Giardino di Boboli ~ Hermann Hesse

 

Valerio Cioli, Nano Morgante sopra la tartaruga

Valerio Cioli, Nano Morgante sopra la tartaruga, Vista laterale da sx, Giardino di Boboli, Stanzonaccio (1564 ca)

 

Giardino di Boboli

 

1901

 

Nonostante tutti i miei sforzi per gustare al massimo il soggiorno a Firenze, non rimpiango affatto i pomeriggi trascorsi a camminare e fantasticare nel giardino di Boboli, Della visita ad alcune chiese famose, di tante città attraversate frettolosamente, non ho riportato che memorie vaghe e sfumate, ma le ore trascorse a Boboli spero di non dimenticare mai.

Continua a leggere

Fiesole ~ Hermann Hesse

 

James Duffield Harding, Fiesole, 1833, Incisione

James Duffield Harding, Fiesole, 1833, Incisione

 

 

Durante il mese che ho trascorso a Firenze, ho visitato il colle di Fiesole sicuramente una dozzina di volte. Ci sono stato nelle fresche ore mattutine, nel caldo mezzogiorno, nelle chiare serate primaverili. Ho risalito a piedi l’erta Via Vecchia nel polverone delle calde giornate estive e sono giunto in cima con il tram, infreddolito dentro il soprabito nei grigi giorni di pioggia, ed ogni volta ho trovato non solamente pace, aria pura e atmosfera festosa, ma anche un fascino sempre nuovo che si sprigiona dal paesaggio, dalle stradine, dal monastero, cosicché quella quieta località collinare divenne per me un caro rifugio e una fonte di ristoro e di gioia di vivere durante le settimane fiorentine di faticoso studio.
Per sottrarmi più rapidamente possibile al polverone delle strade suburbane, ero solito prendere un mezzo fino a San Domenico. Da lì preferivo proseguire a piedi sulla ripida e lastricata Via Vecchia, che passando da Villa Medici porta in breve tempo in cima alla cattedrale. Da qui in pochi minuti si raggiunge il convento lassù in alto.
Dalle rovine romane fino a Villa Bocklin, Fiesole possiede il fascino e l’attrattiva di varie epoche, ma la cosa migliore è la sua deliziosa posizione sulle due solenni alture fiorentine ricoperte di frutteti e di ville.
Allo sguardo che scende sulla grande città ridente e sulla verde vallata dell’Arno si offre una grazia placida e delicata, superata tuttavia dalla bellezza del panorama di là del fiume, verso i monti, che si può ammirare al meglio dalla via di Settignano o dal teatro romano. Chi per fuggire dalla movimentata vita fiorentina e dal viavai dei turisti si rifugia su questo colle, può soddisfatto far riposare il proprio spirito e lo sguardo sul verde profilo dei monti e sulle macchie di cipressi. Da qui si diparte anche un bel sentiero, un po’ caro e poco battuto, che conduce alla valle di San Clemente, trasognata e silenziosissima, dove è possibile stendersi sui prati per ore ed ore senza udire segnale umano. Il luogo più incantevole di Fiesole è inconfondibilmente il convento. Lì ho trascorso caldi pomeriggi disteso sulle mura, immerso in conversazioni con impagliatrici, mendicanti e bambini. C’è lì un sontuoso cipresso gemino, due tronchi da una sola radice, la cui doppia cima, rigogliosa e oscillante, si staglia nera nel cielo. Ai nostri piedi vigneti e oliveti che scivolano giù in una splendente successione di verde, fino alla Badia. Là dietro c’è Firenze, sovrastata e dominata dall’enorme Duomo rilucente dei suoi colori tenui, con il poderoso Campanile, dietro al quale svetta l’agile torre di Palazzo Vecchio. Questa torre con il suo ardito sporto merlato è il vero e proprio emblema della città, nella cui arte e cultura predomina la forma slanciata e virilmente severa, un certo rigore e una vivificante limpidezza. Qua e là lo sguardo ritrova luoghi conosciuti e venerati: la sottile e appuntita torretta della Badia, la cupola di San Lorenzo e tutta la serie delle chiese. Al di là della città, piccolissima e chiara, si leva San Miniato al Monte, seminascosta dagli alti cipressi della via collinare. Oltre la città si espande il bel parco delle Cascine e più sotto un vezzoso lembo della valle dell’Arno, inondata dal chiarore dello splendente corso del fiume. La cosa più bella che si possa vedere da lassù è il tramonto in una sera limpida. Per cinque volte ho goduto questo spettacolo indimenticabile, e una di queste serate mi è rimasta impressa fedelmente nella memoria. Era verso la fine di aprile, la sera di un giorno caldo e luminoso.
Una festa alle Cascine aveva attratto cittadini e turisti tanto che quassù non si vedevano che rari passanti. Ero seduto su una panchina di pietra attorniato da tutta una schiera di mendicanti e bambini che mi conoscevano per via delle mie frequenti visite e di cui avevo sempre apprezzato l’innocente presenza e compagnia. Una fanciulla di otto anni mi si era seduta sulle ginocchia. Era la nipotina di un vecchio e arcigno mendicante; era vivace e carina, con una meravigliosa capigliatura bionda, una di quelle fanciullesche bellezze a cui si abitua l’occhio dello straniero nel paesaggio toscano […].

 

Emilio Mazzoni Zarini, Fiesole, 1943, Acquaforte

Emilio Mazzoni Zarini, Fiesole, 1943, Acquaforte

 

Il sole era basso sulle verdi colline di fronte e man mano che si avvicinava alla loro sagoma, cresceva facendosi più rosso. La calda luce d’oro cupo inondava questa parte dello spazio limpido, sublimando dolcemente le candide ville, posandosi sui cipressi, sulla superficie del muro, sulla bionda testa di fanciulla, sulle nostre mani e sui nostri volti. Chiesi alla piccola di rimanere in silenzio finché il sole non fosse sparito, anche gli altri si girarono verso quello spettacolo di luce, così eravamo tutti quanti là, rivolti verso quel rossore crescente che ci indorava di fulgore e di pace festiva. Il sole lambì il profilo delle colline che subito affiorarono nette da entrambe le parti creando un meraviglioso contrasto. Un respiro e poi un altro e l’ultimo frammento fiammeggiante del disco rosso era scomparso.
In quell’istante il colore dei colli si trasformò repentinamente in un blu così terso, intenso, deciso e incantevole come fino allora avevo visto solo sullo sfondo di Tiziano. Allo stesso tempo una fragranza colmò la vallata, immergendo la città in un rosseggiante profluvio crepuscolare. L’azzurro delle colline a poco a poco si trasformava in un morbido violetto che, a contrasto con il cielo rosso-dorato mostrava un immenso e magnifico potere illuminante che durò quasi mezz’ora. La piccola andò a cena con la zia, il vecchio mendicante ebbe un soldo e se ne andò, così come i bambini, io rimasi ancora a lungo lassù, seduto, perso in quel gioco di colori crepuscolari. Si alzò un leggero venticello che, con lunghe pause irregolari, echeggiava attraverso il doppio cipresso. La città sprofondò nella penombra, solo il campanile di Giotto e la cupola del Brunelleschi continuavano a mandare i loro fiochi bagliori.

 

Tratto da:
Hermann Hesse, Vedere l’Italia – Parma : Guanda, 1995 – Collezione · Quaderni della Fenice · Trad. di Silvia Bini · [ISBN] 88-7746-790-8 – Classificazione Dewey · 914.5049 (19.) Geografia. Italia. Guide. 1870-

Ranuccio Bianchi Bandinelli – Mostrando Roma e Firenze al Führer e al Duce

 

L’eccezionalità di questo documento (ma forse ha il fascino di una storia in sé e per sé) mi è sempre parsa andare al di là del suo aspetto storico, di storia della cultura, di privilegiata scrittura memoriale e in ultimo di psicologia del potere. Tutte cose che peraltro hanno la loro rilevanza. È infatti un documento storico che rovescia la prospettiva dello sguardo dall’adorante e meravigliato spettatore del tempo all’interno di una scena inaccessibile e proibita; rivela al tempo stesso il ruolo dell’arte, della classicità e il rapporto con la mitologia dei popoli nelle dittature di allora, con le differenze romane e le imprecisate ascendenze nordiche; è anche, e forse soprattutto, una pagina di scrittura sottilmente tagliente e profondamente acuta nella descrizione delle miserie del potere, qui svelato nelle sue piccole manie, tic, difetti e perfino nella compassionevole ignoranza dei protagonisti. È tutto questo, e basterebbe quell’incipit per apprezzarne, se non altro, il valore letterario: dopo l’improvviso, ironico e tragico accenno alla rivale diarchia di un’antica Roma quanto mai ridicola, dissimulata nelle ragioni di una dovuta censura nominativa, siamo subito immersi nell’attesa trepidante di un racconto rivelatore.

Ma non è solo questo, o per lo meno a me sembra che “tutto questo” si subordini al proprio interno in modo naturale ad un’altra e geniale ragione espressiva. È la polimorfia del testo, la sua tentacolare pluralità, il suo registro ora comico e storico, ora professorale e leggero, a produrre un’indefinita possibilità di piani ricettivi, come si potesse passare in un caleidoscopico spettacolo dalla bellezza delle donne di via Veneto alla mitologia di Atlantide, dalle rivalità dei gerarchi nazisti al tepore del sole primaverile fiorentino, dalle diatribe sull’architettura grecoromana all’affacciarsi all’orizzonte della prossima guerra mondiale. E il Bianchi Bandinelli non si fa interprete della particolare posizione in cui si viene a trovare con la supponenza del testimone eccezionale: «Eccolo il nostro salvatore, quello che sa ogni cosa!», dice di lui il “salvato” Mussolini quando lo ritrova nel secondo incontro a Firenze. Ma la salvazione di colui che si sentiva solo un “antifascista generico” è quella di chi ridicolizza il potere rinunciando alla superiorità della conoscenza specialistica del patrimonio culturale e usa una beffarda “ignoranza” («inventavo senza esitazione quello che non sapevo»).

Il testo è tratto da, Dal diario di un borghese, che fu dato alle stampe da Mondadori nel 1948 e ristampato, accresciuto e riveduto, nel 1962 da il Saggiatore. Nel 1986 furono gli Editori Riuniti a rieditarlo, ma da allora il Diario è reperibile solo nelle biblioteche, e sicuramente, potremmo scommettere, in poche di loro. Per evidenti motivi di spazio ho tagliato molto testo, persino quello che riguarda la coscienza dell’antifascista che si arrovella sul dovere/occasione di far fuori i due dittatori: questa forse dirà molto del Bianchi Bandinelli ma mi è sembrata alla fine essere secondaria nel contesto in cui lo possiamo leggere oggi.

 

R. Bianchi Bandinelli a Villa Borghese tra Hitler e Mussolini

R. Bianchi Bandinelli a Villa Borghese tra Hitler e Mussolini

 

Continua a leggere