Marsia

 

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Marsia detto “bianco”, scultura romana del sec.II, marmo greco, (part.) – Firenze, Galleria degli Uffizi; foto di Rendel Simonti

 

 

Quando quello sconosciuto terminò di narrare
la fine dei Lici, un altro si sovvenne del Satiro che, vinto
dal figlio di Latona in una gara col flauto di Pallade,
fu da questi punito. «Perché mi scortichi vivo?» urlava;
«Mi pento, mi pento! Ahimè, non valeva tanto un flauto!».
Urlava mentre dalla carne la pelle gli veniva strappata:
altro non era che un’unica piaga. D’ogni parte sgorga il sangue,
scoperti affiorano i muscoli, senza un filo d’epidermide
pulsano convulse le vene; si potrebbe contargli le viscere
che palpitano e le fibre che gli traspaiono sul petto.
Lo piansero le divinità dei boschi, i Fauni delle campagne
e i Satiri suoi fratelli, lo piansero Olimpo a lui sempre caro
e le ninfe, e con loro tutti quanti su quei monti
pascolano greggi da lana e armenti con le corna.
Di quella pioggia di lacrime s’intrise la terra fertile,
che in sé madida le accolse, assorbendole nel fondo delle vene;
poi mutatele in acqua, le liberò disperdendole nell’aria.
Da lui prende il nome quel fiume che tra il declinare delle rive
corre rapido verso il mare, Marsia, il più limpido della Frigia.

Ovidio, Metamorfosi 6, 382-400

 

Il mito di Marsia si presta come al solito a letture diversificate. Marsia era un satiro che aveva trovato casualmente un flauto appartenuto ad Atena, la quale però lo aveva gettato via perché mentre lo suonava le pareva che la sua immagine riflessa nell’acqua le tornasse alterata. Al contrario, Marsia da quel prezioso strumento riusciva a ricavare suoni meravigliosi che parevano sgorgare in modo spontaneo. Entusiasta della scoperta ebbe l’ardire di sfidare ad una contesa musicale Apollo, figlio di Zeus e di Latona, dio del canto e della musica, una divinità assoluta capace di liberare dal male quanto di punire con determinazione gli uomini. Fu stabilito che il vincitore avrebbe avuto il diritto di disporre del vinto come a lui pareva. Ovviamente fu un duello impari più per le forze in campo che per il suono prodotto. Qui il mito contiene delle varianti: vinse Marsia determinando la vendetta di Apollo oppure furono le Muse, chiamate a fare da arbitro, a decretare l’impossibilità di superare in bellezza il suono della cetra di Apollo. Comunque sia andata, il dio dispose una punizione esemplare e tremenda nei confronti Marsia. Infatti Apollo lo scuoiò vivo spogliandolo della sua pelle irsuta, appesa all’uscita di una caverna da cui scaturì una fonte. Il sangue, o le lacrime di chi pianse il Satiro, alimentarono così un corso d’acqua.

In quello che Blumenberg chiamava il continuo «lavoro del mito» ovvero la sua capacità di espandere e rinnovare il proprio significato simbolico e apologetico, la storia di Marsia si presta a suggestive considerazioni, oltre la sua iniziale ovvietà narrativa. Se è certamente improprio collegare il mito alla attualità dei nostri giorni, è tuttavia interessante riflettere a ciò che il mito suscita.

Il flauto, che si vuole costruito da Atena stessa, diventa uno strumento musicale impossibile da essere suonato da una divinità e solo un non dio, in questo caso un Satiro, può trarvi suoni meravigliosi: qui si può pensare alla saggezza divina che rifugge il potere corruttivo della musica, così come interpretare al tempo stesso l’incapacità divina a giungere all’estasi musicale; si può quindi pensare alla presunzione terrena di toccare vertici espressivi interdetti all’uomo, come vedere al contrario la necessità di una piena libertà artistica che non può essere sottomessa e frenata.

Nella punizione inflitta a Marsia inoltre si scontrano due opposte tendenze nel contrasto tra l’impossibilità di cambiare l’ordine delle cose e il continuo ripetersi della sfida umana contro le leggi apparentemente immutabili dell’universo. Vi sarà sempre infatti uno scarto, qui nella forma cruenta e insostenibile del sangue versato, che alimenterà la vita e sempre la ribellione e il desiderio di condivisione del bello troverà uomini disposti a raccogliere il testimone della sfida.