbara e altre basi che a noi sono sconosciute). Vi è sempre un certo grado d’imponderabilità dovuto alla complessa ed estesa partecipazione di molti soldati all’operazione stragista: quello che noi vediamo nel cerchio tremendo della piazza o dell’aia dove sono uccisi gli uomini, c’impedisce di scorgere il pullulare frenetico di chi diede il supporto dell’accerchiamento, favorì il collegamento tra i vari paesi e vigilò sulla reazione partigiana.

 

La dedica su un libro illustrato e un racconto ignorato

 

Moncioni nel 1937

Moncioni nel 1937

 

Vi è un fatto tuttavia che stranamente non è mai stato indagato e che a parer mio può ricondurre alle vere motivazioni contingenti della strage e riguarda un racconto presente nell’Inchiesta Inglese che né gli Inglesi né gli storici hanno mai approfondito. La  storiografia locale, infatti, rimase impegnata in modo estenuante nella ricerca di responsabilità molto paesane legando automaticamente la risposta tedesca all’attività pregressa partigiana nei dintorni dei villaggi, mentre la storiografia ufficiale mai ha studiato il documento inglese a 360 gradi, traendo indicazioni generali ma spesso ignorando uno studio approfondito delle testimonianze.[22]

Quando il Sergente Maggiore Crawley, dopo l’interrogatorio di Ivario V. del febbraio 1945, riaprì l’Inchiesta per inserirvi i fatti di un’uccisione e di uno stupro a Poggio alle Valli vicino Cavriglia, ricevette anche un’informazione sulla presenza di altre truppe della Hermann Göring a Moncioni e a il Poggiolo, paesi non distanti da Montegonzi ma abbastanza lontani dai paesi minerari e già prossimi alla Val d’Ambra. Non sappiamo come avremmo riscritto la storia delle stragi del 4 luglio se gli Inglesi avessero «ricevuta l’informazione» alcuni mesi prima. Anche qui, infatti, abbiamo un ufficiale reo confesso nella persona di Ewald Lütjens, un alto grado della Göring, quale il colonnello Waldemar Kluge, comandante del Panzergrenadier Regiment 1 HG e addirittura tre soldati tedeschi uccisi proprio a poche ore dalla strage.

Com’era avvenuto in altre località, alcune avanguardie annunciarono l’arrivo di truppe tedesche e allo scopo requisirono le case per i soldati. Le testimonianze raccolte dagli Inglesi riguardarono sia alcune abitazioni sia Villa Monaci, così definita dal nome del proprietario, nel piccolo paese de il Poggiolo posto in una zona interna ancora più a sud. Nella Villa giunse il comando del Panzergrenadier Regiment 1 HG con circa dieci ufficiali agli ordini del Colonnello Waldemar Kluge e settanta soldati. L’interesse delle informazioni raccolte da Crawley si focalizzò però sui soldati che occuparono le abitazioni del paese perché lì un ufficiale tedesco l’indomani confidò ai suoi ospiti la sua partecipazione agli eccidi di Castelnuovo e Meleto. Kluge fu inserito tra i sospetti criminali ma il racconto del proprietario della Villa è rimasto sostanzialmente non approfondito.[23]

Gli Inglesi aprirono una scheda di sospetto criminale a nome del “Sottotenente” Ewald Lütjens, per il cui grado militare prestarono fede a quanto disse loro Amelia Burzagli e Guido Barbieri, sfollati temporaneamente presso l’abitazione della suocera della donna. Entrambi, infatti, idearono un espediente che permise l’identificazione certa dell’Ufficiale e il loro racconto fu orientato proprio verso l’episodio che attribuiva un nome all’Ufficiale e coinvolgeva il figlio di sette anni della Burzagli. Barbieri affermò che «verso il 3 Luglio 1944, a Poggiolo (…) un Ufficiale tedesco – che, più tardi, appresi essere il Sottotenente Lütjens – venne in casa della Signora Burzagli allo scopo di requisire alcune stanze per alcuni dei suoi soldati. Quest’Ufficiale parlava abbastanza bene l’italiano. Notai che sopra una delle maniche della giacca, che stava indossando, c’era una fascia con l’iscrizione Hermann Göring».[24] Secondo la Burzagli, «quella stessa sera arrivarono circa dieci soldati tedeschi e occuparono nella casa le stanze che Lütjens aveva requisito per loro. Lütjens si sistemò nella vicina casa di Danilo Masini, ma era solito visitare la casa di mia suocera ogni giorno allo scopo di vedere i suoi uomini». In realtà, Danilo e Leone Masini, che ospitarono gli Ufficiali, non conobbero il suo nome ma, forse con più precisione, quando si riferivano al Lütjens parlarono di un Tenente che «parlava discretamente l’italiano ed era Professore di Filosofia», rispetto al Sottotenente che era invece l’Ufficiale medico.[25]

Il racconto dei quattro è comunque unito dal ricordo della sera del 4 luglio passata sulla terrazza della piazzetta di fronte l’abitazione della Burzagli. Ognuno precisò che c’erano «parecchi altri civili» in una situazione relativamente tranquilla dove tutti sembrano ignari di quanto accaduto nella giornata: stranamente nessuno dei testimoni ricorda la data esatta. Eppure, come dirà uno di loro, «pressappoco in quel momento, dalla terrazza, noi potevamo vedere in lontananza fiamme che si levavano verso il cielo» e questo suscitò l’interesse e lo sgomento dei paesani. Poggiolo, infatti, paese abbastanza distante per le strade di comunicazione dai luoghi della strage, considerata la sua posizione più elevata permette di vedere in lontananza il paese di Meleto. Quando il Tenente Lütjens si avvicinò a loro, gli fu chiesto cosa stava succedendo nei luoghi in fiamme. L’Ufficiale allora si dimostrò assai provato («stanco mentalmente», dirà Guido Barbieri) a causa della sua partecipazione alle stragi nei paesi che stavano bruciando. Secondo il Barbieri, il Tenente avrebbe affermato: «Oggi sono stato impegnato in una spedizione punitiva a Castelnuovo dei Sabbioni e a Meleto. Abbiamo ucciso oltre un centinaio di persone in quei luoghi, perché parecchi soldati te­deschi erano stati uccisi dai Partigiani nelle medesime località». Secondo Danilo Masini invece avrebbe detto di essere stato solo a Meleto, dove avevano «ucciso un certo numero di civili, perché quel posto è pieno di Partigiani». Infine per Leone Masini il Lütjens avrebbe affermato di essere stato a Meleto, dove i civili erano stati uccisi per rappresaglia, ma – specificò – «non riesco a ricordare se egli ci disse, oppure no, perché la rappresaglia era stata eseguita».[26]

Il Tenente Lütjens evidentemente aveva stretto un buon rapporto con i loro ospiti e quando lasciò il Poggiolo il 14 luglio volle donare al figlio di Amelia Burzagli un libro illustrato. Sia la madre che Guido Barbieri rivendicarono di fronte agli Inglesi come propria l’idea di far scrivere una dedica sul libro con il suo nome dal momento che si era autodenunciato come uno degli autori della strage. Qualunque sia la figura di quest’Ufficiale, tormentato o semplicemente affaticato per il centinaio di morti e capace di stabilire contatti umani, egli porta la trama verso un lato narrativamente tragico ma finisce per mettere in secondo piano un altro racconto tanto inquietante quanto sempre ignorato. Nella stessa località e lo stesso giorno del sopraggiungere di questi soldati infatti avviene un altro arrivo che merita la lunga citazione del suo narratore, ossia il proprietario della Villa Monaci.

(…) Il 3 luglio 1944, un soldato tedesco che credo sia stato Sottotenente, arrivò in questa Villa. Egli m’informò, in un italiano stentato, che egli era venuto per la requisizione di sei stanze della Villa, a uso del Comandante tedesco. (…) Quello stesso giorno, durante la serata, circa settanta tedeschi, comandati da un Ufficiale (in seguito ho appreso che era il Colonnello Kluge), arrivò e occupò la Villa. Mia madre ed io fummo autorizzati a rimanere. Insieme al Colonnello vi erano circa altri dieci Ufficiali, di cui non conosco i nomi né i gradi. Al momento dell’arrivo qui di quest’Unità, alcuni dei soldati eressero cartelli segnaletici all’entrata del parco della Villa. Ricordo che su questi cartelli c’era un’iscrizione che diceva ‘Kluge’. Gli Ufficiali e i soldati arrivarono con camion, automobili e motociclette. Poco dopo l’arrivo dell’Unità alla Villa, tre soldati furono uccisi, anche se non so come incontrarono la morte. I cadaveri di questi uomini furono inumati nel parco della Villa, proprio dove vi ho indicato oggi. Furono erette, sopra le tombe, delle croci che portavano i nomi di questi uomini e la loro Unità. Sfortunatamente quando i Tedeschi, alla fine, partirono di qui, gli abitanti del villaggio rimossero e distrussero le croci. Tuttavia ricordo assai chiaramente che la prima portava il nome di Hans Karner, la seconda Burtscheid Martin e la terza, Marten Rolf. In tutte le croci era designata l’Unità a cui appartenevano, ovvero il 1° Reggimento Artiglieria, Hermann Göring. Verso il 7 luglio 1944, un altro Ufficiale tedesco – che in seguito seppi che era un certo Colonnello Wolf – arrivò qua e prese dimora con gli altri Ufficiali. Non so se egli apparteneva alla stessa Divisione come i restanti. Uno dei soldati alloggiati qui era un certo Sergente Wolf Emerick. Egli era impiegato come cuoco. Fu lui che m’informò che il Colonnello, che era appena arrivato qua, si chiamava Kluge mentre il secondo Colonnello era chiamato Wolf. I Tedeschi nella Villa erano realmente in comunicazione, per mezzo di telefono, con il personale militare tedesco dei villaggi di Poggiolo e di Moncioni. (…) I soldati che erano alloggiati qui, portavano le insegne della Hermann Göring sulle maniche delle loro giacche. Il 15 luglio 1944, tutti gli Ufficiali e gli uomini che erano stati alloggiati qui, partirono al completo. (…) Descrivo il Colonnello Kluge come segue: circa 45-50 anni di età, m. 1,78 circa di altezza, capelli neri, robusto, ben rasato, faccia squadrata. Zoppicava in modo evidente da una gamba e portava sempre un bastone da passeggio. Vestiti: giacca dell’uniforme, (grigio)verde con spighette d’argento attorcigliate e due stellette sulle spalline. Calzoni lunghi (grigio)verdi. (…).[27]

Crawley identificò Kluge come il Comandante del Panzer Grenadier Regiment I[28] e Lütjens come appartenente ad un reggimento della Artillerie. Con le forze militari giunte a Cavriglia sotto il comando del Colonnello Bornscheuer dell’Artillerie Kommandeur 476 del LXXVI Panzerkorps siamo di fronte ad una massiccia occupazione di questo territorio. Più di un migliaio di soldati dovevano trovarsi, infatti, nella sola zona tra Cavriglia e Montevarchi: di questi vi sono sospetti o prove certe che alcune unità del Poggiolo e Montegonzi abbiano partecipato alle stragi. Il quadro che emerge è alla fine quella di un’operazione con un evidente comando divisionale a cui contribuirono diversi reparti.

Nella testimonianza di Monaci emergono tuttavia anche aspetti sconosciuti o taciuti dalla popolazione locale che possono aver reso più “urgente” la risposta tedesca. Che cosa significa, infatti, l’affermazione «poco dopo l’arrivo dell’Unità [3 luglio] alla Villa, tre soldati furono uccisi»? Pur essendo ignota la causa della loro morte, «i cadaveri di questi uomini furono inumati nel parco della Villa». Altrettanto strano è che questo particolare non sia emerso dalle testimonianze raccolte nel paese, mentre il Monaci affermò che «gli abitanti del villaggio rimossero e distrussero le croci».

 

note:

 

[1] Su questa cautela si veda a titolo esemplificativo l’intervista del 22 febbraio 1994 di Emilio Polverini ai fratelli Pierluigi e Giorgio Grassi dove le reali azioni commesse dai Partigiani non potranno e non dovranno essere mai conosciute né raccontate, come un vero tabù storico: «Spengo il registratore e i fratelli Grassi mi raccontano molti episodi accaduti a Bomba e nei dintorni di Meleto, San Martino e Pianfranzese, per la maggior parte a me sconosciuti. Ma ho promesso loro di non scrivere niente»
[2] Dichiarazione di Nello Vannini del 5 dicembre 1944 in PRO: 50-51.
[3] A Gabriella Concialini, Dichiarazione del 21 Novembre 1944 in PRO: 82, un soldato tedesco confessa: «Oggi a Meleto i nostri soldati hanno ucciso un certo numero di civili italiani, perché era stato ucciso in quella zona un soldato tedesco».
[4] Così dirà il Tenente Danisch a due ostaggi di Meleto (Dichiarazione del 18 Ottobre 1944 di Lorenzo Fabbrini in PRO: 90-92 e Dichiarazione del Ottobre 1944 di Omero Quartucci in PRO: 97-98), ma si veda anche la diversa motivazione data a Maria Corsi.
[5] Si veda rispettivamente la testimonianza n. 4 di Marisa Pratellesi in R4L1944 per Masseto, dove i tedeschi giungono gridando «Partigianato! Partigianato!», e in PRO: 356-7 la Dichiarazione di Libera Benucci, per Le Màtole, dove si afferma che i soldati urlavano «qui sono tutti Partigiani». Nella Dichiarazione di Maria Corsi cit., l’affermazione di Danisch era falsa sia sul piano sostanziale che su quello formale perché non fu fatta ovviamente alcuna “verifica”. Infine la Dichiarazione di Bruno Sabelli cit..
[6] Si veda Paoletti (1985), e la nota chiarificatrice di Manfroni (2006: 430).
[7] Dichiarazione del 13 Novembre 1944 in PRO: 76-77.
[8] Dichiarazione dell’8 Novembre 1944, firmata (Maria) Bonarotti vedova Allegri, in PRO: 72-73.
[9] Dichiarazione del 13 Novembre 1944 in PRO: 74-75. Dovrebbe trattarsi del Colonnello Paul Bornscheuer, comandante in capo dell’Artillerie Kommandeur 476 del LXXVI Panzerkorps.
[10] Va detto che Le stragi del 1944… (1998), commissionato da alcune Amministrazioni Comunali dell’Aretino coinvolte nelle stragi, avendo come obiettivo quello di «individuare le diverse unità coinvolte nelle stragi della provincia di Arezzo», si concentrava molto sulla identità dei singoli militari della Göring con un evidente fine storico giudiziario. Al contrario La divisione Hermann Göring (2006), dove peraltro l’ipotesi Seiler/Rahls non è ripresa, ha un respiro più propriamente storico. Tuttavia già al processo di Civitella nell’audizione come consulente storico il 13 giugno 2005, Gentile non fece alcun accenno a questa ipotesi, nonostante si volesse dimostrare sia il ruolo centrale delle Nachschub-Truppen sia la loro stretta dipendenza dal Comando di Reparto e dal Comando di Divisione. La sovrapposizione Seiler/Rahls è ripresa invece con decisione soprattutto da Boni.
[11] Rodolfo Paoli, un professore universitario di Urbino di Storia della Letteratura Tedesca, si fece da tramite a Bagno a Ripoli per il rilascio di alcuni ostaggi, sospettati di essere Partigiani. Un Capitano da lui interpellato parlò allora con il Maggiore Rahls, il quale lo rimandò ad una specifica Compagnia, «Vulkan» o «Falken», che aveva specifici compiti anti Partigiani (Dichiarazione del 28 Giugno 1945 di Rodolfo Paoli in PRO Suppl.: 36). Secondo Gentile, «Vulkan» e «Falken» possono in realtà volere indicare «Vesuv» e «Pauke» (2006: 423).
[12] Sul comando divisionale si veda PRO, WO 204/11479, Atrocities committed by German Troops at Civitella, Cornia and San Pancrazio, p. 14 e la testimonianza di Patrizia Mancini Griffoli. Cfr Gentile 1998: 31.
[13] Il parroco di Montegonzi e Anna Viligiardi ricevettero questa comunicazione in due momenti diversi direttamente dal Maggiore che parlava un italiano «abbastanza buono»: l’”allarme” perciò fu ripetuto. Soprattutto il parroco lo ricevette addirittura il tardo pomeriggio del primo di luglio appena i tedeschi giunsero, di modo che avrebbe potuto tramite gli altri parroci mettere sul “chi va là” la popolazione.
[14] Gentile prende in considerazione «una seconda possibilità» in base alla quale Seiler sarebbe stato in realtà Heinrich Sailer di 52 anni, «comandante del Nachschubstab z.b.V. 264, un comando dell’esercito addetto anch’esso ai rifornimenti, composto da sei ufficiali e dipendente dall’Armeeoberkommando 10, il comando superiore con competenza anche sulla zona dei massacri, v. BA-MA, RH 20-10/204 (a), Nachschubstab zbV 264, Offizierstellenbesetzungen, 16 giugno 1944». A sfavore di questa ipotesi sta il fatto che il comando presieduto da Sailer era di stanza ad Ancona nel giugno 1944 e poco più tardi in Romagna, (RH 20-10/260) e che non apparteneva alla Hermann Göring. Per gli Inglesi al contrario (PRO Report: 3), ma qui non è chiaro da cosa è tratta questa conclusione, la compagnia del Maggiore Seiler sarebbe appartenuta alla Flak così come lo erano le truppe del Maggiore Graf che presero il suo posto a Montegonzi il 5 luglio. Quest’ultimo era il Maggiore Rudolf Graf, all’epoca Comandante I./Flak-Rgt. “Hermann Göring” (cfr Dichiarazione di Francesco Debolini del 15 Novembre 1944 in PRO: 85; cfr deZeng IV – Stankey 2013: 54 – Section G-K, – e il Feldpostnummer L54439).
[15] Dichiarazione di Anna Viligiardi cit., Dichiarazione del 7 Novembre 1944 di Teo Barnaba, indicato con il nome errato di Tea, in PRO: 83-84 e Dichiarazione di don Ermanno Grifoni, qui indicato erroneamente con il nome di Ermando, cit..
[16] Si veda fotocopia del processo verbale all’imputato Werner Grün in http://www.attivalamemoria.eu/doc_archivio/1doc1.pdf.
[17] Il Major era l’ultimo degli Ufficiali superiori e non aveva stellette, mentre l’Hauptmann era il primo degli Ufficiali inferiori e aveva due stellette.
[18] Dichiarazione di Bruno Sabelli cit. e Dichiarazione del 15 Dicembre 1944 di Libero Bertoldi in PRO: 397-398.
[19] Secondo il parroco don Grifoni, infatti, «la sera del 3 Luglio 1944 (…) tre camion carichi di soldati tedeschi partirono da questo edificio e si diressero verso il Castello. Poi scomparvero dalla mia vista. Questi stessi camion ritornarono ai loro posti di parcheggio verso le ore 20 del 4 luglio 1944. Erano presenti in quel momento soltanto i conducenti dei veicoli». I soldati della Hermann Göring erano giunti nel paese il 1 luglio con dieci camion e cinque motociclette. A sua volta Anna Viligiardi ricordava «distintamente che la sera del 3 Luglio 1944, alcuni Ufficiali e Marescialli che erano alloggiati [nel Castello], lasciarono questo luogo e non ritornarono fino alla sera del 4 Luglio 1944, ma non posso dire chi fossero». (Dichiarazioni di Ermanno Grifoni e di Anna Viligiardi cit.)
[20] Questa ipotesi è ritenuta «molto improbabile» da Gentile (1998: 36), il quale non spiega però quale fu il ruolo dei Pionieren nella vicenda: ruolo peraltro evidente, vista la distruzione della miniera e la messa delle mine nel paese di Castelnuovo (si veda a proposito la testimonianza di Ugo Mercante in PMNSC: 155 sgg.). La presenza dei Pionieren a Santa Barbara è confermata inoltre da Lorenzo Fabbrini il quale al suo ritorno a casa un mese dopo la strage vi trovò documenti personali che rimandavano al Genio divisionale (PRO Report: 49 e Dichiarazione del 18 ottobre 1944, in PRO: 90-2).
[21] Secondo H. L. deZeng IV e D. G. Stankey (2013: 412), Josef Wolf rimarrà al comando del Fsch.Pz.Pi.Btl. “Hermann Göring” tra il giugno e il luglio del 1944. D’altronde, riguardo al fatto che fosse a comando di una compagnia d’intervento formata da personale del Nachschub, va detto che anche Böttcher faceva parte in realtà delle truppe combattenti del Fsch.Pz.Gren.Rgt. 1/Div. “Hermann Göring”, circostanza dovuta, secondo Gentile, alla necessità operativa del momento, «caratterizzato da intensi combattimenti e forti perdite», che richiedeva un Ufficiale proveniente dal fronte «combattente». Allo stesso modo si può ipotizzare che anche in Valdarno la particolarità di un’azione congiunta di rappresaglia e distruzione di un sito minerario con grandi infrastrutture industriali avesse richiesto un “comando specializzato” e i Pionieren avrebbero assolto ad ambedue i compiti. Se dovessimo invece pensare che a Santa Barbara sia giunta in realtà solo una compagnia di genieri di “supporto” alla strage con il compito principale di minare il paese di Castelnuovo e le miniere, in questo caso il gruppo di soldati della compagnia del Maggiore Seiler da Montegonzi e l’Alarmkompanie stessa avrebbero dimorato in una località non ancora individuata.
[22] Né Emilio Polverini prese in considerazioni questi fatti, mentre sommò al contrario tutte le uccisioni partigiane a partire dalla fine di maggio 1944, né lo stesso Boni vi fa alcun accenno (CLC: 240-2).
[23] PRO Suppl.: 9.
[24] Dichiarazione 212 del 14 Giugno 1945 in PRO Suppl.: 41-42.
[25] Dichiarazione del 13 Giugno 1945, PRO Suppl.: 47-48. Vedi anche Dichiarazione del 13 Giugno 1945 di Danilo Masini in PRO Suppl.: 45-46,.
[26] Dichiarazione di Leone Masini cit..
[27] Dichiarazione del 14 Giugno 1945 di Luciano Monaci in PRO Suppl.: 49-50.
Una foto di Kluge si trova in
http://www.das-ritterkreuz.de/index_search_db.php4?modul=search_result_det&wert1=3117 .
[28] Proprio nel mese di luglio 1944, a partire dal 17 luglio quando venne richiamata per il fronte dell’Est in Polonia, sarà rinominata Fallschirm Panzer Grenadier Regiment HG e il comando, che Kluge riprese nel settembre di quell’anno, passò temporaneamente al Colonnello Fritz Fullriede. Secondo Boni, Fullriede avrebbe sostituito Kluge proprio al Poggiolo e avrebbe descritto nel suo diario il passaggio da Castelnuovo con quelle truppe di granatieri della Hermann Göring. In realtà è solo in agosto che Fullriede prese il comando della Fallschirm Panzer Grenadier Regiment HG.

 

© Francesco Gavilli

Una strage ~ 5. I Tedeschi: il ruolo della Wehrmacht e il Tenente Danisch

 

Se l’Unità del Tenente Wolf era un reparto addestrato per la repressione partigiana e capace di eseguire uccisioni di massa, con i movimenti di reparti di soldati posti a protezione degli alti comandi della LXXVI Panzerkorps attorno a San Giovanni e San Cipriano s’incrocia quella parte della Wehrmacht che mantenne un atteggiamento fortemente ambiguo tale da determinare una lettura distorta del suo stesso livello di responsabilità. Per comprendere il suo ruolo dobbiamo rinunciare all’idea schematica che vuole una parte dell’esercito capace di compiere ogni tipo di violenza ed efferatezza accanto ad un’altra più “normale” e umana, addirittura vittima essa stessa di una situazione generale.[1] L’abbandono di una visione semplicistica forse finirà per ridimensionare una facile retorica che nel definire le stragi “nazifasciste” come frutto dell’incontro della parte impazzita della Germania con la definitiva implosione autodistruttiva repubblichina italiana, cerca di risolvere molti problemi nominalmente ma lascia scoperti altri punti oscuri. Infatti, se la motivazione che è alla base della capacità a compiere una strage va cercata sicuramente nel suo carattere ideologico fascista, quella definizione non è in grado da sola a disegnare tutta la complessità di un evento. L’intreccio di un insieme di comportamenti fatti di manifeste intenzioni, astuta misura, falsa inesorabilità e calcolata impotenza produsse una strategia di supporto agli esecutori che colpirono e vollero dare l’impressione di dileguarsi nel nulla poco dopo. I camerati che invece rimasero per terminare la distruzione degli impianti minerari e i “custodi” degli ideatori continuarono il loro lavoro improntato a uno spietato giustificazionismo militare e alla burocratica applicazione di procedure amministrative e militari. Se la Wehrmacht quindi fu anche un luogo dove potevano convivere e scontrarsi tendenze concomitanti e opposte, fatte di articolazioni giurisdizionali diverse, personalismi e competizioni tra più attori, discrezionalità e pilatesche non competenze, non si può affidare la strage ad una mera azione militare vissuta dagli uni come un’inevitabile conseguenza della guerra da altri come la manifestazione di un incomprensibile comportamento subumano. Paradossalmente in entrambi i casi divenne conseguente imputare le colpe solo al Fascista italiano o viceversa al Partigiano, mentre la responsabilità tedesca rimase tutta relegata nell’ineluttabilità infernale di una pulsione psichica «nazista».

Uccidere in modo sistematico con le armi e il fuoco quasi duecento uomini di ogni età e di ogni condizione di salute, in un’azione brutalmente elementare senza resistenza e senza la pur minima attesa di una risposta militare, in un periodo di tempo ristretto di due ore, mentre altre due sono servite a circondare i paesi e rastrellare gli uomini e altre sei sono state dedicate al saccheggio delle case, richiede una motivazione particolare e diversa, ad esempio, da quella necessaria all’azione antipartigiana dell’8 luglio, nella quale vi sarà una preparazione incerta di accerchiamento di un nemico armato nel proprio territorio e molto motivato a vendicare i propri compaesani. Se qui la motivazione è già inscritta nella partecipazione alla guerra e la condizione militare “giustifica” il proprio comportamento, nell’eccidio di massa la metamorfosi del «passaggio all’atto verso l’abisso (…) comporta uno sprofondare progressivo, particolarmente complesso che coinvolge dinamiche collettive e individuali» di natura complessa. Allora concentrarsi tutto sull’epopea delle vittime, come racconto martirologico e sguardo estetizzante, o sulla strategia militare, come motivazione razionale, certa e deterministica, ci fa perdere di vista il momento della messa in pratica di un atto violento.[2]

Contemporaneamente tutto quello che serve a preparare prima e giustificare dopo la strage non può essere considerato solo il supporto reso necessario da una situazione di guerra. Ci riferiamo alla subdola perlustrazione e alle rassicurazioni date nei giorni precedenti, alla posa delle mine nelle miniere, alle fotografie che furono fatte da altri reparti il giorno successivo a Meleto, alla banalizzante giustificazione a posteriori (i ponti fatti saltare dai Partigiani o le stesse uccisioni di camerati mai specificate). Individuare nella componente ideologica nazista la differenza tra “feroci esecutori” e militari “normali”, con i soliti inarrivabili ideatori, alla fine «diventa uno dei pochi elementi ai quali aggrapparsi per restituire un senso agli eventi» (Fulvetti 2006 : 80).

Tutti i movimenti di truppe nel Valdarno che accompagnano e si sovrappongono al tempo della strage vivono di questa doppiezza interpretativa, drammaticamente colta dal Sergente Maggiore Crawley, per il quale la loro presenza nel territorio poteva incrociare casualmente l’attività stragista quanto esserne fondamentale supporto strategico. Quest’ambiguità di comportamento si condensa nella figura di un freddo ufficiale, quasi un “burocratico funzionario militare”, il Tenente Danisch, comandante di un corpo di guardia nel cuore del territorio colpito dagli eccidi.

 

 Döenitch – Danisch

 

 Soldati di una Feldgendarmerie Luftwaffe

 

Il 3 ottobre 1947 sul giornale Toscana nuova apparve un articolo di Leopoldo Paciscopi, un giornalista nato nella stessa zona mineraria a La Vampa e in seguito divenuto studioso del cinema muto e pittore, il quale aveva appreso i particolari sull’eccidio di Meleto dai suoi vecchi compaesani. Scrisse il Paciscopi: «… Le ra­gioni della strage e dell’incendio del 4 luglio forse nemmeno il capitano Döenitch saprebbe spiegarle. Egli sapeva solo che il comando diceva di uccidere, di non avere pietà; egli sentiva per questa gente, che non comprendeva e non voleva combattere per il “nuovo ordine” nazista, un fe­ro­ce odio. Per questo, e non ci sono altre spiegazioni, il camion ripartì dalla sede del distaccamento di Santa Barbara della Divisione Hermann Goering, e Meleto ne riconobbe il suono su per la salita ed ebbe paura…».

Il drammatico racconto riletto a distanza di decenni ci pone la difficile domanda su come sia stato possibile dimenticare l’identità dei Reparti e addirittura il nome di un ufficiale percepito allora come il Comandante degli esecutori. Quello che noi oggi crediamo essere una «reale cronaca dei fatti» bisognosa solo di essere svelata e ricostruita contro la deformazione dell’«ideologia politica» (Boni 2007:  42) in realtà non se ne stava nascosta in documenti segreti o in confessioni mai rese note, mentre il silenzio e la rimozione di quel ricordo rimane uno degli aspetti inspiegabili di questa vicenda al cui interrogativo difficilmente la storiografia da sola potrà dare risposta. Non esiste, infatti, un fattore repressivo esterno volto a occultare reperti storici formalizzati come il racconto di un giornalista raccolto tra la popolazione del paese colpito. D’altronde quello che si chiama «ideologia politica», evidentemente intendendo con questo l’uso che il Partito Comunista avrebbe fatto della vicenda, avrebbe avuto solo da guadagnare dall’identificazione dei responsabili.

Il giornalista in realtà nella sua cronaca riportò con inesattezza alcuni dati: il nome dell’Ufficiale non era Döenitch ma Danisch e non faceva parte della Hermann Göring, ma era a comando di una compagnia di guardia (Wachkompanie) del Comando del LXXVI Panzerkorps. Inoltre le prove raccolte dagli inglesi sembrano attribuirgli il grado di Tenente e non quello di Capitano. Riguardo l’errata attribuzione del Capitano/Tenente ad una Divisione piuttosto che ad un’altra, si può spiegare con il fatto che Santa Barbara, dove alloggiarono alcune truppe della Hermann Göring a partire dalla sera del 3 luglio, si trova a poche centinaia di metri dalla abitazione di San Cipriano occupata dalla Wachkompanie di Danisch fin dal 29 giugno e questo può aver indotto a ritenere le due unità della medesima Divisione. D’altra parte, pare proprio che il Paciscopi abbia riprodotto erroneamente il nome, la cui pronuncia (Döenitch/Danisch) in realtà avvicina, perché l’Ufficiale lasciò diverse tracce della sua “vera” identità: infatti, firmò un documento di rilascio degli ostaggi di Meleto e lasciò la propria foto con una gentile dedica ad una donna di Reggello. Soprattutto, essendo consuetudine scrivere o appuntare sulla porta il nome dell’Ufficiale per facilitare il lavoro delle staffette, a San Cipriano il Sergente Maggiore Crawley fotografò una scritta ancora visibile dopo alcuni mesi, «a faint inscription», dove si leggeva il nome Danisch (PRO Report: 37).

Questa serie di errori tuttavia non sminuisce il valore di quella memoria la quale ci fa riflettere sul fatto che un Ufficiale, destinato chiaramente in seguito ad essere sospettato di far parte dell’organizzazione della strage di Meleto e San Martino, abbia lasciato tracce della propria presenza e attività in modo così evidente e plateale a fronte di un comportamento assai particolare e riservato. La sua corresponsabilità, infatti, è fuori ogni ragionevole dubbio, ma più arduo è stabilire quale fu il suo effettivo ruolo, la cui comprensione, infatti, ci restituirebbe un quadro più chiaro sul funzionamento della strage.

 

La protezione degli alti comandi

 
Reggello (Fi)

Reggello (Fi)

 

Secondo Boni, Danisch, alla luce del suo comportamento nella mattina del 4 luglio, è sicuramente «uno dei responsabili organizzativi nell’esecuzione della strage», con il compito, grazie forse a una propria geniale pensata, di «bloccare con un espediente i Partigiani, lasciando il compito più crudo (…) agli altri uomini dei reparti Hermann Göring». Anche per gli Inglesi Danisch ovviamente è uno degli Ufficiali più coinvolti nella strage per manifesta attività antipartigiana, per la presa in ostaggio di abitanti di paesi soggetti a eccidi e perché gli uomini di San Martino sarebbero stati uccisi «presumibilmente» dai suoi soldati. Tuttavia non è così semplice definire questa responsabilità organizzativa né, come vedremo, è certo che siano stati i suoi soldati a uccidere a San Martino (Boni 2007: 207 e PRO, Scheda segnaletica di Danisch).

Dovremo saltare a piè pari tutta la cronaca del 4 luglio e riflettere su quello che avvenne due settimane dopo. Una rilettura attenta del comportamento di questa Wachkompanie e l’analisi delle successive azioni a Reggello, dove i comandi del LXXVI Panzerkorps partiti da San Cipriano si diressero, ci restituisce infatti un quadro più complesso. Sempre secondo Boni, i soldati si dirigono a Reggello «con l’ordine di eseguire lo stesso eccidio» ma le informazioni lì ottenute non sarebbero state «abbastanza convincenti» a compiere altre stragi (2007: 248). Di nuovo si presuppone una “pulsione di morte” alla base del comportamento tedesco tale da meritare la rassicurante definizione di nazista. Purtroppo l’attività di questi militari in quella zona non è chiara e ci troviamo di fronte, più che a uno spietato decisionismo, a un continuo stop and go.

Lasciati San Cipriano e villa Cetinale il 12 luglio, il personale del LXXVI Panzerkorps, con la Wachkompanie del Tenente Danisch, si diresse a Reggello. Lo stesso Stato Maggiore stabilì il suo Comando a Villa Capanni, di fronte all’alloggio di Danisch, dove fu identificato un Ufficiale tedesco, il Maggiore Hildebrandt, come Staff Officer G. 2 del LXXVI Panzerkorps. Immediatamente, quello stesso giorno, due italiani in abiti civili, uno dei quali forse proprio un soldato interprete «con accento fiorentino», protagonista a San Cipriano che qui si faceva chiamare Franco o Franz, convinsero un certo Gastone Sottani ad accompagnarli alla base dei Partigiani a Monteacuto, raccontando di essere in fuga da Meleto dove i soldati tedeschi avevano ucciso un gran numero di civili. L’uomo accompagnò per un tratto di strada i due per poi dirigersi a Pontifogno dove allora dimorava. Con questo pretesto il mattino seguente furono catturati circa quaranta persone di Pontifogno, donne e bambini inclusi, perché sospettati di essere sostenitori dei Partigiani e condotti a Santa Tea, sede della Feldgendarmerie. Al Sottani fu contestato di aver indicato ai falsi fuggiaschi i nascondigli dei Partigiani. La cattura di civili in ostaggio – come era avvenuto a Meleto – anticipa il trasloco, il 15 luglio, di varie Unità militari a Reggello. Il Generale Heidrich, infatti, prese dimora a Villa Poggio Adorno (Reggello) dopo aver lasciato Renacci presso San Giovanni, mentre il Comandante dell’11 Panzer Regiment HG che si trovava a Cavriglia informò la proprietaria della casa dove alloggiava che si stavano dirigendo proprio a Reggello.

Comunque sia, i civili furono interrogati da Danisch, ma vennero poco a poco tutti liberati ad eccezione di quattro italiani e alcuni inglesi già prigionieri di guerra. Negli stessi giorni, il Podestà di Reggello, Giovanni Grifoni, fu convocato a Santa Tea da un Generale tedesco, indicato misteriosamente come «K. K.». Il Podestà, allarmatosi, aveva portato con sé anche il Segretario Comunale, il quale parlava corren­temente il tedesco. Qui in realtà un Colonnello, chiamato dai suoi soldati Obergherichtsrat (un Consulente Legale delle Autorità Militari), li informò che era troppo tardi per incontrare il Generale, ma li avvertì che se i Partigiani non cessavano di uccidere i soldati Tedeschi, sarebbero stati costretti a uccidere «tutti i civili di Reggello». Alla richiesta del Segretario Comunale di liberare i civili presi in ostaggio perché innocenti, il Colonnello rispose: «Questa cosa non è in mio potere, dipende da un altro Comando». Lasciata Santa Tea il Podestà e il Segretario Comunale proseguirono per Villa Capanni, dove il Maggiore Hildebrandt li informò che tutti gli ostaggi erano stati liberati, ad eccezione di due uomini condannati a morte. Ancora il 17 luglio Danisch fece chiamare il parroco perché assistesse uno dei due prigionieri che sarebbe stato fucilato, mentre l’altro sarebbe stato portato a Firenze. In realtà il condannato a morte riuscì a fuggire proprio quando i Tedeschi stavano lasciando Reggello e dopo pochi chilometri, a Vallombrosa, furono liberati anche i prigionieri inglesi, mentre l’unico uomo rimasto in mano loro, una volta condotto all’Ufficio Reclutamento Lavoro di Firenze, fu sottoposto a visita medica, con l’intenzione di spedirlo a lavorare in Germania, ma trovato in cattiva salute fu rilasciato con un «certificato d’inabilità»!

Come si vede, se non mancò l’occasione di un altro eccidio, il comportamento tenuto a Reggello fa pensare piuttosto che l’attività di questa Wachkompanie in quei giorni cercasse di impedire l’intervento dei Partigiani in concomitanza dell’arrivo di stati maggiori d’armata o di divisione e i prigionieri civili avevano solamente una funzione di deterrenza. Proprio poche settimane prima in una zona prossima ad Arezzo i Partigiani della XXIII brigata Garibaldi “Pio Borri” avevano fatto prigioniero il colonnello von Gablentz, responsabile del Korüch 594 (Comando delle retrovie della X Armata), e il suo rilascio costò ai Tedeschi la liberazione di molti ostaggi. Questo può aver indotto gli alti comandi della LXXVI Panzerkorps a mettere in atto misure preventive ogni qualvolta Ufficiali di alto grado si muovevano.[3]

D’altronde la loro partecipazione alla strage non appare mai così preminente e il loro ruolo si mantenne sempre un po’ defilato. La cattura degli ostaggi di Reggello fu addirittura più estesa di quella che era stata fatta a San Martino e Meleto, ma, seppure minacciati e condannati a morte, questi vennero poco a poco tutti liberati. Nei paesi delle stragi, se la Feldgendarmerie svolse un ruolo soprattutto a Castelnuovo di controllo della periferia del paese,[4] la Wachkompanie non è mai schierata in prima fila e ci sono forti dubbi sulla sua responsabilità delle uccisioni di San Martino. Addirittura nessun loro ostaggio denunciò in seguito un trattamento particolarmente duro per l’ottenimento d’informazioni utili all’ideazione della strage. Da un altro punto di vista però la relazione con la strage è evidente e la Wachkompanie per forza di cose dovette svolgere un compito di raccordo tra i reparti della Hermann Göring e gli alti comandi della LXXVI Panzerkorps, i quali erano chiaramente al corrente del piano dell’eccidio. Più che domandarsi se gli ostaggi siano stati fatti per approntare i piani delle stragi, dovremmo considerare le azioni diversive nei confronti dei Partigiani utili alla protezione dei Comandi: compito messo in atto in ambedue le località del Valdarno ma che solo a Reggello divenne esclusivo, anche perché la smobilitazione ormai era generalizzata ed erano assenti quei reparti “capaci” di mettere in atto un eccidio di massa. Sicuramente a Cavriglia sembra difficile che gli alti comandi, dislocati proprio nel cuore dei luoghi della strage, possano essere stati scavalcati nelle proprie decisioni da Divisioni a loro sottoposte e il Tenente Danisch da parte sua si dimostrò sempre ben informato di quanto stava succedendo, dandone argomentata spiegazione a parenti e ostaggi.

 

Una giustificazione legale alla strage

 

In tutta la storia della strage il ruolo del Tenente Danisch riflette una duplicità di comportamento conforme all’ambiguità di quei reparti che vollero nascondere o distinguere le proprie responsabilità. Certamente questo rispondeva anche a una logica più strettamente militare e non può essere spiegata solo in termini psicologici: il mito del Tedesco “buono” a fronte dello spietato e sordo soldato che non è mosso a pietà o a ragionevole senso di una parvenza di giudizio discriminante accompagnò molti racconti dei superstiti. Ognuno scrutò negli occhi del soldato incrociato una gradazione di umanità, una disponibilità a “salvare” contro gli ordini ricevuti. Evidentemente nella complessa varietà dell’agire umano fu anche così, ma questo immediato e continuo «lavoro sul mito» di ciò che di umano deve esservi stato in qualcuno e che può riemergere anche nell’innominabile esecutore, non è che «un rimedio della disperazione per l’irrinunciabile bisogno di verità» (Blumenberg 1991: 86).[5] Gli esempi sono numerosi. Vinicio Ermini ricorda come la madre e le sorelle in fuga da Meleto incontrano altri soldati, denominati militari «della Wehrmacht», i quali prima aiutano le donne a trasportare le poche cose portate via da casa, poi, informati di quello che stava succedendo in paese, si meravigliano e rimangono «increduli» al loro racconto.[6] Ave Pagliazzi racconta del rientro nel paese e delle scene di devastazione delle case e degli incendi: qui addirittura un soldato tedesco aiuta le donne a spegnere l’incendio della casa.[7] Gli stessi racconti relativi agli esecutori risaltarono i segni di squilibrio e lo sgomento emotivo di alcuni di loro: il Maresciallo Fräulein pianse con un uomo di Santa Barbara perché riconobbe che i civili uccisi a Meleto erano «persone innocenti»; il Tenente Lütjens, a Poggiolo, confidò di aver partecipato alle uccisioni e che per quel “lavoro” si sentiva «stanco mentalmente»; un ragazzo dodicenne di allora ricordava come nel tardo pomeriggio vicino a Masseto un camion di soldati, che scendeva da Meleto, si fermò, per permettere ad uno dei soldati le cui «divise davanti erano tutte piene di sangue» di vomitare.[8] Anche per Crawley, il semplice fatto che il Capitano Wolf faccia ritorno il 7 luglio a Villa La Costa «molto agitato per qualcosa», diviene il segno di uno «stato mentale» non normale che lo rende sospetto di aver partecipato alla strage.[9]

Nella nostra ipotesi il compito di questi reparti, oltre l’evidente protezione dei Comandi, fu quello di trovare, certamente in modo ipocrita e ambiguo, una giustificazione “legale” alla strage più che farsi responsabili della sua progettazione e attuarla. La Wachkompanie, così come la Feldgendarmerie, si “limitò” a gestire il prelievo di ostaggi in funzione di deterrenza nei confronti dei partigiani (Meleto e San Martino) o ad azioni di supporto nella parte bassa di Castelnuovo e forse a Masseto. Tutto il comportamento di Danisch, infatti, sembra mosso da una finalità già determinata (la strage) a fronte di azioni che annunciano (la minaccia della rappresaglia) ma non sembrano portare a niente (tutti i prigionieri sono rilasciati). Le notizie ricevute dagli ostaggi possono aver dato solo giustificazione a posteriori a quanto si andava facendo o si era già fatto e l’attività rimane principalmente informativa. Così gli uomini di San Martino saranno lasciati andare con motivazioni astutamente criptiche (il “compiacimento” per una misteriosa informazione ottenuta) e agli ostaggi di Meleto, per evitare nuove catture, è rilasciato addirittura un lasciacondotto del tutto formale e beffardamente inutile.

 

Due Generali, un Tenente e un manipolo di poliziotti

 

 Generale Trangott Herr, Comandante LXXVI Panzerkorps, Aprile- Dicembre 1944

Generale Trangott Herr, Comandante LXXVI Panzerkorps, Aprile- Dicembre 1944

 

La Villa Cetinale residenza della famiglia Corsi dista dal villaggio di San Cipriano poche centinaia di metri. A sua volta, oltre una doppia curva che attraversa un torrente, si giungeva a Santa Barbara, che, come rivela il suo nome, era un villaggio di minatori. Meleto s’innalzava su una piccola collina appena un chilometro dopo e oltre ancora, di là della zona mineraria vera e propria, si giungeva a Castelnuovo dei Sabbioni. Infine salendo verso i monti del Chianti s’incontravano Massa e San Martino di Pianfranzese. Oggi le distanze si sono accorciate e una forte urbanizzazione tende a disegnare un irregolare ma unico agglomerato da Cetinale, periferia ormai di San Giovanni Valdarno, sino a Meleto. Le miniere non esistono più, mentre la ferita delle escavazioni a cielo aperto ha mantenuto intatta la distanza di allora tra Meleto e Castelnuovo. Massa è rimasta una piccola frazione tra gli ulivi, San Martino in Pianfranzese è stato distrutto e lo stesso Castelnuovo è stato abbandonato negli anni settanta per essere ricostruito in una zona sovrastante.

Questa è la descrizione di un paesaggio che è mutato non solo per accrescimento urbano ma anche per soppressioni e porzioni di territorio letteralmente scomparse. Nei primi giorni di luglio 1944 in questa piccola parte di territorio che abbiamo descritto da est verso ovest furono presenti tra gli altri alti gradi del LXXVI Panzerkorps, il comando della I Divisione dei Paracadutisti, una Feldgendarmerie, truppe del Reggimento Corrazzato della Hermann Göring e personale del Genio divisionale. È molto difficile comprendere come al processo svoltosi a Roma nel 1950 il Generale Schmalz abbia potuto convincere i giudici che gli alti comandi della Göring stessa fossero all’oscuro dei provvedimenti di rappresaglia presi dai comandi di compagnia e che addirittura a fatti avvenuti si fossero contrariati per l’eccessiva durezza usata. Nel caso dei fatti di Meleto e Castelnuovo si potrebbe dire che gli esecutori degli eccidi la fecero proprio sotto il naso di ben due Generali perché bastava loro affacciarsi dalle finestre dei loro Comandi nella villa del Cetinale o nella tenuta di Renacci per vedere le colonne di fumo nero che si alzavano dai paesi in fiamme nei dintorni, così come tutta la popolazione del Valdarno ne fu testimone.

Le testimonianze di Maria Corsi per Villa Cetinale, Osvaldo Amidei, Diva Sbardellati e Fanny Ficai per San Cipriano, descrivono l’arrivo di personale della Feldgendarmerie che a sua volta prepara quello dei comandi del LXXVI Panzerkorps e il loro permanere durante i giorni delle stragi. In particolare la Dichiarazione di Maria Corsi è il primo racconto di una vedova di una vittima del 4 luglio che incontriamo. Nella sua prima parte si susseguono arrivi di reparti di Polizia militare e alti comandi: la memoria della donna, a causa dell’invisibilità di questi alti comandi, poteva però fermarsi con precisione solo su tristi figure femminili e su «un soldato tedesco che parlava perfettamente l’italiano con accento fiorentino».[10]

Sono una donna sposata con un figlio e durante i due anni trascorsi ho vissuto [a Villa Cetinale]. Verso il 12 giugno 1944, arrivò a questa villa una sezione della Polizia tedesca. Occuparono tutte le stanze al pianterreno e mi fu ordinato di trasferirmi con tutta la mia famiglia al primo piano. Al comando di quest’Unità, vi era un Tenente, che aveva con sé un Maresciallo e circa dodici uomini. Ognuno di loro portava, intorno al collo, una catenella con una piastrina sulla quale era incisa la parola “Feldgendarmerie”. Rimasero in questa Villa fin verso il 25 giugno 1944, quando lasciarono questa zona. (…) Pochi giorni dopo che questa Polizia era partita dalla villa, venne un soldato tedesco che parlava perfettamente l’italiano con accento fiorentino. M’informò che la villa stava per essere requisita per un Generale tedesco con il suo staff. Intorno al 2 luglio 1944, arrivarono il Generale e il suo staff, e fui costretta con la mia famiglia ad andare a vivere in una casa colonica, in Caiano, a circa nove chilometri da qui.

Chi era questo Generale che due giorni prima la strage alloggia nel cuore di una zona delimitata da cartelli che indicano la presenza di Partigiani? Essendovi nella struttura piramidale del LXXVI Panzerkorps un solo Generale, è possibile sia stato il Generale Trangott Herr?[11] La presenza di un Generale del comando di corpo d’armata nel cuore del territorio della strage dimostra sicuramente l’alto livello di responsabilità della Wehrmacht per le uccisioni di Meleto e Castelnuovo. Com’è ovvio questi alti grado dell’Esercito avevano una forte riservatezza: solitamente gli stazionamenti non solo erano in tenute e ville di non facile accesso e visibilità, ma il loro trasferimento era preparato con giorni di anticipo da reparti di Feldgendarmerie che creavano una rete di protezione nel territorio circostante. Nell’Inchiesta inglese queste figure sono sempre circondate da un muro che concede loro l’invisibilità e per questo la testimonianza di Maria Corsi è eccezionale.[12]

A differenza di quanto sta avvenendo a Terranuova, dove l’esuberanza del Groner lascia tracce palesi dell’Alarmkompanie, a San Cipriano, agglomerato di case ben più piccolo, gli abitanti ebbero sporadici rapporti con i militari della Feldgendarmerie, il cui ruolo nelle testimonianze si sovrappone a quello della Wachkompanie. Secondo Osvaldo Amidei, nella cui abitazione accanto alloggiò un gruppo di soldati guidati da un Maresciallo, «non appena presero dimora, scrissero con il gesso la parola Feldgendarmerie sulla porta della casa (…) ma mantennero sempre molta riservatezza riguardo alla loro occupazione».[13] I soldati indossavano la classica catenella con una piastrina intorno al collo e la parola Feldgendarmerie incisa sopra. La casa dove presero alloggio era di Diva Sbardellati, la quale indicò in trenta il loro numero e segnalò due camion con una mitragliatrice montata sulla parte posteriore e un’automobile civile Fiat. Anche la donna affermò di non essere «in grado di dire niente di preciso circa le attività o il lavoro di questi soldati, ma so che essi parti­vano di qui con i loro camion la mattina presto» mentre non vide quasi mai il Tenente Danisch.[14] L’Ufficiale, insieme al suo autista attendente, tale Casuski, occupò, a cinquanta metri dalla Feldgendarmerie, l’abitazione di Fanny Ficai da cui si accedeva direttamente alla sua drogheria. Qui la riservatezza diventa autoritaria distanza, tanto che alla Ficai, che aveva preferito lasciare la propria abitazione e tornarvi solo per svolgere la propria attività di commerciante, il Danisch le ordinò di tenere chiusa la porta di comunicazione. La donna svelerà anche una subdola doppiezza: «l’Ufficiale che era alloggiato qui stava molto attento che io non entrassi nella parte dell’edificio che egli occupava. Penso che lui fosse in grado di parlare correntemente italiano, ma cercava di nascondere questo fatto agli estranei».[15] Alla fine, a San Cipriano solo la Ficai ne diede una descrizione fisica:

L’Ufficiale Tedesco, di età di circa ventisette anni, alto all’incirca 1,70, ben formato, con faccia piena e capelli biondi con la divisa a sinistra, era abitualmente vestito con una camicia kaki, calzoni lunghi kaki e cappello con visiera da Ufficiale. Mi sembra che abbia avuto due stellette da Ufficiale sulle spalline della sua camicia. In una circostanza lavai una casacca per quest’Ufficiale: era di colore grigio‑scura con una medaglia con una svastica impressa sopra. C’erano due stellette da Ufficiale sulle spalline di questa casacca, con un bordo di argento.

Gli «Italiani» furono notati da tutti. Alcune donne, che accompagnavano queste truppe dal Lazio, erano arruolate per i servizi, mentre colpì molto quello che immediatamente apparve essere un interprete, successivamente protagonista a Reggello e che qui sarà presente ogni qualvolta si dovrà rapportarsi agli ostaggi. Osvaldo Amidei seppe da lui che «prima della guerra, aveva lavorato per breve tempo presso lo stabilimento ‘Ginori’ che produce ceramiche, a Sesto Fiorentino», mentre alla Sbardellati, per giustificare il suo spiccato «accento fiorentino», disse che era nato in Germania ma che aveva vissuto a Firenze durante gli scorsi venti anni. Entrambi notarono che gli mancavano «parecchi denti davanti dalla mascella superiore» e il Franco o Franz, che a Reggello si finse fuggitivo dal paese di Meleto, aveva «due denti con otturazione metallica sulla dentatura superiore».[16] Prima del martedì 4 luglio la Wachkompanie catturò alcuni ostaggi che furono rinchiusi nella bottega del barbiere: questo fatto non tranquillizzò certamente gli abitanti di San Cipriano che evitarono questi poliziotti.

 

L’Alarmkompanie Pauke

 

In una linea ideale che per la presenza di alti comandi pare la punta avanzata della ritirata dei Tedeschi, gli Inglesi rivelarono con la loro Inchiesta la presenza di altri reparti militari in diverse zone del Valdarno. Tra questi registrarono altri elementi del Comando del LXXVI Panzerkorps alla Fattoria di Santa Maria e il Comando della 1 Fallschirmjäger-Division con il Generale Richard Heidrich a Renacci. Queste due località si trovano nel lato orientale dell’Arno ma sono assai prossime a San Giovanni Valdarno. Ovviamente non tutti i reparti che passarono nel Valdarno in quel periodo possono essere ritenuti responsabili della strage, ma è vero che nel corso dell’Inchiesta si parla anche di un “Comando” a San Giovanni Valdarno, che raccolse la delazione di fascisti italiani riguardo alla popolazione di Meleto e Castelnuovo, paesi ritenuti «pieni di Partigiani».

Lo stesso 29 giugno alla Fattoria di Santa Maria giunsero trenta soldati con «un Maggiore, tre Capitani e due Tenenti»:[17] le testimonianze relative a questa tenuta ci parlano più che altro della loro requisizione di bestiame per gli approvvigionamenti.[18] Nella tenuta di Renacci invece dal 23 Giugno al 15 Luglio si avvicendarono prima reparti del Reggimento Corrazzato e poi i Paracadutisti a seguito del Generale Richard Heidrich. Secondo Pietro Barberini, che era il fattore di Renacci:

Il 23 giugno 1944 (…) un gruppo di soldati tedeschi arrivò qua. Erano circa sessanta ed erano sotto il comando di un Capitano tedesco. Seppi da un interprete, che era aggregato a questo gruppo, che essi appartenevano a un Reggimento Corazzato. Lo stesso interprete una volta mi disse che egli era nato in Svizzera. I soldati di questo gruppo indossavano l’uniforme nera dei Corpi Corazzati tedeschi. Circa otto o dieci giorni dopo, l’interprete m’informò che essi stavano per partire e che un Generale tedesco, con il suo Comando, sarebbe arrivato a Villa Renacci. Finalmente quest’Unità Corazzata partì.[19]

Secondo lo storico Gentile questa compagnia corazzata, che subì perdite in Valdarno e a Montaltuzzo, potrebbe essere stata l’Alarmkompanie Pauke e sarebbe legata strettamente alle stragi del 29 giugno e in particolare a quella di San Pancrazio. Sarebbero, infatti, quei soldati che giunsero nei luoghi della strage da nord rispetto a quelli che venivano da Monte San Savino. La loro uniforme nera, giacca e pantaloni, con il teschio e le tibie incrociate nelle mostrine rimanevano ben impresse e spesso erano confusi con le SS (Gentile 2006: 235). Per quanto riguarda invece il loro ruolo nelle stragi di Meleto e Castelnuovo questo rimane molto incerto anche se vi fu la segnalazione di Gigliola Casini per Meleto che ricordava con certezza il «distintivo sulla parte alta della manica sinistra, consistente in un teschio e tibie incrociate» nel soldato che uccide Olinto Bindelli. [20]

 
 

note:

 

[1] Gli Inglesi distinsero all’interno dell’esercito «Divisioni di élite […] formate da personale scelto e volontario […] addestrate per la guerra totale e composte dalle truppe più dure e spietate» (PRO, WO, 204/11497, German Reprisals for Partisan Activity in Italy, fine 1945). Secondo Fulvetti, tuttavia, la Wehrmacht fu responsabile del 42,8% dei massacri di civili in Toscana che, conteggiando quelli compiuti dalle Divisioni Hermann Göring e dai Paracadutisti, reparti con una certa autonomia derivante dal «prestigio militare» ma incardinati nell’esercito regolare, arrivano al numero di 152 su 204 totali (74,5 %). In realtà «nel 1944, il processo di Gleichshaltung (uniformazione) tra la componente nazista e quella militare più tradizionale [era], in seno all’esercito, a uno stadio molto avanzato» (2006: 77-8). Secondo Gentile le stesse Alarmeinheiten della HG non possono essere considerate una forza scelta, trattandosi di «personale regolare proveniente dai ranghi» di Unità quali il Reparto rifornimenti o dal Reggimento Corrazzato (Audizione del 13 giugno 2005 al processo per i fatti di Civitella quale consulente tecnico della Procura militare di La Spezia).
[2] Sémelin 2007: XVI e più in particolare 291-379.
[3] Sull’importanza di questo episodio si veda Schreiber 2000: 130-1 e Gentile 2006: 225.
[4] Testimonianza di Mario Biagioni del 6.4.1994 (AEP).
[5] Esempio principe di questa rimitizzazione è la memoria di Mario Biagioni costruita sulla distinzione tra soldati buoni e «SS», riconoscibili il giorno della strage per una diversa «bardatura» (intervista del 6 aprile 1994 di Emilio Polverini in AEP). Il Biagioni, barrocciaio presso la Miniera delle Bicchieraie, raccontò di un soldato «vestito diverso, come tutti i Tedeschi della truppa», il quale permise, fingendo di non vedere, a diversi uomini di evitare il rastrellamento della Dispensa, villaggio dei minatori alla periferia di Castelnuovo. Il rastrellamento veniva compiuto proprio da reparti della Feldgendarmerie, che il Biagioni conosceva bene per aver avuto a che fare con loro giorni prima. Mentre si era nascosto in un capannone pieno di lignite riconobbe anche i soldati del Genio che stavano approntando la distruzione della Miniera. Al tempo dell’intervista ancora non si conosceva la funzione di supporto attivo della Feldgendarmerie né che i genieri facessero parte della stessa Divisione degli esecutori. La percezione terrifica o tranquillizzante della figura del Tedesco si manifesta così nella diversa bardatura e porta a significative considerazioni dell’intervistatore. «INT. – Sarebbe interessante sapere se questo Tedesco era uno di quelli che erano venuti per ammazzare: se era uno di quelli, fu un atto di pietà; se invece era uno di quelli che erano già lì [in Miniera], poteva essere un atto di amicizia. Questo Tedesco, però, aveva una divisa diversa dagli altri? MB – Come (… ) come tutti i Tedeschi della truppa. Quelli dell’SS erano bardati, calzoni corti (…)».
[6] Intervista del 2 maggio 1994 in AEP.
[7] Testimonianza n. 15 in Pondini 1999.
[8] Si vedano rispettivamente le Dichiarazioni 94 cit. di Bruno Sabelli, 212 del 14 Giugno 1945 di Guido Barbieri e la testimonianza n. 7 in Pondini 1999.
[9] Si veda rispettivamente Dichiarazione 208 cit. di Teresa Mattei e PRO Suppl.: 7.
[10] Dichiarazione del 27 Novembre 1944 di Maria Barzagli vedova Corsi, in PRO: 88-89.
[11] Secondo Boni, il Generale era invece tale Forster, «un Capitano, sicuramente Generale» (2007: 117-8 e 243). A dire il vero di questo Generale/Capitano non sappiamo niente e Maria Corsi non lo vide nemmeno («Non sono in grado dire di più a proposito dei Tedeschi che erano nella mia villa e, du­rante il periodo della loro permanenza, non entrai in contatto con il Generale»). Forster, infatti, non fu descritto da nessun teste ma il suo nome appariva su una busta ufficiale tedesca trovata da Crawley a Villa Cetinale, con la dicitura «Kdr I/Pz Regt 4 Capitano Forster». Nel Report è scritto: «Il 2 Luglio 1944, un altro Ufficiale tedesco, descritto come Generale, ed il suo staff, di cui si pensa facesse parte un certo Capitano Forster, Comandante del 1/Panz Regt. 4, tutti del 76 Panzerkorps, arrivò alla Villa Cetinale (…). Il Generale installò il suo Comando nella Villa, a meno di mezzo chilometro dal Comando di Danisch». Per un effetto a cascata assai confusionario, secondo Boni, Forster diviene la mente preordinatrice del massacro e la mattina del 4 luglio è presente a Meleto e contemporaneamente a Castelnuovo dei Sabbioni con il Maggiore Seiler (ritenuto in realtà il Maggiore Rahls). Il comando della strage sul posto e in prima persona da parte di un Generale sembra una forzatura un po’ fantasiosa (PRO: 4 e Boni 2007: 123, 136 e 170).
[12] Si veda la testimonianza a Reggello di Adriana Cellai (PRO: 370), dove si parla della preparazione dell’arrivo del Generale Heidrich, o quella di Luigi Balduzzi, dove il Podestà è invitato a presentarsi di fronte a un Generale chiamato misteriosamente «K. K.» (che Crawley addirittura ipotizza essere stato Kesselring), ma che poi si nega perché si è giunti troppo tardi all’appuntamento (PRO: 390); per contro Zeila Corsi (PRO: 394) riesce a vedere Heidrich, appena giunto da Renacci vicino San Giovanni, e ne dà una descrizione particolareggiata, mentre Pietro Barberini, che viveva a Renacci era riuscito a vederlo una volta sola (Dichiarazione del 16 Novembre 1944 in PRO: 86-87). Entrambi ricordano come l’Ufficiale sia arrivato nelle loro residenze sempre di sera quando ormai era già buio.
[13] Dichiarazione del 1° Dicembre 1944 in PRO: 55.
[14] Dichiarazione del 14 Novembre 1944 in PRO: 67-68.
[15] Dichiarazione del 9 Novembre 1944 in PRO: 64-65. In effetti la donna aveva ragione, perché Maria Corsi quando visitò il Tenente per avere notizie del marito gli parlò senza bisogno d’interprete, mentre a Reggello, dove questi reparti del LXXVI Panzerkorps si trasferirono il 12 luglio, Danisch conversò abbastanza agevolmente in italiano con Adriana Cellai. Evidentemente quando interrogava gli ostaggi, sia a San Cipriano sia a Reggello, o fingeva di non conoscere la lingua italiana o chiedeva agli interpreti italiani di cogliere sfumature particolari.
[16] Si veda la Dichiarazione del 30 Novembre 1944 di Gastone Sottani in PRO: 378.
[17] Dichiarazione del 3 Dicembre 1944 di Nicomede Cliceri in PRO: 69.
[18] Si vedano le Dichiarazioni del 16 Novembre 1944 di Francesco Balestri  e di Alfredo Grazzini in PRO, pp. 70-71.
[19] Dichiarazione di Pietro Barberini cit..
[20] Vedi Dichiarazione del 14 Novembre 1944 in PRO: 214-215.

 

Bibliografia aggiunta:

 

Blumenberg, Hans, Elaborazione del mito, il Mulino, Bologna 1991.
Dei, Fabio (a cura di) Antropologia della violenza, Meltemi, Roma 2005.
Schreiber, Gerhard, La vendetta tedesca. 1943-1945 Le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori, Milano 2000.
Sémelin, Jacques, Purificare e distruggere. Usi politici dei massacri e dei genocidi, Einaudi, Torino 2007.

Una strage ~ 4. I Tedeschi: Alarmkompanie o corpi speciali?

 

 

Dobbiamo a Carlo Gentile la probabile individuazione delle truppe responsabili delle stragi di Civitella e di Cavriglia. Secondo lo storico, consulente prima della procura militare di Dortmund e poi di quella di La Spezia che istruì il processo per i fatti di Civitella della Chiana, nel periodo a cavallo di giugno e luglio, ci troviamo di fronte ad un ampio ed unico complesso di operazioni «antipartigiane» dal nome in codice di Seidenraupe (baco da seta). Questo sarebbe il significato di un “lucido” proveniente dal Comando di Kesselring, riguardante un’operazione svoltasi in un’area non definita dell’Italia occupata tra il 22 giugno e l’8 luglio e che sarebbe costata la vita a 391 persone, cifra assai vicina a quella complessiva delle vittime della Hermann Göring tra la Val di Chiana e il Valdarno.[1] Nella documentazione militare tedesca le prove di un’operazione di questo tipo sono documentate solo per Civitella e San Pancrazio e i responsabili per le stragi del 29 giugno sarebbero stati elementi del Comando della Divisione corazzata HG, la Feldgendarmerie Trupp (mot) 1000 di quella Divisione, le Compagnie di pronto impiego denominate Alarmkompanie Vesuv della Nachschub-Trupp Hermann Göring e Alarmkompanie Pauke del Reggimento corazzato. A loro volta il Comando di Divisione, e in particolare l’Ufficio informazioni (Ic-Abteilung), avrebbe elaborato i piani delle operazioni di stragi.

Nella documentazione non vi è traccia dei fatti di Meleto e Castelnuovo dei Sabbioni, perché i materiali del LXXVI Panzerkorps, sotto il cui comando la Göring operava, relativi al periodo successivo al 30 giugno andarono distrutti. Nell’Inchiesta su Cavriglia tuttavia una prova di un  legame tra le due stragi si trova nella testimonianza del parroco di Montegonzi, Don Ermanno Grifoni, al quale il Maggiore Seiler, comandante delle truppe giunte lì il primo di luglio disse: «Qualsiasi attacco portato dai Partigiani contro i miei soldati mi costringerà a eseguire rappresaglie, come abbiamo fatto a Civitella della Chiana». Inoltre nell’ultima dichiarazione di un giovane catturato dai Tedeschi per ottenere informazioni sui partigiani di Castelnuovo e Meleto, sembra scomparire qualsiasi dubbio: «Quando fui interrogato per la prima volta da un Capitano [a villa Silvano a Bagno a Ripoli] notai una carta a grande scala distesa sopra un tavolo nella stanza. Su questa carta vidi due grandi croci rosse. Una di queste croci contrassegnava il paese di Civitella della Chiana e l’altra il paese di San Pancrazio».[2]

Se secondo Gentile, «gli elementi in comune tra le varie stragi che avvengono in quest’area sono così numerosi che è assai evidente che si tratti di un unico disegno», a legare entrambe le stragi sarebbero soprattutto le due compagnie di pronto intervento (Alarmeinheiten) costituite da tempo nelle retrovie per azioni antipartigiane e presenti in Valdarno l’una fin dal 18 giugno (la Pauke) e l’altra dal 25 giugno (la Vesuv) (2006: 227). Queste compagnie, attive nella Göring già dal 1943, erano formate solo da ufficiali e sottufficiali, prelevati da varie unità dello stesso reparto e impiegati per un periodo limitato ma continuamente operative contro le formazioni partigiane e nella repressione di atterraggi di paracadutisti nemici. Come rivela il nome stesso queste unità dovevano essere in grado di operare rapidamente nel giro di poche ore. In particolare la Vesuv, costituita all’interno dell’unità dei trasporti e rifornimenti (salmerie) della Göring, sarebbe stata presente in entrambe le azioni, mentre la Pauke forse avrebbe operato solo a San Pancrazio. Gli Inglesi, da parte loro, mentre indagavano su una compagnia di trasmettitori, giunsero in modo abbastanza casuale a quello che oggi può apparire come uno dei comandi di tutta l’operazione, alloggiato fin dalla metà di giugno presso Bagno a Ripoli e facente capo al Maggiore Rahls, comandante delle Fsch.Pz.Nachschubtruppen. Tuttavia, al momento dell’indagine, non si poteva comprendere l’agile e mutevole composizione delle Alarmeinheiten né cogliere il disegno unitario delle stragi e Rahls, infatti, non fu segnalato neppure come criminale di guerra.

All’interno di questo quadro, dove emerge un campo d’azione a vasto raggio, livelli di responsabilità decisionali molto alti (Comando di Divisione ma forse anche del Corpo d’armata), impiego di forze estese e un lavoro d’intelligence preparatorio assai puntuale, per Gentile più incerte sarebbero le responsabilità del Genio Militare, della I Divisione Paracadutisti, dell’artiglieria, dei carristi e dei trasmettitori perché «gli indizi a loro carico sono spesso poco concreti» (2006: 230). Alla luce delle considerazioni che svilupperemo, secondo noi, volutamente od oggettivamente, alcuni di questi Reparti in realtà crearono ad arte una certa confusione attraverso un comportamento astutamente ambiguo, fatto d’intenzioni manifeste e subdole rassicurazioni, costringendo gli Inglesi a ricostruire con difficoltà la trama dei fatti. Tuttavia, in una zona mineraria caratterizzata da un importante impianto industriale più volte la documentazione storica ha incrociato il Genio Militare e, anche se la distruzione della Centrale Elettrica iniziò nella notte tra il 6 e il 7 luglio, in varie strutture della Miniera già da alcuni giorni si era cominciato a sistemare le mine.[3] Se fu lo stesso Genio Militare della Hermann Göring a minare il paese di Castelnuovo dopo che questo era stato “ripulito” dei civili, rimane difficile pensare all’azione stragista e di devastazione infrastrutturale come a due operazioni distinte. Certamente il tremendo impatto emotivo delle stragi spinse la narrazione e la memoria, com’è comprensibile, verso le vicende relative ai rastrellamenti e le uccisioni, lasciando in secondo piano le distruzioni infrastrutturali. Tuttavia, anche se supponessimo che il Comando Divisionale abbia fatto affidamento per l’esecuzione delle uccisioni solo sulla Vesuv, lasciando compiti di supporto ad altri Reparti, è comunque fuorviante concentrarsi solo sulle Alarmeinheiten. Ciò che è in discussione non è la loro presenza quanto piuttosto l’organizzazione di tutta l’operazione, la quale in base alle testimonianze coinvolse una pluralità di reparti della Divisione Hermann Göring secondo una logica di prelievo generalizzato. Siamo infatti più vicino al vero se diciamo che il 4 luglio fu un’intera Divisione a mettere in atto un’operazione antipartigiana sotto il tacito controllo del Comando d’armata.

 

Voci su una strage

 

Tra le dichiarazioni raccolte dagli Inglesi cinque testimonianze portano direttamente a Terranuova Bracciolini. La piccola cittadina non si trova nelle immediate vicinanze dei paesi soggetti alla violenza tedesca e la sua naturale propensione è il versante orientale della vallata dell’Arno che guarda il Pratomagno, nel lato opposto ai monti del Chianti. Dopo la scoperta della documentazione d’Inchiesta inglese la percezione di tutta la vicenda stragista è mutata e ogni racconto storico e giudiziario prende le mosse da quel paese, facendo cadere definitivamente, a causa del concorso di forze diverse e di comandi assai elevati, l’idea che l’azione repressiva sia avvenuta estemporaneamente per un improvviso rigurgito di vendetta nazista o per l’intemperanza di alcune truppe. Già lo stesso Report inglese si era domandato se «i movimenti delle varie Unità militari tedesche (…) possono essere stati semplicemente una normale procedura, manovre causate da situazioni di guerra del momento, coincidenti con le date delle rappresaglie nelle zone interessate» o se «quei movimenti fossero parte di un piano preordinato per eseguire rappresaglie su larga scala contro civili di sesso maschile nel Comune di Cavriglia».[4]

Parallelamente la non conoscenza dei risultati dell’Inchiesta favorì la caratterizzazione mitica del racconto sotto forma di “voci”, che nel periodo immediatamente successivo la strage furono tante e riguardarono sia i «collaboratori» Italiani sia i Tedeschi. La presenza degli Italiani fu subito oggetto di ipotesi controverse. Si disse che alcuni Fascisti avevano già minacciato gravi ritorsioni perché gli abitanti di questi paesi erano restii alla collaborazione.[5] La moglie di un uomo fatto ostaggio a Meleto avrebbe annunciato «in anticipo» l’uccisione di massa, anche se subito s’insinuava che la donna fosse «pazza». «Una famiglia» era stata accusata di aver collaborato con i Tedeschi, mentre chi aveva fatto il pane per i Partigiani avrebbe reso tutta la popolazione complice agli occhi degli occupanti.[6] Una suora parlò di un uomo che durante i rastrellamenti a Castelnuovo camminava con una bandiera italiana.[7] Un uomo, sconosciuto e «probabilmente un repubblichino», nella periferia di Meleto proprio durante le operazioni costrinse un ragazzo in fretta e furia a riparare la ruota forata della propria motocicletta.[8]

I racconti che riguardavano i Tedeschi furono invece più vaghi e sempre circondati da un alone di mistero. Per alcuni erano vestiti con divisa da SS, per altri invece di «grigioverde con delle mostrine nere».[9] Una voce molto diffusa diceva che a Castelnuovo il soldato scelto per mitragliare la settantina di uomini addossati alla muraglia della Piazza si rifiutò di sparare e, bruscamente messo da parte da un suo camerata, fu ucciso insieme ai civili, mentre secondo altri sarebbe stato portato sino a San Martino e lì sgozzato con altri tre uomini.[10] Se per alcuni i soldati sembravano «dappertutto»,[11] tanto che si parlò di centinaia di soldati e un grande movimento di camion, a Meleto parvero poco più di una decina e furono visti solo due automezzi e due motociclette, una delle quali sarebbe stata guidata da un repubblichino, motivo per cui fu in seguito processato.[12] A Massa, dopo che i Tedeschi avevano catturato una decina di uomini, giunsero due aerei inglesi sparando sull’assembramento e favorendo una fuga generalizzata. Purtroppo gli aerei non sorvolarono i paesi di fronte, Meleto e Masseto, che a quell’ora erano già in fiamme e stavano sollevando alte colonne di fumo nero, tanto che l’intervento alleato dal cielo non solo non fu ritenuto efficace ma forse neppure attendibile. Si diceva che a San Martino, mentre altrove erano già stati uccisi la quasi totalità degli uomini, la moglie di un dirigente della Mineraria, padrona della lingua tedesca, abbia fatto da interprete tra i soldati e i Partigiani per una partita di cereali e qualche maiale;[13] per altri invece si sarebbe limitata a telefonare «al comando di Firenze» perché gli ostaggi del piccolo paese fossero liberati.[14] Riguardo allo stesso comportamento dei Partigiani vi furono contrapposte versioni: per alcuni fuggirono, per altri tentarono di avvicinarsi e ingaggiarono qualche battaglia, per altri ancora addirittura seppero solo il pomeriggio quello che realmente era successo.

Questi frammenti di verità e distorte ricostruzioni, che i Carabinieri cercarono di verificare senza successo o con poca convinzione, ufficialmente per non creare altre divisioni, ma forse con la volontà di fare emergere solamente “responsabilità partigiane”, furono riportate in realtà dai parroci nei loro diari. Quelle voci ancora mantengono un alone di mistero e dicono di una trama velata che non potrà mai essere scritta come una cronaca certa a dispetto delle ricostruzioni degli storici, delle inchieste giudiziarie, delle memorie spesso ingannate dal risentimento o perfino dall’inconfessato timore di aver fatto da sponda a episodi criminali. Non è un caso che sempre gli investigatori della S.I.B. per assicurarsi che le «affermazioni molto colorate ed esagerate che (…) venivano dalle fonti italiane» fossero vere e che le atrocità si fossero «effettivamente svolte come (…) erano state riportate», all’inizio si siano avvicinati ai testimoni con rigore ma anche scetticismo.[15]

 

Evelina Dugini

 

Anche se non sappiamo come gli Inglesi arrivarono a lei, fu una donna, Evelina Dugini, sfollata da San Giovanni Valdarno a Terranuova Bracciolini e senza nessuna relazione apparente con le vittime di Castelnuovo e di Meleto, a dare per prima un volto e un nome ad un criminale di guerra. La sua dichiarazione, una delle prime di tutta l’Inchiesta (18 settembre), s’incrocia con quelle degli abitanti di Castelnuovo ed è precedente anche quella di un Partigiano (25 settembre), che aveva consegnato agli Alleati un giovane fatto prigioniero e condotto proprio a Terranuova dai Tedeschi.[16]

La “voce” di Evelina si rivelò comunque una notizia vera e portò gli Inglesi a indagare su una truppa appartenuta alla Luftwaffe, che era arrivata a metà giugno a Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze, e che stazionò a Terranuova a partire dal 25 giugno.

Dalla confidenza ricevuta dal soldato Rudi Groner, Evelina era venuta a sapere che la mattina del 4 luglio la sua Compagnia aveva partecipato alle stragi. Groner frequentava in quei giorni l’appartamento di una ragazza nello stesso palazzo in cui viveva la donna, dove venne ingaggiato un giovane studente di lingue per fare da interprete nell’interrogatorio di un certo Ivario V. di Castelnuovo dei Sabbioni fatto prigioniero. V., trovato con una bomba a mano e sotto la minaccia d’impiccagione e di ritorsione verso i familiari, avrebbe fatto alcuni nomi di Partigiani di Meleto e Castelnuovo. Anche questa vicenda entrò nel novero delle voci non verificate, ma una donna de Le Màtole, abitato alle porte di Castelnuovo teatro l’11 luglio di una successiva rappresaglia, era certa di essere stata respinta con il calcio di un fucile proprio da quel giovane che nell’occasione cercava di mascherarsi con un elmetto intrecciato con frasche di quercia.[17] Secondo i più il V. avrebbe mostrato segni di «squilibrio» essendo passato alla Repubblica Sociale dopo essere stato amico dei Partigiani presso i quali si recava per fare loro i capelli a tempo perso. Anche se da allora la vicenda di quest’uomo fu soggetta, com’è chiaro, a fraintendimenti e risentimenti locali, tuttavia la storiografia ha affrontato tutta la questione con molti pregiudizi ed eccessive cautele, finendo non tanto per assolvere o condannare una singola persona quanto per non approfondire il coinvolgimento dei Repubblichini.[18]

Comunque sia la Dichiarazione di Evelina Dugini, seppur breve, non ha solo valore di prima individuazione di uno dei criminali di guerra, ai quali è probabile si sarebbe prima o poi arrivati grazie alle testimonianze dei Partigiani che avevano arrestato il V., ma ci dice intanto che l’Unità di Groner il 4 luglio operò a Castelnuovo e a Massa e che ancora il giorno dopo era presente in Valdarno. Così testimoniò la donna:

Sono una donna sposata, con due bambini e risiedo a San Giovanni. Durante i mesi di Giugno e di Luglio di quest’anno, ho abitato nella casa del Signor Francini, in Via Concini 119 a Terranuova, dove occupavo l’ultimo piano della casa. Verso il 1° luglio 1944, ero sul portone d’ingresso, quando un soldato tedesco, il quale, io sapevo, aveva visitato la casa in una precedente occasione per incontrare la signorina Teresa Francini, mi avvicinò chiedendomi – in un italiano ben comprensibile – se potevo lavare per lui alcuni indumenti. Dopo che ebbi accettato di farlo, egli mi dette un fagotto di panni sporchi da lavare che aveva con sé. Intorno al 5 luglio 1944, questo stesso soldato ritornò nell’appartamento dove dimoravo per riprendere i suoi panni lavati. Si scusò con me per non essere potuto tornare prima a riprenderli, giustificandosi con il fatto di essere stato trattenuto a Castelnuovo dei Sabbioni e a Massa dove, insieme ai suoi camerati, aveva fucilato un gran numero di Partigiani. Egli lasciò la casa e da allora non l’ho più visto né ho sentito parlare di lui. Quando in seguito chiesi alla Signorina Teresa Francini se conosceva il nome di questo Tedesco, lei mi disse che si chiamava Rudi Groner. Per quanto mi ricordo Groner poteva avere circa 23 anni di età, alto circa m. 1,63, ben formato, i capelli castani chiari ondulati, gli occhi penetranti e la carnagione abbronzata. Era vestito con camicia e calzoni corti kaki. Potrei riconoscerlo, se lo vedessi nuovamente.[19]

 

Alarmkompanie Vesuv o una «particolare» Unità antipartigiana?

 

Nelle testimonianze di Terranuova il comportamento dell’Unità antipartigiana cui apparteneva Groner appare relativamente tranquillo, non c’è traccia di brutalità né vi è una particolare segretezza sulla propria missione. L’Ufficiale comandante, un Tenente appassionato di musica che suonava il piano «molto bene», comunicava in francese con il proprietario della casa dove aveva preso dimora, a cui aveva confidato senza esitazioni la sua missione di repressione antipartigiana la quale sottintendeva notoriamente anche la morte di civili innocenti. D’altronde ciò che faceva pensare di trovarsi di fronte a soldati “caratterialmente” violenti è probabile si verificasse solo al momento della “messa in atto” della strage quando cioè, nella consapevolezza di dover assolvere un compito pluriomicida e indiscriminato in una situazione emotiva estrema, avveniva una trasformazione in senso spietato di tutto il comportamento del militare.[20]

Secondo la testimonianza di Nella Terni, questo «Tenente tedesco con circa settanta soldati» era giunto a Terranuova Bracciolini attorno alla domenica del 25 giugno. In quel periodo il proprietario della casa, presso cui la giovane prestava servizio, era sfollato. Via Vittorio Veneto nella sua parte iniziale dipartiva da uno slargo centrale e comprendeva alcune villette in stile primo Novecento. Il «Comando» s’installò nella casa dove la Terni lavorava, mentre poche abitazioni avanti alloggiò da solo l’Ufficiale capo di tutta l’Unità. Il resto della truppa si stabilì poco distante in via Verdi, nella sede della Scuola di Musica. I tedeschi erano arrivati con «parecchi camion militari e motociclette», tanto che il Segretario Comunale, Vittorugo Lavacchi, che ospitò il Comandante, parlò di «un’Unità mobile» intendendo evidentemente una compagnia adatta a continui e improvvisi spostamenti.[21]

Secondo Gentile, quest’Unità antipartigiana altro non era che l’Alarmkompanie Vesuv, il cui coinvolgimento nella strage di Civitella è dedotto da una serie di passaggi logici: in Val di Chiana infatti alcuni testimoni avevano notato che gli automezzi tedeschi erano contrassegnati da un cerchio bianco con una N centrale di colore blu, sigla della Nachschub-Trupp Hermann Göring.[22] Al contrario né la giovane donna di servizio né il Segretario Comunale ricordavano alcun contrassegno sugli automezzi, ma gli Inglesi, tramite le confessioni del V., giunsero lo stesso a Villa Silvano di Bagno a Ripoli, dove pare sicuro alloggiasse la Vesuv.[23] Ai primi di luglio al suo comando vi sarebbe stato il tenente Siegfred Böttcher, che al processo sui fatti di Civitella fu imputato quale comandante della Vesuv.[24] Al Lavacchi l’Ufficiale invece disse di chiamarsi Wolf e tale incongruenza è spiegata da Gentile con il fatto che «le Alarmeinheiten in genere non avevano personale fisso, ma (…) venivano invece spesso costituite o sciolte secondo le necessità operative e (…) i loro uomini appartenevano ad altre unità, presso le quali continuavano a prestare servizio» (1998: 33). Questa contraddizione da una parte complica notevolmente la comprensione della vicenda, perché si lega ad un errore della ricostruzione degli Inglesi, i quali confusero il «Tenente Wolf» con un «Capitano Wolf» allora di stanza a Bagno a Ripoli, ma dall’altra può nascondere una sua insospettabile soluzione.

Domandiamoci innanzitutto se questa Unità sia stata una parte o tutta l’Alarmkompanie e come sia stata presumibilmente disposta nella zona di retrovia, dalla Val di Chiana al Valdarno, dove andava ad operare. Infatti, se secondo le testimonianze su Villa Silvano a Bagno a Ripoli essa era formata al suo completo da circa 150 uomini con un personale formato sempre «da sottotenenti guidati da un Tenente», attorno al 25 giugno una parte dei suoi componenti si sarebbe trovata a Terranuova, mentre un numero oscillante attorno al centinaio si sarebbe venuto a trovare nei pressi di Civitella tra Tegoleto, Spoiano e Oliveto. La composizione dell’unità di Terranuova a sua volta è ben particolare e i testimoni distinsero una «truppa», un «Comando» e un Ufficiale comandante: una divisione gerarchica che si riflette nell’alloggio, nettamente diviso tra una Villa dove se ne sta da solo il Comandante, un’altra dove alloggiano un gruppo scelto di sottufficiali, qui chiamato «Comando», e il grosso della «truppa» nella Scuola di Musica del paese.

Se «Wolf» fosse stato il Comandante di tutta la Vesuv nel periodo a cavallo tra il giugno e il luglio, in quei giorni avrebbe coordinato l’azione di Civitella da «distanza», facendo spola tra i dintorni di Firenze, il Valdarno e la Val di Chiana. In appoggio alla tesi dell’unitarietà delle stragi va preso in considerazione quanto quest’Ufficiale confidò al Lavacchi nella settimana che rimase nella sua casa. Essendo avvenuta la conversazione in un giorno tra il 25 giugno e il 3 luglio, nell’affermare «una volta l’Ufficiale mi disse che aveva combattuto con i suoi uomini contro i Partigiani», il “combattimento” sembra riferirsi a un’azione particolare avvenuta in quel periodo più che alla consuetudinaria attività della propria Unità, tanto che, sebbene le testimonianze di Terranuova non abbiano parlato di un’assenza significativa il 29 giugno di tutta o gran parte di quest’Unità, si può pensare alle stesse stragi della Val di Chiana.[25]

Contro questa ipotesi sta il fatto che in realtà il vero comandante della Vesuv per Gentile sarebbe Böttcher e la spiegazione del cambiamento di comando dettato dalle «necessità operative» del momento si scontra con un evidente sovrapposizione di date. L’Ufficiale di Terranuova perciò o era il Böttcher stesso, nel qual caso «Wolf» sarebbe una falsa identità, o era un Tenente messo al comando di quella parte dell’Alarmkompanie Vesuv con compiti “speciali” nell’operazione nella zona mineraria. Svilupperemo più avanti quest’ultima ipotesi.

 

Rudi Groner

 

Tutti i testimoni misero in risalto la figura di Rudi Groner, il quale «parlava con proprietà l’italiano» e pareva avere funzioni d’interprete. L’identificazione di questo soldato, che con orgoglio si presentava come «membro della Luftwaffe» e apparteneva di fatto alla 3a compagnia autotrasporti delle Nachschub-Truppen HG, a ben vedere è il vero anello di congiunzione nella visione di un’unica operazione tra il Valdarno e la Val di Chiana (Gentile 1998: 32). Neppure questo interprete, che era riuscito a tessere una rete di legami con la popolazione locale e per di più si dimostrò capace di condurre da solo un interrogatorio con efficacia poliziesca, teneva segreta la propria attività antipartigiana. Rudolf o Rudi Groner, le cui attitudini socievoli ed espansive saranno rimarcate nella scheda segnaletica inglese come «persona cui piacciono il vino e le donne», divenne presto un personaggio in vista nella piccola cittadina di Terranuova tra i militari della sua Unità. La stessa Terni sottolineò come la frequenza delle visite in casa Francini fosse addirittura giornaliera. Dalla descrizione di chi ebbe stretti contatti con lui ci giunge il ritratto del tipico «uomo comune» (Browning), che intrattiene per diletto personale e forte senso del dovere relazioni correnti con gli abitanti del luogo, scambia con loro le foto, lascia il proprio indirizzo, beve del vino in compagnia, lavora per reprimere l’attività partigiana, fa pressioni per avere qualche loro nome, minaccia un prigioniero di uccidergli i familiari, partecipa al massacro di un’ottantina di uomini come ad una normale battuta di caccia, e alla fine «si scusa» se con ritardo ritira gli indumenti lasciati a lavare perché trattenuto da queste incombenze quotidiane. «È la guerra», dirà al giovane interprete dell’interrogatorio, Pericle Sorbi.

Se la circostanza che Groner, continuamente alla ricerca d’informazioni sui Partigiani, abbia condotto a Terranuova in prima persona l’interrogatorio del V., potrebbe far pensare a un ruolo di primo ordine in tutta la vicenda, a sua volta la casa della Francini, dove il soldato fu subito indirizzato, non sembra essere stata solo un ritrovo di «amanti del vino e delle donne». Ad accompagnare il soldato tedesco sono sempre infatti degli «Italiani» che la giovane curiosamente dice di non conoscere, come se l’abitazione avesse accolto abitualmente “estranei”. Quando la Francini fu interrogata, così descrisse il loro primo incontro:

Sono una donna nubile di ventitré anni e vivo a Terranuova con i miei genitori. Credo sia stato l’ultimo giorno del mese di Giugno 1944, quando un soldato tedesco entrò in casa mia chiedendomi, in un italiano abbastanza corretto, del vino. Io glielo offrii e lui lo consumò in casa. Mentre stava bevendo, iniziammo a conversare in un modo assai amichevole. Alla fine, quando se ne andò, promise di ritornare poiché – disse – era appena arrivato nel paese e vi sarebbe rimasto per un po’ di tempo. Ricordo che il giorno seguente, o qualche giorno dopo – non sono abbastanza sicura di questo, andai a fare una passeggiata in campagna con un mio amico, Pericle Sorbi, che in quel periodo viveva nel paese. Quando feci ritorno a casa con Sorbi, vi trovai il soldato tedesco con cui avevo conversato il pomeriggio precedente. Stava sorseggiando del vino insieme a due giovani italiani, di cui ora non ricordo i nomi. Dopo un po’ il mio amico Sorbi lasciò la casa e, durante la conversazione che seguì fra il tedesco e me, accennai al fatto che egli era in grado di parlare bene il tedesco. Poco dopo, anche il tedesco se ne andò. [26]

A sua volta Pericle Sorbi avrà una memoria più drammatica di quell’incontro.

Sono un uomo celibe, risiedo con i miei genitori [a San Giovanni Valdarno] e sono studente di lingue. Parlo correntemente il tedesco. Durante i mesi di Giugno e Luglio 1944, mia madre ed io sfollammo dalla nostra cittadina nel paese di Terranuova, che dista circa tre chilometri, a causa dei bombardamenti degli Alleati su San Giovanni. (…) Non ricordo il giorno esatto, ma era sicuramente verso la fine di Giugno 1944 ed ero in compagnia di una mia amica, la Signorina Teresa Francini, con la quale facemmo una passeggiata nelle vicinanze di Terranuova. Alla fine ritornammo a casa della Signorina (…). Entrando in casa, vidi un soldato tedesco in compagnia di due giovani civili italiani che bevevano del vino. Non conoscevo nessuno di loro. All’inizio la Francini ed io rimanemmo in disparte, ma dopo un po’ di tempo, la Signorina, sapendo che io ero capace di parlare tedesco, m’invitò a conversare con il soldato. In quel momento il soldato, rivolgendosi a me, disse: «Parlate tedesco?». Risposi: «Sì, un poco». Durante la conversazione che seguì fra il soldato e me, gli promisi che sarei ritornato più tardi, quella sera, per tradurgli una lettera che aveva ricevuto dalla sua fidanzata italiana. Alla fine lasciai la casa, ma in realtà non ritornai come avevo promesso.[27]

 

«Non aver paura»

 

Secondo una ricostruzione che peraltro a lungo fu ritenuta di parte e dettata dalla falsa coscienza dei Partigiani, sarebbe stato un fatto in parte fortuito a chiudere il cerchio attorno alle brigate partigiane che operavano a ridosso dei monti del Chianti. Il giovane di Castelnuovo, trovato in possesso di una bomba a mano a causa forse di una goffa reazione, fu fatto prigioniero e condotto a Montevarchi. Il giorno successivo fu consegnato prontamente alla compagnia di Terranuova, evidentemente per la sua competenza antipartigiana, al fine di estorcere notizie sui ribelli di quella zona. Nonostante oggi questo racconto sia finalmente ritenuto veritiero, in realtà il pregiudizio antipartigiano ha continuato a depotenziarlo attraverso una trama assai sommaria e un’interpretazione tutta psicologica e individuale. Se è sicuro che furono date informazioni sulla provenienza di alcuni Partigiani di Meleto e Castelnuovo, è molto più plausibile che queste siano servite ad attuare le azioni di rappresaglia partite da Poggio alle Valli fino a Le Màtole, l’8 e l’11 luglio, mentre resta difficile pensare che l’organizzazione di un eccidio così vasto sia stata pensata a partire da quanto il giovane rivelò ai Tedeschi.

Il giovane, arrestato dai Partigiani al suo ritorno in paese e poi consegnato agli Inglesi, non prima di essere percosso dai compagni di un tempo, fu condotto a Castel Baronia, in provincia di Avellino, dove viveva in semi libertà con l’obbligo di presentarsi ogni giorno ai Carabinieri. A dicembre rilasciò una prima dichiarazione al Cap. Middleton, per conto della S.I.B., costruendo la sua difesa nel dilatamento dei tempi intorno alle date delle stragi di Castelnuovo e Le Màtole, perché apparisse impossibile la sua partecipazione. In quel primo momento negò persino di aver conosciuto i Partigiani. Il Sergente Maggiore Crawley in realtà quando lesse la dichiarazione fornita per rogatoria al capitano Middleton, sapendo da Pericle Sorbi come si era svolto effettivamente l’interrogatorio a Terranuova, divenne certo che l’uomo avesse passato ai Tedeschi una grande «mole d’in­formazioni» (PRO Report: 33). Crawley si trasferì così di persona a Castel Baronia, dove il 27 febbraio 1945 interrogò di nuovo il giovane, ma a quel tempo aveva già scritto le conclusioni dell’Inchiesta e utilizzò le nuove dichiarazioni per riaprire un fascicolo su Poggio alle Valli, da dove il delatore avrebbe condotto i Tedeschi verso la base dei Partigiani della Chiatti. In questo secondo interrogatorio finalmente ammise di aver indicato ai Tedeschi come giungere ai Partigiani, ma continuò a negare la sua presenza a Le Màtole.

Il racconto di Ivario V. può essere diviso in più parti: la cattura da parte dei Tedeschi per il possesso di una bomba, la detenzione e il suo interrogatorio a Terranuova, il trasferimento a Bagno a Ripoli e finalmente la sua presenza all’azione antipartigiana dell’11 luglio de Le Màtole, ammessa nella terza e ultima sua dichiarazione. Viste le incongruenze del racconto con quanto l’indagine andava rivelando, Crawley lo interrogò più volte e fu così uno degli ultimi testimoni a essere sentito, quando ormai non poteva negare quanto Pericle Sorbi aveva già dichiarato e che lui si era ben guardato dal riferire a dicembre.

La sua cattura da parte dei Tedeschi sarebbe avvenuta nella strada tra Castelnuovo e Cavriglia, dove un automezzo militare s’imbatté nel giovane proprio nel momento in cui stava tentando di lanciare contro i soldati una bomba a mano, «che [avrebbe] trovato, due o tre giorni prima, in un cespuglio presso Castelnuovo». Se quest’episodio, sicuramente un po’ fantasioso e di riparazione al comportamento successivo, sembra il tentativo di apparire agli occhi degli Inglesi un fiancheggiatore dei Partigiani, dalla testimonianza dello stesso Sorbi è confermata la percezione tedesca dell’ostaggio come quella di un partigiano. Lo stesso V. tentò di difendersi agli occhi degl’Inglesi in questo modo: «Sebbene non fossi un Partigiano attivo, io ero un loro forte simpatizzante e conoscevo i membri della banda partigiana del posto, comandata da Nello Vannini che era anche un mio intimo amico. Ero solito frequentare il locale Comando partigiano, sopra San Martino, per tagliare i capelli ai membri di questa banda, poiché facevo il parrucchiere a tempo perso».

Sull’episodio esiste una memoria di Emilio Polverini antecedente la pubblicazione dell’Inchiesta inglese, la quale pone alcuni interrogativi sul racconto del giovane. L’arresto, infatti, sembra sia stato compiuto non dai Tedeschi ma dai Repubblichini. Polverini infatti aveva scritto che

nel dopoguerra molti asserivano che a Le Màtole c’erano anche degli Italiani nel gruppo dei rastrellatori: veniva fatto anche il nome di un giovane, Ivario V., che li avrebbe guidati al rifugio. Questo giovane era stato arrestato dai Repubblichini perché pare sia stato trovato in possesso di un’arma, lasciata dai militari che erano partiti da Castelnuovo dopo l’8 Settembre, che lui portava con sé e mostrava per eccesso di spavalderia. In seguito aveva aderito alla Repubblica Sociale.

Al momento di questa memoria lo storico locale si manteneva prudente riguardo la relazione del giovane con la strage del 4 luglio, tuttavia non solo confermava la storia di un’arma lasciata in paese già dal settembre 1943 e mostrata con «spavalderia», ma diceva anche di essere stato testimone dell’arresto e dell’esibizione del prigioniero su una grossa camionetta scoperta, seguita dalla madre che ne supplicava il rilascio. Sembra di capire che a causa di quest’arma il V. fosse oggetto nel paese di una preoccupata attenzione e forse non è un caso se nel racconto agli Inglesi trasformò l’arma fino allora sfacciatamente esibita in una bomba scagliata contro un veicolo tedesco. Ma ciò che più conta è che a procedere in modo plateale all’arresto non siano stati i Tedeschi ma i Fascisti: l’esibizione a monito per l’intera popolazione, d’altronde, aveva una logica più Repubblichina che tedesca e trovava il suo corrispettivo nella ostentazione che anche i Partigiani facevano dei Tedeschi catturati. Forse la contorta testimonianza voleva occultare una trama più complessa, come se al giovane fosse servito far credere di essere stato fatto prigioniero solo dai Tedeschi e dare in tal modo un carattere più «ineluttabile» alla sua collaborazione e tacere una più compromettente presenza repubblichina locale.

Questo episodio pone il problema del ruolo del fascismo valdarnese. Si spiegherebbe così perché il prigioniero abbia dovuto sostare prima a Montevarchi per poi essere consegnato ai Tedeschi a Terranuova, mentre gli Inglesi, nonostante la sua reticenza e confusa ricostruzione, non approfondirono la storia.[28] Infatti, dalla lettura delle testimonianze, il Valdarno alla fine di giugno appare soggetto a un’attività investigativa e spionistica che coinvolge persone comuni, fascisti convinti e sbandati di ogni tipo. Gran parte della popolazione del bacino minerario d’altronde era in allerta nei giorni precedenti e molti si nascosero; la posa delle mine nella centrale di lignite aveva creato allarme e trattative da parte della dirigenza mineraria con i Tedeschi, mentre l’arrivo di truppe notoriamente “spietate” e senza scrupoli avrà spinto alla delazione i Repubblichini. Di certo la comparsa nella scena dell’eccidio di un compaesano «in uniforme tedesca» fece precipitare il racconto della strage in una trama strettamente paesana e fu interpretata in chiave psicologica attraverso la mancanza di coraggio, l’esaltazione e l’invidia.[29]

Riguardo la detenzione a Terranuova e lo spostamento a Bagno a Ripoli, se a dicembre il V. aveva cercato di spostare a dopo la strage la semplice ammissione ai tedeschi della «presenza» dei Partigiani nei dintorni di Cavriglia, a febbraio ammise che già il 30 giugno, tradotto nella Scuola di Musica di Terranuova, era stato costretto a fare i nomi dei Partigiani.

Più tardi, quella stessa mattina, mentre ero ancora nel giardino, giunse un soldato tedesco che mi parlò in un italiano abbastanza corretto. Prima mi chiese il nome e l’indirizzo, che io gli diedi, poi mi accusò di essere un Partigiano e mi domandò il nome del comandante dei Partigiani di Cavriglia e della località dove si trovava la loro Banda. Inizialmente provai a negare di sapere nulla riguardo ai Partigiani, ma quello minacciò di mettere in atto ritorsioni contro la mia famiglia. Fu allora che, impaurito da quella minaccia, feci il nome di Nello Vannini come il comandante dei Partigiani. Gli dissi anche che membri della banda di Vannini potevano essere trovati nei dintorni di Poggio alle Valli, nel Comune di Cavriglia. Il soldato allora mi lasciò, ma ritornò circa un’ora più tardi accompagnato da un uomo che mi era totalmente sconosciuto. Loro parlavano in tedesco tra di loro. E quando quel civile mi disse in italiano – «Non aver paura», il soldato tedesco lo fermò dicendogli: «Non parlare con lui!». L’uomo allora si allontanò seguito dal soldato e per quel giorno non fui più interrogato. Quella notte mi fu permesso di dormire, con altri soldati, in una stanza della scuola.

A sua volta Pericle Sorbi ci parla di un uomo ancora non pienamente esplicito nelle proprie rivelazioni e di un sottufficiale che conduce l’interrogatorio da solo. Se si stesse determinando l’intera operazione stragista sarebbe sorprendente che ciò avvenga senza la presenza all’interrogatorio di un grado superiore al sottufficiale Groner. Alla fine, se è illogico pensare che si aspettino alcuni giorni per interrogare quello che per i tedeschi è più di un sospetto partigiano trovato con una bomba in tasca in una zona ad alta densità ribellistica (PRO Report: 33), siamo allo stesso tempo troppo a ridosso del martedì 4 luglio perché siano queste rivelazioni a determinare un’azione di tali dimensioni. Da parte sua la drammatica Dichiarazione del Sorbi ci parla di un interrogatorio condotto con maestria poliziesca dal tedesco, il quale porta l’ostaggio progressivamente in un vicolo cieco fatto di ricatti e minacce di ritorsione, in una situazione di tortura psicologica, tanto che Sorbi dice agli Inglesi che non avrebbe voluto svolgere quel compito e che compresa la situazione dove si era venuto a trovare invitò il giovane a «non dire troppe cose». In realtà il V. al momento di questo interrogatorio aveva già ammesso situazioni e conoscenze e con molta probabilità il fine sembra lo studio e il controllo del territorio per l’attuazione e non l’ideazione della strage. Così il Sorbi descrisse il drammatico confronto:

Il pomeriggio seguente, alle ore 14,30 circa, accompagnato da un mio amico stavo passeggiando lungo il Corso di Terranuova, quando fui fermato dallo stesso soldato tedesco che avevo incontrato in casa della Signorina Francini la sera precedente. Il soldato mi disse che dovevo accompagnarlo poiché aveva bisogno del mio aiuto. Cercai di spiegargli che non era il momento opportuno per accompagnarlo poiché ero con un amico. Però il soldato insisté ancora così tanto che dovetti lasciare il mio amico e accompagnare il soldato presso un edificio del paese, conosciuto come la Scuola di Musica, al n. 33 di Via Verdi a Terranuova. Vi era una sentinella tedesca che stava sorvegliando l’entrata al giardino a fianco della Scuola; quindi entrammo nel giardino stesso. All’estremità opposta vidi un giovane civile italiano che era seduto su uno scalino di una baracca nel giardino. Mi era completamente sconosciuto. Ci avvicinammo a lui e il soldato tedesco mi disse: «Quest’uomo è un Partigiano che abbiamo catturato. Ti ho chiamato allo scopo di spiegargli con precisione alcune cose». Compresa la situazione in cui mi venivo a trovare, dissi al soldato che non era molto piacevole per me assistere all’interrogatorio di un connazionale. Il soldato rispose: «È la guerra». Allora mi voltai verso il civile e lo consigliai di non dire troppe cose, dopo di che il soldato mi avvisò che non dovevo parlare al civile fino a che non me lo avesse ordinato di farlo lui stesso. Attraverso il mio ruolo d’interprete, il soldato fece al civile le seguenti domande: «Perché portavi con te una bomba in tasca? Qual era la tua intenzione?». Il giovane rispose: «Avevo trovato la bomba e volevo consegnarla al Comando Tedesco. Io sono innocente». A queste parole il soldato disse: «Questo è assurdo, tu ci hai già informato riguardo alla località dove stanno operando i Partigiani, le loro forze e i loro armamenti». E quello replicò: «È assai facile sapere tutto sui Partigiani, nel mio paese tutti quanti lo sanno». Quando gli chiese se conosceva il nome del Comandante dei Partigiani, lui negò di esserne a conoscenza. Allora gli furono chiesti i nomi di alcuni membri della banda dei Partigiani, che stava operando vicino a casa sua. Alla fine il giovane ammise di saperlo e il soldato, nell’udire ciò, gli consegnò un pezzo di carta e un lapis, ordinandogli di scrivere informazioni sui Partigiani. Fu così che, in mia presenza, scrisse sul pezzo di carta i nomi e gli indirizzi di tre persone che, secondo lui, erano Partigiani. Egli consegnò la carta al soldato. Non sono in grado di ricordare i nomi che io vidi scrivere dal giovane, ma ricordo che due di loro vivevano a Castelnuovo dei Sabbioni e uno a Meleto. Il soldato lo interrogò di nuovo a proposito dei nomi di altri Partigiani che poteva conoscere, ma senza successo. L’ostaggio fu allora informato che se non aveva dichiarato tutta la verità, sarebbe stato impiccato alle ore 17 di quello stesso giorno. Quegli giurò di aver affermato la verità, ma subito il soldato lo avvertì che il luogo dove aveva affermato che i Partigiani stavano operando, non era stato trovato sulla mappa. Il giovane si offrì volontariamente di accompagnare i Tedeschi nella località in questione. Non conosco l’esatta località riferita, ma era da qualche parte nel Comune di Cavriglia. Allora il soldato gli disse: «Tu sei furbo, ci vuoi condurre in una trappola». Passò allora a chiedere informazioni sulla sua famiglia, che furono prontamente date: fu così che il soldato lo informò che se avesse condotto i Tedeschi in una trappola, la sua famiglia sarebbe stata uccisa. Quando lasciai il giardino della Scuola di Musica accompagnato dal soldato, andai a casa della Signorina Francini.

Quale fu il peso di questa vicenda sulla strage di Castelnuovo e Meleto? Sicuramente per i tedeschi fu la conferma che la zona era particolarmente piena di banditen, ma la partecipazione di questa Alarmkompanie alle uccisioni sembra indipendente dall’interrogatorio del V. proprio in virtù del fatto che saranno più unità militari a essere coinvolte nella strage con la necessità quindi di un’ideazione e un coordinamento più complesso e elevato di quello che questo interrogatorio fa pensare. Al contrario, per le rappresaglie dell’8 e 11 luglio, addebitate unicamente a quest’Unità, sarà usata «la mole d’informazioni» (PRO Report: 33) del giovane per attuare l’azione antipartigiana nelle zone della Compagnia Chiatti e a Le Màtole dopo che i paesi vicini erano stati “ripuliti”.

Il problema tuttavia rimane quale sia stato il ruolo complessivo di questa Unità antipartigiana o Alarmkompanie che fosse.

 

L’uomo che tagliava i capelli ai Tedeschi

 

Mentre il Sorbi, comprendendo la pericolosità dell’Unità antipartigiana, fuggì dal paese con la propria famiglia, Groner fu visto ancora diverse volte a Terranuova. Secondo la Francini «ritornò in parecchie occasioni, durante la prima settimana di quel luglio e in una di queste volte confidò che era appena tornato da Castelnuovo dei Sabbioni dove, il giorno precedente, lui e alcuni suoi camerati avevano ucciso circa ottanta Partigiani». Perfidamente o forse per vantarsi del suo contributo investigativo, accennò al fatto che l’operazione era avvenuta perché «i Partigiani erano stati traditi da uno della loro gente». In quello stesso giorno l‘arrogante ammissione fu fatta anche alla Dugini. In tutta l’Inchiesta questo soldato, a differenza di altri che manifestarono dubbi o squilibrio emotivo per la strage compiuta, non sembrò turbato né tanto meno imbarazzato a raccontare la propria omicida azione.

Per gli Inglesi l’intera Unità antipartigiana aveva lasciato Terranuova la sera del 3 luglio, non andando «molto lontano» (PRO Report: 40). La Francini indicò l’ultimo incontro con Groner due giorni dopo che le aveva parlato della sua partecipazione alla strage, quindi il 7 luglio, quando i tedeschi avrebbero lasciato definitivamente la zona «per andare a Firenze. La ricostruzione a questo punto diventa molto ipotetica e alla fine anche gli Inglesi capirono ben poco di questo andirivieni tra il Valdarno e Bagno a Ripoli.

Riguardo alla propria detenzione a Villa Silvano, se a dicembre il giovane aveva costruito una trama che lo vedeva ammettere ai Tedeschi «la presenza dei Partigiani nei dintorni di Cavriglia» solo a strage compiuta, a febbraio invece, a seguito della testimonianza del Sorbi, non può negare la propria delazione, ma la sua ammissione rimane particolarmente contorta.

Il mattino seguente [l’interrogatorio cui era presente il Sorbi] fui condotto nuovamente nel giardino, dove fui sorvegliato tutto il giorno. Dormii nella stessa stanza della notte precedente. La mattina seguente fui portato di nuovo nel giardino, dove rimasi tutto il giorno sotto sorveglianza. La sera, quando cominciò a farsi buio, fui prelevato dal giardino da un altro soldato tedesco e sistemato a bordo di uno di due veicoli militari tedeschi che nel frattempo sostavano fuori nella strada. Questi veicoli erano carichi di valigette e di fucili. Vidi il soldato tedesco, che mi aveva interrogato al mio arrivo alla scuola, che saliva su un altro vei­colo. I veicoli poi partirono e dopo circa due o tre ore, si fermarono davanti a una villa a Bagno a Ripoli, vicino a Firenze. Io fui allora rinchiuso in un garage insieme a un soldato tedesco che mi sorvegliava. Il giorno seguente, verso mezzogiorno, fui portato dal garage in una stanza nella villa. In questa stanza vidi un Ufficiale tedesco, al quale io sentii che ci si rivolgeva come Capitano, un Maresciallo tedesco e altri due soldati tedeschi, uno dei quali era lo stesso soldato che mi aveva interrogato in italiano a Terranuova. Ora agiva da interprete per il Capitano. Quest’Ufficiale, per mezzo del soldato interprete, m’interrogò sui Partigiani a Cavriglia. Gli detti le stesse informazioni che avevo dato al soldato a Terranuova. Allora l’Ufficiale scrisse su un pezzo di carta il nome di Nello Vannini e lo sottolineò. C’erano altri nomi scritti sulla stessa carta, ma non li potei vedere molto chiaramente. Non posso ricordare chi essi erano. Mi fu permesso allora di ritornare al garage, dove rimasi tutta la notte. Verso le ore 13 del giorno seguente, fui sottoposto a un simile interrogatorio dalla stessa persona con lo stesso risultato. Questa volta l’Ufficiale disse: «Voi dovrete accompagnarmi a Poggio alle Valli». Un po’ di tempo dopo, quel giorno, il soldato interprete venne a vedermi nel garage. Mi informò che era inutile per me dirgli cose non vere, perché egli era stato a Castelnuovo dei Sabbioni e sapeva tutto riguardo alla mia fami­glia. Io non risposi al soldato ed egli lasciò il garage.

Al momento di questa Dichiarazione, nel febbraio 1945, Crawley non sa ancora niente del periodo di detenzione a Villa Silvano, perché solo ad aprile inizierà a indagare sugli spostamenti dei soldati e solo a giugno riceverà la conferma che il giovane castelnuovese dal tagliare i capelli ai Partigiani era passato a farli ai Tedeschi. Alla fine il giovane avrà detto agli Inglesi il minimo indispensabile per salvaguardare se stesso, creando volontariamente confusione sulle date e ammettendo solamente ciò che altri avevano rivelato, vale a dire l’indicazione di Poggio alle Valli come un accesso per arrivare ai Partigiani (Sorbi) e la sua partecipazione a Le Màtole (Benucci).

Sicuramente ricostruire sulla base delle ammissioni opportunistiche del giovane gli spostamenti dell’Alarmkompanie da Terranuova a Bagno a Ripoli passando per Castelnuovo inevitabilmente confonde la dinamica degli eventi. Secondo Boni, ad esempio, il coinvolgimento di questi soldati inizia da un primo spostamento, del tutto ipotetico e non riscontrato nelle testimonianze, a Montegonzi il 3 luglio fino all’azione a Castelnuovo, a Massa dei Sabbioni e infine a San Martino. Gli Inglesi, a loro volta, volendo trovare un ruolo al «Capitano Wolf» di Bagno a Ripoli ritenuto essere lo stesso ufficiale di Terranuova, finirono per ingarbugliare piuttosto che dipanare il filo dell’indagine e questa ipotesi allo stato attuale è contraddetta dalle risultanze degli archivi militari. Secondo Gentile, infatti, presso villa La Costa della famiglia Mattei dov’era alloggiato il «Capitano» Wolf si vennero a trovare soldati della unità di trasmissioni della Luftwaffe (Luftnachrichten) estranei all’Alarmkompanie e gli indizi a carico loro sono da considerarsi «vaghi e poco consistenti» (Gentile 2006: 237-8).[30]

In definitiva è semplicemente illogico uno spostamento continuo di tutta l’Alarmkompanie dai dintorni di Firenze al Valdarno anche due volte al giorno. Secondo le testimonianze, infatti, «tutta» l’Unità partì il 3 luglio da Terranuova così com’era arrivata ossia con «molti camion e motociclette».

Piuttosto si pongono alcuni interrogativi. Essendo poco plausibile che le azioni stragiste siano partite dalla casualità di una cattura di un sospetto partigiano, l’arresto del giovane fu per i Tedeschi una “fortunata coincidenza” o fu preordinato dai fascisti locali per conoscere le eventuali reazioni dei Partigiani? Perché il Tenente Wolf, o chiunque esso sia stato, rinunciò all’interrogatorio del giovane di Castelnuovo lasciando il compito a Terranuova ad un suo sottufficiale e consegnandolo poi a Bagno a Ripoli ad un altro Ufficiale ancora? Fu a San Giovanni che l’Unità antipartigiana di Terranuova sostò per lo meno la notte del 3 luglio, come risulterebbe dalla segnalazione in quella cittadina della 3a compagnia del Fallschirm-Panzer-Nachschub-Tr. cui faceva parte il Groner oppure sono le truppe che giunsero a Santa Barbara? E in questo caso come si concilierebbe la presenza di soldati del Genio divisionale con la provenienza dalla Nachschub della Vesuv?

 

note :

 

[1] BA-MA, RH 19/107 K, Oberbefehlshaber Südwest [HGr. C], Kartenanlagen, [Armeebereiche], 2-10 luglio 1944, in Gentile 2006: 226 sgg. Ovviamente ricostruire la contabilità di parte tedesca di questa operazione non è semplice, tuttavia le sole rappresaglie di Civitella – San Pancrazio (29 giugno) e Meleto – Castelnuovo dei Sabbioni (4 luglio) causarono la morte di 396 civili.
[2] Dichiarazione del 13 Novembre 1944 di don Ermanno Grifoni in PRO, 80-81, Dichiarazione del 7 Novembre 1944 di Anna Viligiardi in PRO,  78-79 e Dichiarazione del 27 Giugno 1945 di Ivario V. in PRO Suppl.:  23-24.
[3] Per l’intera vicenda si veda la Dichiarazione del 27 ottobre 1944 di Bruno Sabelli in PRO: 104-7 e la fondamentale testimonianza di Ugo Mercante, vice direttore della Miniera che la stessa mattina del 4 luglio «scende» nella zona mineraria dal paese per cercare di «limitare» la posa degli esplosivi da parte dei Pionieren negli impianti (Intervista del 17 dicembre 1993 di Polverini in PMNSC: 155). Per il «clima» che si respira in miniera già il 3 luglio vedi quanto si evince dal ricordo di Giuseppe Fratini (PMNSC: 100).
[4] PRO: 39. Per il racconto giudiziario si veda Gentile (2006), per quello storico Manfroni (2006), Boni (2007) e il più recente Belco (2010).
[5] Don Giovacchino Meacci, Liber Chronicon del parroco di San Cipriano, Relazione sugli avvenimenti, primi di aprile fine di luglio 1944.
[6] Testimonianza di Alfonsina Freccioni, Luisa Camici e Gina Balsimelli del 20 novembre 1993, in AEP.
[7] 4 luglio 1944!, relazione autografa di Suor Maddalena Delfino, redatta nell’agosto 1944 in PMNSC.
[8] Cfr intervista di Dante Priore a Cesarina Quartucci vedova Camici e Paolo Camici del 23 novembre 1994 in AEP.
[9] Cfr intervista di Emilio Polverini a Ugo Mercante cit..
[10] Testimonianze di Giuseppe Fontanella e Sara Baldini in PMNSC: 165 e 173.
[11] Cfr intervista a Milena Baldi del 4 febbraio 1994 in AEP.
[12] Cfr interviste di Emilio Polverini del 6 dicembre 1993 a Ido Matassini e del 2 maggio 1994 a Vinicio Ermini in AEP.
[13] Testimonianza di Guelfo Billi, comandante della Brigata Castellani, raccolta da Ada Pondini in R4L1944.
[14] Cfr intervista a Giorgio e Pierluigi Grassi del 22 febbraio 1994 in AEP.
[15] Dal Rapporto finale della S.I.B. sulle rappresaglie tedesche per l’attività partigiana in Italia (1945). A dimostrazione di quanto faticò ad emergere persino la credibilità storica dello stragismo tedesco, all’iniziale scetticismo inglese va aggiunto il parallelo tentativo di minimizzazione e negazione durante e dopo la guerra da parte dei vertici militari tedeschi. Il capo di stato maggiore dell’Heeres-gruppe C, generale di corpo d’armata Hans Röttiger, interrogato il 20 dicembre 1951 nel processo al Gen. Schmalz riguardo ai «presunti» soprusi commessi dalla Wehrmacht ebbe a dire che si trattava del «frutto della fantasia della popolazione italiana, notoriamente assai inventiva» (cit. in Schreiber 1996; trad. it. 2000: 110).
[16] È probabile che il nome della Dugini sia stato fatto agli Inglesi proprio dai Partigiani i quali in un primo momento forse operarono in modo autonomo alla ricerca di delatori.
[17] Dichiarazione del 31 Ottobre 1944 di Libera Benucci, in PRO: 356-7.
[18] Si veda ad esempio come è affrontata la vicenda del V. in Manfroni 2006: 287-9.
[19] Dichiarazione 6 del 18 Settembre 1944 di Evelina Dugini in PRO: 63.
[20] Su questa «trasformazione» si vedano le considerazioni di Sémelin 2005; tr. it. 2007.
[21] Dichiarazione del 1 Dicembre 1944 di Nella Terni in PRO: 52-3 e Dichiarazione nella stessa data di Vittorugo Lavacchi in PRO: 54.
[22] Cfr in particolare le testimonianze di Enrico Arrigucci e Giorgio e Maida Cantucci in PRO, WO 204/11479, Atrocities committed by German Troops at Civitella, Cornia and San Pancrazio. I soldati segnalati a Villa Cantucci a Tegoleto, dove furono ritrovati oggetti depredati a Civitella, facevano parte della medesima compagnia di Rudi Groner, la 3 Nachschub-Trupp.
[23] Secondo la Dichiarazione di Renato Nocentini di Bagno a Ripoli, da questa Villa «in parecchie occasioni (…) un gran numero» dei 150 soldati sotto il comando di un Tenente veniva a mancare perché impegnato nell’attività di ricognizione antipartigiana del territorio condotta da personale sempre diverso. Il Nocentini dichiarò che fin dal 15 giugno questo «personale militare tedesco della Luftwaffe occupò la Villa Silvano» e che «gli altri gradi si rivolgevano a questi Ufficiali come a dei Sottotenenti». Inoltre in parecchie occasioni, vide uomini italiani portati alla Villa dai Tedeschi, trattenuti e poi tutti rilasciati. Tra questi si ricordava di un giovane «che tagliava i capelli di alcuni soldati alloggiati nella Villa» e che gli confidò provenire da Castelnuovo dei Sabbioni dove era stato arrestato per essere in possesso di una bomba. Verso il 17 Luglio, l’Unità della Luftwaffe avrebbe lasciato Villa Silvano con destinazione Bologna. Dichiarazione del 29 Giugno 1945 di Renato Nocentini in PRO Suppl.: 38-9.
[24] BA-MA, RL 32/85 citato in Gentile 2006: 236 e 423.
[25] Si tenga presente che comunque già per tutto il 1944 l’Aretino era stato «uno dei principali centri logistici avanzati dello schieramento tedesco in Italia», mentre solo dopo il 22 giugno i convogli di rifornimento che facevano scalo a Frassineto iniziarono ad essere arretrati a Montevarchi e Incisa Valdarno (Gentile 1998: 27 sgg.).
[26] Dichiarazione del 2 Dicembre 1944 in PRO: 61-62.
[27] Dichiarazione del 1 Dicembre 1944 in PRO: 58-60. Sulla base di queste due Dichiarazioni l’interrogatorio del V. potrebbe essere avvenuto l’1 o addirittura, secondo la Francini, il 2 luglio. Se la delazione del giovane fu determinante o addirittura la vera molla da cui partirono le stragi, i Tedeschi avrebbero organizzato tutto in un brevissimo lasso di tempo.
[28] Crawley, se non mise mai in una relazione rozzamente conseguente azioni partigiane con matematica corrispondenza dell’azione stragista, fu debole nella ricerca della responsabilità fascista locale. Qui ad esempio si limitò a notare che il Viligiardi era stato portato a Montevarchi e non a San Cipriano, dove, come vedremo, si era da pochi giorni stabilita la Feldgendarmerie e una Wachkompanie comandata dal tenente Gerhard Danisch, dal momento che ancora quel reparto di Polizia «was not properly established» (PRO Report: 38).
[29] Così in un’intervista di Priore e Polverini del 18 Maggio 1994 a Nello Vannini, lo stesso ex Comandante della Chiatti interpretò la figura della “spia” sotto un’angolazione psicologica, a testimonianza di quanto la narrazione partigiana della strage debba essere ancora depurata da una mitologia avversa e restituita alla sua dimensione storica: «… Magari, quello di Castelnuovo se c’è andato, e’ c’è andato per paura, perché l’avranno … io so anche d’i’ coso … di Ivario, no? Certamente, quello se l’hanno preso, giovane in quella maniera … sa, ’un si scherza con la Gestapo. Sa, [lui era] un po’ esaltato … ’un so se riesce a resistere». Ma alla fine, se i Partigiani ebbero più di un sospetto della delazione del Viligiardi avendo contribuito in qualche modo alla raccolta dei testimoni per l’Inchiesta inglese, un’altra parte della popolazione rimase fino alla fine scettica del coinvolgimento del giovane.
[30] D’altronde, anche se Boni dice che le descrizioni fisiche dei vari testimoni dei «due Wolf combaciano perfettamente» (CLC: 353), al contrario Nella Terni e Vittorugo Lavacchi parlarono a Terranuova di un «Ufficiale ventenne con i capelli biondi ondulati», mentre le sorelle Mattei di Bagno a Ripoli indicarono in Wolf un «Capitano trentenne, con i capelli corti e brunastri» (Dichiarazione del 16 Aprile 1945 in PRO Suppl.: 29 e Dichiarazione del 17 Aprile 1945 in PRO Suppl.: 32). Paradossalmente anche Manfroni, nello stesso volume collettivo dove Gentile contesta la sovrapposizione dei due Wolf, sembra accettare le conclusioni inglesi e il Tenente di Terranuova e il Capitano di Villa Mattei sono ritenuti il medesimo «Capitano Wolf».

© Francesco Gavilli

Una strage ~ 3. Le testimonianze sepolte. L’inchiesta inglese

 

Un futuro invisibile

 

Liberazione di Arezzo

Liberazione di Arezzo

 

(…) dopo pochi giorni che successe questa tragedia, vennero due, tre … io penso del Comando Inglese o americano, non so con precisione. E, per una decina di giorni e anche più, da me vollero sapere, dalla mattina a dopo che successe il fatto, tutto quello che era avvenuto. E tornavano in continuazione. (…) Loro venivano la mattina, si trattenevano qui e ripetutamente volevano sapere quello che era successo.
Milena Baldi [1]

 

Così come avviene in una scoperta archeologica, il recupero delle memorie delle stragi procura il turbamento per ciò che, tenuto nascosto e coperto per lungo tempo, testimonia del passato: si percepisce il suo sguardo muto e vigile. La stessa modalità di recupero dell’intero dossier ci dice come il Report della Special Investigation Branch (S.I.B) fosse destinato a divenire lo strumento di ridefinizione della produzione narrativa delle stragi di Meleto e Castelnuovo e segnare una vera e propria svolta epistemologica. A Cavriglia la documentazione inglese giunse anticipatamente e in forma diretta perché raccolta e donata all’Amministrazione Comunale nel 1997 da Maurice G. Nash (2006), un ex sergente delle Officine del 13° Corpo d’Armata Britannico. Significativamente l’autore cerca di accreditarsi come «il primo soldato inglese» non solo ad aver «annunciato» agli abitanti di Castelnuovo l’arrivo delle forze alleate ma ad aver addirittura determinato con il suo rapporto l’apertura dell’Inchiesta della S.I.B (ibid.: 7-8). Da questo particolare, al di là di quella che ovviamente rimane un’errata convinzione, si comprende come la mitologia del racconto sulle stragi da allora non sarebbe più stata la stessa.

Tuttavia, nelle oltre duecento Dichiarazioni (Statements) dei civili sopravvissuti e testimoni gli eccidi di Meleto, Castelnuovo dei Sabbioni, Massa e San Martino, raccolte durante l’autunno del 1944 da W. P. Crawley, un Sergente Maggiore dell’Esercito Britannico, non spicca a posteriori soltanto la paradossale vicissitudine dell’«armadio della vergogna» che li restituì cinquanta anni dopo o la raggiunta possibilità di una ricostruzione integrale di una vicenda rimasta nascosta agli stessi protagonisti, ma è il tipo di relazione sottintesa alla testimonianza rilasciata che interroga prima di tutto l’esperienza della storicità. Infatti in quel autunno del ‘44 le voci dei familiari e conoscenti degli uccisi di Meleto e Castelnuovo non sembrano avere «un futuro visibile»: nessuno può sapere se la loro memoria sarà recuperata e la stessa sorte della testimonianza, essendo ancora la guerra in corso e una nuova autorità statuale non ripristinata, rimane indeterminata.

Il contesto storico in cui le Dichiarazioni vennero raccolte è unico. Il vuoto statuale che si era verificato con la caduta di Mussolini aveva fatto precipitare il tessuto civile di una nazione e la Resistenza, pur operando a volte con contraddittorie motivazioni, era stata il primo tentativo di riscatto nazionale. Le stragi avvennero perciò in una situazione di guerra dove lo Stato italiano non esisteva più e il volto degli Alleati non era ancora conosciuto, dove alcuni avevano disertato la chiamata alla leva dei Repubblichini, nascondendosi o aderendo alla lotta partigiana, altri si erano posti in posizione attendista, mentre chi aveva scelto di collaborare con i Tedeschi sapeva di avere un destino segnato. Quando gli Inglesi iniziarono a indagare, pur essendo passati solo cinquanta giorni dalla Liberazione, si era già in un nuovo periodo, libero ma non meno incerto e pieno di angoscianti interrogativi: la guerra tuttora in corso, le ragioni di vita non ancora ricomposte, i “non-antifascisti” vittime essi stessi delle stragi, i Partigiani vincitori nelle ragioni ma con l’eredità di compaesani uccisi nelle loro case, la sorte sconosciuta di familiari prigionieri in sconosciuti altrove. L’eccezionalità di questo momento storico precede la costruzione di una nuova coscienza nazionale e dello stesso affermarsi di una narrazione antifascista, rendendo la testimonianza un racconto virginale e sospeso, non ancora mito fondativo di un nuovo contratto civile e prudentemente distante dal risentimento “sottotraccia” nei confronti dei Partigiani.

L’assenza della “necessità storica”, che orienterà dopo il 1945 la narrazione verso l’antifascismo ufficiale, permette un ricordo nudo, avvolto nell’angoscia di un incubo senza ragione. Da un’altra parte la vicinanza della visione mostruosa, in una dimensione ancora non elaborata emotivamente, pone il racconto al di qua della porta d’ingresso del «labirinto del tempo», dove senso e dimensione della storicità danno uno specifico ordine del passato e un nuovo presente permette una sistemazione storico emotiva di un evento drammatico ormai sempre più lontano (L. Baldissara 2005 : 5-73).

 

benedetti_emilio
 

Stragi, inchieste e ricostruzioni

 

Dalla metà degli anni novanta del secolo scorso si è resa disponibile agli storici la consultazione degli archivi militari tedeschi e degli Alleati che ha permesso tra le altre cose una ricostruzione più accurata dei vari eccidi. L’importanza di questa documentazione consiste non tanto nello svelamento delle motivazioni scatenanti le stragi quanto nell’analisi complessiva della violenza tedesca che spesso appare pratica di guerra antecedente un’automatica determinazione locale e strettamente connessa all’andamento tattico militare. Nello specifico del Valdarno, ad esempio, quei battaglioni tedeschi che vi giungono alla fine di giugno 1944 non subiscono particolari attacchi dalle formazioni ribelli locali ma la loro “prospettiva del territorio” è molto più estesa degli abitati dove andarono ad eseguire le stragi. La Divisione Hermann Göring, responsabile degli eccidi, operava in relazione al complesso della zona d’influenza del LXXVI Panzerkorps di cui faceva parte e il “pericolo” partigiano non era un problema contingente ma continuo. D’altronde, tra la fine di giugno e gli inizi di luglio, i tedeschi non sono nella condizione di pianificare uno stazionamento duraturo nel tempo, perché l’esercito è già in ritirata e sa di dover resistere attorno a Firenze per preparare la difesa nella cosiddetta Linea Gotica. I Comandi tedeschi divisionali e d’armata hanno ben chiaro che la loro esperienza italiana è giunta al termine e una nuova prospettiva ancora più ineluttabile è all’orizzonte: la difesa del confine orientale di ciò che resta del Terzo Reich. L’analisi della documentazione dovrà perciò valutare il confine sottile tra rappresaglia per vendetta pregressa e determinismo militare, tenendo conto che in una doppia direzione di responsabilità che punta l’una verso l’alto, i Comandi di Armata, e l’altra verso il basso, le singole compagnie di Reparti di Divisione, diversa apparirà la motivazione degli eccidi. In altre parole, più saliamo verso i Comandi e più si allontana la dimensione locale e particolare; più si scende verso le singole unità e più ci avviciniamo al cieco esercizio di violenza e alla rappresaglia dettata da vendetta e volontà punitiva. Questa dicotomia è già un criterio valido di determinazione delle responsabilità, alla luce anche della disposizione di tutte le forze militari nel territorio. L’esperienza storica ci dice che è nelle situazioni estreme di guerre civili che si verificano generalizzate e incontrollate stragi di inermi e innocenti cittadini, mentre un coeso esercito di occupazione compie i medesimi misfatti, mantenendo una sua pur tragica “ragione militare”.

Più volte noteremo come gli estensori del Report d’Inchiesta abbiano segnalato la congiunzione di due eventi, quali il sopraggiungere di estese forze militari e la preordinazione della strage, concedendo ai Tedeschi la possibilità che solo alcuni reparti speciali abbiano potuto agire di propria spontanea volontà ma adombrando anche l’ipotesi che gran parte della Wehrmacht ne fosse coinvolta.[2] Questo, oltre l’ovvia ricostruzione passo dopo passo della dinamica stragista, è il lascito generale dell’Inchiesta Inglese, che portò -ma che per le note vicende di occultamento riaffiorò solo negli anni Novanta- lo sguardo principale da un’incipiente diatriba tutta italiana al nucleo ineludibile di questa storia: la responsabilità tedesca.[3] Certamente, questo potrà apparire assolutorio nei confronti dei fascisti italiani o parrà una minimizzazione delle azioni partigiane; al contrario, se questo era comprensibile per gli Inglesi, preoccupati principalmente di catturare criminali di guerra, non riguarderà neppure il nostro percorso, perché è solo riposizionando i vari soggetti che la partecipazione italiana acquisterà la sua dimensione più storica e meno ideologica.

Nel 1942-1943, quando si delineò la strategia di attacco al blocco delle forze nazi-fasciste nel Mediterraneo, né gli americani né gli inglesi potevano prevedere di doversi in seguito occupare di crimini di guerra commessi contro la popolazione civile di un paese allora nemico. Secondo Paoletti «i due eserciti alleati mantennero fino alla fine della guerra, e anche dopo, strutture investigative distinte e non collaborarono mai tra di loro. L’unico obiettivo in comune era quello di perseguire i criminali di guerra tedeschi che avessero commesso atti di violenza contro i prigionieri di guerra o i soldati alleati. (…) Gli inglesi e gli americani avevano creato delle scuole, per creare una struttura investigativa che potesse agire con autonomia di mezzi e di personale. Gli inglesi, molto meglio organizzati degli americani, crearono la Special Investigation Branch (S.I.B.), la Branca Investigativa Speciale, all’interno del Corpo della Polizia Militare» (Paoletti 2002). Gli americani da parte loro crearono una struttura, lo Psychological Warfare Branch, la P.W.B., che non aveva affatto compiti investigativi. Nel corso del 1944-1945 la S.I.B. invece si rafforzò numericamente, acquistando una grossa esperienza investigativa. Dalla lettura dei fascicoli sembra di capire che gli inglesi o gli americani non si muovevano motu proprio, ma solo dopo essere stati sollecitati, verbalmente o per iscritto, da civili o più spesso da autorità amministrative locali. Eccellente fu in particolare il lavoro svolto dagli inglesi, le cui inchieste risultano qualitativamente  nettamente superiori a quelle dei colleghi americani. L’ostacolo della “Linea Gotica” fermerà il fronte alleato dalla fine d’agosto 1944 all’aprile 1945, per cui le varie sezioni S.I.B. avranno tutto il tempo e i mezzi logistici per indagare sulle numerose stragi avvenute in Toscana.

Così per la strage di Cavriglia gli inglesi raccolsero in due Report 245 Dichiarazioni, di cui solo 240 sono disponibili perché due sono state censurate alla fonte, due risultano mancanti e una è incompleta. 175 Dichiarazioni riguardarono direttamente le vittime (73 per Castelnuovo, 70 per Meleto, 4 per San Martino, 10 per Le Màtole, 9 per Massa Sabbioni, 7 per le località sparse); le rimanenti 67 riguardarono i movimenti dei Tedeschi nel territorio del Valdarno fino ai dintorni di Firenze. I testimoni ascoltati alla fine furono 234 e per essere interrogati alcuni furono rintracciati a Firenze, a Roma e persino in provincia di Avellino. Infine 31 furono complessivamente le Schede segnaletiche di criminali di guerra. L’accesso al materiale d’indagine delle forze di liberazione sui crimini nazifascisti in Italia ha incontrato tuttavia non poche resistenze. Queste inchieste, infatti, riemerse quando il loro valore di denuncia e individuazione dei criminali di guerra andava perdendo significato di urgenza giudiziaria, hanno subìto spesso un nuovo tentativo di svuotamento interno nel momento in cui si sono fatte passare come raccolta di dichiarazioni ripetitive, standardizzate e povere di pathos descrittivo. L’Inchiesta in realtà è lì con la sua messe di dichiarazioni, con le centinaia di riscontri, con una traccia di temporalità degli avvenimenti che copre un territorio molto vasto e non un singolo paese, ma anche con i suoi errori, le sue incomprensioni, le sue esagerazioni, i suoi “strani” non approfondimenti.

L’Inchiesta, sebbene faccia sorgere ipotesi nuove (vedi la composizione estremamente estesa di corpi militari con funzioni diverse o i fatti “anomali” di San Martino) e confermi voci mai volute verificare (la figura della spia) o prudentemente sottaciute (gli ostaggi di Meleto, la presenza di Italiani tra i soldati, il ruolo di delazione dei fascisti), non è un insieme di scoperte sconvolgenti su quanto era sino allora conosciuto delle stragi. Tuttavia chi ha uno sguardo scevro da pregiudizi non può non riconoscere al solerte Sergente Maggiore la prima e ineguagliata visione d’insieme dei fatti del luglio 1944 del comune di Cavriglia. Così, il suo principale valore ai nostri occhi dopo tanti anni passati dagli eventi sta nel vedere riunite centinaia di testimonianze che ci ricordano le ultime ore di vita degli uccisi, permettendo una rivisitazione integrale dei fatti utile a ricostruire l’operato dei Tedeschi e graduare le “responsabilità interne” della comunità. L’obiettivo principale della S.I.B. infatti è rivolto alla identificazione dei Tedeschi più che alla memoria delle vittime e questo punto di vista fu già di per sé “estraniante” per le varie memorie succedutesi fino agli anni Novanta, dove lo sguardo, sempre rivolto all’interno della comunità, finiva quasi per rimuovere il volto dei perpetratori.

Più che per un valore commemorativo, perciò, il Rapporto Crawley acquista importanza nello scardinamento dei principi ordinatori di tutte le varie narrazioni succedutesi nei decenni successivi le stragi, siano esse le narrazioni antifasciste, martirologiche o quelle subdolamente antipartigiane. Il valore della documentazione inglese, quasi insignificante dal punto di vista emotivo della narrazione, sta nella rimessa in discussione della trama della strage.

 

Soldati inglesi a Frenze

Soldati inglesi a Frenze

 

Il percorso di un’indagine meticolosa

 

È possibile ripercorrere anche la progressiva consapevolezza della dinamica della strage che W. P. Crawley, forse un uomo di legge prestato all’Esercito, acquisì nel raccogliere le testimonianze. Crawley, accompagnato dal Sergente Vickers e coadiuvato da un gruppo di interpreti, giunse ai primi di settembre a Castelnuovo dei Sabbioni e visitò a seguire Massa, Meleto, Le Màtole, San Pancrazio, San Martino, ispezionando i luoghi delle uccisioni, verificando le sepolture e i registri parrocchiali dei decessi, ma soprattutto intervistando sopravvissuti, vedove, figli, genitori, conoscenti delle vittime.[4] Lo sviluppo dell’indagine lo portò a visitare anche San Cipriano, dove si era stabilita la Wachkompanie del Tenente Danisch e una Feldgendarmerie che considererà come una specie di comando locale operativo delle stragi; Montegonzi e Cavriglia, dove il 1 luglio arrivarono alcuni battaglioni della Hermann Göring, tra i quali alcuni esecutori delle uccisioni; Terranuova Bracciolini, dove una Alarmkompanie interrogò un ostaggio delatore e sicuramente partecipò alle uccisioni di Castelnuovo, Massa e in seguito Le Màtole. Visitò infine anche Renacci, dove si era stabilito il comando della 1° Divisione Paracadutisti del Generale Richard Heidrich e Reggello dove il comando della LXXVI Panzerkorps si era spostato dopo le stragi. Ovunque raccolse prove contro i soldati tedeschi e cercò conferme alle dichiarazioni dei cittadini scampati.

Le dichiarazioni raccolte a settembre, primo mese di permanenza, furono assai scarne e poco sorrette dall’intervistatore, il quale si limitò a verificare i decessi e la non partecipazione attiva alle azioni dei Partigiani. Quanto fu raccolto in quel mese per Castelnuovo non dà, infatti, notizie importanti sulla identità dei soldati tedeschi o sui loro movimenti, pochissimi descrivono le caratteristiche fisiche o le uniformi dei militari e tutto il racconto della giornata si limita a pochi particolari. Forse l’intento del Sergente Maggiore in questo periodo è proprio quello di verificare «le affermazioni molto colorate ed esagerate» delle fonti italiane e «se le atrocità si erano effettivamente svolte come ci erano state riportate»: si constatò così il luogo dell’eccidio, la sepoltura o l’appartenenza o meno al movimento partigiano. Alla fine del mese di settembre Crawley fece un sopralluogo a Massa dove anche qui verificò luoghi e numero degli uccisi: questi contatti preventivi servivano molto probabilmente a predisporre nei paesi un piano di raccolta di testimonianze. Nel piccolo paese le testimonianze non potevano che essere poche, perché molti civili quella mattina erano riusciti a fuggire per tempo e due furono gli uccisi, ma per la prima volta i racconti ebbero una narrazione più estesa, iniziarono a trasparire maggiori particolari utili all’investigazione e le notizie furono più circostanziate e verificate in modo incrociato. Il 5 ottobre Crawley fece un sopralluogo a Meleto e iniziò la raccolta delle testimonianze dei parenti degli uccisi di San Martino. Il mese di ottobre è caratterizzato da un’intensa raccolta e si può dire che l’indagine ha una svolta proprio a partire dalle notizie ricevute a Meleto: qui furono intervistati in primo luogo gli uomini scampati, i testimoni diretti dell’eccidio e quegli ostaggi che erano stati catturati due giorni prima dai Tedeschi per «prevenire eventuali attacchi dei Partigiani». Crawley sembra acquisire la consapevolezza dell’esistenza di un piano organizzato della strage e individua in San Cipriano la base operativa del comando dell’azione militare. Le testimonianze iniziano ad essere molto dettagliate in relazione ai tedeschi o ai collaborazionisti italiani: traspare un tono più drammatico e partecipato. La visita a Le Màtole e il primo riscontro su una possibile spia nasce attorno alla fine del mese di ottobre, momento in cui nell’Inchiesta entra l’Alarmkompanie di stanza a Terranuova Bracciolini, definita genericamente “Unità Antipartigiana”. Per tutto il mese di novembre il Sergente Maggiore continua la ricostruzione dei fatti di Meleto e chiude al contempo l’Inchiesta su Castelnuovo, Massa e Corneto, proprio quando il parroco Don Aldo Cuccoli attesta le morti di questi paesi. Non ritiene necessario, per il momento, inserire in questa Inchiesta l’uccisione di un uomo a Poggio alle Valli ma ormai Crawley sembra convinto di poter chiudere in un cerchio le figure del Comando tedesco: ispeziona così le sedi di San Cipriano, dove il Tenente Danisch pare aver fatto da tramite o coordinato per conto del LXXVI Panzerkorps le stragi, Renacci, dove transitò il Generale Richard Heidrich, figura di grande rilievo militare, Cavriglia e Montegonzi, dove i battaglioni della Hermann Göring erano arrivati tre giorni prima dell’eccidio e infine Reggello, dove i comandi tedeschi si erano trasferiti dopo i fatti del 4 luglio. Alla fine di novembre torna significativamente a visitare San Martino, questa volta per interrogare gli ostaggi catturati quella mattina. Infine affronta il ruolo dei soldati che erano giunti a Terranuova. A questo punto, se ha chiaro il piano esteso in un raggio assai vasto del Valdarno e può chiudere l’Inchiesta di Meleto con la dichiarazione del parroco Don Giovacchino Meacci di San Cipriano, chiederà ai superiori l’interrogatorio della “spia” che nel frattempo era prigioniero presso Avellino.

Alla fine di gennaio del 1945 Crawley è sempre in Valdarno, ma solo nel febbraio potrà interrogare personalmente Ivario V., il presunto delatore riconosciuto tra i Tedeschi a Le Màtole, il quale si trovava ancora prigioniero presso gli Inglesi a Castel Baronia (Av). Dopo «un incalzante interrogatorio» ottenne informazioni molto dettagliate su un corpo specializzato della Luftwaffe di stanza a Bagno a Ripoli che era transitato da Terranuova. Quando il 23 marzo, un mese prima la Liberazione, terminò il Report principale, non utilizzò i risultati di questa ulteriore indagine, che reinserì invece in un Report supplementare sull’azione antipartigiana dei Tedeschi a Poggio alle Valli e in coincidenza proprio del 4 luglio 1945 inviò le sue conclusioni ai comandi inglesi.

I risultati cui era giunto rimasero nascosti per lunghi anni tra i segreti della politica nazionale e internazionale, che per calcolo, ignavia e compiacenza, non portò a frutto e tenne nascoste le sue indicazioni, assieme a quelle del collega Sergente Maggiore Clewlow operante a Civitella della Chiana, che avevano individuato nel Generale Wilhelm Schmalz, comandante della Divisione Hermann Göring, il mandante responsabile delle stragi di Meleto, Castelnuovo, San Pancrazio, Cornia e Civitella della Chiana.[5]

 

images

 

note :

 

[1] Testimonianza di Milena Baldi resa a Emilio Polverini il 4 febbraio 1994, in PMNSC.
[2] Se nello specifico la Divisione della Hermann Göring sembra l’avanguardia di forze in ritirata della LXXVI Panzerkorps che ne precede o accompagna i movimenti verso l’Appennino tosco-emiliano dopo lo sbarco di Anzio, preparando il terreno alla ritirata tedesca attraverso una «politica della strage» perseguita spietatamente, definire Speciali alcune Unità rispetto ad altre, come fossero operative solo per quello scopo, non ci fa cogliere il rovescio della medaglia: la Hermann Göring fu una Divisione con compiti militari operativi molto definiti all’interno di una strategia di ritirata complessiva della Wehrmacht ma non eseguì ordini “interni” specifici in contrasto ad una politica militare complessiva, “esagerando le necessarie rappresaglie”. Alla fine la separazione tra Wehrmacht forza militare normale e Unità Speciali particolarmente spietate contrasta con l’effettiva partecipazione di molte divisioni ad azioni di rappresaglia.
[3] Quello che non è confutabile è purtroppo la presenza della Hermann Göring in località del Meridione, del Reggiano e della Toscana. Chiunque voglia studiare i fatti del territorio del Valdarno Superiore deve elencare per lo meno un migliaio di altri civili uccisi in una scia di terrore che accompagna la ritirata della Wehrmacht. Un resoconto della tragica risalita della Göring lo si può ricostruire in Schreiber, mentre esiste una letteratura per lo più agiografica che ha sempre saltato a piè pari tutta l’attività di guerra ai civili esaltando oltremisura gli “eroismi” e le “epiche battaglie”: vedi per tutti Franz Kurowski, The History of the Fallschirm-Panzerkorps Hermann Göring, Fedorowicz Publishing, Manitoba 1995. Per una breve ma esauriente ricostruzione del profilo ideologico, politico e militare si veda ancora Gentile 2006: 213-40.
[4] Crawley identificò 186 vittime, comprendendo anche un civile ucciso a Reggello, dove la maggior parte delle truppe tedesche ripiegarono dal territorio di Cavriglia. Non furono individuati invece Pieralli Egisto a Meleto, Pieralli Sabatino a Castelnuovo e Bujanov Nicolaj, partigiano ucraino morto durante il rastrellamento antipartigiano del 8 luglio, in località Secciano. Non fu inoltre inserita la morte di Pietro Fabbrini, morto il 5 luglio nell’esplosione della Miniera Allori.
[5] Il tribunale militare territoriale di Roma assolse nel luglio 1950 il comandante della divisione Hermann Göring, generale Wilhelm Schmalz, chiamato in giudizio per le sanguinose rappresaglie messe in atto contro i Partigiani nella zona di Arezzo. Sull’importante problema dei mancati processi ai criminali di guerra in Italia si veda Focardi 2005: 185-214. Sull’“armadio della vergogna“, armadio sigillato e con le ante rivolte verso le pareti, contenente centinaia di fascicoli di denunce e indagini giudiziarie su crimini di guerra compiuti dalle forze di occupazione tedesche in Italia e in parte anche da unità della Repubblica sociale italiana, vedi Franzinelli 2002 e l’audizione del Prof. Paolo Pezzino alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle stragi nazifasciste del 20 febbraio 2001. Fu il procuratore militare Antonino Intelisano, alla ricerca di vecchi atti giudiziari del processo Kappler, a scoprire quell’armadio.

 

© Francesco Gavilli