Una strage ~ 18. «Vidi un fuoco che ardeva furiosamente»

 

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

 

Mentre a Castelnuovo si consumava la più tremenda delle scene (una settantina di corpi ammassati e bruciati in un’unica «orrenda pira»), il Tenente Danisch continuò la sua opera oscura di depistaggio e di colpevole compromissione, di parallela attività investigativa e meschina ricerca di un capro espiatorio. Comprendere il ruolo e la figura di questo Ufficiale, indiziato dagli Inglesi come la figura chiave dell’organizzazione della strage, non è semplice e mai sarà chiaro nella sua completezza. Presente nei giorni precedenti, sfrontatamente impassibile nelle ore delle uccisioni e «compiaciuto» del proprio operato a lavoro eseguito, non fu forse né il responsabile né tanto meno il comandante unico delle stragi: probabilmente aveva il compito di fare da tramite tra lo Stato maggiore del LXXVI Panzerkorps e la Hermann Göring, cui era stata affidata una vasta azione di «ricognizione» del territorio per dare un grosso colpo al fenomeno partigiano e distruggere gli impianti minerari. Poco importava se quel mandato sarebbe stato affrontato con spietatezza e crudeltà, come era pratica corrente per i reparti della Göring.

 

Continua a leggere

Una strage ~ 16. Massa dei Sabbioni: «un apostolo senza paura»

 

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

 

Mentre per tutti gli altri paesi coinvolti nelle stragi del luglio 1944, non sempre le testimonianze raccolte dal Sergente Maggiore Crawley hanno fugato dubbi sulla sua ricostruzione dei fatti, per Massa dei Sabbioni, gruppo di case che si trova sulla direzione dei monti del Chianti poco sopra Castelnuovo, si ha un quadro esaustivo e molto ricco di particolari. Crawley visitò il paese il 25 settembre e il giorno successivo era a Figline per interrogare la moglie di un ucciso di Castelnuovo, sfollato a Massa e catturato nella strada che separava i due paesi; nei due giorni successivi le testimonianze di pochi civili rimasti quel giorno nelle proprie case furono sufficienti a delineare il quadro preciso di ciò che era accaduto attorno a mezzogiorno. Milena Baldi, che fu costretta a far entrare nella propria casa il manipolo di soldati che giungeva da Castelnuovo, appunterà i suoi ricordi in un diario; Giuliano Pagliazzi, cugino di Dante, uno dei due uccisi, scriverà una memoria negli anni sessanta che rimarrà insieme alle “cronache” dei parroci uno dei pochi documenti scritti rimasti sui fatti.

Continua a leggere

Una strage ~ 4. I Tedeschi: Alarmkompanie o corpi speciali?

 

 

Dobbiamo a Carlo Gentile la probabile individuazione delle truppe responsabili delle stragi di Civitella e di Cavriglia. Secondo lo storico, consulente prima della procura militare di Dortmund e poi di quella di La Spezia che istruì il processo per i fatti di Civitella della Chiana, nel periodo a cavallo di giugno e luglio, ci troviamo di fronte ad un ampio ed unico complesso di operazioni «antipartigiane» dal nome in codice di Seidenraupe (baco da seta). Questo sarebbe il significato di un “lucido” proveniente dal Comando di Kesselring, riguardante un’operazione svoltasi in un’area non definita dell’Italia occupata tra il 22 giugno e l’8 luglio e che sarebbe costata la vita a 391 persone, cifra assai vicina a quella complessiva delle vittime della Hermann Göring tra la Val di Chiana e il Valdarno.[1] Nella documentazione militare tedesca le prove di un’operazione di questo tipo sono documentate solo per Civitella e San Pancrazio e i responsabili per le stragi del 29 giugno sarebbero stati elementi del Comando della Divisione corazzata HG, la Feldgendarmerie Trupp (mot) 1000 di quella Divisione, le Compagnie di pronto impiego denominate Alarmkompanie Vesuv della Nachschub-Trupp Hermann Göring e Alarmkompanie Pauke del Reggimento corazzato. A loro volta il Comando di Divisione, e in particolare l’Ufficio informazioni (Ic-Abteilung), avrebbe elaborato i piani delle operazioni di stragi.

Nella documentazione non vi è traccia dei fatti di Meleto e Castelnuovo dei Sabbioni, perché i materiali del LXXVI Panzerkorps, sotto il cui comando la Göring operava, relativi al periodo successivo al 30 giugno andarono distrutti. Nell’Inchiesta su Cavriglia tuttavia una prova di un  legame tra le due stragi si trova nella testimonianza del parroco di Montegonzi, Don Ermanno Grifoni, al quale il Maggiore Seiler, comandante delle truppe giunte lì il primo di luglio disse: «Qualsiasi attacco portato dai Partigiani contro i miei soldati mi costringerà a eseguire rappresaglie, come abbiamo fatto a Civitella della Chiana». Inoltre nell’ultima dichiarazione di un giovane catturato dai Tedeschi per ottenere informazioni sui partigiani di Castelnuovo e Meleto, sembra scomparire qualsiasi dubbio: «Quando fui interrogato per la prima volta da un Capitano [a villa Silvano a Bagno a Ripoli] notai una carta a grande scala distesa sopra un tavolo nella stanza. Su questa carta vidi due grandi croci rosse. Una di queste croci contrassegnava il paese di Civitella della Chiana e l’altra il paese di San Pancrazio».[2]

Se secondo Gentile, «gli elementi in comune tra le varie stragi che avvengono in quest’area sono così numerosi che è assai evidente che si tratti di un unico disegno», a legare entrambe le stragi sarebbero soprattutto le due compagnie di pronto intervento (Alarmeinheiten) costituite da tempo nelle retrovie per azioni antipartigiane e presenti in Valdarno l’una fin dal 18 giugno (la Pauke) e l’altra dal 25 giugno (la Vesuv) (2006: 227). Queste compagnie, attive nella Göring già dal 1943, erano formate solo da ufficiali e sottufficiali, prelevati da varie unità dello stesso reparto e impiegati per un periodo limitato ma continuamente operative contro le formazioni partigiane e nella repressione di atterraggi di paracadutisti nemici. Come rivela il nome stesso queste unità dovevano essere in grado di operare rapidamente nel giro di poche ore. In particolare la Vesuv, costituita all’interno dell’unità dei trasporti e rifornimenti (salmerie) della Göring, sarebbe stata presente in entrambe le azioni, mentre la Pauke forse avrebbe operato solo a San Pancrazio. Gli Inglesi, da parte loro, mentre indagavano su una compagnia di trasmettitori, giunsero in modo abbastanza casuale a quello che oggi può apparire come uno dei comandi di tutta l’operazione, alloggiato fin dalla metà di giugno presso Bagno a Ripoli e facente capo al Maggiore Rahls, comandante delle Fsch.Pz.Nachschubtruppen. Tuttavia, al momento dell’indagine, non si poteva comprendere l’agile e mutevole composizione delle Alarmeinheiten né cogliere il disegno unitario delle stragi e Rahls, infatti, non fu segnalato neppure come criminale di guerra.

All’interno di questo quadro, dove emerge un campo d’azione a vasto raggio, livelli di responsabilità decisionali molto alti (Comando di Divisione ma forse anche del Corpo d’armata), impiego di forze estese e un lavoro d’intelligence preparatorio assai puntuale, per Gentile più incerte sarebbero le responsabilità del Genio Militare, della I Divisione Paracadutisti, dell’artiglieria, dei carristi e dei trasmettitori perché «gli indizi a loro carico sono spesso poco concreti» (2006: 230). Alla luce delle considerazioni che svilupperemo, secondo noi, volutamente od oggettivamente, alcuni di questi Reparti in realtà crearono ad arte una certa confusione attraverso un comportamento astutamente ambiguo, fatto d’intenzioni manifeste e subdole rassicurazioni, costringendo gli Inglesi a ricostruire con difficoltà la trama dei fatti. Tuttavia, in una zona mineraria caratterizzata da un importante impianto industriale più volte la documentazione storica ha incrociato il Genio Militare e, anche se la distruzione della Centrale Elettrica iniziò nella notte tra il 6 e il 7 luglio, in varie strutture della Miniera già da alcuni giorni si era cominciato a sistemare le mine.[3] Se fu lo stesso Genio Militare della Hermann Göring a minare il paese di Castelnuovo dopo che questo era stato “ripulito” dei civili, rimane difficile pensare all’azione stragista e di devastazione infrastrutturale come a due operazioni distinte. Certamente il tremendo impatto emotivo delle stragi spinse la narrazione e la memoria, com’è comprensibile, verso le vicende relative ai rastrellamenti e le uccisioni, lasciando in secondo piano le distruzioni infrastrutturali. Tuttavia, anche se supponessimo che il Comando Divisionale abbia fatto affidamento per l’esecuzione delle uccisioni solo sulla Vesuv, lasciando compiti di supporto ad altri Reparti, è comunque fuorviante concentrarsi solo sulle Alarmeinheiten. Ciò che è in discussione non è la loro presenza quanto piuttosto l’organizzazione di tutta l’operazione, la quale in base alle testimonianze coinvolse una pluralità di reparti della Divisione Hermann Göring secondo una logica di prelievo generalizzato. Siamo infatti più vicino al vero se diciamo che il 4 luglio fu un’intera Divisione a mettere in atto un’operazione antipartigiana sotto il tacito controllo del Comando d’armata.

 

Voci su una strage

 

Tra le dichiarazioni raccolte dagli Inglesi cinque testimonianze portano direttamente a Terranuova Bracciolini. La piccola cittadina non si trova nelle immediate vicinanze dei paesi soggetti alla violenza tedesca e la sua naturale propensione è il versante orientale della vallata dell’Arno che guarda il Pratomagno, nel lato opposto ai monti del Chianti. Dopo la scoperta della documentazione d’Inchiesta inglese la percezione di tutta la vicenda stragista è mutata e ogni racconto storico e giudiziario prende le mosse da quel paese, facendo cadere definitivamente, a causa del concorso di forze diverse e di comandi assai elevati, l’idea che l’azione repressiva sia avvenuta estemporaneamente per un improvviso rigurgito di vendetta nazista o per l’intemperanza di alcune truppe. Già lo stesso Report inglese si era domandato se «i movimenti delle varie Unità militari tedesche (…) possono essere stati semplicemente una normale procedura, manovre causate da situazioni di guerra del momento, coincidenti con le date delle rappresaglie nelle zone interessate» o se «quei movimenti fossero parte di un piano preordinato per eseguire rappresaglie su larga scala contro civili di sesso maschile nel Comune di Cavriglia».[4]

Parallelamente la non conoscenza dei risultati dell’Inchiesta favorì la caratterizzazione mitica del racconto sotto forma di “voci”, che nel periodo immediatamente successivo la strage furono tante e riguardarono sia i «collaboratori» Italiani sia i Tedeschi. La presenza degli Italiani fu subito oggetto di ipotesi controverse. Si disse che alcuni Fascisti avevano già minacciato gravi ritorsioni perché gli abitanti di questi paesi erano restii alla collaborazione.[5] La moglie di un uomo fatto ostaggio a Meleto avrebbe annunciato «in anticipo» l’uccisione di massa, anche se subito s’insinuava che la donna fosse «pazza». «Una famiglia» era stata accusata di aver collaborato con i Tedeschi, mentre chi aveva fatto il pane per i Partigiani avrebbe reso tutta la popolazione complice agli occhi degli occupanti.[6] Una suora parlò di un uomo che durante i rastrellamenti a Castelnuovo camminava con una bandiera italiana.[7] Un uomo, sconosciuto e «probabilmente un repubblichino», nella periferia di Meleto proprio durante le operazioni costrinse un ragazzo in fretta e furia a riparare la ruota forata della propria motocicletta.[8]

I racconti che riguardavano i Tedeschi furono invece più vaghi e sempre circondati da un alone di mistero. Per alcuni erano vestiti con divisa da SS, per altri invece di «grigioverde con delle mostrine nere».[9] Una voce molto diffusa diceva che a Castelnuovo il soldato scelto per mitragliare la settantina di uomini addossati alla muraglia della Piazza si rifiutò di sparare e, bruscamente messo da parte da un suo camerata, fu ucciso insieme ai civili, mentre secondo altri sarebbe stato portato sino a San Martino e lì sgozzato con altri tre uomini.[10] Se per alcuni i soldati sembravano «dappertutto»,[11] tanto che si parlò di centinaia di soldati e un grande movimento di camion, a Meleto parvero poco più di una decina e furono visti solo due automezzi e due motociclette, una delle quali sarebbe stata guidata da un repubblichino, motivo per cui fu in seguito processato.[12] A Massa, dopo che i Tedeschi avevano catturato una decina di uomini, giunsero due aerei inglesi sparando sull’assembramento e favorendo una fuga generalizzata. Purtroppo gli aerei non sorvolarono i paesi di fronte, Meleto e Masseto, che a quell’ora erano già in fiamme e stavano sollevando alte colonne di fumo nero, tanto che l’intervento alleato dal cielo non solo non fu ritenuto efficace ma forse neppure attendibile. Si diceva che a San Martino, mentre altrove erano già stati uccisi la quasi totalità degli uomini, la moglie di un dirigente della Mineraria, padrona della lingua tedesca, abbia fatto da interprete tra i soldati e i Partigiani per una partita di cereali e qualche maiale;[13] per altri invece si sarebbe limitata a telefonare «al comando di Firenze» perché gli ostaggi del piccolo paese fossero liberati.[14] Riguardo allo stesso comportamento dei Partigiani vi furono contrapposte versioni: per alcuni fuggirono, per altri tentarono di avvicinarsi e ingaggiarono qualche battaglia, per altri ancora addirittura seppero solo il pomeriggio quello che realmente era successo.

Questi frammenti di verità e distorte ricostruzioni, che i Carabinieri cercarono di verificare senza successo o con poca convinzione, ufficialmente per non creare altre divisioni, ma forse con la volontà di fare emergere solamente “responsabilità partigiane”, furono riportate in realtà dai parroci nei loro diari. Quelle voci ancora mantengono un alone di mistero e dicono di una trama velata che non potrà mai essere scritta come una cronaca certa a dispetto delle ricostruzioni degli storici, delle inchieste giudiziarie, delle memorie spesso ingannate dal risentimento o perfino dall’inconfessato timore di aver fatto da sponda a episodi criminali. Non è un caso che sempre gli investigatori della S.I.B. per assicurarsi che le «affermazioni molto colorate ed esagerate che (…) venivano dalle fonti italiane» fossero vere e che le atrocità si fossero «effettivamente svolte come (…) erano state riportate», all’inizio si siano avvicinati ai testimoni con rigore ma anche scetticismo.[15]

 

Evelina Dugini

 

Anche se non sappiamo come gli Inglesi arrivarono a lei, fu una donna, Evelina Dugini, sfollata da San Giovanni Valdarno a Terranuova Bracciolini e senza nessuna relazione apparente con le vittime di Castelnuovo e di Meleto, a dare per prima un volto e un nome ad un criminale di guerra. La sua dichiarazione, una delle prime di tutta l’Inchiesta (18 settembre), s’incrocia con quelle degli abitanti di Castelnuovo ed è precedente anche quella di un Partigiano (25 settembre), che aveva consegnato agli Alleati un giovane fatto prigioniero e condotto proprio a Terranuova dai Tedeschi.[16]

La “voce” di Evelina si rivelò comunque una notizia vera e portò gli Inglesi a indagare su una truppa appartenuta alla Luftwaffe, che era arrivata a metà giugno a Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze, e che stazionò a Terranuova a partire dal 25 giugno.

Dalla confidenza ricevuta dal soldato Rudi Groner, Evelina era venuta a sapere che la mattina del 4 luglio la sua Compagnia aveva partecipato alle stragi. Groner frequentava in quei giorni l’appartamento di una ragazza nello stesso palazzo in cui viveva la donna, dove venne ingaggiato un giovane studente di lingue per fare da interprete nell’interrogatorio di un certo Ivario V. di Castelnuovo dei Sabbioni fatto prigioniero. V., trovato con una bomba a mano e sotto la minaccia d’impiccagione e di ritorsione verso i familiari, avrebbe fatto alcuni nomi di Partigiani di Meleto e Castelnuovo. Anche questa vicenda entrò nel novero delle voci non verificate, ma una donna de Le Màtole, abitato alle porte di Castelnuovo teatro l’11 luglio di una successiva rappresaglia, era certa di essere stata respinta con il calcio di un fucile proprio da quel giovane che nell’occasione cercava di mascherarsi con un elmetto intrecciato con frasche di quercia.[17] Secondo i più il V. avrebbe mostrato segni di «squilibrio» essendo passato alla Repubblica Sociale dopo essere stato amico dei Partigiani presso i quali si recava per fare loro i capelli a tempo perso. Anche se da allora la vicenda di quest’uomo fu soggetta, com’è chiaro, a fraintendimenti e risentimenti locali, tuttavia la storiografia ha affrontato tutta la questione con molti pregiudizi ed eccessive cautele, finendo non tanto per assolvere o condannare una singola persona quanto per non approfondire il coinvolgimento dei Repubblichini.[18]

Comunque sia la Dichiarazione di Evelina Dugini, seppur breve, non ha solo valore di prima individuazione di uno dei criminali di guerra, ai quali è probabile si sarebbe prima o poi arrivati grazie alle testimonianze dei Partigiani che avevano arrestato il V., ma ci dice intanto che l’Unità di Groner il 4 luglio operò a Castelnuovo e a Massa e che ancora il giorno dopo era presente in Valdarno. Così testimoniò la donna:

Sono una donna sposata, con due bambini e risiedo a San Giovanni. Durante i mesi di Giugno e di Luglio di quest’anno, ho abitato nella casa del Signor Francini, in Via Concini 119 a Terranuova, dove occupavo l’ultimo piano della casa. Verso il 1° luglio 1944, ero sul portone d’ingresso, quando un soldato tedesco, il quale, io sapevo, aveva visitato la casa in una precedente occasione per incontrare la signorina Teresa Francini, mi avvicinò chiedendomi – in un italiano ben comprensibile – se potevo lavare per lui alcuni indumenti. Dopo che ebbi accettato di farlo, egli mi dette un fagotto di panni sporchi da lavare che aveva con sé. Intorno al 5 luglio 1944, questo stesso soldato ritornò nell’appartamento dove dimoravo per riprendere i suoi panni lavati. Si scusò con me per non essere potuto tornare prima a riprenderli, giustificandosi con il fatto di essere stato trattenuto a Castelnuovo dei Sabbioni e a Massa dove, insieme ai suoi camerati, aveva fucilato un gran numero di Partigiani. Egli lasciò la casa e da allora non l’ho più visto né ho sentito parlare di lui. Quando in seguito chiesi alla Signorina Teresa Francini se conosceva il nome di questo Tedesco, lei mi disse che si chiamava Rudi Groner. Per quanto mi ricordo Groner poteva avere circa 23 anni di età, alto circa m. 1,63, ben formato, i capelli castani chiari ondulati, gli occhi penetranti e la carnagione abbronzata. Era vestito con camicia e calzoni corti kaki. Potrei riconoscerlo, se lo vedessi nuovamente.[19]

 

Alarmkompanie Vesuv o una «particolare» Unità antipartigiana?

 

Nelle testimonianze di Terranuova il comportamento dell’Unità antipartigiana cui apparteneva Groner appare relativamente tranquillo, non c’è traccia di brutalità né vi è una particolare segretezza sulla propria missione. L’Ufficiale comandante, un Tenente appassionato di musica che suonava il piano «molto bene», comunicava in francese con il proprietario della casa dove aveva preso dimora, a cui aveva confidato senza esitazioni la sua missione di repressione antipartigiana la quale sottintendeva notoriamente anche la morte di civili innocenti. D’altronde ciò che faceva pensare di trovarsi di fronte a soldati “caratterialmente” violenti è probabile si verificasse solo al momento della “messa in atto” della strage quando cioè, nella consapevolezza di dover assolvere un compito pluriomicida e indiscriminato in una situazione emotiva estrema, avveniva una trasformazione in senso spietato di tutto il comportamento del militare.[20]

Secondo la testimonianza di Nella Terni, questo «Tenente tedesco con circa settanta soldati» era giunto a Terranuova Bracciolini attorno alla domenica del 25 giugno. In quel periodo il proprietario della casa, presso cui la giovane prestava servizio, era sfollato. Via Vittorio Veneto nella sua parte iniziale dipartiva da uno slargo centrale e comprendeva alcune villette in stile primo Novecento. Il «Comando» s’installò nella casa dove la Terni lavorava, mentre poche abitazioni avanti alloggiò da solo l’Ufficiale capo di tutta l’Unità. Il resto della truppa si stabilì poco distante in via Verdi, nella sede della Scuola di Musica. I tedeschi erano arrivati con «parecchi camion militari e motociclette», tanto che il Segretario Comunale, Vittorugo Lavacchi, che ospitò il Comandante, parlò di «un’Unità mobile» intendendo evidentemente una compagnia adatta a continui e improvvisi spostamenti.[21]

Secondo Gentile, quest’Unità antipartigiana altro non era che l’Alarmkompanie Vesuv, il cui coinvolgimento nella strage di Civitella è dedotto da una serie di passaggi logici: in Val di Chiana infatti alcuni testimoni avevano notato che gli automezzi tedeschi erano contrassegnati da un cerchio bianco con una N centrale di colore blu, sigla della Nachschub-Trupp Hermann Göring.[22] Al contrario né la giovane donna di servizio né il Segretario Comunale ricordavano alcun contrassegno sugli automezzi, ma gli Inglesi, tramite le confessioni del V., giunsero lo stesso a Villa Silvano di Bagno a Ripoli, dove pare sicuro alloggiasse la Vesuv.[23] Ai primi di luglio al suo comando vi sarebbe stato il tenente Siegfred Böttcher, che al processo sui fatti di Civitella fu imputato quale comandante della Vesuv.[24] Al Lavacchi l’Ufficiale invece disse di chiamarsi Wolf e tale incongruenza è spiegata da Gentile con il fatto che «le Alarmeinheiten in genere non avevano personale fisso, ma (…) venivano invece spesso costituite o sciolte secondo le necessità operative e (…) i loro uomini appartenevano ad altre unità, presso le quali continuavano a prestare servizio» (1998: 33). Questa contraddizione da una parte complica notevolmente la comprensione della vicenda, perché si lega ad un errore della ricostruzione degli Inglesi, i quali confusero il «Tenente Wolf» con un «Capitano Wolf» allora di stanza a Bagno a Ripoli, ma dall’altra può nascondere una sua insospettabile soluzione.

Domandiamoci innanzitutto se questa Unità sia stata una parte o tutta l’Alarmkompanie e come sia stata presumibilmente disposta nella zona di retrovia, dalla Val di Chiana al Valdarno, dove andava ad operare. Infatti, se secondo le testimonianze su Villa Silvano a Bagno a Ripoli essa era formata al suo completo da circa 150 uomini con un personale formato sempre «da sottotenenti guidati da un Tenente», attorno al 25 giugno una parte dei suoi componenti si sarebbe trovata a Terranuova, mentre un numero oscillante attorno al centinaio si sarebbe venuto a trovare nei pressi di Civitella tra Tegoleto, Spoiano e Oliveto. La composizione dell’unità di Terranuova a sua volta è ben particolare e i testimoni distinsero una «truppa», un «Comando» e un Ufficiale comandante: una divisione gerarchica che si riflette nell’alloggio, nettamente diviso tra una Villa dove se ne sta da solo il Comandante, un’altra dove alloggiano un gruppo scelto di sottufficiali, qui chiamato «Comando», e il grosso della «truppa» nella Scuola di Musica del paese.

Se «Wolf» fosse stato il Comandante di tutta la Vesuv nel periodo a cavallo tra il giugno e il luglio, in quei giorni avrebbe coordinato l’azione di Civitella da «distanza», facendo spola tra i dintorni di Firenze, il Valdarno e la Val di Chiana. In appoggio alla tesi dell’unitarietà delle stragi va preso in considerazione quanto quest’Ufficiale confidò al Lavacchi nella settimana che rimase nella sua casa. Essendo avvenuta la conversazione in un giorno tra il 25 giugno e il 3 luglio, nell’affermare «una volta l’Ufficiale mi disse che aveva combattuto con i suoi uomini contro i Partigiani», il “combattimento” sembra riferirsi a un’azione particolare avvenuta in quel periodo più che alla consuetudinaria attività della propria Unità, tanto che, sebbene le testimonianze di Terranuova non abbiano parlato di un’assenza significativa il 29 giugno di tutta o gran parte di quest’Unità, si può pensare alle stesse stragi della Val di Chiana.[25]

Contro questa ipotesi sta il fatto che in realtà il vero comandante della Vesuv per Gentile sarebbe Böttcher e la spiegazione del cambiamento di comando dettato dalle «necessità operative» del momento si scontra con un evidente sovrapposizione di date. L’Ufficiale di Terranuova perciò o era il Böttcher stesso, nel qual caso «Wolf» sarebbe una falsa identità, o era un Tenente messo al comando di quella parte dell’Alarmkompanie Vesuv con compiti “speciali” nell’operazione nella zona mineraria. Svilupperemo più avanti quest’ultima ipotesi.

 

Rudi Groner

 

Tutti i testimoni misero in risalto la figura di Rudi Groner, il quale «parlava con proprietà l’italiano» e pareva avere funzioni d’interprete. L’identificazione di questo soldato, che con orgoglio si presentava come «membro della Luftwaffe» e apparteneva di fatto alla 3a compagnia autotrasporti delle Nachschub-Truppen HG, a ben vedere è il vero anello di congiunzione nella visione di un’unica operazione tra il Valdarno e la Val di Chiana (Gentile 1998: 32). Neppure questo interprete, che era riuscito a tessere una rete di legami con la popolazione locale e per di più si dimostrò capace di condurre da solo un interrogatorio con efficacia poliziesca, teneva segreta la propria attività antipartigiana. Rudolf o Rudi Groner, le cui attitudini socievoli ed espansive saranno rimarcate nella scheda segnaletica inglese come «persona cui piacciono il vino e le donne», divenne presto un personaggio in vista nella piccola cittadina di Terranuova tra i militari della sua Unità. La stessa Terni sottolineò come la frequenza delle visite in casa Francini fosse addirittura giornaliera. Dalla descrizione di chi ebbe stretti contatti con lui ci giunge il ritratto del tipico «uomo comune» (Browning), che intrattiene per diletto personale e forte senso del dovere relazioni correnti con gli abitanti del luogo, scambia con loro le foto, lascia il proprio indirizzo, beve del vino in compagnia, lavora per reprimere l’attività partigiana, fa pressioni per avere qualche loro nome, minaccia un prigioniero di uccidergli i familiari, partecipa al massacro di un’ottantina di uomini come ad una normale battuta di caccia, e alla fine «si scusa» se con ritardo ritira gli indumenti lasciati a lavare perché trattenuto da queste incombenze quotidiane. «È la guerra», dirà al giovane interprete dell’interrogatorio, Pericle Sorbi.

Se la circostanza che Groner, continuamente alla ricerca d’informazioni sui Partigiani, abbia condotto a Terranuova in prima persona l’interrogatorio del V., potrebbe far pensare a un ruolo di primo ordine in tutta la vicenda, a sua volta la casa della Francini, dove il soldato fu subito indirizzato, non sembra essere stata solo un ritrovo di «amanti del vino e delle donne». Ad accompagnare il soldato tedesco sono sempre infatti degli «Italiani» che la giovane curiosamente dice di non conoscere, come se l’abitazione avesse accolto abitualmente “estranei”. Quando la Francini fu interrogata, così descrisse il loro primo incontro:

Sono una donna nubile di ventitré anni e vivo a Terranuova con i miei genitori. Credo sia stato l’ultimo giorno del mese di Giugno 1944, quando un soldato tedesco entrò in casa mia chiedendomi, in un italiano abbastanza corretto, del vino. Io glielo offrii e lui lo consumò in casa. Mentre stava bevendo, iniziammo a conversare in un modo assai amichevole. Alla fine, quando se ne andò, promise di ritornare poiché – disse – era appena arrivato nel paese e vi sarebbe rimasto per un po’ di tempo. Ricordo che il giorno seguente, o qualche giorno dopo – non sono abbastanza sicura di questo, andai a fare una passeggiata in campagna con un mio amico, Pericle Sorbi, che in quel periodo viveva nel paese. Quando feci ritorno a casa con Sorbi, vi trovai il soldato tedesco con cui avevo conversato il pomeriggio precedente. Stava sorseggiando del vino insieme a due giovani italiani, di cui ora non ricordo i nomi. Dopo un po’ il mio amico Sorbi lasciò la casa e, durante la conversazione che seguì fra il tedesco e me, accennai al fatto che egli era in grado di parlare bene il tedesco. Poco dopo, anche il tedesco se ne andò. [26]

A sua volta Pericle Sorbi avrà una memoria più drammatica di quell’incontro.

Sono un uomo celibe, risiedo con i miei genitori [a San Giovanni Valdarno] e sono studente di lingue. Parlo correntemente il tedesco. Durante i mesi di Giugno e Luglio 1944, mia madre ed io sfollammo dalla nostra cittadina nel paese di Terranuova, che dista circa tre chilometri, a causa dei bombardamenti degli Alleati su San Giovanni. (…) Non ricordo il giorno esatto, ma era sicuramente verso la fine di Giugno 1944 ed ero in compagnia di una mia amica, la Signorina Teresa Francini, con la quale facemmo una passeggiata nelle vicinanze di Terranuova. Alla fine ritornammo a casa della Signorina (…). Entrando in casa, vidi un soldato tedesco in compagnia di due giovani civili italiani che bevevano del vino. Non conoscevo nessuno di loro. All’inizio la Francini ed io rimanemmo in disparte, ma dopo un po’ di tempo, la Signorina, sapendo che io ero capace di parlare tedesco, m’invitò a conversare con il soldato. In quel momento il soldato, rivolgendosi a me, disse: «Parlate tedesco?». Risposi: «Sì, un poco». Durante la conversazione che seguì fra il soldato e me, gli promisi che sarei ritornato più tardi, quella sera, per tradurgli una lettera che aveva ricevuto dalla sua fidanzata italiana. Alla fine lasciai la casa, ma in realtà non ritornai come avevo promesso.[27]

 

«Non aver paura»

 

Secondo una ricostruzione che peraltro a lungo fu ritenuta di parte e dettata dalla falsa coscienza dei Partigiani, sarebbe stato un fatto in parte fortuito a chiudere il cerchio attorno alle brigate partigiane che operavano a ridosso dei monti del Chianti. Il giovane di Castelnuovo, trovato in possesso di una bomba a mano a causa forse di una goffa reazione, fu fatto prigioniero e condotto a Montevarchi. Il giorno successivo fu consegnato prontamente alla compagnia di Terranuova, evidentemente per la sua competenza antipartigiana, al fine di estorcere notizie sui ribelli di quella zona. Nonostante oggi questo racconto sia finalmente ritenuto veritiero, in realtà il pregiudizio antipartigiano ha continuato a depotenziarlo attraverso una trama assai sommaria e un’interpretazione tutta psicologica e individuale. Se è sicuro che furono date informazioni sulla provenienza di alcuni Partigiani di Meleto e Castelnuovo, è molto più plausibile che queste siano servite ad attuare le azioni di rappresaglia partite da Poggio alle Valli fino a Le Màtole, l’8 e l’11 luglio, mentre resta difficile pensare che l’organizzazione di un eccidio così vasto sia stata pensata a partire da quanto il giovane rivelò ai Tedeschi.

Il giovane, arrestato dai Partigiani al suo ritorno in paese e poi consegnato agli Inglesi, non prima di essere percosso dai compagni di un tempo, fu condotto a Castel Baronia, in provincia di Avellino, dove viveva in semi libertà con l’obbligo di presentarsi ogni giorno ai Carabinieri. A dicembre rilasciò una prima dichiarazione al Cap. Middleton, per conto della S.I.B., costruendo la sua difesa nel dilatamento dei tempi intorno alle date delle stragi di Castelnuovo e Le Màtole, perché apparisse impossibile la sua partecipazione. In quel primo momento negò persino di aver conosciuto i Partigiani. Il Sergente Maggiore Crawley in realtà quando lesse la dichiarazione fornita per rogatoria al capitano Middleton, sapendo da Pericle Sorbi come si era svolto effettivamente l’interrogatorio a Terranuova, divenne certo che l’uomo avesse passato ai Tedeschi una grande «mole d’in­formazioni» (PRO Report: 33). Crawley si trasferì così di persona a Castel Baronia, dove il 27 febbraio 1945 interrogò di nuovo il giovane, ma a quel tempo aveva già scritto le conclusioni dell’Inchiesta e utilizzò le nuove dichiarazioni per riaprire un fascicolo su Poggio alle Valli, da dove il delatore avrebbe condotto i Tedeschi verso la base dei Partigiani della Chiatti. In questo secondo interrogatorio finalmente ammise di aver indicato ai Tedeschi come giungere ai Partigiani, ma continuò a negare la sua presenza a Le Màtole.

Il racconto di Ivario V. può essere diviso in più parti: la cattura da parte dei Tedeschi per il possesso di una bomba, la detenzione e il suo interrogatorio a Terranuova, il trasferimento a Bagno a Ripoli e finalmente la sua presenza all’azione antipartigiana dell’11 luglio de Le Màtole, ammessa nella terza e ultima sua dichiarazione. Viste le incongruenze del racconto con quanto l’indagine andava rivelando, Crawley lo interrogò più volte e fu così uno degli ultimi testimoni a essere sentito, quando ormai non poteva negare quanto Pericle Sorbi aveva già dichiarato e che lui si era ben guardato dal riferire a dicembre.

La sua cattura da parte dei Tedeschi sarebbe avvenuta nella strada tra Castelnuovo e Cavriglia, dove un automezzo militare s’imbatté nel giovane proprio nel momento in cui stava tentando di lanciare contro i soldati una bomba a mano, «che [avrebbe] trovato, due o tre giorni prima, in un cespuglio presso Castelnuovo». Se quest’episodio, sicuramente un po’ fantasioso e di riparazione al comportamento successivo, sembra il tentativo di apparire agli occhi degli Inglesi un fiancheggiatore dei Partigiani, dalla testimonianza dello stesso Sorbi è confermata la percezione tedesca dell’ostaggio come quella di un partigiano. Lo stesso V. tentò di difendersi agli occhi degl’Inglesi in questo modo: «Sebbene non fossi un Partigiano attivo, io ero un loro forte simpatizzante e conoscevo i membri della banda partigiana del posto, comandata da Nello Vannini che era anche un mio intimo amico. Ero solito frequentare il locale Comando partigiano, sopra San Martino, per tagliare i capelli ai membri di questa banda, poiché facevo il parrucchiere a tempo perso».

Sull’episodio esiste una memoria di Emilio Polverini antecedente la pubblicazione dell’Inchiesta inglese, la quale pone alcuni interrogativi sul racconto del giovane. L’arresto, infatti, sembra sia stato compiuto non dai Tedeschi ma dai Repubblichini. Polverini infatti aveva scritto che

nel dopoguerra molti asserivano che a Le Màtole c’erano anche degli Italiani nel gruppo dei rastrellatori: veniva fatto anche il nome di un giovane, Ivario V., che li avrebbe guidati al rifugio. Questo giovane era stato arrestato dai Repubblichini perché pare sia stato trovato in possesso di un’arma, lasciata dai militari che erano partiti da Castelnuovo dopo l’8 Settembre, che lui portava con sé e mostrava per eccesso di spavalderia. In seguito aveva aderito alla Repubblica Sociale.

Al momento di questa memoria lo storico locale si manteneva prudente riguardo la relazione del giovane con la strage del 4 luglio, tuttavia non solo confermava la storia di un’arma lasciata in paese già dal settembre 1943 e mostrata con «spavalderia», ma diceva anche di essere stato testimone dell’arresto e dell’esibizione del prigioniero su una grossa camionetta scoperta, seguita dalla madre che ne supplicava il rilascio. Sembra di capire che a causa di quest’arma il V. fosse oggetto nel paese di una preoccupata attenzione e forse non è un caso se nel racconto agli Inglesi trasformò l’arma fino allora sfacciatamente esibita in una bomba scagliata contro un veicolo tedesco. Ma ciò che più conta è che a procedere in modo plateale all’arresto non siano stati i Tedeschi ma i Fascisti: l’esibizione a monito per l’intera popolazione, d’altronde, aveva una logica più Repubblichina che tedesca e trovava il suo corrispettivo nella ostentazione che anche i Partigiani facevano dei Tedeschi catturati. Forse la contorta testimonianza voleva occultare una trama più complessa, come se al giovane fosse servito far credere di essere stato fatto prigioniero solo dai Tedeschi e dare in tal modo un carattere più «ineluttabile» alla sua collaborazione e tacere una più compromettente presenza repubblichina locale.

Questo episodio pone il problema del ruolo del fascismo valdarnese. Si spiegherebbe così perché il prigioniero abbia dovuto sostare prima a Montevarchi per poi essere consegnato ai Tedeschi a Terranuova, mentre gli Inglesi, nonostante la sua reticenza e confusa ricostruzione, non approfondirono la storia.[28] Infatti, dalla lettura delle testimonianze, il Valdarno alla fine di giugno appare soggetto a un’attività investigativa e spionistica che coinvolge persone comuni, fascisti convinti e sbandati di ogni tipo. Gran parte della popolazione del bacino minerario d’altronde era in allerta nei giorni precedenti e molti si nascosero; la posa delle mine nella centrale di lignite aveva creato allarme e trattative da parte della dirigenza mineraria con i Tedeschi, mentre l’arrivo di truppe notoriamente “spietate” e senza scrupoli avrà spinto alla delazione i Repubblichini. Di certo la comparsa nella scena dell’eccidio di un compaesano «in uniforme tedesca» fece precipitare il racconto della strage in una trama strettamente paesana e fu interpretata in chiave psicologica attraverso la mancanza di coraggio, l’esaltazione e l’invidia.[29]

Riguardo la detenzione a Terranuova e lo spostamento a Bagno a Ripoli, se a dicembre il V. aveva cercato di spostare a dopo la strage la semplice ammissione ai tedeschi della «presenza» dei Partigiani nei dintorni di Cavriglia, a febbraio ammise che già il 30 giugno, tradotto nella Scuola di Musica di Terranuova, era stato costretto a fare i nomi dei Partigiani.

Più tardi, quella stessa mattina, mentre ero ancora nel giardino, giunse un soldato tedesco che mi parlò in un italiano abbastanza corretto. Prima mi chiese il nome e l’indirizzo, che io gli diedi, poi mi accusò di essere un Partigiano e mi domandò il nome del comandante dei Partigiani di Cavriglia e della località dove si trovava la loro Banda. Inizialmente provai a negare di sapere nulla riguardo ai Partigiani, ma quello minacciò di mettere in atto ritorsioni contro la mia famiglia. Fu allora che, impaurito da quella minaccia, feci il nome di Nello Vannini come il comandante dei Partigiani. Gli dissi anche che membri della banda di Vannini potevano essere trovati nei dintorni di Poggio alle Valli, nel Comune di Cavriglia. Il soldato allora mi lasciò, ma ritornò circa un’ora più tardi accompagnato da un uomo che mi era totalmente sconosciuto. Loro parlavano in tedesco tra di loro. E quando quel civile mi disse in italiano – «Non aver paura», il soldato tedesco lo fermò dicendogli: «Non parlare con lui!». L’uomo allora si allontanò seguito dal soldato e per quel giorno non fui più interrogato. Quella notte mi fu permesso di dormire, con altri soldati, in una stanza della scuola.

A sua volta Pericle Sorbi ci parla di un uomo ancora non pienamente esplicito nelle proprie rivelazioni e di un sottufficiale che conduce l’interrogatorio da solo. Se si stesse determinando l’intera operazione stragista sarebbe sorprendente che ciò avvenga senza la presenza all’interrogatorio di un grado superiore al sottufficiale Groner. Alla fine, se è illogico pensare che si aspettino alcuni giorni per interrogare quello che per i tedeschi è più di un sospetto partigiano trovato con una bomba in tasca in una zona ad alta densità ribellistica (PRO Report: 33), siamo allo stesso tempo troppo a ridosso del martedì 4 luglio perché siano queste rivelazioni a determinare un’azione di tali dimensioni. Da parte sua la drammatica Dichiarazione del Sorbi ci parla di un interrogatorio condotto con maestria poliziesca dal tedesco, il quale porta l’ostaggio progressivamente in un vicolo cieco fatto di ricatti e minacce di ritorsione, in una situazione di tortura psicologica, tanto che Sorbi dice agli Inglesi che non avrebbe voluto svolgere quel compito e che compresa la situazione dove si era venuto a trovare invitò il giovane a «non dire troppe cose». In realtà il V. al momento di questo interrogatorio aveva già ammesso situazioni e conoscenze e con molta probabilità il fine sembra lo studio e il controllo del territorio per l’attuazione e non l’ideazione della strage. Così il Sorbi descrisse il drammatico confronto:

Il pomeriggio seguente, alle ore 14,30 circa, accompagnato da un mio amico stavo passeggiando lungo il Corso di Terranuova, quando fui fermato dallo stesso soldato tedesco che avevo incontrato in casa della Signorina Francini la sera precedente. Il soldato mi disse che dovevo accompagnarlo poiché aveva bisogno del mio aiuto. Cercai di spiegargli che non era il momento opportuno per accompagnarlo poiché ero con un amico. Però il soldato insisté ancora così tanto che dovetti lasciare il mio amico e accompagnare il soldato presso un edificio del paese, conosciuto come la Scuola di Musica, al n. 33 di Via Verdi a Terranuova. Vi era una sentinella tedesca che stava sorvegliando l’entrata al giardino a fianco della Scuola; quindi entrammo nel giardino stesso. All’estremità opposta vidi un giovane civile italiano che era seduto su uno scalino di una baracca nel giardino. Mi era completamente sconosciuto. Ci avvicinammo a lui e il soldato tedesco mi disse: «Quest’uomo è un Partigiano che abbiamo catturato. Ti ho chiamato allo scopo di spiegargli con precisione alcune cose». Compresa la situazione in cui mi venivo a trovare, dissi al soldato che non era molto piacevole per me assistere all’interrogatorio di un connazionale. Il soldato rispose: «È la guerra». Allora mi voltai verso il civile e lo consigliai di non dire troppe cose, dopo di che il soldato mi avvisò che non dovevo parlare al civile fino a che non me lo avesse ordinato di farlo lui stesso. Attraverso il mio ruolo d’interprete, il soldato fece al civile le seguenti domande: «Perché portavi con te una bomba in tasca? Qual era la tua intenzione?». Il giovane rispose: «Avevo trovato la bomba e volevo consegnarla al Comando Tedesco. Io sono innocente». A queste parole il soldato disse: «Questo è assurdo, tu ci hai già informato riguardo alla località dove stanno operando i Partigiani, le loro forze e i loro armamenti». E quello replicò: «È assai facile sapere tutto sui Partigiani, nel mio paese tutti quanti lo sanno». Quando gli chiese se conosceva il nome del Comandante dei Partigiani, lui negò di esserne a conoscenza. Allora gli furono chiesti i nomi di alcuni membri della banda dei Partigiani, che stava operando vicino a casa sua. Alla fine il giovane ammise di saperlo e il soldato, nell’udire ciò, gli consegnò un pezzo di carta e un lapis, ordinandogli di scrivere informazioni sui Partigiani. Fu così che, in mia presenza, scrisse sul pezzo di carta i nomi e gli indirizzi di tre persone che, secondo lui, erano Partigiani. Egli consegnò la carta al soldato. Non sono in grado di ricordare i nomi che io vidi scrivere dal giovane, ma ricordo che due di loro vivevano a Castelnuovo dei Sabbioni e uno a Meleto. Il soldato lo interrogò di nuovo a proposito dei nomi di altri Partigiani che poteva conoscere, ma senza successo. L’ostaggio fu allora informato che se non aveva dichiarato tutta la verità, sarebbe stato impiccato alle ore 17 di quello stesso giorno. Quegli giurò di aver affermato la verità, ma subito il soldato lo avvertì che il luogo dove aveva affermato che i Partigiani stavano operando, non era stato trovato sulla mappa. Il giovane si offrì volontariamente di accompagnare i Tedeschi nella località in questione. Non conosco l’esatta località riferita, ma era da qualche parte nel Comune di Cavriglia. Allora il soldato gli disse: «Tu sei furbo, ci vuoi condurre in una trappola». Passò allora a chiedere informazioni sulla sua famiglia, che furono prontamente date: fu così che il soldato lo informò che se avesse condotto i Tedeschi in una trappola, la sua famiglia sarebbe stata uccisa. Quando lasciai il giardino della Scuola di Musica accompagnato dal soldato, andai a casa della Signorina Francini.

Quale fu il peso di questa vicenda sulla strage di Castelnuovo e Meleto? Sicuramente per i tedeschi fu la conferma che la zona era particolarmente piena di banditen, ma la partecipazione di questa Alarmkompanie alle uccisioni sembra indipendente dall’interrogatorio del V. proprio in virtù del fatto che saranno più unità militari a essere coinvolte nella strage con la necessità quindi di un’ideazione e un coordinamento più complesso e elevato di quello che questo interrogatorio fa pensare. Al contrario, per le rappresaglie dell’8 e 11 luglio, addebitate unicamente a quest’Unità, sarà usata «la mole d’informazioni» (PRO Report: 33) del giovane per attuare l’azione antipartigiana nelle zone della Compagnia Chiatti e a Le Màtole dopo che i paesi vicini erano stati “ripuliti”.

Il problema tuttavia rimane quale sia stato il ruolo complessivo di questa Unità antipartigiana o Alarmkompanie che fosse.

 

L’uomo che tagliava i capelli ai Tedeschi

 

Mentre il Sorbi, comprendendo la pericolosità dell’Unità antipartigiana, fuggì dal paese con la propria famiglia, Groner fu visto ancora diverse volte a Terranuova. Secondo la Francini «ritornò in parecchie occasioni, durante la prima settimana di quel luglio e in una di queste volte confidò che era appena tornato da Castelnuovo dei Sabbioni dove, il giorno precedente, lui e alcuni suoi camerati avevano ucciso circa ottanta Partigiani». Perfidamente o forse per vantarsi del suo contributo investigativo, accennò al fatto che l’operazione era avvenuta perché «i Partigiani erano stati traditi da uno della loro gente». In quello stesso giorno l‘arrogante ammissione fu fatta anche alla Dugini. In tutta l’Inchiesta questo soldato, a differenza di altri che manifestarono dubbi o squilibrio emotivo per la strage compiuta, non sembrò turbato né tanto meno imbarazzato a raccontare la propria omicida azione.

Per gli Inglesi l’intera Unità antipartigiana aveva lasciato Terranuova la sera del 3 luglio, non andando «molto lontano» (PRO Report: 40). La Francini indicò l’ultimo incontro con Groner due giorni dopo che le aveva parlato della sua partecipazione alla strage, quindi il 7 luglio, quando i tedeschi avrebbero lasciato definitivamente la zona «per andare a Firenze. La ricostruzione a questo punto diventa molto ipotetica e alla fine anche gli Inglesi capirono ben poco di questo andirivieni tra il Valdarno e Bagno a Ripoli.

Riguardo alla propria detenzione a Villa Silvano, se a dicembre il giovane aveva costruito una trama che lo vedeva ammettere ai Tedeschi «la presenza dei Partigiani nei dintorni di Cavriglia» solo a strage compiuta, a febbraio invece, a seguito della testimonianza del Sorbi, non può negare la propria delazione, ma la sua ammissione rimane particolarmente contorta.

Il mattino seguente [l’interrogatorio cui era presente il Sorbi] fui condotto nuovamente nel giardino, dove fui sorvegliato tutto il giorno. Dormii nella stessa stanza della notte precedente. La mattina seguente fui portato di nuovo nel giardino, dove rimasi tutto il giorno sotto sorveglianza. La sera, quando cominciò a farsi buio, fui prelevato dal giardino da un altro soldato tedesco e sistemato a bordo di uno di due veicoli militari tedeschi che nel frattempo sostavano fuori nella strada. Questi veicoli erano carichi di valigette e di fucili. Vidi il soldato tedesco, che mi aveva interrogato al mio arrivo alla scuola, che saliva su un altro vei­colo. I veicoli poi partirono e dopo circa due o tre ore, si fermarono davanti a una villa a Bagno a Ripoli, vicino a Firenze. Io fui allora rinchiuso in un garage insieme a un soldato tedesco che mi sorvegliava. Il giorno seguente, verso mezzogiorno, fui portato dal garage in una stanza nella villa. In questa stanza vidi un Ufficiale tedesco, al quale io sentii che ci si rivolgeva come Capitano, un Maresciallo tedesco e altri due soldati tedeschi, uno dei quali era lo stesso soldato che mi aveva interrogato in italiano a Terranuova. Ora agiva da interprete per il Capitano. Quest’Ufficiale, per mezzo del soldato interprete, m’interrogò sui Partigiani a Cavriglia. Gli detti le stesse informazioni che avevo dato al soldato a Terranuova. Allora l’Ufficiale scrisse su un pezzo di carta il nome di Nello Vannini e lo sottolineò. C’erano altri nomi scritti sulla stessa carta, ma non li potei vedere molto chiaramente. Non posso ricordare chi essi erano. Mi fu permesso allora di ritornare al garage, dove rimasi tutta la notte. Verso le ore 13 del giorno seguente, fui sottoposto a un simile interrogatorio dalla stessa persona con lo stesso risultato. Questa volta l’Ufficiale disse: «Voi dovrete accompagnarmi a Poggio alle Valli». Un po’ di tempo dopo, quel giorno, il soldato interprete venne a vedermi nel garage. Mi informò che era inutile per me dirgli cose non vere, perché egli era stato a Castelnuovo dei Sabbioni e sapeva tutto riguardo alla mia fami­glia. Io non risposi al soldato ed egli lasciò il garage.

Al momento di questa Dichiarazione, nel febbraio 1945, Crawley non sa ancora niente del periodo di detenzione a Villa Silvano, perché solo ad aprile inizierà a indagare sugli spostamenti dei soldati e solo a giugno riceverà la conferma che il giovane castelnuovese dal tagliare i capelli ai Partigiani era passato a farli ai Tedeschi. Alla fine il giovane avrà detto agli Inglesi il minimo indispensabile per salvaguardare se stesso, creando volontariamente confusione sulle date e ammettendo solamente ciò che altri avevano rivelato, vale a dire l’indicazione di Poggio alle Valli come un accesso per arrivare ai Partigiani (Sorbi) e la sua partecipazione a Le Màtole (Benucci).

Sicuramente ricostruire sulla base delle ammissioni opportunistiche del giovane gli spostamenti dell’Alarmkompanie da Terranuova a Bagno a Ripoli passando per Castelnuovo inevitabilmente confonde la dinamica degli eventi. Secondo Boni, ad esempio, il coinvolgimento di questi soldati inizia da un primo spostamento, del tutto ipotetico e non riscontrato nelle testimonianze, a Montegonzi il 3 luglio fino all’azione a Castelnuovo, a Massa dei Sabbioni e infine a San Martino. Gli Inglesi, a loro volta, volendo trovare un ruolo al «Capitano Wolf» di Bagno a Ripoli ritenuto essere lo stesso ufficiale di Terranuova, finirono per ingarbugliare piuttosto che dipanare il filo dell’indagine e questa ipotesi allo stato attuale è contraddetta dalle risultanze degli archivi militari. Secondo Gentile, infatti, presso villa La Costa della famiglia Mattei dov’era alloggiato il «Capitano» Wolf si vennero a trovare soldati della unità di trasmissioni della Luftwaffe (Luftnachrichten) estranei all’Alarmkompanie e gli indizi a carico loro sono da considerarsi «vaghi e poco consistenti» (Gentile 2006: 237-8).[30]

In definitiva è semplicemente illogico uno spostamento continuo di tutta l’Alarmkompanie dai dintorni di Firenze al Valdarno anche due volte al giorno. Secondo le testimonianze, infatti, «tutta» l’Unità partì il 3 luglio da Terranuova così com’era arrivata ossia con «molti camion e motociclette».

Piuttosto si pongono alcuni interrogativi. Essendo poco plausibile che le azioni stragiste siano partite dalla casualità di una cattura di un sospetto partigiano, l’arresto del giovane fu per i Tedeschi una “fortunata coincidenza” o fu preordinato dai fascisti locali per conoscere le eventuali reazioni dei Partigiani? Perché il Tenente Wolf, o chiunque esso sia stato, rinunciò all’interrogatorio del giovane di Castelnuovo lasciando il compito a Terranuova ad un suo sottufficiale e consegnandolo poi a Bagno a Ripoli ad un altro Ufficiale ancora? Fu a San Giovanni che l’Unità antipartigiana di Terranuova sostò per lo meno la notte del 3 luglio, come risulterebbe dalla segnalazione in quella cittadina della 3a compagnia del Fallschirm-Panzer-Nachschub-Tr. cui faceva parte il Groner oppure sono le truppe che giunsero a Santa Barbara? E in questo caso come si concilierebbe la presenza di soldati del Genio divisionale con la provenienza dalla Nachschub della Vesuv?

 

note :

 

[1] BA-MA, RH 19/107 K, Oberbefehlshaber Südwest [HGr. C], Kartenanlagen, [Armeebereiche], 2-10 luglio 1944, in Gentile 2006: 226 sgg. Ovviamente ricostruire la contabilità di parte tedesca di questa operazione non è semplice, tuttavia le sole rappresaglie di Civitella – San Pancrazio (29 giugno) e Meleto – Castelnuovo dei Sabbioni (4 luglio) causarono la morte di 396 civili.
[2] Dichiarazione del 13 Novembre 1944 di don Ermanno Grifoni in PRO, 80-81, Dichiarazione del 7 Novembre 1944 di Anna Viligiardi in PRO,  78-79 e Dichiarazione del 27 Giugno 1945 di Ivario V. in PRO Suppl.:  23-24.
[3] Per l’intera vicenda si veda la Dichiarazione del 27 ottobre 1944 di Bruno Sabelli in PRO: 104-7 e la fondamentale testimonianza di Ugo Mercante, vice direttore della Miniera che la stessa mattina del 4 luglio «scende» nella zona mineraria dal paese per cercare di «limitare» la posa degli esplosivi da parte dei Pionieren negli impianti (Intervista del 17 dicembre 1993 di Polverini in PMNSC: 155). Per il «clima» che si respira in miniera già il 3 luglio vedi quanto si evince dal ricordo di Giuseppe Fratini (PMNSC: 100).
[4] PRO: 39. Per il racconto giudiziario si veda Gentile (2006), per quello storico Manfroni (2006), Boni (2007) e il più recente Belco (2010).
[5] Don Giovacchino Meacci, Liber Chronicon del parroco di San Cipriano, Relazione sugli avvenimenti, primi di aprile fine di luglio 1944.
[6] Testimonianza di Alfonsina Freccioni, Luisa Camici e Gina Balsimelli del 20 novembre 1993, in AEP.
[7] 4 luglio 1944!, relazione autografa di Suor Maddalena Delfino, redatta nell’agosto 1944 in PMNSC.
[8] Cfr intervista di Dante Priore a Cesarina Quartucci vedova Camici e Paolo Camici del 23 novembre 1994 in AEP.
[9] Cfr intervista di Emilio Polverini a Ugo Mercante cit..
[10] Testimonianze di Giuseppe Fontanella e Sara Baldini in PMNSC: 165 e 173.
[11] Cfr intervista a Milena Baldi del 4 febbraio 1994 in AEP.
[12] Cfr interviste di Emilio Polverini del 6 dicembre 1993 a Ido Matassini e del 2 maggio 1994 a Vinicio Ermini in AEP.
[13] Testimonianza di Guelfo Billi, comandante della Brigata Castellani, raccolta da Ada Pondini in R4L1944.
[14] Cfr intervista a Giorgio e Pierluigi Grassi del 22 febbraio 1994 in AEP.
[15] Dal Rapporto finale della S.I.B. sulle rappresaglie tedesche per l’attività partigiana in Italia (1945). A dimostrazione di quanto faticò ad emergere persino la credibilità storica dello stragismo tedesco, all’iniziale scetticismo inglese va aggiunto il parallelo tentativo di minimizzazione e negazione durante e dopo la guerra da parte dei vertici militari tedeschi. Il capo di stato maggiore dell’Heeres-gruppe C, generale di corpo d’armata Hans Röttiger, interrogato il 20 dicembre 1951 nel processo al Gen. Schmalz riguardo ai «presunti» soprusi commessi dalla Wehrmacht ebbe a dire che si trattava del «frutto della fantasia della popolazione italiana, notoriamente assai inventiva» (cit. in Schreiber 1996; trad. it. 2000: 110).
[16] È probabile che il nome della Dugini sia stato fatto agli Inglesi proprio dai Partigiani i quali in un primo momento forse operarono in modo autonomo alla ricerca di delatori.
[17] Dichiarazione del 31 Ottobre 1944 di Libera Benucci, in PRO: 356-7.
[18] Si veda ad esempio come è affrontata la vicenda del V. in Manfroni 2006: 287-9.
[19] Dichiarazione 6 del 18 Settembre 1944 di Evelina Dugini in PRO: 63.
[20] Su questa «trasformazione» si vedano le considerazioni di Sémelin 2005; tr. it. 2007.
[21] Dichiarazione del 1 Dicembre 1944 di Nella Terni in PRO: 52-3 e Dichiarazione nella stessa data di Vittorugo Lavacchi in PRO: 54.
[22] Cfr in particolare le testimonianze di Enrico Arrigucci e Giorgio e Maida Cantucci in PRO, WO 204/11479, Atrocities committed by German Troops at Civitella, Cornia and San Pancrazio. I soldati segnalati a Villa Cantucci a Tegoleto, dove furono ritrovati oggetti depredati a Civitella, facevano parte della medesima compagnia di Rudi Groner, la 3 Nachschub-Trupp.
[23] Secondo la Dichiarazione di Renato Nocentini di Bagno a Ripoli, da questa Villa «in parecchie occasioni (…) un gran numero» dei 150 soldati sotto il comando di un Tenente veniva a mancare perché impegnato nell’attività di ricognizione antipartigiana del territorio condotta da personale sempre diverso. Il Nocentini dichiarò che fin dal 15 giugno questo «personale militare tedesco della Luftwaffe occupò la Villa Silvano» e che «gli altri gradi si rivolgevano a questi Ufficiali come a dei Sottotenenti». Inoltre in parecchie occasioni, vide uomini italiani portati alla Villa dai Tedeschi, trattenuti e poi tutti rilasciati. Tra questi si ricordava di un giovane «che tagliava i capelli di alcuni soldati alloggiati nella Villa» e che gli confidò provenire da Castelnuovo dei Sabbioni dove era stato arrestato per essere in possesso di una bomba. Verso il 17 Luglio, l’Unità della Luftwaffe avrebbe lasciato Villa Silvano con destinazione Bologna. Dichiarazione del 29 Giugno 1945 di Renato Nocentini in PRO Suppl.: 38-9.
[24] BA-MA, RL 32/85 citato in Gentile 2006: 236 e 423.
[25] Si tenga presente che comunque già per tutto il 1944 l’Aretino era stato «uno dei principali centri logistici avanzati dello schieramento tedesco in Italia», mentre solo dopo il 22 giugno i convogli di rifornimento che facevano scalo a Frassineto iniziarono ad essere arretrati a Montevarchi e Incisa Valdarno (Gentile 1998: 27 sgg.).
[26] Dichiarazione del 2 Dicembre 1944 in PRO: 61-62.
[27] Dichiarazione del 1 Dicembre 1944 in PRO: 58-60. Sulla base di queste due Dichiarazioni l’interrogatorio del V. potrebbe essere avvenuto l’1 o addirittura, secondo la Francini, il 2 luglio. Se la delazione del giovane fu determinante o addirittura la vera molla da cui partirono le stragi, i Tedeschi avrebbero organizzato tutto in un brevissimo lasso di tempo.
[28] Crawley, se non mise mai in una relazione rozzamente conseguente azioni partigiane con matematica corrispondenza dell’azione stragista, fu debole nella ricerca della responsabilità fascista locale. Qui ad esempio si limitò a notare che il Viligiardi era stato portato a Montevarchi e non a San Cipriano, dove, come vedremo, si era da pochi giorni stabilita la Feldgendarmerie e una Wachkompanie comandata dal tenente Gerhard Danisch, dal momento che ancora quel reparto di Polizia «was not properly established» (PRO Report: 38).
[29] Così in un’intervista di Priore e Polverini del 18 Maggio 1994 a Nello Vannini, lo stesso ex Comandante della Chiatti interpretò la figura della “spia” sotto un’angolazione psicologica, a testimonianza di quanto la narrazione partigiana della strage debba essere ancora depurata da una mitologia avversa e restituita alla sua dimensione storica: «… Magari, quello di Castelnuovo se c’è andato, e’ c’è andato per paura, perché l’avranno … io so anche d’i’ coso … di Ivario, no? Certamente, quello se l’hanno preso, giovane in quella maniera … sa, ’un si scherza con la Gestapo. Sa, [lui era] un po’ esaltato … ’un so se riesce a resistere». Ma alla fine, se i Partigiani ebbero più di un sospetto della delazione del Viligiardi avendo contribuito in qualche modo alla raccolta dei testimoni per l’Inchiesta inglese, un’altra parte della popolazione rimase fino alla fine scettica del coinvolgimento del giovane.
[30] D’altronde, anche se Boni dice che le descrizioni fisiche dei vari testimoni dei «due Wolf combaciano perfettamente» (CLC: 353), al contrario Nella Terni e Vittorugo Lavacchi parlarono a Terranuova di un «Ufficiale ventenne con i capelli biondi ondulati», mentre le sorelle Mattei di Bagno a Ripoli indicarono in Wolf un «Capitano trentenne, con i capelli corti e brunastri» (Dichiarazione del 16 Aprile 1945 in PRO Suppl.: 29 e Dichiarazione del 17 Aprile 1945 in PRO Suppl.: 32). Paradossalmente anche Manfroni, nello stesso volume collettivo dove Gentile contesta la sovrapposizione dei due Wolf, sembra accettare le conclusioni inglesi e il Tenente di Terranuova e il Capitano di Villa Mattei sono ritenuti il medesimo «Capitano Wolf».

© Francesco Gavilli

Una strage ~ 3. Le testimonianze sepolte. L’inchiesta inglese

 

Un futuro invisibile

 

Liberazione di Arezzo

Liberazione di Arezzo

 

(…) dopo pochi giorni che successe questa tragedia, vennero due, tre … io penso del Comando Inglese o americano, non so con precisione. E, per una decina di giorni e anche più, da me vollero sapere, dalla mattina a dopo che successe il fatto, tutto quello che era avvenuto. E tornavano in continuazione. (…) Loro venivano la mattina, si trattenevano qui e ripetutamente volevano sapere quello che era successo.
Milena Baldi [1]

 

Così come avviene in una scoperta archeologica, il recupero delle memorie delle stragi procura il turbamento per ciò che, tenuto nascosto e coperto per lungo tempo, testimonia del passato: si percepisce il suo sguardo muto e vigile. La stessa modalità di recupero dell’intero dossier ci dice come il Report della Special Investigation Branch (S.I.B) fosse destinato a divenire lo strumento di ridefinizione della produzione narrativa delle stragi di Meleto e Castelnuovo e segnare una vera e propria svolta epistemologica. A Cavriglia la documentazione inglese giunse anticipatamente e in forma diretta perché raccolta e donata all’Amministrazione Comunale nel 1997 da Maurice G. Nash (2006), un ex sergente delle Officine del 13° Corpo d’Armata Britannico. Significativamente l’autore cerca di accreditarsi come «il primo soldato inglese» non solo ad aver «annunciato» agli abitanti di Castelnuovo l’arrivo delle forze alleate ma ad aver addirittura determinato con il suo rapporto l’apertura dell’Inchiesta della S.I.B (ibid.: 7-8). Da questo particolare, al di là di quella che ovviamente rimane un’errata convinzione, si comprende come la mitologia del racconto sulle stragi da allora non sarebbe più stata la stessa.

Tuttavia, nelle oltre duecento Dichiarazioni (Statements) dei civili sopravvissuti e testimoni gli eccidi di Meleto, Castelnuovo dei Sabbioni, Massa e San Martino, raccolte durante l’autunno del 1944 da W. P. Crawley, un Sergente Maggiore dell’Esercito Britannico, non spicca a posteriori soltanto la paradossale vicissitudine dell’«armadio della vergogna» che li restituì cinquanta anni dopo o la raggiunta possibilità di una ricostruzione integrale di una vicenda rimasta nascosta agli stessi protagonisti, ma è il tipo di relazione sottintesa alla testimonianza rilasciata che interroga prima di tutto l’esperienza della storicità. Infatti in quel autunno del ‘44 le voci dei familiari e conoscenti degli uccisi di Meleto e Castelnuovo non sembrano avere «un futuro visibile»: nessuno può sapere se la loro memoria sarà recuperata e la stessa sorte della testimonianza, essendo ancora la guerra in corso e una nuova autorità statuale non ripristinata, rimane indeterminata.

Il contesto storico in cui le Dichiarazioni vennero raccolte è unico. Il vuoto statuale che si era verificato con la caduta di Mussolini aveva fatto precipitare il tessuto civile di una nazione e la Resistenza, pur operando a volte con contraddittorie motivazioni, era stata il primo tentativo di riscatto nazionale. Le stragi avvennero perciò in una situazione di guerra dove lo Stato italiano non esisteva più e il volto degli Alleati non era ancora conosciuto, dove alcuni avevano disertato la chiamata alla leva dei Repubblichini, nascondendosi o aderendo alla lotta partigiana, altri si erano posti in posizione attendista, mentre chi aveva scelto di collaborare con i Tedeschi sapeva di avere un destino segnato. Quando gli Inglesi iniziarono a indagare, pur essendo passati solo cinquanta giorni dalla Liberazione, si era già in un nuovo periodo, libero ma non meno incerto e pieno di angoscianti interrogativi: la guerra tuttora in corso, le ragioni di vita non ancora ricomposte, i “non-antifascisti” vittime essi stessi delle stragi, i Partigiani vincitori nelle ragioni ma con l’eredità di compaesani uccisi nelle loro case, la sorte sconosciuta di familiari prigionieri in sconosciuti altrove. L’eccezionalità di questo momento storico precede la costruzione di una nuova coscienza nazionale e dello stesso affermarsi di una narrazione antifascista, rendendo la testimonianza un racconto virginale e sospeso, non ancora mito fondativo di un nuovo contratto civile e prudentemente distante dal risentimento “sottotraccia” nei confronti dei Partigiani.

L’assenza della “necessità storica”, che orienterà dopo il 1945 la narrazione verso l’antifascismo ufficiale, permette un ricordo nudo, avvolto nell’angoscia di un incubo senza ragione. Da un’altra parte la vicinanza della visione mostruosa, in una dimensione ancora non elaborata emotivamente, pone il racconto al di qua della porta d’ingresso del «labirinto del tempo», dove senso e dimensione della storicità danno uno specifico ordine del passato e un nuovo presente permette una sistemazione storico emotiva di un evento drammatico ormai sempre più lontano (L. Baldissara 2005 : 5-73).

 

benedetti_emilio
 

Stragi, inchieste e ricostruzioni

 

Dalla metà degli anni novanta del secolo scorso si è resa disponibile agli storici la consultazione degli archivi militari tedeschi e degli Alleati che ha permesso tra le altre cose una ricostruzione più accurata dei vari eccidi. L’importanza di questa documentazione consiste non tanto nello svelamento delle motivazioni scatenanti le stragi quanto nell’analisi complessiva della violenza tedesca che spesso appare pratica di guerra antecedente un’automatica determinazione locale e strettamente connessa all’andamento tattico militare. Nello specifico del Valdarno, ad esempio, quei battaglioni tedeschi che vi giungono alla fine di giugno 1944 non subiscono particolari attacchi dalle formazioni ribelli locali ma la loro “prospettiva del territorio” è molto più estesa degli abitati dove andarono ad eseguire le stragi. La Divisione Hermann Göring, responsabile degli eccidi, operava in relazione al complesso della zona d’influenza del LXXVI Panzerkorps di cui faceva parte e il “pericolo” partigiano non era un problema contingente ma continuo. D’altronde, tra la fine di giugno e gli inizi di luglio, i tedeschi non sono nella condizione di pianificare uno stazionamento duraturo nel tempo, perché l’esercito è già in ritirata e sa di dover resistere attorno a Firenze per preparare la difesa nella cosiddetta Linea Gotica. I Comandi tedeschi divisionali e d’armata hanno ben chiaro che la loro esperienza italiana è giunta al termine e una nuova prospettiva ancora più ineluttabile è all’orizzonte: la difesa del confine orientale di ciò che resta del Terzo Reich. L’analisi della documentazione dovrà perciò valutare il confine sottile tra rappresaglia per vendetta pregressa e determinismo militare, tenendo conto che in una doppia direzione di responsabilità che punta l’una verso l’alto, i Comandi di Armata, e l’altra verso il basso, le singole compagnie di Reparti di Divisione, diversa apparirà la motivazione degli eccidi. In altre parole, più saliamo verso i Comandi e più si allontana la dimensione locale e particolare; più si scende verso le singole unità e più ci avviciniamo al cieco esercizio di violenza e alla rappresaglia dettata da vendetta e volontà punitiva. Questa dicotomia è già un criterio valido di determinazione delle responsabilità, alla luce anche della disposizione di tutte le forze militari nel territorio. L’esperienza storica ci dice che è nelle situazioni estreme di guerre civili che si verificano generalizzate e incontrollate stragi di inermi e innocenti cittadini, mentre un coeso esercito di occupazione compie i medesimi misfatti, mantenendo una sua pur tragica “ragione militare”.

Più volte noteremo come gli estensori del Report d’Inchiesta abbiano segnalato la congiunzione di due eventi, quali il sopraggiungere di estese forze militari e la preordinazione della strage, concedendo ai Tedeschi la possibilità che solo alcuni reparti speciali abbiano potuto agire di propria spontanea volontà ma adombrando anche l’ipotesi che gran parte della Wehrmacht ne fosse coinvolta.[2] Questo, oltre l’ovvia ricostruzione passo dopo passo della dinamica stragista, è il lascito generale dell’Inchiesta Inglese, che portò -ma che per le note vicende di occultamento riaffiorò solo negli anni Novanta- lo sguardo principale da un’incipiente diatriba tutta italiana al nucleo ineludibile di questa storia: la responsabilità tedesca.[3] Certamente, questo potrà apparire assolutorio nei confronti dei fascisti italiani o parrà una minimizzazione delle azioni partigiane; al contrario, se questo era comprensibile per gli Inglesi, preoccupati principalmente di catturare criminali di guerra, non riguarderà neppure il nostro percorso, perché è solo riposizionando i vari soggetti che la partecipazione italiana acquisterà la sua dimensione più storica e meno ideologica.

Nel 1942-1943, quando si delineò la strategia di attacco al blocco delle forze nazi-fasciste nel Mediterraneo, né gli americani né gli inglesi potevano prevedere di doversi in seguito occupare di crimini di guerra commessi contro la popolazione civile di un paese allora nemico. Secondo Paoletti «i due eserciti alleati mantennero fino alla fine della guerra, e anche dopo, strutture investigative distinte e non collaborarono mai tra di loro. L’unico obiettivo in comune era quello di perseguire i criminali di guerra tedeschi che avessero commesso atti di violenza contro i prigionieri di guerra o i soldati alleati. (…) Gli inglesi e gli americani avevano creato delle scuole, per creare una struttura investigativa che potesse agire con autonomia di mezzi e di personale. Gli inglesi, molto meglio organizzati degli americani, crearono la Special Investigation Branch (S.I.B.), la Branca Investigativa Speciale, all’interno del Corpo della Polizia Militare» (Paoletti 2002). Gli americani da parte loro crearono una struttura, lo Psychological Warfare Branch, la P.W.B., che non aveva affatto compiti investigativi. Nel corso del 1944-1945 la S.I.B. invece si rafforzò numericamente, acquistando una grossa esperienza investigativa. Dalla lettura dei fascicoli sembra di capire che gli inglesi o gli americani non si muovevano motu proprio, ma solo dopo essere stati sollecitati, verbalmente o per iscritto, da civili o più spesso da autorità amministrative locali. Eccellente fu in particolare il lavoro svolto dagli inglesi, le cui inchieste risultano qualitativamente  nettamente superiori a quelle dei colleghi americani. L’ostacolo della “Linea Gotica” fermerà il fronte alleato dalla fine d’agosto 1944 all’aprile 1945, per cui le varie sezioni S.I.B. avranno tutto il tempo e i mezzi logistici per indagare sulle numerose stragi avvenute in Toscana.

Così per la strage di Cavriglia gli inglesi raccolsero in due Report 245 Dichiarazioni, di cui solo 240 sono disponibili perché due sono state censurate alla fonte, due risultano mancanti e una è incompleta. 175 Dichiarazioni riguardarono direttamente le vittime (73 per Castelnuovo, 70 per Meleto, 4 per San Martino, 10 per Le Màtole, 9 per Massa Sabbioni, 7 per le località sparse); le rimanenti 67 riguardarono i movimenti dei Tedeschi nel territorio del Valdarno fino ai dintorni di Firenze. I testimoni ascoltati alla fine furono 234 e per essere interrogati alcuni furono rintracciati a Firenze, a Roma e persino in provincia di Avellino. Infine 31 furono complessivamente le Schede segnaletiche di criminali di guerra. L’accesso al materiale d’indagine delle forze di liberazione sui crimini nazifascisti in Italia ha incontrato tuttavia non poche resistenze. Queste inchieste, infatti, riemerse quando il loro valore di denuncia e individuazione dei criminali di guerra andava perdendo significato di urgenza giudiziaria, hanno subìto spesso un nuovo tentativo di svuotamento interno nel momento in cui si sono fatte passare come raccolta di dichiarazioni ripetitive, standardizzate e povere di pathos descrittivo. L’Inchiesta in realtà è lì con la sua messe di dichiarazioni, con le centinaia di riscontri, con una traccia di temporalità degli avvenimenti che copre un territorio molto vasto e non un singolo paese, ma anche con i suoi errori, le sue incomprensioni, le sue esagerazioni, i suoi “strani” non approfondimenti.

L’Inchiesta, sebbene faccia sorgere ipotesi nuove (vedi la composizione estremamente estesa di corpi militari con funzioni diverse o i fatti “anomali” di San Martino) e confermi voci mai volute verificare (la figura della spia) o prudentemente sottaciute (gli ostaggi di Meleto, la presenza di Italiani tra i soldati, il ruolo di delazione dei fascisti), non è un insieme di scoperte sconvolgenti su quanto era sino allora conosciuto delle stragi. Tuttavia chi ha uno sguardo scevro da pregiudizi non può non riconoscere al solerte Sergente Maggiore la prima e ineguagliata visione d’insieme dei fatti del luglio 1944 del comune di Cavriglia. Così, il suo principale valore ai nostri occhi dopo tanti anni passati dagli eventi sta nel vedere riunite centinaia di testimonianze che ci ricordano le ultime ore di vita degli uccisi, permettendo una rivisitazione integrale dei fatti utile a ricostruire l’operato dei Tedeschi e graduare le “responsabilità interne” della comunità. L’obiettivo principale della S.I.B. infatti è rivolto alla identificazione dei Tedeschi più che alla memoria delle vittime e questo punto di vista fu già di per sé “estraniante” per le varie memorie succedutesi fino agli anni Novanta, dove lo sguardo, sempre rivolto all’interno della comunità, finiva quasi per rimuovere il volto dei perpetratori.

Più che per un valore commemorativo, perciò, il Rapporto Crawley acquista importanza nello scardinamento dei principi ordinatori di tutte le varie narrazioni succedutesi nei decenni successivi le stragi, siano esse le narrazioni antifasciste, martirologiche o quelle subdolamente antipartigiane. Il valore della documentazione inglese, quasi insignificante dal punto di vista emotivo della narrazione, sta nella rimessa in discussione della trama della strage.

 

Soldati inglesi a Frenze

Soldati inglesi a Frenze

 

Il percorso di un’indagine meticolosa

 

È possibile ripercorrere anche la progressiva consapevolezza della dinamica della strage che W. P. Crawley, forse un uomo di legge prestato all’Esercito, acquisì nel raccogliere le testimonianze. Crawley, accompagnato dal Sergente Vickers e coadiuvato da un gruppo di interpreti, giunse ai primi di settembre a Castelnuovo dei Sabbioni e visitò a seguire Massa, Meleto, Le Màtole, San Pancrazio, San Martino, ispezionando i luoghi delle uccisioni, verificando le sepolture e i registri parrocchiali dei decessi, ma soprattutto intervistando sopravvissuti, vedove, figli, genitori, conoscenti delle vittime.[4] Lo sviluppo dell’indagine lo portò a visitare anche San Cipriano, dove si era stabilita la Wachkompanie del Tenente Danisch e una Feldgendarmerie che considererà come una specie di comando locale operativo delle stragi; Montegonzi e Cavriglia, dove il 1 luglio arrivarono alcuni battaglioni della Hermann Göring, tra i quali alcuni esecutori delle uccisioni; Terranuova Bracciolini, dove una Alarmkompanie interrogò un ostaggio delatore e sicuramente partecipò alle uccisioni di Castelnuovo, Massa e in seguito Le Màtole. Visitò infine anche Renacci, dove si era stabilito il comando della 1° Divisione Paracadutisti del Generale Richard Heidrich e Reggello dove il comando della LXXVI Panzerkorps si era spostato dopo le stragi. Ovunque raccolse prove contro i soldati tedeschi e cercò conferme alle dichiarazioni dei cittadini scampati.

Le dichiarazioni raccolte a settembre, primo mese di permanenza, furono assai scarne e poco sorrette dall’intervistatore, il quale si limitò a verificare i decessi e la non partecipazione attiva alle azioni dei Partigiani. Quanto fu raccolto in quel mese per Castelnuovo non dà, infatti, notizie importanti sulla identità dei soldati tedeschi o sui loro movimenti, pochissimi descrivono le caratteristiche fisiche o le uniformi dei militari e tutto il racconto della giornata si limita a pochi particolari. Forse l’intento del Sergente Maggiore in questo periodo è proprio quello di verificare «le affermazioni molto colorate ed esagerate» delle fonti italiane e «se le atrocità si erano effettivamente svolte come ci erano state riportate»: si constatò così il luogo dell’eccidio, la sepoltura o l’appartenenza o meno al movimento partigiano. Alla fine del mese di settembre Crawley fece un sopralluogo a Massa dove anche qui verificò luoghi e numero degli uccisi: questi contatti preventivi servivano molto probabilmente a predisporre nei paesi un piano di raccolta di testimonianze. Nel piccolo paese le testimonianze non potevano che essere poche, perché molti civili quella mattina erano riusciti a fuggire per tempo e due furono gli uccisi, ma per la prima volta i racconti ebbero una narrazione più estesa, iniziarono a trasparire maggiori particolari utili all’investigazione e le notizie furono più circostanziate e verificate in modo incrociato. Il 5 ottobre Crawley fece un sopralluogo a Meleto e iniziò la raccolta delle testimonianze dei parenti degli uccisi di San Martino. Il mese di ottobre è caratterizzato da un’intensa raccolta e si può dire che l’indagine ha una svolta proprio a partire dalle notizie ricevute a Meleto: qui furono intervistati in primo luogo gli uomini scampati, i testimoni diretti dell’eccidio e quegli ostaggi che erano stati catturati due giorni prima dai Tedeschi per «prevenire eventuali attacchi dei Partigiani». Crawley sembra acquisire la consapevolezza dell’esistenza di un piano organizzato della strage e individua in San Cipriano la base operativa del comando dell’azione militare. Le testimonianze iniziano ad essere molto dettagliate in relazione ai tedeschi o ai collaborazionisti italiani: traspare un tono più drammatico e partecipato. La visita a Le Màtole e il primo riscontro su una possibile spia nasce attorno alla fine del mese di ottobre, momento in cui nell’Inchiesta entra l’Alarmkompanie di stanza a Terranuova Bracciolini, definita genericamente “Unità Antipartigiana”. Per tutto il mese di novembre il Sergente Maggiore continua la ricostruzione dei fatti di Meleto e chiude al contempo l’Inchiesta su Castelnuovo, Massa e Corneto, proprio quando il parroco Don Aldo Cuccoli attesta le morti di questi paesi. Non ritiene necessario, per il momento, inserire in questa Inchiesta l’uccisione di un uomo a Poggio alle Valli ma ormai Crawley sembra convinto di poter chiudere in un cerchio le figure del Comando tedesco: ispeziona così le sedi di San Cipriano, dove il Tenente Danisch pare aver fatto da tramite o coordinato per conto del LXXVI Panzerkorps le stragi, Renacci, dove transitò il Generale Richard Heidrich, figura di grande rilievo militare, Cavriglia e Montegonzi, dove i battaglioni della Hermann Göring erano arrivati tre giorni prima dell’eccidio e infine Reggello, dove i comandi tedeschi si erano trasferiti dopo i fatti del 4 luglio. Alla fine di novembre torna significativamente a visitare San Martino, questa volta per interrogare gli ostaggi catturati quella mattina. Infine affronta il ruolo dei soldati che erano giunti a Terranuova. A questo punto, se ha chiaro il piano esteso in un raggio assai vasto del Valdarno e può chiudere l’Inchiesta di Meleto con la dichiarazione del parroco Don Giovacchino Meacci di San Cipriano, chiederà ai superiori l’interrogatorio della “spia” che nel frattempo era prigioniero presso Avellino.

Alla fine di gennaio del 1945 Crawley è sempre in Valdarno, ma solo nel febbraio potrà interrogare personalmente Ivario V., il presunto delatore riconosciuto tra i Tedeschi a Le Màtole, il quale si trovava ancora prigioniero presso gli Inglesi a Castel Baronia (Av). Dopo «un incalzante interrogatorio» ottenne informazioni molto dettagliate su un corpo specializzato della Luftwaffe di stanza a Bagno a Ripoli che era transitato da Terranuova. Quando il 23 marzo, un mese prima la Liberazione, terminò il Report principale, non utilizzò i risultati di questa ulteriore indagine, che reinserì invece in un Report supplementare sull’azione antipartigiana dei Tedeschi a Poggio alle Valli e in coincidenza proprio del 4 luglio 1945 inviò le sue conclusioni ai comandi inglesi.

I risultati cui era giunto rimasero nascosti per lunghi anni tra i segreti della politica nazionale e internazionale, che per calcolo, ignavia e compiacenza, non portò a frutto e tenne nascoste le sue indicazioni, assieme a quelle del collega Sergente Maggiore Clewlow operante a Civitella della Chiana, che avevano individuato nel Generale Wilhelm Schmalz, comandante della Divisione Hermann Göring, il mandante responsabile delle stragi di Meleto, Castelnuovo, San Pancrazio, Cornia e Civitella della Chiana.[5]

 

images

 

note :

 

[1] Testimonianza di Milena Baldi resa a Emilio Polverini il 4 febbraio 1994, in PMNSC.
[2] Se nello specifico la Divisione della Hermann Göring sembra l’avanguardia di forze in ritirata della LXXVI Panzerkorps che ne precede o accompagna i movimenti verso l’Appennino tosco-emiliano dopo lo sbarco di Anzio, preparando il terreno alla ritirata tedesca attraverso una «politica della strage» perseguita spietatamente, definire Speciali alcune Unità rispetto ad altre, come fossero operative solo per quello scopo, non ci fa cogliere il rovescio della medaglia: la Hermann Göring fu una Divisione con compiti militari operativi molto definiti all’interno di una strategia di ritirata complessiva della Wehrmacht ma non eseguì ordini “interni” specifici in contrasto ad una politica militare complessiva, “esagerando le necessarie rappresaglie”. Alla fine la separazione tra Wehrmacht forza militare normale e Unità Speciali particolarmente spietate contrasta con l’effettiva partecipazione di molte divisioni ad azioni di rappresaglia.
[3] Quello che non è confutabile è purtroppo la presenza della Hermann Göring in località del Meridione, del Reggiano e della Toscana. Chiunque voglia studiare i fatti del territorio del Valdarno Superiore deve elencare per lo meno un migliaio di altri civili uccisi in una scia di terrore che accompagna la ritirata della Wehrmacht. Un resoconto della tragica risalita della Göring lo si può ricostruire in Schreiber, mentre esiste una letteratura per lo più agiografica che ha sempre saltato a piè pari tutta l’attività di guerra ai civili esaltando oltremisura gli “eroismi” e le “epiche battaglie”: vedi per tutti Franz Kurowski, The History of the Fallschirm-Panzerkorps Hermann Göring, Fedorowicz Publishing, Manitoba 1995. Per una breve ma esauriente ricostruzione del profilo ideologico, politico e militare si veda ancora Gentile 2006: 213-40.
[4] Crawley identificò 186 vittime, comprendendo anche un civile ucciso a Reggello, dove la maggior parte delle truppe tedesche ripiegarono dal territorio di Cavriglia. Non furono individuati invece Pieralli Egisto a Meleto, Pieralli Sabatino a Castelnuovo e Bujanov Nicolaj, partigiano ucraino morto durante il rastrellamento antipartigiano del 8 luglio, in località Secciano. Non fu inoltre inserita la morte di Pietro Fabbrini, morto il 5 luglio nell’esplosione della Miniera Allori.
[5] Il tribunale militare territoriale di Roma assolse nel luglio 1950 il comandante della divisione Hermann Göring, generale Wilhelm Schmalz, chiamato in giudizio per le sanguinose rappresaglie messe in atto contro i Partigiani nella zona di Arezzo. Sull’importante problema dei mancati processi ai criminali di guerra in Italia si veda Focardi 2005: 185-214. Sull’“armadio della vergogna“, armadio sigillato e con le ante rivolte verso le pareti, contenente centinaia di fascicoli di denunce e indagini giudiziarie su crimini di guerra compiuti dalle forze di occupazione tedesche in Italia e in parte anche da unità della Repubblica sociale italiana, vedi Franzinelli 2002 e l’audizione del Prof. Paolo Pezzino alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle stragi nazifasciste del 20 febbraio 2001. Fu il procuratore militare Antonino Intelisano, alla ricerca di vecchi atti giudiziari del processo Kappler, a scoprire quell’armadio.

 

© Francesco Gavilli

Una strage ~ 2. Le letture dogmatiche: numeri e narrazioni

 

Se nel racconto di un bambino la mancanza di conoscenza diretta porta inevitabilmente all’attivazione di una fantasia ricostruttiva, quando l’immaginazione s’insinua nel testimone, in colui cioè cui consegniamo l’autorità della parola, lo storico dovrà inserire criticamente questi dati nel processo di formazione del racconto per capire quale attesa ha determinato una trama. Infatti, la complessa relazione tra immaginazione e sapere storico, tra finzione e verità, narrazione enfatica e narrazione argomentativa, attraversa tutte le produzioni orali e scritte del fenomeno dello stragismo del biennio 1943-44 sotto l’occupazione tedesca. Pur nella specificità di ogni episodio, vi sono alcune costanti che determinarono la peculiarità di quegli eventi, divenuti un caso storiografico per la loro forte valenza emozionale e posti a mito fondante della giovane Repubblica Italiana. Le storie narrate da comuni cittadini, per lo più donne, fecero emergere infatti un dramma sconosciuto, per quanto diffuso in gran parte del territorio nazionale, ma la loro rappresentazione storica non poté sottrarsi all’aspetto emozionale che per lungo tempo sovrastò il suo aspetto più propriamente interpretativo. La testimonianza assunse così la doppia veste di fonte su cui costruire la rappresentazione storica e discorso fondativo di una mitologia nazionale. La storiografia a sua volta rimase schiacciata tra la ripetizione del vissuto del superstite e l’alto valore simbolico e politico dell’evento che si andava costruendo.
Tuttavia il procedimento storico e la testimonianza, intesa come il modo narrativo primario, se servirono a recuperare la storicità e l’urgenza morale di quel fenomeno, non furono gli unici approcci. Anzi, la lettura dogmatica (la religione e le ideologie novecentesche) e l’elaborazione repressiva (la rimozione o la svalorizzazione del problema) per un lungo periodo che giunge oltre gli anni Ottanta del Novecento furono le uniche chiavi di lettura del fenomeno delle stragi di civili, cercando il senso e proiettando il valore oltre la loro determinazione storica. Il martire cristiano e l’eroe civile sono i due archetipi di questo schema interpretativo. Nella narrazione ecclesiastica il prete, il vescovo o un semplice seminarista sono sempre al centro della scena drammatizzata; nel racconto laico, a sua volta, il partigiano e il passivo resistente alla violenza usurpatrice del nazista rimandano alla necessità di giustizia e pace che prefigura un futuro di libertà.
Tutti questi approcci, benché legati a periodi storici precisi, non sono inseriti tout court in un processo progressivo di raggiungimento di un grado sempre più elevato di conoscenza degli eventi. L’elaborazione creativa, ad esempio, è strettamente connessa alla caratterizzazione mitica degli eventi e può ritornare secondo un mutato uso pubblico della storia. Al contrario la lettura dogmatica di grandi narrazioni come l’antifascismo o la visione religiosa sono state sostituite da un’ideologia fintamente laica di “fine della storia”, altrettanto assertiva e molto più ingannevole, mentre il diniego attivo e grezzo dell’occultamento dei fatti del dopoguerra ritorna oggi nella svalorizzazione passiva dell’oblio.

 

 

images (3)

 

Una tragica semplicità

La bibliografia sulle stragi nazifasciste in Toscana attorno al biennio 1943-44 conta centinaia di pubblicazioni tra saggi storici e ricerche antropologiche, opuscoli e memoriali celebrativi, memorie partigiane e diari di parroci, romanzi e racconti delle varie stagioni letterarie, raccolte di testimonianze e tesi di laurea. Tutto questo materiale di un lungo periodo rimane la dimostrazione storica della «costruzione e persistenza di una memoria pubblica delle stragi come componente insostituibile ed essenziale per la formazione di una consapevolezza civile delle popolazioni e delle istituzioni dell’Italia repubblicana». Complessivamente, in questa volontà di non dimenticare, queste pubblicazioni attestarono «un patrimonio di memorie e di valori che connotano mentalità, modi di essere e di proiettarsi verso l’esterno della collettività».[1] Inevitabilmente tuttavia, oltre il loro grande valore documentario, portano con sé il peso del tempo in cui furono concepite per la funzione che svolsero, prima nella nascita e difesa dell’Italia Repubblicana, e in seguito, di fronte alla caduta o all’indebolimento del paradigma antifascista, nel recupero delle testimonianze liberate dalle mitologie novecentesche. Il racconto e l’interpretazione di quei fatti partecipavano talora a un intento celebrativo e al rinforzo della coscienza antifascista, mentre altre volte, invece, tendevano a diluirsi nella pura testimonianza o nella costrizione di una lettura totalizzante contro la stessa rigorosa ricostruzione storica o la semplice precisione cronachistica.

 

Numeri incerti

 

Ottone Rosai - Ritratto di Aldo Fagioli

Ottone Rosai – Ritratto di Aldo Fagioli

 

Di questo limite hanno vissuto anche gli scritti sulle stragi di Meleto e Castelnuovo dei Sabbioni, che furono tra le più efferate e sono da considerare paradigmatiche di un modus operandi delle truppe di occupazione. Così, nello specifico dei fatti del Valdarno, la determinazione del numero delle vittime nella bibliografia disponibile fu, per almeno cinquanta anni, confusa e poco precisa. Già nel 1945, il Comandante Gracco della Brigata Sinigaglia, ricordando come i Tedeschi «avevano compiuto quell’azione di “rappresaglia” per vendicarsi del fatto che non uno dei 2.000 minatori della zona si era presentato alla Todt per partire per la Germania», indicava la data errata della strage nel 7 luglio, mentre un altro protagonista della lotta di liberazione parlò di «centottanta vittime» per Meleto e settanta per Castelnuovo gettando su quegli episodi una connotazione leggendaria. D’altra parte il primo rapporto esistente, redatto venti giorni dopo gli eccidi dal vice commissario Ferragina su incarico del governatore alleato di Cavriglia, a proposito di Meleto parlava genericamente di «circa» 150 persone rastrellate e poi uccise, non essendo possibile stabilire con precisione il numero a causa dei numerosi sfollati giunti nel paese da varie città, Montevarchi e San Giovanni, ma anche Firenze, Livorno, Roma e Trieste. Nel ventennale della strage l’Amministrazione provinciale di Arezzo e quella comunale di Cavriglia approntarono un opuscolo, ristampato con gli stessi dati nel 1969 e nel 1975, che ufficializzò definitivamente il numero totale delle vittime in 191, unificando tuttavia la strage del 4 luglio (173 uccisi) con altri episodi precedenti e successivi. L’imprecisione di questi dati non ricevette conforto dalla pubblicazione successiva di memorie partigiane: Libero Santoni infatti parlò di 200 morti il 4 luglio aggiungendone «undici» per Le Màtole, un gruppo di edifici poco fuori Castelnuovo (11 luglio), e Aldo Fagioli, sommando anche le vittime di San Pancrazio, riferì che queste erano state «in maggioranza» donne, bambini e anziani, mentre in realtà nessuna donna e nessun bambino fu tra le vittime delle stragi a Meleto e Castelnuovo. Sui crudi numeri, dovendo registrare le morti, i resoconti dei parroci furono più precisi.[2]

Questa indeterminatezza si protrae sino ai nostri giorni, tanto che nella copertina della pubblicazione di Boni si afferma che «la mattina del 4 luglio 191 civili maschi di lì a poco verranno rastrellati, mitragliati e bruciati da reparti tedeschi specializzati della Hermann Goering», mentre Nash dedica le sue memorie di soldato liberatore inglese «ai 192 innocenti uomini italiani» massacrati tra il 4 e l’11 luglio (2006: VII). Da parte sua lo storico Carlo Gentile, riprendendo le cifre di Jona (1992), parla di novantasette morti a Meleto, settantacinque a Castelnuovo e «trenta» nelle altre località e conclude che «nel complesso, si trattò di oltre duecento morti», avendo in realtà una percezione del territorio sulla base dell’azione militare che coinvolgeva anche il territorio attorno a Bucine (2006: 229). Tuttavia, se è vero che «il numero scritto sulle lapidi o sui testi storici è sbagliato, o per eccesso o per difetto» perché esistono ragioni obiettive che rendono difficile o impossibile l’identificazione delle vittime e perché per più della metà delle stragi ci troviamo di fronte a eccidi di grandi proporzioni, avvenuti lontano dai centri urbani, con sfollati e persone in fuga, da rendere «le cifre e le identificazioni diventano ambedue aleatorie» (Paoletti 2002), per le vittime di Cavriglia le discordanze non superarono mai le poche unità e si può perciò parlare ormai di una ragionevole imprecisione.[3]

L’indeterminatezza del dato numerico, come se gli abitanti fossero condannati a contare più volte i propri morti, mostra come i primi resoconti ufficiali della strage, parziali e a volte telegrafici, rimandano all’immaginario di luoghi lontani, inaccessibili, in qualche modo maledetti e condannati al proprio destino. E’ comprensibile che, a causa della difficoltà d’indagine in una situazione ancora molto precaria, il resoconto di queste testimonianze sia impreciso e vago anche in considerazione del fatto che chi è chiamato a parlare di quanto sia accaduto si trova di fronte uno scenario post-apocalittico senza un motivo evidente, determinando un racconto mitologizzante. Contemporaneamente, senza l’appoggio di una narrazione civile e nazionale, i parroci emersero come eroi della comunità. Il Rapporto del 19 agosto 1944, redatto da un anonimo ingegnere sfollato nella zona e inviato al sottosegretario di Stato per la Stampa e le Informazioni, riguardo a Meleto accanto all’approssimazione delle conoscenze dimostra come il ruolo degli uomini di Chiesa sia divenuto già centrale:

Un centinaio di uomini, fra i quali il Parroco, furono trucidati, e sembra bruciati vivi. Non posso assicurare il numero preciso delle vittime di questo paese, né i particolari di questo massacro, non avendo avuto il tempo [sic] per visitare tale paese. Mi è stato solo riferito che il Parroco, prima della strage, alzando le mani al Cielo disse: “Signore perdona i nostri peccati e (indicando con la mano i tedeschi) perdona loro, poiché non sanno quel che si fanno”. I tedeschi risposero con una gran risata e iniziarono la strage.[4]

Così, dopo aver descritto segnatamente l’eccidio a Castelnuovo, si passa dal tono epico e sacrale all’urgente materialità dei provvedimenti da adottare, con la drammatica fotografia dei paesi:

Situazione della popolazione, e provvedimenti da adottare con urgenza. 1° Le famiglie rimaste senza uomini non hanno da mangiare. 2° Il saccheggio delle case ha privato numerose famiglie di tutto il necessario sia di  vestiario che di riserve viveri.  3° Numerose famiglie sono senza tetto per avere i tedeschi incendiato e di­strutto le case.   4° Nessuno può procurarsi del lavoro in quanto i tedeschi hanno distrutto siste­maticamente tutti gli impianti delle miniere di lignite in vicinanza dei paesi suddetti.    5° Manca il latte per i bambini e medicinali per ammalati.È necessario inviare d’urgenza: viveri, medicinali, latte, vestiario, alla po­polazione inebetita dal dolore. È necessario per dar lavoro ai superstiti assegnare giornalmente alla mi­niera di lignite circa 300 litri di benzina per attivare un gruppo generatore di elettricità salvato casualmente dalle distruzioni, che permetterebbe di riprendere in parte i lavori della miniera suddetta. Oltre a ciò dovrebbero essere presi immediatamente provvedimenti per la riparazione delle case non gravemente danneggiate, e la ricostruzione dei ponti. Nello esporre i fatti il sottoscritto ha sentito direttamente i superstiti all’eccidio di Castelnuovo, ed ha constatato sul posto la triste situazione del pa­ese. Per mancanza di tempo non ha potuto visitare gli altri paesi di Massa, San Martino, e Meleto ove però la situazione sarà uguale se non addirittura peggiore.[5]

 

Castelnuovo dei Sabbioni nel 1945

Castelnuovo dei Sabbioni nel 1945

 

Questo alternarsi di racconto mitologico, sottolineatura religiosa e precarie situazioni materiali si riflette anche nei primi approcci degli Alleati. Il documento «Atrocities in Italy», che era un primo schema d’indagine su cui i servizi britannici lavorarono nell’accertamento dei crimini e dei misfatti tedeschi, a proposito di Castelnuovo faceva seguire, a una corretta sintesi dei fatti del 4 luglio, la scheda di una strage alla data del 7 luglio che lì non avvenne mai: «paese assalito per rappresaglia e cattura di 40 ostaggi, costretti a bruciare le case e il raccolto; 200 italiani inclusi donne e bimbi fucilati dai tedeschi»; mentre per Meleto la ricostruzione era del tutto fantasiosa nella dinamica e nei numeri: «150 italiani arrestati e rinchiusi in casa, costretti a gruppi di 5-6 a camminare su sterpi incendiati; chi tentò la fuga fu abbattuto dai tedeschi a colpi di mitraglia» (cit. in Franzinelli 2002: 360 e 364).

Lavorando su questo materiale, l’indeterminatezza dei dati può portare anche all’imprecisione dell’interpretazione. Franzinelli, il cui intento è proprio quello di studiare come e perché la magistratura militare e il potere politico rinunciarono all’individuazione dei responsabili e al disvelamento dei racconti delle stragi, producendo una vera e propria rimozione dei crimini di guerra, più volte nel suo testo pone l’accento sull’impostazione retorica delle commemorazioni post resistenziali e la dimensione epica delle prime narrazioni. Tuttavia l’informazione sulla strage che si ricava dalla lettura della sua opera, a cinquanta anni dai fatti, è essa stessa generica e in un certo qual modo immaginaria. Sembra infatti che le stragi siano avvenute in «impervi siti rurali», cioè «frazioni montane del comune di Castelnuovo dei Sabbioni [sic]», mentre ci troviamo a pochi chilometri dai collegamenti ferroviari di San Giovanni Valdarno e dalle vie di comunicazione del centro valle, tanto che i Partigiani furono accusati dai Tedeschi di aver distrutto dei ponti sulla strada di collegamento con le zone minerarie.

Quello che abbiamo preso in considerazione, a titolo esemplificativo, sono solo i primi resoconti ufficiali ma è evidente quanto la storiografia non ha ancora studiato la produzione delle fonti nelle sue varie forme durante il primo periodo dell’Italia repubblicana. Si parla spesso di fine della narrazione o del mito antifascista, rilevando spesso il carattere stanco, rituale e ideologico delle celebrazioni ufficiali. Tuttavia, se è vero che non è storicamente paragonabile un discorso pronunciato nell’immediato dopoguerra con le manifestazioni dei vari decennali degli eccidi, perché l’urgenza storica e i riferimenti politici sono mutati, non si possono neppure ridurre tutte le commemorazioni a una ripetitiva produzione antifascista, poiché lentamente entrò nelle celebrazioni anche un discorso istituzionale altrettanto retorico che faceva riferimento più ai valori della Liberazione Alleata che a quelli antifascisti della Resistenza. Il problema storico più interessante è allora il capire quando queste narrazioni extraterritoriali, in quanto cercarono in una mitologia fondativa esterna il loro senso, iniziarono a entrare in conflitto con il vissuto dei superstiti. Anche qui non tutto si giocava nella politica del dopo strage con tutto l’armamentario anticomunista della Guerra Fredda, ma riceveva piuttosto conferma da un’originaria «zona grigia» di pregiudizio antiresistenziale.

 

L’emergere della narrazione ecclesiastica

 

ustasha

 

Le due narrazioni dominanti, delle vere metanarrazioni extraterritoriali che si pongono su un piano interpretativo sovra determinato, furono quella dell’antifascismo e quella ecclesiastico religiosa, l’una che è ancora presente nelle commemorazioni ufficiali e l’altra dal profilo volutamente sotterraneo che ha badato a plasmare il senso comune della memoria. Entrambe a lungo hanno condizionato la prospettiva più propriamente storica, trasferendo una dimensione interpretativa più retorica che argomentativa. Tuttavia, mentre la percezione della cerimonia pubblica antifascista progressivamente è sembrata non sapere più cosa celebrare, le narrazioni ecclesiastico religiose sostanzialmente hanno resistito più a lungo grazie a una loro caratterizzazione mitologica e mantenendo un’aderenza al reale assai particolare non necessariamente in contrapposizione al discorso laico. Sulla narrazione antifascista si è scritto fin troppo e spesso con intenti delegittimanti. Assente o defilata è invece la riflessione sulla narrazione ecclesiastica sulla strage che in realtà ha le stesse caratteristiche metanarrative di quella antifascista.

La legittimità del discorso religioso, intesa come autorità del narratore, fu data non solo dalla presenza in ogni paese dei parroci tra le vittime ma soprattutto dalla visita, tra l’otto e il dieci luglio, del vescovo di Fiesole Giovanni Giorgis appena cinque giorni dopo la strage e poco prima della rappresaglia a Le Màtole (11 luglio). Fu, infatti, proprio nel tempo intermedio degli eventi che uomini di Chiesa attraversarono queste zone caratterizzate da un silenzio irreale, descritte con efficacia lapidaria dal prete che accompagnava il Vescovo.

Sotto un sole cocente attraversiamo le terre desolate delle miniere della lignite senza incontrare un’anima viva. (in Macucci 1994: 121)

Il loro gesto, da considerare senza retorica come il primo tentativo da parte di un’autorità sovralocale di ricomposizione della comunità, sancì l’affermazione della narrazione ecclesiastico religiosa. Sicuramente il cammino del drappello clericale, che affronta più volte la protervia e l’indifferenza tedesca, spicca di fronte alla burocratica e pavida comunicazione di quel funzionario civile che non era riuscito a visitare i paesi nemmeno un mese dopo la Liberazione. Il periodico gesuita Civiltà Cattolica riportò le impressioni del viaggio del vescovo in terza persona:

Giunto sulla piazza del paese [di Meleto], scorge un mucchio di cadaveri – un centinaio – bruciati. Dalle donne, che a poco a poco gli si fanno incontro, apprende l’accaduto: per due soldati tedeschi trovati uccisi in paese, cento uomini del luogo, divisi in quattro gruppi sulla piazza, erano stati falciati dalle mitragliatrici; con essi il parroco Giovanni Fondelli, che avendone inutilmente perorato la causa, li aveva preparati a una morte cristiana. Alle cataste di cadaveri sparse di benzina, i carnefici avevano poi appiccato il fuoco. Il giorno seguente, uno spettacolo non meno truce si presenta agli occhi del Vescovo a Castelnuovo dei Sabbioni. Qui settanta cadaveri di uomini, trucidati per la stessa cagione e allo stesso modo, erano stati ammassati sulla piazza, con proibizione di seppellirli. Poi i tedeschi vi avevano appiccato il fuoco alla voce dell’arrivo del Vescovo che ne vide ancora le orrende fiammate. Qui, come egli apprese dalle Suore che avevano assistito a parte della tragedia, il parroco Ferrante Bagiardi aveva offerto la sua vita per salvare i parrocchiani. Non esaudito, li preparò alla morte distribuendo la S. Comunione: colpito da una scarica, si abbatté con gli altri. A Massa dei Sabbioni, il Vescovo seppe che il parroco Ermete Marino [Don Ernesto Morini], mentre tornava da una funzione religiosa in una parrocchia vicina, era stato trucidato col ragazzo che lo accompagnava; i due cadaveri erano stati poi buttati in una capanna alla quale venne dato il fuoco.[6]

Qui la narrazione sostituisce il soggetto della scena e tutto lo spazio, occupato dalle persone di Chiesa, è pervaso dallo spirito religioso, mentre la trama prende forma dallo sguardo dell’ecclesiastico. La narrazione si piega così alla necessità di produrre figure immaginative dove il vescovo sia al centro di ogni evento: a Meleto egli «scorge» tutti i cadaveri bruciati in unico mucchio, mentre in realtà allora erano già stati sepolti, a Castelnuovo addirittura, dopo cinque giorni, i Tedeschi, non appena saputo del suo arrivo, si affrettano a bruciare gli uccisi tanto che quello ne vede ancora le «orrende fiammate». Quanto alle cause, è presto detto: furono i Partigiani a uccidere nel paese di Meleto due soldati tedeschi e a scatenare così la reazione violenta, così come a Castelnuovo la rappresaglia ebbe la «medesima cagione». Si noti tuttavia che, a parte l’esagerata centralità della figura del vescovo, il racconto è costruito su frames narrativi veri, o percepiti come tali; in altre parole si applica quella «finzionalizzazione del reale» che è una costante di tutti i tipi di racconto di strage. A esaltare il ruolo di martire e super partes della Chiesa non vi è tanto un’invenzione fantasiosa quanto il piegare i vari frammenti raccolti tra i superstiti in un racconto credibile e orientato dal punto di vista del suo senso.[7]

 

download

 

Il linguaggio epico e improntato a una storia che ricalca il sacrificio dei primi cristiani è importante perché fu una narrazione consolatoria e produttrice di senso. Così come il discorso ufficiale è rivolto a un destinatario interno alla comunità, al fine di reintegrarne la presenza nel mondo, e a un uditorio più vasto, per rinsaldare il legame civile compromesso, anche il discorso religioso partecipa a questa doppia funzione e al pari di quello laico porta all’interno le medesime strutture discorsive. Sin dall’inizio il sopravvissuto poté confrontare l’enunciato laico e quello cristiano, alternando il senso dell’uno e dell’altro. In ogni persona così potevano convivere i due discorsi, formandosi in un certo qual modo una duplice memoria per lo meno sul piano della produzione del senso, prima che nell’interpretazione delle cause. Il parroco, infatti, non portava solo una visione diversa, ma introduceva comunque nell’omelia o nel ricordo delle commemorazioni un diverso incipit. Certamente nel discorso religioso Partigiani, tedeschi, fascisti e comportamenti quali la fuga, la delazione, la ribellione, si trasformano in martirio, coraggio, perdono, figure del maligno o della fede. Entrambi tuttavia esprimono un’extraterritorialità del senso che in qualche modo trascendono in un’altra dimensione la materialità dell’evento stragista e della guerra in generale.

Interessante è il confronto nelle prime commemorazioni tra gli alterchi di esponenti politici di sinistra e uomini della Chiesa sul significato simbolico da dare agli avvenimenti,[8] così com’è diverso il registro tenuto dall’ufficialità rispetto ai diari o al Liber Chronicon dei parroci.[9] Ovviamente tutti questi scritti sono pervasi da un sentimento religioso che tende a destinare le figure dei parroci nella dimensione della santità e nella predestinazione del martire, coniugandosi alla dimensione civile di patriottismo. Il Liber Chronicon, al contrario, si può considerare come un primo racconto, seppure a uso archivistico, che fa presa sul reale in modo tragico e diretto: il tono, infatti, è sinceramente rivolto al proprio sentimento e l’elemento autobiografico a volte supera la necessità documentaria richiesta dall’autorità ecclesiastica. Non mancano le differenze di registro tra il resoconto risolutivo del vescovo (questa volta scritto in prima persona) e la cronaca personale e problematica del cappellano Gino Ciabattini che lo aveva accompagnato nel viaggio:

Era di una tragica semplicità: per due soldati trovati uccisi in paese [a Meleto] i tedeschi avevano adunato cento uomini, li avevano divisi in quattro gruppi e li avevano massacrati a colpi di mitragliatrice. Il parroco don Giovanni Fondelli, dopo aver tentato tutto per evitare il massacro, si era messo tra i suoi parrocchiani, li aveva preparati alla morte, aveva dato loro l’assoluzione ed era morto con loro, dopo aver perdonato gli uccisori ed aver gridato: “Viva il Papa, viva l’Italia!”. (Vescovo Giovanni Giorgis)[10]

[8 luglio a Meleto] Con l’animo pieno di tristezza e desolazione per il pianto ed il dolore di tante persone che si sono viste strappare e trucidare i loro cari ci rechiamo nei locali della scuola. Per il Vescovo è stata preparata una materassa in una delle aule, mentre per me è stato disteso un materasso nel corridoio di fronte alla porta d’ingresso. Nonostante la grande stanchezza per il lungo viaggio non riesco a prendere sonno. Il racconto dell’eccidio di tante persone innocenti mi ha lasciato completamente sconvolto. Inoltre il tuono sordo delle cannonate e l’esplosione di mine che si ripetono con molta frequenza servono a dare continuamente la sveglia. Come se ciò non bastasse, camions di soldati tedeschi vengono con rumore assordante in paese, si fermano un poco e poi ripartono. Dopo mezzanotte uno di questi camions si ferma, sento dei soldati parlare, dei passi che si avvicinano e dei forti colpi alla porta della scuola. Confesso di aver provato un grande spavento e di aver avuto l’impressione che ormai fosse giunta anche la mia ora. Per buona sorte la porta rimane chiusa e i tedeschi dopo qualche altro colpo ripartono. (Don Gino Ciabattini)[11]

Anche il vicerettore del Seminario diocesano, monsignore Pietro Bonaccini, dal canto suo, nel ricordare la fine nella piazza di Castelnuovo di Ivo Cristofani, un giovane seminarista che morì accanto a Don Ferrante Bagiardi, aveva legato il sacrificio religioso alla dimensione civile:

L’intenzione dei tedeschi era ormai chiara per tutti, meritare un atto di clemenza era assai improbabile, anzi impossibile. Il giovane Ivo si aggrappava al parroco che lo confortava con le speranze del cielo, incapace di trovare parole umane che persuadessero un giovanetto ad un simile sacrificio. Eroi lo si può essere una volta sola, ma uomini lo siamo sempre. Anche gli eroi piangono talvolta. Tuttavia crediamo che l’intelligenza, il cuore e la fede del giovane levita avrà accolto l’invito del padre e maestro don Ferrante quando invitò tutti a gridare forte: “Muoio in nome di Dio e della Patria libera”. Credo che la sua giovane voce fu la più forte di tutti.[12]

Quando queste narrazioni furono riprese nel corso del tempo, ciò che rimase non fu solamente un tono, ma la figura del parroco era già stata consacrata in una dimensione neutra, dove si vive un sovrappiù del reale, non fuori dal tempo ma sopra di esso. Così ad esempio si riporta il resoconto dell’allora sacrestano Tullio Ruscelli:

La sera del 3 luglio ci trovammo, come tutte le altre sere, con il Priore e ricordo di avergli domandato della situazione del Fronte. Lui, al riguardo, disse a me e ad altri: “Speriamo che il Signore ci faccia passare questi giorni senza scosse e ci protegga”. Prima di andare a dormire domandai di nuovo al Priore della paura che aveva invaso gli animi di ciascuno di noi al pericolo di una rappresaglia e ricordo bene la sua risposta: “Ci sono queste voci, ma spero che non avvenga perché qualche persona mi ha rassicurato in proposito”. Ma poi nelle ultime parole mi esortava ad essere molto prudente, forse nella sua mente vi era il dubbio del peggio.[13]

Anche noi, mentre contempliamo la destorificata santità del parroco, rimaniamo in un neutro narrativo, che ci fa quasi dimenticare, ad esempio, la notizia che gran parte della popolazione abbia temuto la rappresaglia e che il sacerdote, umanamente preoccupato come tutti, avesse invece ricevuto rassicurazioni da «qualche persona» che non vi sarebbe stata nessuna ritorsione. Si noti come questo particolare non sia proprio insignificante al fine di una ricostruzione storica che interroghi il livello di coinvolgimento della comunità nei prodromi della strage, ma l’aura religiosa del contesto finisce per cambiare valore semantico al racconto.

 

Un prete tra i Partigiani

Un prete tra i Partigiani

 

In una ricostruzione alternativa del messaggio del parroco, a sua volta lo storico, non superando specularmente il paradigma del martirio, finisce per consegnare la sua figura a un immaginario tutto antifascista.

Vi è (…) il messaggio lasciato dal parroco di Castelnuovo, don Ferrante Bagiardi, un prete che rifiutava di fare entrare in chiesa e di benedire i gagliardetti fascisti, che organizzava un asilo per i figli dei minatori, che dava lezioni gratuite ai figli degli operai, che scendeva 100 metri sotto terra per celebrare la messa in miniera. Questo prete, pochi istanti prima di cadere sotto la raffica di mitraglia, gridò in faccia allo straniero: “viva l’Italia libera! Viva Cristo!”  ed aveva invitato tutti a gridare forte: “Muoio in nome di Dio e della Patria libera”. A più riprese, aveva manifestato ai suoi intimi, le perplessità ed il timore che eventuali azioni armate, isolate ed episodiche, contro i nazifascisti in ritirata, avrebbero potuto provocare rappresaglie e danni ben più gravi di una resistenza passiva. Alcuni giorni prima dell’eccidio, dopo la messa, pare avesse rivolto una strana domanda al chierichetto: “Saresti pronto a morire per la patria?”. Ad altre persone sembra che avesse confidato di essere disposto a morire per il suo popolo, ma che tuttavia gli sarebbe ripugnata la morte per impiccagione. Il messaggio di questo parroco dunque fu chiaro ed inequivocabile e la sua eredità impedì che potesse allignare una memoria antipartigiana: egli mostrò che, al di là di tutte le perplessità sulla validità piena o parziale di certe azioni partigiane, il vero nodo era uno, ed uno solo: la morte subita per mano nazifascista aveva senso in quanto vissuta e subita come un tributo alla lotta per la “patria” e per la “libertà”. Non era e non avrebbe accettato che fosse considerata una disgrazia, una sfortunata coincidenza, una sciagura: doveva restare un sacrificio che aveva un significato ed un valore inequivocabile. (Tognarini 2002)

La mitizzazione della figura del parroco di Castelnuovo dei Sabbioni corrisponde ad un duplice investimento che la politica da una parte e la chiesa dall’altra attuarono immediatamente ed è indicativo di tutto il rapporto tra Resistenza e mondo cattolico.[14] E’ evidente come possa apparire “strumentale” l’azione che la sinistra cercò di compiere per dimostrare quanto il parroco non potesse essere considerato solo un martire di una causa cristiana e il passato pastorale di Don Bagiardi fosse rivisitato in funzione di quella sua tragica fine. Altrettanto evidente, con una logica solo apparentemente più convincente, fu l’atteggiamento della Chiesa che riusciva in questo modo a ritagliarsi un ruolo legittimato nell’Italia repubblicana mantenendo una forte autonomia del proprio sguardo. Infatti, se generalmente l’ambiguità della Chiesa verso il Regime si giocò più a livello delle sfere alte del clero che nell’azione dei parroci, non va dimenticato quanto «l’accettazione del sistema democratico» non fu mai vissuto interamente come un evento di rottura con il passato e il neutro linguaggio religioso permise un’oggettiva politica continuista senza traumi e ripensamenti storici verso il regime fascista. Si noterà come tutte le produzioni ecclesiastiche scritte che abbiamo analizzato non fanno riferimento alla novità Repubblicana quanto si avvicinano paradossalmente più ad un immaginario risorgimentale, né vi è alcun tentativo di legarsi a forme di Resistenza, seppure passive, in contrapposizione al ribellismo armato azionista e comunista: piuttosto vi è una sottintesa rappresentazione della «zona grigia» della popolazione vittima e superstite (Pavone in Collotti et al.  2000b: 709).

 

Lapide in ricordo di don Fondelli ucciso a Meleto

Lapide in ricordo di don Fondelli ucciso a Meleto

 

note:

 

[1] Collotti Introduzione in Galimi e Duranti 2003.
[2] Le prime pubblicazioni, a guerra appena conclusa, sono di Angiolo Gracci (comandante Gracco), Brigata Sinigaglia, Roma 1945 e Aldemiro Campodonico, Sotto il tallone e il fuoco tedesco, Roma 1945. La relazione di S. Ferragina, Fascicolo Ohio University, è riportata in Ventura (1999: 113-6). In seguito si cita Amministrazione provinciale di Arezzo (a cura di), Ventennale della Resistenza, Amministrazione, Arezzo 1964; Provincia di Arezzo, Comune di Cavriglia (a cura di), Ventennale degli eccidi del luglio 1944, San Giovanni Valdarno 1964. Questo testo sarà ripreso in Provincia di Arezzo, Comune di Cavriglia (a cura di), Venticinquesimo anniversario degli eccidi del luglio 1944, San Giovanni Valdarno 1969; e Comune di Cavriglia, Cavriglia nella lotta partigiana. Dal buio della miniera alla luce della libertà. 1945-1975 della Liberazione, Arezzo 1975. Le memorie partigiane sono di Libero Santoni, Dal buio della miniera alla luce della libertà. L’antifascismo e la Resistenza nel comune di Cavriglia e nel bacino lignifero del Valdarno, Milano 1986 e Aldo Fagioli, Partigiano a 15 anni, Firenze 1984. Per quanto riguarda i racconti di ecclesiastici si veda Mons. Giuseppe Raspini, Il passaggio del fronte di guerra da Ponte a Mensola, agosto 1944, Fiesole 1988: qui il sacerdote, già archivista della Diocesi di Fiesole, nel pubblicare nel 1988 il diario redatto durante la guerra, parlerà di molte donne e bambini tra le circa 200 vittime. Al contrario in Macucci (1994), dove si trovano le cronache coeve dei parroci dei paesi vicini, i dati sono sostanzialmente corretti.
[3] Si può finalmente stabilire che il 4 luglio furono uccisi 173 uomini: 4 a Masseto, 89 a Meleto, 74 a Castelnuovo dei Sabbioni (di cui 68 nella piazza IV Novembre e 6 nel circondario del paese), 2 a Massa Sabbioni e 4 a San Martino di Pianfranzese. Per quanto riguarda Meleto ufficialmente si sommano anche gli uccisi di Masseto, essendo un abitato periferico i cui civili catturati furono uccisi alcuni immediatamente e altri condotti nel paese. Nella lapide commemorativa sono riportati anche i quattro uccisi di San Martino, motivo per cui spesso sono segnalati 97 morti, e al posto di un uomo rimasto ignoto a San Martino è indicato Guido Trefoloni di Santa Barbara, ucciso in realtà a Castelnuovo. Nell’esplosione delle miniere Allori del 5 luglio morì un altro uomo, Pietro Fabbrini, in un episodio che solitamente non è collegato direttamente alle vicende del giorno precedente, sebbene la distruzione delle infrastrutture minerarie difficilmente possa essere ritenuta autonoma dalla politica della strage. Nei rastrellamenti antipartigiani che seguirono la “grande” strage furono uccisi altri 15 uomini: l’8 luglio 1 a Corneto, 1 a Poggio alle Valli, 3 vicino a Casa al Monte, di cui un partigiano, e l’11 luglio 10 a Le Màtole. Il 17 luglio nei pressi di Cafaggiolo in Caiano un uomo, Zola Bonci, fu ucciso in uno scontro a fuoco, anche se quest’ultima vicenda può essere considerata del tutto estranea a una dinamica stragista. Il più delle volte negli elenchi non viene sommato il partigiano ucraino Nicolaj Bujanov, disertore della Wehrmacht che si era arruolato nella Brigata Chiatti nella tarda primavera di quell’anno, a testimonianza di una evidente separazione attuata dalla comunità tra storia partigiana ed eventi stragisti. Questa vicenda, completamente assente in PMNSC, è ricordata ovviamente nelle interviste ai Partigiani e nelle memorie dello stesso Polverini. Boni riporta la vicenda solo in una nota sull’attività locale dei Partigiani, ma, registrando le versioni contrapposte sulle motivazioni antinaziste dell’ucraino, da una parte lo lega alla Brigata Castellani e dall’altra fornisce una data errata della sua morte (CLC: 348-9, nota 241). Manfroni, se rileva che il partigiano fu colpito «mentre tentava di respingere l’avanzata delle truppe tedesche, dando la possibilità ai compagni e ai civili di mettersi in salvo», calcola 187 vittime, chissà se facendo mancare proprio Bujanov dal conteggio totale (Manfroni 2006: 296-7).
[4] Memoriale su Eccidio e atrocità tedesche a Castelnuovo dei Sabbioni (Arezzo), le cui risultanze furono poi tradotte in lingua inglese e consegnate al Comando Alleato.
[5] In C. Andreini e F. Dringoli, Lavoro, Sindacato e lotte sociali nel Valdarno Superiore (1943-1991), San Giovanni Valdarno, 1992, p. 16 e ora in I. Tognarini, Guerra di sterminio e resistenza. La provincia di Arezzo 1943-1944, Napoli 1990, pp. 416-8. Cfr anche Franzinelli 2002: 84-5.
[6] Cfr L’opera del clero toscano e le barbariche repressioni nemiche, in «Civiltà Cattolica», quaderno 2266, 18 novembre 1944, pp. 257-8. Corsivi nostri.
[7] Quello che in seguito sarà considerato uno dei fatti che alimenta la memoria antipartigiana al momento si presenta come un dato oggettivo del racconto, una «tragica semplicità» appunto, ma a causa della gerarchia politica interna passerà in secondo piano rispetto ad episodi riguardanti Castelnuovo dei Sabbioni. Non solo il dramma del proprio paese diviene più significativo di quello degli altri, ma anche le cause percepite come scatenanti la strage sono percepite in modo diverso. La vicenda che il vescovo ricorda si riferisce a due Tedeschi uccisi a Pianfranzese dopo essere stati catturati nelle adiacenze del paese di Meleto e si trova in Cesarina Quartucci Camici (PMNSC: 203) e Vinicio Ermini (PMNSC: 208). La percezione di una responsabilità partigiana sembra immediata e non costruita successivamente in modo ideologico. In seguito diverrà memoria esponenziale che, nata nella percezione del proprio micromondo, si dilata a visione di tutta la guerra. Tuttavia nelle testimonianze di Meleto anche altre azioni partigiane furono percepite come le cause degli eccidi: mentre Attilia Balsimelli parla del ferimento di un tedesco a Santa Barbara, Ido Matassini invece si ricollega all’episodio dominante nella narrazione di Castelnuovo (cfr testimonianza resa a Laura Camici il 6.12.1993 nell’Archivio di Emilio Polverini).
[8] Manfroni 2006: 307. Vedi anche il resoconto più drammatico di Boni (CLC: 259-60), dove la contrapposizione accesa tra un «sindacalista anarchico» e il prete officiante la commemorazione sembra degenerare addirittura in un inizio di sommossa tra gli «anticlericali» e «la parte cattolica propensa al silenzio».
[9] Le testimonianze dei parroci e il resoconto del vescovo Giorgis sono in Macucci 1994. Questa pubblicazione, uscita nel cinquantenario della strage contemporaneamente al testo di Polverini e Priore, condivide con quello le schede anagrafiche di tutti gli uccisi. Questi due testi ripetono in qualche modo la divisione tra testi ufficiali e narrazioni ecclesiastiche. Per quanto riguarda i Chronicon in generale, si può dire che essi «consentono di ricostruire dall’angolatura prospettica dei singoli sacerdoti il reticolo di posizioni assunte dal clero nella temperie del conflitto armato. [… Vi fu] come orientamento prevalente il riconoscimento ai Partigiani della rappresentanza degli interessi patriottici, mentre i fascisti appaiono per lo più percepiti come i complici dell’inviso occupante tedesco. Ciò nondimeno il rapporto con i gruppi organizzatisi alla macchia è non di rado turbato da riserve per una serie di motivi riconducibili essenzialmente al prelievo di viveri, all’opportunità di azioni armate in prossimità dei villaggi col rischio di rappresaglie sui civili, ai connotati ideologici di sinistra manifestati da alcune formazioni» (Franzinelli 2000, in Collotti et al., 2000a: 314).
[10] In Macucci 1994: 88, corsivo nostro.
[11] Ibid. 119-20. Chiaramente questi racconti ebbero una diversa diffusione. Mentre il diario di Don Ciabattini fu depositato solo nel 1974 presso l’archivio vescovile di Fiesole, la narrazione del vescovo fu pubblicata dal giornale «L’informatore aretino» il 12 novembre 1944, con il titolo La ferocia tedesca in Valdarno, e apparve in «Civiltà Cattolica» del 18 novembre 1944, op. cit. Fu anche ripreso da Radio Londra e Radio Bari.
[12] Macucci 1994: 63.
[13] Macucci 1994: 41-2. Il linguaggio di questa testimonianza fu tradotto “religiosamente” dal redattore della memoria. Si confronti in realtà la crudezza del racconto dello stesso Ruscelli in un’intervista dell’8 ottobre 1983 (PMNSC: 95-8), dove si parla del seppellimento dei cadaveri bruciati nella piazza a Castelnuovo.
[14] Speculare è l’azione speculare compiuta nei confronti del partigiano ucraino Nicolaj Bujanov. Molto più sfumato fu invece l’investimento martirologico della figura di Don Giovanni Fondelli sia da parte della popolazione locale che della politica antifascista. Si veda, ad esempio, la considerazione della figura del parroco di Meleto, nell’intervista a Alfonsina Freccioni, Luisa Camici e Gina Balsimelli, non in termini eroici quanto sostanzialmente “normali” a fronte di un’attesa “santificatrice” dell’intervistatrice.
Public Record Office

Public Record Office

 

Letture di riferimento

Oltre ai testi segnalati nel precedente articolo a cui si rimanda, qui si citano:
Collotti, Enzo, Sandri, Renato e Sessi, Frediano
2000a (a cura di) Dizionario della Resistenza. Storia e geografia della Liberazione, vol. I, Einaudi, Torino.
2000b(a cura di) Dizionario della Resistenza. Luoghi, formazioni, protagonisti, vol. II, Einaudi, Torino.
Franzinelli, Mimmo
2000 Chiesa e clero cattolico, in Collotti, E. et al., 2000a: 300-22.
2002 Le stragi nascoste, Mondadori, Milano (rist. 2003).
Galimi, V., e Duranti, S.
2003 (a cura di) Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-45. 1. Guida bibliografica alla memoria, presentazione di Enzo Collotti, Carocci, Roma.
Gentile, Carlo
2006 La divisione “Hermann Göring“ e le stragi di civili in Toscana, in Fulvetti, G. e Pelini, E., 2006: 213-40.
Jona, Ugo
1992 Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane. Diciassette mesi di sofferenze e di eroismi, Anfim, Firenze.
Manfroni, Claudio
2006 Cavriglia, luglio 1944. La memoria degli eccidi, in Fulvetti, G. e Pelini, F., 2006: 282-98.
Paoletti, Paolo
2002 Il punto sulle stragi naziste, cinquantacinque anni dopo, in http://www.romacivica.net.
Pavone, Claudio
2000 La Resistenza oggi, in Collotti, E. et al., 2000b: 701-10.
Tognarini, Ivano
2002 Kesselring e le stragi nazifasciste, Roma, Carocci.

© Francesco Gavilli