Alfred Kubin / Ludwig Angerer ~ Ero un bambino molto selvaggio

 

Ludwig Angerer; Crown Prince Rudolf von Oesterreich-Ungarn, Austria, 1863.

Ludwig Angerer; Crown Prince Rudolf von Oesterreich-Ungarn, Austria, 1863.

 

Io sono nato il 10 aprile 1877 a Leitmeritz, una piccola città della Boemia del Nord. Sui primi due anni della mia fanciullezza la mia memoria tace completamente. Verso il terzo anno ritrovo vaghi ricordi di balocchi, di verde fogliame inondato di sole e dello smunto, pallido viso di mia madre. Mio padre, ex ufficiale dei cacciatori, dopo la campagna del ’66 ottenne un impiego statale, come geometra. Lo incontrai per la prima volta a Salisburgo; aveva dovuto lasciare la sua giovane famiglia per due anni, per fare il suo dovere di soldato nella lontana Dalmazia. Nella nostra nuova dimora, dove la mamma e io ci eravamo installati così comodamente, egli irruppe un giorno all’improvviso e suscitò in me immediatamente un senso di ostilità. Ma, placata dal dono di un berretto dalmata rosso, la mia gelosia ben presto si calmò, e noi concludemmo, con riserva, la pace.

Continua a leggere

Etna ~ Ernst Jünger

*

Etna Blog 1

Sguardo sull’Etna

 

(…)

 

Taormina, 14 settembre 1977

Mattino senza vento. Sull’Etna un calice di fumo grigio-violetto si espande su uno stelo oscuro. Culminava in un boccio di bianche magnolie. Poi il vento orientò l’immagine in senso orizzontale: il calice si cangiò in una tetra montagna, la sovrastante magnolia in una teoria di nivee cupolette. Da ultimo rimase un sottile vessillo sopra il mare africano. Poco dopo è iniziato un nuovo spettacolo: dal cratere scaturiva un imbuto gigantesco – uno di quei funghi che si allargano sul terreno privi di gambo.

Goethe, il cui Viaggio in Italia ci accompagna, parla poco dell’Etna, pur avendolo osservato da diverse località, compresa Taormina; tanto più si diffonde invece sul Vesuvio, che però ebbe l’occasione di vedere in piena attività, come il 2 giugno 1787 da Napoli.

La vista dei vulcani risveglia la sensazione di essere più vicini non soltanto al titanismo della terra, ma anche alle potenze cosmiche. Non può sottrarsi a ciò neppure il nettunista più risoluto. Io posso considerarmi uno di loro; fin da ragazzo la magia di un ammonite mi ha dato emozioni più intense di quella dei bei cristalli.

In cosa consiste il godimento dell’«intuizione perpetua»? di certo nella semplificazione; lo spirito muove dalla molteplicità all’unità. Sotto le parole e le immagini, dietro i numeri e i segni si rivela il segreto della matematica. Quanto ci stupiva per l’inflessibile coerenza, opera immediatamente.

Pomeriggio sull’Etna; prima in autobus fino agli ultimi alberi, poi sotto il cratere con le Land Rover e infine a piedi sulla lava dentata, tra vapori sulfurei, fino alla randa. Avevamo sperato di ammirare il celebre tramonto, ma il tempo non era favorevole. Questo chiariva meglio il punto di vista di Weininger.

(…)

Taormina, 17 settembre 1977

Sotto un vento debole l’Etna portava una penna di cigno al cappello; questa piegò lentamente all’ingiù, velando le falde.

Sull’altra terrazza, del cibo per gli occhi: il fiore del cactus che si arrampica sul muro era aperto, un calice verde pallido con la corolla bianca e più di cento filamenti. Il pistillo, l’organo femminile, era foggiato a stella, formava un piccolo fiore in seno al fiore maestoso che si spalancava al cielo come una campana. Un’ape scura a strisce luminescenti ruotava attorno al pistillo senza sfiorare i filamenti, benché questi ondeggiassero al turbinio delle ali – battagli per uno scampanio impercettibile. Già nel pomeriggio questo splendore penzolava vizzo e insignificante.

Taormina, 18 settembre 1977

Il vento spirava verso la città sospingendo dall’Etna candide palle di nuvole; ma esso dové cambiare direzione, perché ai due lati della vetta si disposero ali poderose, simmetricamente ripiegate.

Di sera un fiotto di luce sbucò tra le nuvole, come nella Battaglia di Alessandro. [1]

Etna-03

Taormina, 21 settembre 1977

Un lieve strato di neve sul versante nord dell’Etna; più che innevato il fianco pareva cosparso di polline. Sulla cima si levò per breve tempo il pino classico di Plinio. Oggi il fungo atomico ha rimosso questo paragone.

Ne ho parlato in terrazza con il maître d’Hotel; al tavolo egli dà l’impressione di parlare correntemente il tedesco – in realtà il suo vocabolario si limita alle necessità del servizio. Chi mi ricordava costui? – forse un suo collega del Raphael a Parigi? Non mi veniva in mente. In genere mi sembra di ricordare meglio i tipi che gli individui – questo presenta dei vantaggi e degli svantaggi.

La vicinanza di un vulcano fissa l’attenzione in una direzione che non conoscevo. Non si tratta di fenomeni cosmici alla stregua di un’eclissi solare o delle lunazioni, ma di scenari che collegano la terra con gli altri corpi celesti. In un passato remoto, quando i vulcani lunari erano attivi, l’aspetto del nostro satellite, e in particolare la sua silhouette, dev’essere stato inquietante e insieme affascinante.

Inoltre: se un tempo, poniamo nel carbonifero, la terra era avvolta in un fitto strato di nubi, gli astri e persino il sole dovevano essere invisibili, ma non i vulcani e le loro eruzioni. Malgrado ciò l’influsso degli astri fu avvertito in modo più profondo.

 

(…)

 

Taormina, 29 settembre 1977

Dapprima l’Etna era avvolto in un mantello con la vetta sporgente dal bavero. Poi l’ornamento si è compresso a guisa di cintura, mentre in alto torreggiavano nubi maestose. Il vulcano è chiamato qui con una parola di origine araba, Mongibello, o anche semplicemente «il monte». Platen lo ammirò da Taormina, verosimilmente dal teatro: «Tenere, fugaci nuvolette volano attorno all’Etna innevato, / Mentre chiaro come uno specchio appare l’abisso del mare».[2]

Al sorgere del sole la vista della vetta dev’essere magnifica. «Ci si trova al centro di un immenso orizzonte. Le isole Eolie salutano con le loro colonne di fumo il padre Etna; d’inverno, quando il cielo è molto chiaro, si scorgerà il mare fluttuare tutt’intorno all’isola». Così un viaggiatore nel Baedeker del 1906.
Attraverso i giardini di Naxos fino alla foce dell’Alcantara. Fra le pareti della gola mi rammentai di lontane incursioni, durante le quali avevo paventato l’accerchiamento. Ma ora le sentivo come una via di fuga dalla turbolenza che regna tra i grattacieli. Gechi scuri, lucertole brune e verdi guizzavano nelle fessure; per la strada solo un carro carico di frutta.

Taormina, 30 settembre 1977

 

Il monte si staglia nitido nella sua massa imponente; domina come un potente tiranno di cui si osservino i proclami anche in tempo di pace. Nel pomeriggio la colonna di fumo salì a grande altezza e piegò ad angolo retto in direzione del mare, stratificandosi nella bonaccia.

Commiato dalla città. «Grazie a Dio, tutto quello che abbiamo visto oggi è già stato sufficientemente descritto da altri» (Goethe, Viaggio in Italia, 7 maggio 1787).

E quanto si è aggiunto nel frattempo è appena degno di menzione: riguarda solo la distruzione. Verso la fine del secolo scorso, quando principi e professori venivano qui a passare l’inverno, esisteva ancora un equilibrio tra il paesaggio, gli stranieri e la gente del luogo, e questo era foriero di ricchi frutti. Le orde di turisti che irrompono quotidianamente si fermano solo per poco tempo. Una volta era raro prendere bagni di mare, si viaggiava in carrozza e si andava a passeggio indossando un abbigliamento più formale.

 

images (2)

Wilflingen, 5 ottobre 1977

 

Di nuovo a casa. Cerco di sistemare alcune cose che non coincidevano con quella pre-figurazione [Vor-Stellung] che ricaviamo dai ricordi di letture giovanili e resoconti di viaggiatori. Alla fonte Aretusa mi aspettavo infatti di trovare un intrico di papiri, non certo un bel mazzo di piante penosamente sacrificato in una vasca.

Seume scoprì quelle piante, e invero «in tale quantità che a stento potevamo farci largo con la barca»; ma aveva risalito il corso dell’Anapos partendo dal porto.

(…)

Seume ha scalato l’Etna nell’aprile del 1802, insieme ad alcuni ufficiali inglesi provenienti da Malta; sulla vetta c’era la neve alta. Questo gli ispira il detto: «se ne sta sempre col berretto bianco e la pipa in bocca». Sosteneva che al confronto il Vesuvio non era che un mucchio di terra scavato dalle talpe, e che difficilmente si sarebbe trovato in tutta Europa un passaggio che racchiude così tante bellezze.

Weininger, al contrario, provò angoscia di fronte alla «grandiosa spudoratezza» dell’Etna. «Un cratere ricorda il deretano di un mandrillo». Gli sono ostili la terra, il serpente, il sesso. Perpetua disse una volta: «Si è ucciso in autunno? – me l’immaginavo». Se c’è un suicidio che deploro questo è il suo; nello scritto Über die letzen Dinge, che concepì a Siracusa, risuona piuttosto un’ouverture che un finale, ma anche il pericolo di non essere all’altezza del proprio compito. Avrei cercato volentieri quel passo in cui egli suppose che Nietzsche, a un dato momento, deve aver pensato di essere diventato un dio – ma ero stanco di consultare libri.

* tratto da:
Ernst Jünger, Viaggi in Sicilia ; a cura di Giuseppe Raciti ; Palermo : Sellerio, 1993 – Collezione : · Biblioteca siciliana di storia e letteratura. Quaderni ; 75 – Trad. di Giuseppe Raciti –  Titolo orig.: Aus der goldenen Muschel, Blick auf den Ätna. – [ISBN] 978-88-38-90984.9 – CCD · 914.5804915 (20.) Geografia. Sicilia e isole adiacenti. Viaggi. 1922-1943

note:

[1] Si allude all’opera conservata al Museo Nazionale di Napoli.

[2] «Zarte, vergängliche Wölkchen umfliegen den schneeigen Ätna, / Während des Meers Abgrund klar wie ein Spiegel erscheint».