Annette von Droste-Hülshoff ~ «… come una doppia luce»

 

196095

 

da Heidebilder [Quadri della brughiera]

 

Il Vecchio della brughiera (*)

 

«Bambini, non andate alla palude,
il sole ormai declina, affaticata
ronza l’ape nel volo sonnolento,
e basso ondeggia a terra un velo smorto.
Il Vecchio arriva!»

Ma il gioco non lo smettono, al confine,
strappano l’erba, lanciano dei sassi,
sguazzano nel fossetto dello stagno,
acchiappano falene tra le canne,
e sono allegri quando un ragno d’acqua (**)
scampa tra i giunchi sulle lunghe gambe.

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José Lezama Lima ~ Miti e stanchezza classica (2)

 

Altamira

Grotte di Altamira, Pittura murale

 

Un altro degli strumenti che possiamo usare per la ricerca di quelle entità naturali e culturali immaginarie, è offerto dalle forme sottili, consigliate da Klages, per acquisire una totale differenza tra ricordo e memoria. Ricordare è un fatto dello spirito, ma la memoria è un plasma dell’anima, essa è sempre creativa, spermatica, giacché memorizziamo fin dalla radice della specie. Anche nella pianta esiste la memoria che la porterà ad acquistare la pienezza della sua forma, poiché il fiore è il figlio della memoria creativa. Klages reca un curioso esempio. Se vengo a sapere che i fiammiferi sono stati inventati nel 1832, riesco solo ad assicurare un ulteriore strato della dimenticanza. Ma se tengo conto che quel fatto coincide con la data della morte di Goethe, e se l’accompagno alla sua frase: più luce!, è difficile che torni a sfuggirmi l’insignificante elogio cronologico dell’invenzione del fiammifero. Non a caso i tedeschi considerano i procedimenti per memorizzare come forme del «witz», dell’ingegno.

 

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Roma ~ Julien Gracq

 

 

Giuseppe Valadier, Arco di Trionfo per Pio VI, (1800)

Giuseppe Valadier, Arco di Trionfo per Pio VI, (1800)

 

Roma, una città che non ho mai visto.

 

Niente mi suscita maggiore invidia e gelosia retrospettiva dei viaggiatori: Goethe, Stendhal o Chateaubriand, che hanno visto Roma – fra Winckelmann e il Risorgimento – nel suo periodo più commovente di maggior decrepitezza: latifundium incolto e pergolati di rovine di un papato valetudinario e paralitico che vegetava e usciva lentamente dal torpore dopo Bonaparte come un filo d’erba che si risolleva dopo essere stato calpestato; si direbbe che per qualche decennio il papa si sia aggrappato alle rovine colonizzate per trovarvi una vita vegetativa, come un’edera dalle radici troncate si attacca solo per mezzo delle radici avventizie. Per far rivivere nella mia fantasia quella Roma non c’è bisogno della Lettre à Fontanes[1] o della prosa sontuosa dei Mémoires: basta l’aria del pastorello che passa con le sue capre sotto le mura di Castel Sant’Angelo nell’ultimo atto della Tosca, e basterebbe ancora meno: sento i lievi rumori del suo torpore domestico, il silenzio del coprifuoco, come se ci fossi sempre vissuto.

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San Gimignano ~ Walter Benjamin

 

Walter Tyndale, San Gimignano - Via Capassi (1913)

Walter Tyndale, San Gimignano – Via Capassi (1913)

 

1925 circa

 

Trovare parole per ciò che si ha dinnanzi agli occhi: quanto può essere difficile. Ma quando esse arrivano, allora è come se battessero con dei piccoli colpi di martello contro la superficie del reale, sino a sbalzarne, come da una lastra di rame, la forma. “Alla sera le donne si raccolgono alla fontana davanti alla porta della città, per prendere acqua in grandi brocche”. Soltanto quando ebbi trovato queste parole, dal turbamento delle impressioni immediate emerse, con i suoi precisi rilievi e le sue ombre profonde, l’immagine. Cosa mai avevo saputo prima dei salici fiammeggianti, che al pomeriggio fanno guardia con le loro lingue di luce davanti ai bastioni che cingono la città? Quanto strette prima dovevano stare le tredici torri, e come comodamente ciascuna trovava ora il suo posto, e anzi avanzava ancora molto spazio tra loro!

A chi viene da lontano subito il borgo sembra scivolato, di soppiatto come da una porta, nella campagna. Esso non dà l’impressione che sia possibile raggiungerlo. Ma se si fa tanto di riuscirvi, allora il suo grembo ci accoglie e ci si perde nel concerto dei grilli e nel vociare dei bambini.

Nel corso di tanti secoli si sono sempre più strette fra loro le sue mura; quasi nessuna casa che non porti le tracce di ampi archi sopra alle anguste porte. Le aperture, da cui ora sventolano sudice tende a riparo dagli insetti, erano una volta bronzei portoni. Resti dell’antica decorazione in pietra sono rimasti come dimenticate nelle mura, e conferiscono loro un tratto araldico. Passata la Porta San Giovanni, ci si sente in un cortile, non in una strada. Anche le piazze sono cortili, e in tutte ci si sente al riparo. Quel che spesso si trova nelle città del Sud, in nessun altro luogo è tangibile come qui; ossia che l’uomo che le abita dura fatica a rammentarsi di ciò che gli occorre per vivere, tanto il profilo di questi archi e di questi merli, l’ombra e il volo dei colombi e delle cornacchie gliene fa scordare il bisogno. Gli riesce difficile svincolarsi da questa sovraccarica realtà, di mattina pensare alla sera, e di notte al giorno.

Là dove si può stare in piedi, ci si può anche sedere. Non soltanto anche i bambini, ma anche le donne hanno il loro posto sulla soglia di casa, a stretto contatto con la terra, le sue tradizioni e forse le sue divinità. La sedia davanti alla porta è già segno di innovazione cittadina. Dell’inaudità facoltà di star seduti al caffè, poi, si avvalgono unicamente gli uomini.

Mai prima d’allora il sole e la luna si erano levati così sullo schermo della mia finestra. Quando sono steso a letto di notte o al pomeriggio, non vedo che cielo. Solitamente comincio a svegliarmi poco prima dell’alba. Poi aspetto che il sole si levi dietro al monte. Ecco allora questo primo, fuggevole attimo in cui esso non è più grande di una pietra ardente sulla cresta del monte. Ciò che Goethe disse della luna: “Il tuo orlo spunta lucente come stella”, ancora nessuno l’ha detto del sole. Ma qui non di stella si tratta, ma di pietra. Gli antichi devono aver posseduto l’arte di tener nascosta presso di sé questa pietra come talismano, e di far prendere così al tempo una piega felice.

Guardo dall’alto delle mura della città. La campagna non fa pompa di ville e fattorie. Ce ne sono molte, è vero, ma celate e difese. Le corti, a cui il bisogno ha aggiunto nuove costruzioni, sono, non solo nello stile ma in ogni sfumatura dei mattoni e dei vetri, raffinate come non lo è nessuna casa di ricchi perduta nel verde. Ma il muro a cui mi appoggio partecipa del segreto dell’ulivo, la cui chioma, come un serto tenace e poroso, lascia filtrare da mille varchi il cielo.

Walter Tyndale, San Gimignano - Portone dei Becci (1913)

Walter Tyndale, San Gimignano – Portone dei Becci (1913)

 

Walter Benjamin, Immagini di città ; nota di Peter Szondi ; traduzione di Marisa Bertolini – Torino : Einaudi, 1980 – Collezione   · Nuovi coralli ; 273 Traduzione di Städtebilder. Classificazione Dewey · 838.9 (18.) Miscellanea Tedesca. 1900-

Etna ~ Ernst Jünger

*

Etna Blog 1

Sguardo sull’Etna

 

(…)

 

Taormina, 14 settembre 1977

Mattino senza vento. Sull’Etna un calice di fumo grigio-violetto si espande su uno stelo oscuro. Culminava in un boccio di bianche magnolie. Poi il vento orientò l’immagine in senso orizzontale: il calice si cangiò in una tetra montagna, la sovrastante magnolia in una teoria di nivee cupolette. Da ultimo rimase un sottile vessillo sopra il mare africano. Poco dopo è iniziato un nuovo spettacolo: dal cratere scaturiva un imbuto gigantesco – uno di quei funghi che si allargano sul terreno privi di gambo.

Goethe, il cui Viaggio in Italia ci accompagna, parla poco dell’Etna, pur avendolo osservato da diverse località, compresa Taormina; tanto più si diffonde invece sul Vesuvio, che però ebbe l’occasione di vedere in piena attività, come il 2 giugno 1787 da Napoli.

La vista dei vulcani risveglia la sensazione di essere più vicini non soltanto al titanismo della terra, ma anche alle potenze cosmiche. Non può sottrarsi a ciò neppure il nettunista più risoluto. Io posso considerarmi uno di loro; fin da ragazzo la magia di un ammonite mi ha dato emozioni più intense di quella dei bei cristalli.

In cosa consiste il godimento dell’«intuizione perpetua»? di certo nella semplificazione; lo spirito muove dalla molteplicità all’unità. Sotto le parole e le immagini, dietro i numeri e i segni si rivela il segreto della matematica. Quanto ci stupiva per l’inflessibile coerenza, opera immediatamente.

Pomeriggio sull’Etna; prima in autobus fino agli ultimi alberi, poi sotto il cratere con le Land Rover e infine a piedi sulla lava dentata, tra vapori sulfurei, fino alla randa. Avevamo sperato di ammirare il celebre tramonto, ma il tempo non era favorevole. Questo chiariva meglio il punto di vista di Weininger.

(…)

Taormina, 17 settembre 1977

Sotto un vento debole l’Etna portava una penna di cigno al cappello; questa piegò lentamente all’ingiù, velando le falde.

Sull’altra terrazza, del cibo per gli occhi: il fiore del cactus che si arrampica sul muro era aperto, un calice verde pallido con la corolla bianca e più di cento filamenti. Il pistillo, l’organo femminile, era foggiato a stella, formava un piccolo fiore in seno al fiore maestoso che si spalancava al cielo come una campana. Un’ape scura a strisce luminescenti ruotava attorno al pistillo senza sfiorare i filamenti, benché questi ondeggiassero al turbinio delle ali – battagli per uno scampanio impercettibile. Già nel pomeriggio questo splendore penzolava vizzo e insignificante.

Taormina, 18 settembre 1977

Il vento spirava verso la città sospingendo dall’Etna candide palle di nuvole; ma esso dové cambiare direzione, perché ai due lati della vetta si disposero ali poderose, simmetricamente ripiegate.

Di sera un fiotto di luce sbucò tra le nuvole, come nella Battaglia di Alessandro. [1]

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Taormina, 21 settembre 1977

Un lieve strato di neve sul versante nord dell’Etna; più che innevato il fianco pareva cosparso di polline. Sulla cima si levò per breve tempo il pino classico di Plinio. Oggi il fungo atomico ha rimosso questo paragone.

Ne ho parlato in terrazza con il maître d’Hotel; al tavolo egli dà l’impressione di parlare correntemente il tedesco – in realtà il suo vocabolario si limita alle necessità del servizio. Chi mi ricordava costui? – forse un suo collega del Raphael a Parigi? Non mi veniva in mente. In genere mi sembra di ricordare meglio i tipi che gli individui – questo presenta dei vantaggi e degli svantaggi.

La vicinanza di un vulcano fissa l’attenzione in una direzione che non conoscevo. Non si tratta di fenomeni cosmici alla stregua di un’eclissi solare o delle lunazioni, ma di scenari che collegano la terra con gli altri corpi celesti. In un passato remoto, quando i vulcani lunari erano attivi, l’aspetto del nostro satellite, e in particolare la sua silhouette, dev’essere stato inquietante e insieme affascinante.

Inoltre: se un tempo, poniamo nel carbonifero, la terra era avvolta in un fitto strato di nubi, gli astri e persino il sole dovevano essere invisibili, ma non i vulcani e le loro eruzioni. Malgrado ciò l’influsso degli astri fu avvertito in modo più profondo.

 

(…)

 

Taormina, 29 settembre 1977

Dapprima l’Etna era avvolto in un mantello con la vetta sporgente dal bavero. Poi l’ornamento si è compresso a guisa di cintura, mentre in alto torreggiavano nubi maestose. Il vulcano è chiamato qui con una parola di origine araba, Mongibello, o anche semplicemente «il monte». Platen lo ammirò da Taormina, verosimilmente dal teatro: «Tenere, fugaci nuvolette volano attorno all’Etna innevato, / Mentre chiaro come uno specchio appare l’abisso del mare».[2]

Al sorgere del sole la vista della vetta dev’essere magnifica. «Ci si trova al centro di un immenso orizzonte. Le isole Eolie salutano con le loro colonne di fumo il padre Etna; d’inverno, quando il cielo è molto chiaro, si scorgerà il mare fluttuare tutt’intorno all’isola». Così un viaggiatore nel Baedeker del 1906.
Attraverso i giardini di Naxos fino alla foce dell’Alcantara. Fra le pareti della gola mi rammentai di lontane incursioni, durante le quali avevo paventato l’accerchiamento. Ma ora le sentivo come una via di fuga dalla turbolenza che regna tra i grattacieli. Gechi scuri, lucertole brune e verdi guizzavano nelle fessure; per la strada solo un carro carico di frutta.

Taormina, 30 settembre 1977

 

Il monte si staglia nitido nella sua massa imponente; domina come un potente tiranno di cui si osservino i proclami anche in tempo di pace. Nel pomeriggio la colonna di fumo salì a grande altezza e piegò ad angolo retto in direzione del mare, stratificandosi nella bonaccia.

Commiato dalla città. «Grazie a Dio, tutto quello che abbiamo visto oggi è già stato sufficientemente descritto da altri» (Goethe, Viaggio in Italia, 7 maggio 1787).

E quanto si è aggiunto nel frattempo è appena degno di menzione: riguarda solo la distruzione. Verso la fine del secolo scorso, quando principi e professori venivano qui a passare l’inverno, esisteva ancora un equilibrio tra il paesaggio, gli stranieri e la gente del luogo, e questo era foriero di ricchi frutti. Le orde di turisti che irrompono quotidianamente si fermano solo per poco tempo. Una volta era raro prendere bagni di mare, si viaggiava in carrozza e si andava a passeggio indossando un abbigliamento più formale.

 

images (2)

Wilflingen, 5 ottobre 1977

 

Di nuovo a casa. Cerco di sistemare alcune cose che non coincidevano con quella pre-figurazione [Vor-Stellung] che ricaviamo dai ricordi di letture giovanili e resoconti di viaggiatori. Alla fonte Aretusa mi aspettavo infatti di trovare un intrico di papiri, non certo un bel mazzo di piante penosamente sacrificato in una vasca.

Seume scoprì quelle piante, e invero «in tale quantità che a stento potevamo farci largo con la barca»; ma aveva risalito il corso dell’Anapos partendo dal porto.

(…)

Seume ha scalato l’Etna nell’aprile del 1802, insieme ad alcuni ufficiali inglesi provenienti da Malta; sulla vetta c’era la neve alta. Questo gli ispira il detto: «se ne sta sempre col berretto bianco e la pipa in bocca». Sosteneva che al confronto il Vesuvio non era che un mucchio di terra scavato dalle talpe, e che difficilmente si sarebbe trovato in tutta Europa un passaggio che racchiude così tante bellezze.

Weininger, al contrario, provò angoscia di fronte alla «grandiosa spudoratezza» dell’Etna. «Un cratere ricorda il deretano di un mandrillo». Gli sono ostili la terra, il serpente, il sesso. Perpetua disse una volta: «Si è ucciso in autunno? – me l’immaginavo». Se c’è un suicidio che deploro questo è il suo; nello scritto Über die letzen Dinge, che concepì a Siracusa, risuona piuttosto un’ouverture che un finale, ma anche il pericolo di non essere all’altezza del proprio compito. Avrei cercato volentieri quel passo in cui egli suppose che Nietzsche, a un dato momento, deve aver pensato di essere diventato un dio – ma ero stanco di consultare libri.

* tratto da:
Ernst Jünger, Viaggi in Sicilia ; a cura di Giuseppe Raciti ; Palermo : Sellerio, 1993 – Collezione : · Biblioteca siciliana di storia e letteratura. Quaderni ; 75 – Trad. di Giuseppe Raciti –  Titolo orig.: Aus der goldenen Muschel, Blick auf den Ätna. – [ISBN] 978-88-38-90984.9 – CCD · 914.5804915 (20.) Geografia. Sicilia e isole adiacenti. Viaggi. 1922-1943

note:

[1] Si allude all’opera conservata al Museo Nazionale di Napoli.

[2] «Zarte, vergängliche Wölkchen umfliegen den schneeigen Ätna, / Während des Meers Abgrund klar wie ein Spiegel erscheint».