Una strage ~ 10. Le storie di Masseto

 

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«Ho vissuto a Meleto tutta la mia vita»

 

Nella metà del 1944, Meleto[1] è un paese che vive ai margini del comune di Cavriglia nel lembo estremo della provincia di Arezzo, abitato da circa 500 persone. A causa dei bombardamenti alleati su San Giovanni Valdarno, il centro più grande dei dintorni, ospita in quel periodo molti sfollati che occupano case di amici o affittate da abitanti del posto; altri sfollati vengono da città ancora più lontane, Firenze, Roma, Trieste, Livorno, ma tutti ovviamente hanno parenti o conoscenti nel paese. Anche un remoto e insignificante abitato nel tragico momento dell’approssimarsi del fronte diviene il concentrato delle storie più diverse, quasi un piccolo quadro della disperante condizione di una popolazione allo sbando, senza autorità statale, senza certezze abitative, precarietà di lavoro, incertezza massima sul futuro, paura della proverbiale durezza tedesca, divisione sulla lotta partigiana. Il paese tuttavia nell’insieme ha  sostenuto l’opposizione al regime, il parroco, unica figura di un’autorità riconoscibile, non ha mai aderito all’esperienza fascista, sostenendo in senso materiale con viveri ed altro gli stessi Partigiani. La brigata “Castellani”, che opera nei monti circostanti, assai numerosa e determinata, conta diversi uomini del paese.

Meleto nell’ultima tragica estate di guerra non ha cambiato il volto di un anonimo paese in massima parte contadino, con piccoli esercizi commerciali e le più comuni attività artigianali: tutti si conoscono e si ritrovano la domenica attorno al circolo ricreativo o al Monumento ai Caduti della Prima Guerra che attorno a disordinate piante ospita alcune panchine e lampioni; la Chiesa di Santa Cristina ristrutturata negli anni Venti domina il paese dalla piazza centrale; la scuola elementare ospita in quel momento alcuni sfollati e ha continuato la sua precaria attività educativa. La vita contadina arriva sin dentro il paese e i coloni occupano aie e case che segnano la topografia locale: entrando ed uscendo da Meleto si doveva passare o lambire gruppi di case che prendono nome dai contadini che le abitano, Melani, Benini, Sottani, Pasquini, Bigi, Pecci; le vie di uscita che si perdono nei campi si chiamano Dorce, Scarlino, Borramole, Le Coste, toponimi antichi che trovavano ragione nella vita quotidiana di un universo chiuso e autoreferenziale.

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Una strage ~ 2. Le letture dogmatiche: numeri e narrazioni

 

Se nel racconto di un bambino la mancanza di conoscenza diretta porta inevitabilmente all’attivazione di una fantasia ricostruttiva, quando l’immaginazione s’insinua nel testimone, in colui cioè cui consegniamo l’autorità della parola, lo storico dovrà inserire criticamente questi dati nel processo di formazione del racconto per capire quale attesa ha determinato una trama. Infatti, la complessa relazione tra immaginazione e sapere storico, tra finzione e verità, narrazione enfatica e narrazione argomentativa, attraversa tutte le produzioni orali e scritte del fenomeno dello stragismo del biennio 1943-44 sotto l’occupazione tedesca. Pur nella specificità di ogni episodio, vi sono alcune costanti che determinarono la peculiarità di quegli eventi, divenuti un caso storiografico per la loro forte valenza emozionale e posti a mito fondante della giovane Repubblica Italiana. Le storie narrate da comuni cittadini, per lo più donne, fecero emergere infatti un dramma sconosciuto, per quanto diffuso in gran parte del territorio nazionale, ma la loro rappresentazione storica non poté sottrarsi all’aspetto emozionale che per lungo tempo sovrastò il suo aspetto più propriamente interpretativo. La testimonianza assunse così la doppia veste di fonte su cui costruire la rappresentazione storica e discorso fondativo di una mitologia nazionale. La storiografia a sua volta rimase schiacciata tra la ripetizione del vissuto del superstite e l’alto valore simbolico e politico dell’evento che si andava costruendo.
Tuttavia il procedimento storico e la testimonianza, intesa come il modo narrativo primario, se servirono a recuperare la storicità e l’urgenza morale di quel fenomeno, non furono gli unici approcci. Anzi, la lettura dogmatica (la religione e le ideologie novecentesche) e l’elaborazione repressiva (la rimozione o la svalorizzazione del problema) per un lungo periodo che giunge oltre gli anni Ottanta del Novecento furono le uniche chiavi di lettura del fenomeno delle stragi di civili, cercando il senso e proiettando il valore oltre la loro determinazione storica. Il martire cristiano e l’eroe civile sono i due archetipi di questo schema interpretativo. Nella narrazione ecclesiastica il prete, il vescovo o un semplice seminarista sono sempre al centro della scena drammatizzata; nel racconto laico, a sua volta, il partigiano e il passivo resistente alla violenza usurpatrice del nazista rimandano alla necessità di giustizia e pace che prefigura un futuro di libertà.
Tutti questi approcci, benché legati a periodi storici precisi, non sono inseriti tout court in un processo progressivo di raggiungimento di un grado sempre più elevato di conoscenza degli eventi. L’elaborazione creativa, ad esempio, è strettamente connessa alla caratterizzazione mitica degli eventi e può ritornare secondo un mutato uso pubblico della storia. Al contrario la lettura dogmatica di grandi narrazioni come l’antifascismo o la visione religiosa sono state sostituite da un’ideologia fintamente laica di “fine della storia”, altrettanto assertiva e molto più ingannevole, mentre il diniego attivo e grezzo dell’occultamento dei fatti del dopoguerra ritorna oggi nella svalorizzazione passiva dell’oblio.

 

 

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Una tragica semplicità

La bibliografia sulle stragi nazifasciste in Toscana attorno al biennio 1943-44 conta centinaia di pubblicazioni tra saggi storici e ricerche antropologiche, opuscoli e memoriali celebrativi, memorie partigiane e diari di parroci, romanzi e racconti delle varie stagioni letterarie, raccolte di testimonianze e tesi di laurea. Tutto questo materiale di un lungo periodo rimane la dimostrazione storica della «costruzione e persistenza di una memoria pubblica delle stragi come componente insostituibile ed essenziale per la formazione di una consapevolezza civile delle popolazioni e delle istituzioni dell’Italia repubblicana». Complessivamente, in questa volontà di non dimenticare, queste pubblicazioni attestarono «un patrimonio di memorie e di valori che connotano mentalità, modi di essere e di proiettarsi verso l’esterno della collettività».[1] Inevitabilmente tuttavia, oltre il loro grande valore documentario, portano con sé il peso del tempo in cui furono concepite per la funzione che svolsero, prima nella nascita e difesa dell’Italia Repubblicana, e in seguito, di fronte alla caduta o all’indebolimento del paradigma antifascista, nel recupero delle testimonianze liberate dalle mitologie novecentesche. Il racconto e l’interpretazione di quei fatti partecipavano talora a un intento celebrativo e al rinforzo della coscienza antifascista, mentre altre volte, invece, tendevano a diluirsi nella pura testimonianza o nella costrizione di una lettura totalizzante contro la stessa rigorosa ricostruzione storica o la semplice precisione cronachistica.

 

Numeri incerti

 

Ottone Rosai - Ritratto di Aldo Fagioli

Ottone Rosai – Ritratto di Aldo Fagioli

 

Di questo limite hanno vissuto anche gli scritti sulle stragi di Meleto e Castelnuovo dei Sabbioni, che furono tra le più efferate e sono da considerare paradigmatiche di un modus operandi delle truppe di occupazione. Così, nello specifico dei fatti del Valdarno, la determinazione del numero delle vittime nella bibliografia disponibile fu, per almeno cinquanta anni, confusa e poco precisa. Già nel 1945, il Comandante Gracco della Brigata Sinigaglia, ricordando come i Tedeschi «avevano compiuto quell’azione di “rappresaglia” per vendicarsi del fatto che non uno dei 2.000 minatori della zona si era presentato alla Todt per partire per la Germania», indicava la data errata della strage nel 7 luglio, mentre un altro protagonista della lotta di liberazione parlò di «centottanta vittime» per Meleto e settanta per Castelnuovo gettando su quegli episodi una connotazione leggendaria. D’altra parte il primo rapporto esistente, redatto venti giorni dopo gli eccidi dal vice commissario Ferragina su incarico del governatore alleato di Cavriglia, a proposito di Meleto parlava genericamente di «circa» 150 persone rastrellate e poi uccise, non essendo possibile stabilire con precisione il numero a causa dei numerosi sfollati giunti nel paese da varie città, Montevarchi e San Giovanni, ma anche Firenze, Livorno, Roma e Trieste. Nel ventennale della strage l’Amministrazione provinciale di Arezzo e quella comunale di Cavriglia approntarono un opuscolo, ristampato con gli stessi dati nel 1969 e nel 1975, che ufficializzò definitivamente il numero totale delle vittime in 191, unificando tuttavia la strage del 4 luglio (173 uccisi) con altri episodi precedenti e successivi. L’imprecisione di questi dati non ricevette conforto dalla pubblicazione successiva di memorie partigiane: Libero Santoni infatti parlò di 200 morti il 4 luglio aggiungendone «undici» per Le Màtole, un gruppo di edifici poco fuori Castelnuovo (11 luglio), e Aldo Fagioli, sommando anche le vittime di San Pancrazio, riferì che queste erano state «in maggioranza» donne, bambini e anziani, mentre in realtà nessuna donna e nessun bambino fu tra le vittime delle stragi a Meleto e Castelnuovo. Sui crudi numeri, dovendo registrare le morti, i resoconti dei parroci furono più precisi.[2]

Questa indeterminatezza si protrae sino ai nostri giorni, tanto che nella copertina della pubblicazione di Boni si afferma che «la mattina del 4 luglio 191 civili maschi di lì a poco verranno rastrellati, mitragliati e bruciati da reparti tedeschi specializzati della Hermann Goering», mentre Nash dedica le sue memorie di soldato liberatore inglese «ai 192 innocenti uomini italiani» massacrati tra il 4 e l’11 luglio (2006: VII). Da parte sua lo storico Carlo Gentile, riprendendo le cifre di Jona (1992), parla di novantasette morti a Meleto, settantacinque a Castelnuovo e «trenta» nelle altre località e conclude che «nel complesso, si trattò di oltre duecento morti», avendo in realtà una percezione del territorio sulla base dell’azione militare che coinvolgeva anche il territorio attorno a Bucine (2006: 229). Tuttavia, se è vero che «il numero scritto sulle lapidi o sui testi storici è sbagliato, o per eccesso o per difetto» perché esistono ragioni obiettive che rendono difficile o impossibile l’identificazione delle vittime e perché per più della metà delle stragi ci troviamo di fronte a eccidi di grandi proporzioni, avvenuti lontano dai centri urbani, con sfollati e persone in fuga, da rendere «le cifre e le identificazioni diventano ambedue aleatorie» (Paoletti 2002), per le vittime di Cavriglia le discordanze non superarono mai le poche unità e si può perciò parlare ormai di una ragionevole imprecisione.[3]

L’indeterminatezza del dato numerico, come se gli abitanti fossero condannati a contare più volte i propri morti, mostra come i primi resoconti ufficiali della strage, parziali e a volte telegrafici, rimandano all’immaginario di luoghi lontani, inaccessibili, in qualche modo maledetti e condannati al proprio destino. E’ comprensibile che, a causa della difficoltà d’indagine in una situazione ancora molto precaria, il resoconto di queste testimonianze sia impreciso e vago anche in considerazione del fatto che chi è chiamato a parlare di quanto sia accaduto si trova di fronte uno scenario post-apocalittico senza un motivo evidente, determinando un racconto mitologizzante. Contemporaneamente, senza l’appoggio di una narrazione civile e nazionale, i parroci emersero come eroi della comunità. Il Rapporto del 19 agosto 1944, redatto da un anonimo ingegnere sfollato nella zona e inviato al sottosegretario di Stato per la Stampa e le Informazioni, riguardo a Meleto accanto all’approssimazione delle conoscenze dimostra come il ruolo degli uomini di Chiesa sia divenuto già centrale:

Un centinaio di uomini, fra i quali il Parroco, furono trucidati, e sembra bruciati vivi. Non posso assicurare il numero preciso delle vittime di questo paese, né i particolari di questo massacro, non avendo avuto il tempo [sic] per visitare tale paese. Mi è stato solo riferito che il Parroco, prima della strage, alzando le mani al Cielo disse: “Signore perdona i nostri peccati e (indicando con la mano i tedeschi) perdona loro, poiché non sanno quel che si fanno”. I tedeschi risposero con una gran risata e iniziarono la strage.[4]

Così, dopo aver descritto segnatamente l’eccidio a Castelnuovo, si passa dal tono epico e sacrale all’urgente materialità dei provvedimenti da adottare, con la drammatica fotografia dei paesi:

Situazione della popolazione, e provvedimenti da adottare con urgenza. 1° Le famiglie rimaste senza uomini non hanno da mangiare. 2° Il saccheggio delle case ha privato numerose famiglie di tutto il necessario sia di  vestiario che di riserve viveri.  3° Numerose famiglie sono senza tetto per avere i tedeschi incendiato e di­strutto le case.   4° Nessuno può procurarsi del lavoro in quanto i tedeschi hanno distrutto siste­maticamente tutti gli impianti delle miniere di lignite in vicinanza dei paesi suddetti.    5° Manca il latte per i bambini e medicinali per ammalati.È necessario inviare d’urgenza: viveri, medicinali, latte, vestiario, alla po­polazione inebetita dal dolore. È necessario per dar lavoro ai superstiti assegnare giornalmente alla mi­niera di lignite circa 300 litri di benzina per attivare un gruppo generatore di elettricità salvato casualmente dalle distruzioni, che permetterebbe di riprendere in parte i lavori della miniera suddetta. Oltre a ciò dovrebbero essere presi immediatamente provvedimenti per la riparazione delle case non gravemente danneggiate, e la ricostruzione dei ponti. Nello esporre i fatti il sottoscritto ha sentito direttamente i superstiti all’eccidio di Castelnuovo, ed ha constatato sul posto la triste situazione del pa­ese. Per mancanza di tempo non ha potuto visitare gli altri paesi di Massa, San Martino, e Meleto ove però la situazione sarà uguale se non addirittura peggiore.[5]

 

Castelnuovo dei Sabbioni nel 1945

Castelnuovo dei Sabbioni nel 1945

 

Questo alternarsi di racconto mitologico, sottolineatura religiosa e precarie situazioni materiali si riflette anche nei primi approcci degli Alleati. Il documento «Atrocities in Italy», che era un primo schema d’indagine su cui i servizi britannici lavorarono nell’accertamento dei crimini e dei misfatti tedeschi, a proposito di Castelnuovo faceva seguire, a una corretta sintesi dei fatti del 4 luglio, la scheda di una strage alla data del 7 luglio che lì non avvenne mai: «paese assalito per rappresaglia e cattura di 40 ostaggi, costretti a bruciare le case e il raccolto; 200 italiani inclusi donne e bimbi fucilati dai tedeschi»; mentre per Meleto la ricostruzione era del tutto fantasiosa nella dinamica e nei numeri: «150 italiani arrestati e rinchiusi in casa, costretti a gruppi di 5-6 a camminare su sterpi incendiati; chi tentò la fuga fu abbattuto dai tedeschi a colpi di mitraglia» (cit. in Franzinelli 2002: 360 e 364).

Lavorando su questo materiale, l’indeterminatezza dei dati può portare anche all’imprecisione dell’interpretazione. Franzinelli, il cui intento è proprio quello di studiare come e perché la magistratura militare e il potere politico rinunciarono all’individuazione dei responsabili e al disvelamento dei racconti delle stragi, producendo una vera e propria rimozione dei crimini di guerra, più volte nel suo testo pone l’accento sull’impostazione retorica delle commemorazioni post resistenziali e la dimensione epica delle prime narrazioni. Tuttavia l’informazione sulla strage che si ricava dalla lettura della sua opera, a cinquanta anni dai fatti, è essa stessa generica e in un certo qual modo immaginaria. Sembra infatti che le stragi siano avvenute in «impervi siti rurali», cioè «frazioni montane del comune di Castelnuovo dei Sabbioni [sic]», mentre ci troviamo a pochi chilometri dai collegamenti ferroviari di San Giovanni Valdarno e dalle vie di comunicazione del centro valle, tanto che i Partigiani furono accusati dai Tedeschi di aver distrutto dei ponti sulla strada di collegamento con le zone minerarie.

Quello che abbiamo preso in considerazione, a titolo esemplificativo, sono solo i primi resoconti ufficiali ma è evidente quanto la storiografia non ha ancora studiato la produzione delle fonti nelle sue varie forme durante il primo periodo dell’Italia repubblicana. Si parla spesso di fine della narrazione o del mito antifascista, rilevando spesso il carattere stanco, rituale e ideologico delle celebrazioni ufficiali. Tuttavia, se è vero che non è storicamente paragonabile un discorso pronunciato nell’immediato dopoguerra con le manifestazioni dei vari decennali degli eccidi, perché l’urgenza storica e i riferimenti politici sono mutati, non si possono neppure ridurre tutte le commemorazioni a una ripetitiva produzione antifascista, poiché lentamente entrò nelle celebrazioni anche un discorso istituzionale altrettanto retorico che faceva riferimento più ai valori della Liberazione Alleata che a quelli antifascisti della Resistenza. Il problema storico più interessante è allora il capire quando queste narrazioni extraterritoriali, in quanto cercarono in una mitologia fondativa esterna il loro senso, iniziarono a entrare in conflitto con il vissuto dei superstiti. Anche qui non tutto si giocava nella politica del dopo strage con tutto l’armamentario anticomunista della Guerra Fredda, ma riceveva piuttosto conferma da un’originaria «zona grigia» di pregiudizio antiresistenziale.

 

L’emergere della narrazione ecclesiastica

 

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Le due narrazioni dominanti, delle vere metanarrazioni extraterritoriali che si pongono su un piano interpretativo sovra determinato, furono quella dell’antifascismo e quella ecclesiastico religiosa, l’una che è ancora presente nelle commemorazioni ufficiali e l’altra dal profilo volutamente sotterraneo che ha badato a plasmare il senso comune della memoria. Entrambe a lungo hanno condizionato la prospettiva più propriamente storica, trasferendo una dimensione interpretativa più retorica che argomentativa. Tuttavia, mentre la percezione della cerimonia pubblica antifascista progressivamente è sembrata non sapere più cosa celebrare, le narrazioni ecclesiastico religiose sostanzialmente hanno resistito più a lungo grazie a una loro caratterizzazione mitologica e mantenendo un’aderenza al reale assai particolare non necessariamente in contrapposizione al discorso laico. Sulla narrazione antifascista si è scritto fin troppo e spesso con intenti delegittimanti. Assente o defilata è invece la riflessione sulla narrazione ecclesiastica sulla strage che in realtà ha le stesse caratteristiche metanarrative di quella antifascista.

La legittimità del discorso religioso, intesa come autorità del narratore, fu data non solo dalla presenza in ogni paese dei parroci tra le vittime ma soprattutto dalla visita, tra l’otto e il dieci luglio, del vescovo di Fiesole Giovanni Giorgis appena cinque giorni dopo la strage e poco prima della rappresaglia a Le Màtole (11 luglio). Fu, infatti, proprio nel tempo intermedio degli eventi che uomini di Chiesa attraversarono queste zone caratterizzate da un silenzio irreale, descritte con efficacia lapidaria dal prete che accompagnava il Vescovo.

Sotto un sole cocente attraversiamo le terre desolate delle miniere della lignite senza incontrare un’anima viva. (in Macucci 1994: 121)

Il loro gesto, da considerare senza retorica come il primo tentativo da parte di un’autorità sovralocale di ricomposizione della comunità, sancì l’affermazione della narrazione ecclesiastico religiosa. Sicuramente il cammino del drappello clericale, che affronta più volte la protervia e l’indifferenza tedesca, spicca di fronte alla burocratica e pavida comunicazione di quel funzionario civile che non era riuscito a visitare i paesi nemmeno un mese dopo la Liberazione. Il periodico gesuita Civiltà Cattolica riportò le impressioni del viaggio del vescovo in terza persona:

Giunto sulla piazza del paese [di Meleto], scorge un mucchio di cadaveri – un centinaio – bruciati. Dalle donne, che a poco a poco gli si fanno incontro, apprende l’accaduto: per due soldati tedeschi trovati uccisi in paese, cento uomini del luogo, divisi in quattro gruppi sulla piazza, erano stati falciati dalle mitragliatrici; con essi il parroco Giovanni Fondelli, che avendone inutilmente perorato la causa, li aveva preparati a una morte cristiana. Alle cataste di cadaveri sparse di benzina, i carnefici avevano poi appiccato il fuoco. Il giorno seguente, uno spettacolo non meno truce si presenta agli occhi del Vescovo a Castelnuovo dei Sabbioni. Qui settanta cadaveri di uomini, trucidati per la stessa cagione e allo stesso modo, erano stati ammassati sulla piazza, con proibizione di seppellirli. Poi i tedeschi vi avevano appiccato il fuoco alla voce dell’arrivo del Vescovo che ne vide ancora le orrende fiammate. Qui, come egli apprese dalle Suore che avevano assistito a parte della tragedia, il parroco Ferrante Bagiardi aveva offerto la sua vita per salvare i parrocchiani. Non esaudito, li preparò alla morte distribuendo la S. Comunione: colpito da una scarica, si abbatté con gli altri. A Massa dei Sabbioni, il Vescovo seppe che il parroco Ermete Marino [Don Ernesto Morini], mentre tornava da una funzione religiosa in una parrocchia vicina, era stato trucidato col ragazzo che lo accompagnava; i due cadaveri erano stati poi buttati in una capanna alla quale venne dato il fuoco.[6]

Qui la narrazione sostituisce il soggetto della scena e tutto lo spazio, occupato dalle persone di Chiesa, è pervaso dallo spirito religioso, mentre la trama prende forma dallo sguardo dell’ecclesiastico. La narrazione si piega così alla necessità di produrre figure immaginative dove il vescovo sia al centro di ogni evento: a Meleto egli «scorge» tutti i cadaveri bruciati in unico mucchio, mentre in realtà allora erano già stati sepolti, a Castelnuovo addirittura, dopo cinque giorni, i Tedeschi, non appena saputo del suo arrivo, si affrettano a bruciare gli uccisi tanto che quello ne vede ancora le «orrende fiammate». Quanto alle cause, è presto detto: furono i Partigiani a uccidere nel paese di Meleto due soldati tedeschi e a scatenare così la reazione violenta, così come a Castelnuovo la rappresaglia ebbe la «medesima cagione». Si noti tuttavia che, a parte l’esagerata centralità della figura del vescovo, il racconto è costruito su frames narrativi veri, o percepiti come tali; in altre parole si applica quella «finzionalizzazione del reale» che è una costante di tutti i tipi di racconto di strage. A esaltare il ruolo di martire e super partes della Chiesa non vi è tanto un’invenzione fantasiosa quanto il piegare i vari frammenti raccolti tra i superstiti in un racconto credibile e orientato dal punto di vista del suo senso.[7]

 

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Il linguaggio epico e improntato a una storia che ricalca il sacrificio dei primi cristiani è importante perché fu una narrazione consolatoria e produttrice di senso. Così come il discorso ufficiale è rivolto a un destinatario interno alla comunità, al fine di reintegrarne la presenza nel mondo, e a un uditorio più vasto, per rinsaldare il legame civile compromesso, anche il discorso religioso partecipa a questa doppia funzione e al pari di quello laico porta all’interno le medesime strutture discorsive. Sin dall’inizio il sopravvissuto poté confrontare l’enunciato laico e quello cristiano, alternando il senso dell’uno e dell’altro. In ogni persona così potevano convivere i due discorsi, formandosi in un certo qual modo una duplice memoria per lo meno sul piano della produzione del senso, prima che nell’interpretazione delle cause. Il parroco, infatti, non portava solo una visione diversa, ma introduceva comunque nell’omelia o nel ricordo delle commemorazioni un diverso incipit. Certamente nel discorso religioso Partigiani, tedeschi, fascisti e comportamenti quali la fuga, la delazione, la ribellione, si trasformano in martirio, coraggio, perdono, figure del maligno o della fede. Entrambi tuttavia esprimono un’extraterritorialità del senso che in qualche modo trascendono in un’altra dimensione la materialità dell’evento stragista e della guerra in generale.

Interessante è il confronto nelle prime commemorazioni tra gli alterchi di esponenti politici di sinistra e uomini della Chiesa sul significato simbolico da dare agli avvenimenti,[8] così com’è diverso il registro tenuto dall’ufficialità rispetto ai diari o al Liber Chronicon dei parroci.[9] Ovviamente tutti questi scritti sono pervasi da un sentimento religioso che tende a destinare le figure dei parroci nella dimensione della santità e nella predestinazione del martire, coniugandosi alla dimensione civile di patriottismo. Il Liber Chronicon, al contrario, si può considerare come un primo racconto, seppure a uso archivistico, che fa presa sul reale in modo tragico e diretto: il tono, infatti, è sinceramente rivolto al proprio sentimento e l’elemento autobiografico a volte supera la necessità documentaria richiesta dall’autorità ecclesiastica. Non mancano le differenze di registro tra il resoconto risolutivo del vescovo (questa volta scritto in prima persona) e la cronaca personale e problematica del cappellano Gino Ciabattini che lo aveva accompagnato nel viaggio:

Era di una tragica semplicità: per due soldati trovati uccisi in paese [a Meleto] i tedeschi avevano adunato cento uomini, li avevano divisi in quattro gruppi e li avevano massacrati a colpi di mitragliatrice. Il parroco don Giovanni Fondelli, dopo aver tentato tutto per evitare il massacro, si era messo tra i suoi parrocchiani, li aveva preparati alla morte, aveva dato loro l’assoluzione ed era morto con loro, dopo aver perdonato gli uccisori ed aver gridato: “Viva il Papa, viva l’Italia!”. (Vescovo Giovanni Giorgis)[10]

[8 luglio a Meleto] Con l’animo pieno di tristezza e desolazione per il pianto ed il dolore di tante persone che si sono viste strappare e trucidare i loro cari ci rechiamo nei locali della scuola. Per il Vescovo è stata preparata una materassa in una delle aule, mentre per me è stato disteso un materasso nel corridoio di fronte alla porta d’ingresso. Nonostante la grande stanchezza per il lungo viaggio non riesco a prendere sonno. Il racconto dell’eccidio di tante persone innocenti mi ha lasciato completamente sconvolto. Inoltre il tuono sordo delle cannonate e l’esplosione di mine che si ripetono con molta frequenza servono a dare continuamente la sveglia. Come se ciò non bastasse, camions di soldati tedeschi vengono con rumore assordante in paese, si fermano un poco e poi ripartono. Dopo mezzanotte uno di questi camions si ferma, sento dei soldati parlare, dei passi che si avvicinano e dei forti colpi alla porta della scuola. Confesso di aver provato un grande spavento e di aver avuto l’impressione che ormai fosse giunta anche la mia ora. Per buona sorte la porta rimane chiusa e i tedeschi dopo qualche altro colpo ripartono. (Don Gino Ciabattini)[11]

Anche il vicerettore del Seminario diocesano, monsignore Pietro Bonaccini, dal canto suo, nel ricordare la fine nella piazza di Castelnuovo di Ivo Cristofani, un giovane seminarista che morì accanto a Don Ferrante Bagiardi, aveva legato il sacrificio religioso alla dimensione civile:

L’intenzione dei tedeschi era ormai chiara per tutti, meritare un atto di clemenza era assai improbabile, anzi impossibile. Il giovane Ivo si aggrappava al parroco che lo confortava con le speranze del cielo, incapace di trovare parole umane che persuadessero un giovanetto ad un simile sacrificio. Eroi lo si può essere una volta sola, ma uomini lo siamo sempre. Anche gli eroi piangono talvolta. Tuttavia crediamo che l’intelligenza, il cuore e la fede del giovane levita avrà accolto l’invito del padre e maestro don Ferrante quando invitò tutti a gridare forte: “Muoio in nome di Dio e della Patria libera”. Credo che la sua giovane voce fu la più forte di tutti.[12]

Quando queste narrazioni furono riprese nel corso del tempo, ciò che rimase non fu solamente un tono, ma la figura del parroco era già stata consacrata in una dimensione neutra, dove si vive un sovrappiù del reale, non fuori dal tempo ma sopra di esso. Così ad esempio si riporta il resoconto dell’allora sacrestano Tullio Ruscelli:

La sera del 3 luglio ci trovammo, come tutte le altre sere, con il Priore e ricordo di avergli domandato della situazione del Fronte. Lui, al riguardo, disse a me e ad altri: “Speriamo che il Signore ci faccia passare questi giorni senza scosse e ci protegga”. Prima di andare a dormire domandai di nuovo al Priore della paura che aveva invaso gli animi di ciascuno di noi al pericolo di una rappresaglia e ricordo bene la sua risposta: “Ci sono queste voci, ma spero che non avvenga perché qualche persona mi ha rassicurato in proposito”. Ma poi nelle ultime parole mi esortava ad essere molto prudente, forse nella sua mente vi era il dubbio del peggio.[13]

Anche noi, mentre contempliamo la destorificata santità del parroco, rimaniamo in un neutro narrativo, che ci fa quasi dimenticare, ad esempio, la notizia che gran parte della popolazione abbia temuto la rappresaglia e che il sacerdote, umanamente preoccupato come tutti, avesse invece ricevuto rassicurazioni da «qualche persona» che non vi sarebbe stata nessuna ritorsione. Si noti come questo particolare non sia proprio insignificante al fine di una ricostruzione storica che interroghi il livello di coinvolgimento della comunità nei prodromi della strage, ma l’aura religiosa del contesto finisce per cambiare valore semantico al racconto.

 

Un prete tra i Partigiani

Un prete tra i Partigiani

 

In una ricostruzione alternativa del messaggio del parroco, a sua volta lo storico, non superando specularmente il paradigma del martirio, finisce per consegnare la sua figura a un immaginario tutto antifascista.

Vi è (…) il messaggio lasciato dal parroco di Castelnuovo, don Ferrante Bagiardi, un prete che rifiutava di fare entrare in chiesa e di benedire i gagliardetti fascisti, che organizzava un asilo per i figli dei minatori, che dava lezioni gratuite ai figli degli operai, che scendeva 100 metri sotto terra per celebrare la messa in miniera. Questo prete, pochi istanti prima di cadere sotto la raffica di mitraglia, gridò in faccia allo straniero: “viva l’Italia libera! Viva Cristo!”  ed aveva invitato tutti a gridare forte: “Muoio in nome di Dio e della Patria libera”. A più riprese, aveva manifestato ai suoi intimi, le perplessità ed il timore che eventuali azioni armate, isolate ed episodiche, contro i nazifascisti in ritirata, avrebbero potuto provocare rappresaglie e danni ben più gravi di una resistenza passiva. Alcuni giorni prima dell’eccidio, dopo la messa, pare avesse rivolto una strana domanda al chierichetto: “Saresti pronto a morire per la patria?”. Ad altre persone sembra che avesse confidato di essere disposto a morire per il suo popolo, ma che tuttavia gli sarebbe ripugnata la morte per impiccagione. Il messaggio di questo parroco dunque fu chiaro ed inequivocabile e la sua eredità impedì che potesse allignare una memoria antipartigiana: egli mostrò che, al di là di tutte le perplessità sulla validità piena o parziale di certe azioni partigiane, il vero nodo era uno, ed uno solo: la morte subita per mano nazifascista aveva senso in quanto vissuta e subita come un tributo alla lotta per la “patria” e per la “libertà”. Non era e non avrebbe accettato che fosse considerata una disgrazia, una sfortunata coincidenza, una sciagura: doveva restare un sacrificio che aveva un significato ed un valore inequivocabile. (Tognarini 2002)

La mitizzazione della figura del parroco di Castelnuovo dei Sabbioni corrisponde ad un duplice investimento che la politica da una parte e la chiesa dall’altra attuarono immediatamente ed è indicativo di tutto il rapporto tra Resistenza e mondo cattolico.[14] E’ evidente come possa apparire “strumentale” l’azione che la sinistra cercò di compiere per dimostrare quanto il parroco non potesse essere considerato solo un martire di una causa cristiana e il passato pastorale di Don Bagiardi fosse rivisitato in funzione di quella sua tragica fine. Altrettanto evidente, con una logica solo apparentemente più convincente, fu l’atteggiamento della Chiesa che riusciva in questo modo a ritagliarsi un ruolo legittimato nell’Italia repubblicana mantenendo una forte autonomia del proprio sguardo. Infatti, se generalmente l’ambiguità della Chiesa verso il Regime si giocò più a livello delle sfere alte del clero che nell’azione dei parroci, non va dimenticato quanto «l’accettazione del sistema democratico» non fu mai vissuto interamente come un evento di rottura con il passato e il neutro linguaggio religioso permise un’oggettiva politica continuista senza traumi e ripensamenti storici verso il regime fascista. Si noterà come tutte le produzioni ecclesiastiche scritte che abbiamo analizzato non fanno riferimento alla novità Repubblicana quanto si avvicinano paradossalmente più ad un immaginario risorgimentale, né vi è alcun tentativo di legarsi a forme di Resistenza, seppure passive, in contrapposizione al ribellismo armato azionista e comunista: piuttosto vi è una sottintesa rappresentazione della «zona grigia» della popolazione vittima e superstite (Pavone in Collotti et al.  2000b: 709).

 

Lapide in ricordo di don Fondelli ucciso a Meleto

Lapide in ricordo di don Fondelli ucciso a Meleto

 

note:

 

[1] Collotti Introduzione in Galimi e Duranti 2003.
[2] Le prime pubblicazioni, a guerra appena conclusa, sono di Angiolo Gracci (comandante Gracco), Brigata Sinigaglia, Roma 1945 e Aldemiro Campodonico, Sotto il tallone e il fuoco tedesco, Roma 1945. La relazione di S. Ferragina, Fascicolo Ohio University, è riportata in Ventura (1999: 113-6). In seguito si cita Amministrazione provinciale di Arezzo (a cura di), Ventennale della Resistenza, Amministrazione, Arezzo 1964; Provincia di Arezzo, Comune di Cavriglia (a cura di), Ventennale degli eccidi del luglio 1944, San Giovanni Valdarno 1964. Questo testo sarà ripreso in Provincia di Arezzo, Comune di Cavriglia (a cura di), Venticinquesimo anniversario degli eccidi del luglio 1944, San Giovanni Valdarno 1969; e Comune di Cavriglia, Cavriglia nella lotta partigiana. Dal buio della miniera alla luce della libertà. 1945-1975 della Liberazione, Arezzo 1975. Le memorie partigiane sono di Libero Santoni, Dal buio della miniera alla luce della libertà. L’antifascismo e la Resistenza nel comune di Cavriglia e nel bacino lignifero del Valdarno, Milano 1986 e Aldo Fagioli, Partigiano a 15 anni, Firenze 1984. Per quanto riguarda i racconti di ecclesiastici si veda Mons. Giuseppe Raspini, Il passaggio del fronte di guerra da Ponte a Mensola, agosto 1944, Fiesole 1988: qui il sacerdote, già archivista della Diocesi di Fiesole, nel pubblicare nel 1988 il diario redatto durante la guerra, parlerà di molte donne e bambini tra le circa 200 vittime. Al contrario in Macucci (1994), dove si trovano le cronache coeve dei parroci dei paesi vicini, i dati sono sostanzialmente corretti.
[3] Si può finalmente stabilire che il 4 luglio furono uccisi 173 uomini: 4 a Masseto, 89 a Meleto, 74 a Castelnuovo dei Sabbioni (di cui 68 nella piazza IV Novembre e 6 nel circondario del paese), 2 a Massa Sabbioni e 4 a San Martino di Pianfranzese. Per quanto riguarda Meleto ufficialmente si sommano anche gli uccisi di Masseto, essendo un abitato periferico i cui civili catturati furono uccisi alcuni immediatamente e altri condotti nel paese. Nella lapide commemorativa sono riportati anche i quattro uccisi di San Martino, motivo per cui spesso sono segnalati 97 morti, e al posto di un uomo rimasto ignoto a San Martino è indicato Guido Trefoloni di Santa Barbara, ucciso in realtà a Castelnuovo. Nell’esplosione delle miniere Allori del 5 luglio morì un altro uomo, Pietro Fabbrini, in un episodio che solitamente non è collegato direttamente alle vicende del giorno precedente, sebbene la distruzione delle infrastrutture minerarie difficilmente possa essere ritenuta autonoma dalla politica della strage. Nei rastrellamenti antipartigiani che seguirono la “grande” strage furono uccisi altri 15 uomini: l’8 luglio 1 a Corneto, 1 a Poggio alle Valli, 3 vicino a Casa al Monte, di cui un partigiano, e l’11 luglio 10 a Le Màtole. Il 17 luglio nei pressi di Cafaggiolo in Caiano un uomo, Zola Bonci, fu ucciso in uno scontro a fuoco, anche se quest’ultima vicenda può essere considerata del tutto estranea a una dinamica stragista. Il più delle volte negli elenchi non viene sommato il partigiano ucraino Nicolaj Bujanov, disertore della Wehrmacht che si era arruolato nella Brigata Chiatti nella tarda primavera di quell’anno, a testimonianza di una evidente separazione attuata dalla comunità tra storia partigiana ed eventi stragisti. Questa vicenda, completamente assente in PMNSC, è ricordata ovviamente nelle interviste ai Partigiani e nelle memorie dello stesso Polverini. Boni riporta la vicenda solo in una nota sull’attività locale dei Partigiani, ma, registrando le versioni contrapposte sulle motivazioni antinaziste dell’ucraino, da una parte lo lega alla Brigata Castellani e dall’altra fornisce una data errata della sua morte (CLC: 348-9, nota 241). Manfroni, se rileva che il partigiano fu colpito «mentre tentava di respingere l’avanzata delle truppe tedesche, dando la possibilità ai compagni e ai civili di mettersi in salvo», calcola 187 vittime, chissà se facendo mancare proprio Bujanov dal conteggio totale (Manfroni 2006: 296-7).
[4] Memoriale su Eccidio e atrocità tedesche a Castelnuovo dei Sabbioni (Arezzo), le cui risultanze furono poi tradotte in lingua inglese e consegnate al Comando Alleato.
[5] In C. Andreini e F. Dringoli, Lavoro, Sindacato e lotte sociali nel Valdarno Superiore (1943-1991), San Giovanni Valdarno, 1992, p. 16 e ora in I. Tognarini, Guerra di sterminio e resistenza. La provincia di Arezzo 1943-1944, Napoli 1990, pp. 416-8. Cfr anche Franzinelli 2002: 84-5.
[6] Cfr L’opera del clero toscano e le barbariche repressioni nemiche, in «Civiltà Cattolica», quaderno 2266, 18 novembre 1944, pp. 257-8. Corsivi nostri.
[7] Quello che in seguito sarà considerato uno dei fatti che alimenta la memoria antipartigiana al momento si presenta come un dato oggettivo del racconto, una «tragica semplicità» appunto, ma a causa della gerarchia politica interna passerà in secondo piano rispetto ad episodi riguardanti Castelnuovo dei Sabbioni. Non solo il dramma del proprio paese diviene più significativo di quello degli altri, ma anche le cause percepite come scatenanti la strage sono percepite in modo diverso. La vicenda che il vescovo ricorda si riferisce a due Tedeschi uccisi a Pianfranzese dopo essere stati catturati nelle adiacenze del paese di Meleto e si trova in Cesarina Quartucci Camici (PMNSC: 203) e Vinicio Ermini (PMNSC: 208). La percezione di una responsabilità partigiana sembra immediata e non costruita successivamente in modo ideologico. In seguito diverrà memoria esponenziale che, nata nella percezione del proprio micromondo, si dilata a visione di tutta la guerra. Tuttavia nelle testimonianze di Meleto anche altre azioni partigiane furono percepite come le cause degli eccidi: mentre Attilia Balsimelli parla del ferimento di un tedesco a Santa Barbara, Ido Matassini invece si ricollega all’episodio dominante nella narrazione di Castelnuovo (cfr testimonianza resa a Laura Camici il 6.12.1993 nell’Archivio di Emilio Polverini).
[8] Manfroni 2006: 307. Vedi anche il resoconto più drammatico di Boni (CLC: 259-60), dove la contrapposizione accesa tra un «sindacalista anarchico» e il prete officiante la commemorazione sembra degenerare addirittura in un inizio di sommossa tra gli «anticlericali» e «la parte cattolica propensa al silenzio».
[9] Le testimonianze dei parroci e il resoconto del vescovo Giorgis sono in Macucci 1994. Questa pubblicazione, uscita nel cinquantenario della strage contemporaneamente al testo di Polverini e Priore, condivide con quello le schede anagrafiche di tutti gli uccisi. Questi due testi ripetono in qualche modo la divisione tra testi ufficiali e narrazioni ecclesiastiche. Per quanto riguarda i Chronicon in generale, si può dire che essi «consentono di ricostruire dall’angolatura prospettica dei singoli sacerdoti il reticolo di posizioni assunte dal clero nella temperie del conflitto armato. [… Vi fu] come orientamento prevalente il riconoscimento ai Partigiani della rappresentanza degli interessi patriottici, mentre i fascisti appaiono per lo più percepiti come i complici dell’inviso occupante tedesco. Ciò nondimeno il rapporto con i gruppi organizzatisi alla macchia è non di rado turbato da riserve per una serie di motivi riconducibili essenzialmente al prelievo di viveri, all’opportunità di azioni armate in prossimità dei villaggi col rischio di rappresaglie sui civili, ai connotati ideologici di sinistra manifestati da alcune formazioni» (Franzinelli 2000, in Collotti et al., 2000a: 314).
[10] In Macucci 1994: 88, corsivo nostro.
[11] Ibid. 119-20. Chiaramente questi racconti ebbero una diversa diffusione. Mentre il diario di Don Ciabattini fu depositato solo nel 1974 presso l’archivio vescovile di Fiesole, la narrazione del vescovo fu pubblicata dal giornale «L’informatore aretino» il 12 novembre 1944, con il titolo La ferocia tedesca in Valdarno, e apparve in «Civiltà Cattolica» del 18 novembre 1944, op. cit. Fu anche ripreso da Radio Londra e Radio Bari.
[12] Macucci 1994: 63.
[13] Macucci 1994: 41-2. Il linguaggio di questa testimonianza fu tradotto “religiosamente” dal redattore della memoria. Si confronti in realtà la crudezza del racconto dello stesso Ruscelli in un’intervista dell’8 ottobre 1983 (PMNSC: 95-8), dove si parla del seppellimento dei cadaveri bruciati nella piazza a Castelnuovo.
[14] Speculare è l’azione speculare compiuta nei confronti del partigiano ucraino Nicolaj Bujanov. Molto più sfumato fu invece l’investimento martirologico della figura di Don Giovanni Fondelli sia da parte della popolazione locale che della politica antifascista. Si veda, ad esempio, la considerazione della figura del parroco di Meleto, nell’intervista a Alfonsina Freccioni, Luisa Camici e Gina Balsimelli, non in termini eroici quanto sostanzialmente “normali” a fronte di un’attesa “santificatrice” dell’intervistatrice.
Public Record Office

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Letture di riferimento

Oltre ai testi segnalati nel precedente articolo a cui si rimanda, qui si citano:
Collotti, Enzo, Sandri, Renato e Sessi, Frediano
2000a (a cura di) Dizionario della Resistenza. Storia e geografia della Liberazione, vol. I, Einaudi, Torino.
2000b(a cura di) Dizionario della Resistenza. Luoghi, formazioni, protagonisti, vol. II, Einaudi, Torino.
Franzinelli, Mimmo
2000 Chiesa e clero cattolico, in Collotti, E. et al., 2000a: 300-22.
2002 Le stragi nascoste, Mondadori, Milano (rist. 2003).
Galimi, V., e Duranti, S.
2003 (a cura di) Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-45. 1. Guida bibliografica alla memoria, presentazione di Enzo Collotti, Carocci, Roma.
Gentile, Carlo
2006 La divisione “Hermann Göring“ e le stragi di civili in Toscana, in Fulvetti, G. e Pelini, E., 2006: 213-40.
Jona, Ugo
1992 Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane. Diciassette mesi di sofferenze e di eroismi, Anfim, Firenze.
Manfroni, Claudio
2006 Cavriglia, luglio 1944. La memoria degli eccidi, in Fulvetti, G. e Pelini, F., 2006: 282-98.
Paoletti, Paolo
2002 Il punto sulle stragi naziste, cinquantacinque anni dopo, in http://www.romacivica.net.
Pavone, Claudio
2000 La Resistenza oggi, in Collotti, E. et al., 2000b: 701-10.
Tognarini, Ivano
2002 Kesselring e le stragi nazifasciste, Roma, Carocci.

© Francesco Gavilli

Una strage ~ 1. Il racconto immaginato

 

All’origine del racconto che segue, fatto attraverso gli occhi della propria maestra di scuola elementare, vi è stata la pura curiosità di un bambino di ricostruire una storia che nessuno sapeva raccontare, dove in mancanza di una traccia certa l’immaginazione ha sostituito la testimonianza di chi non aveva potuto testimoniare e il silenzio di chi percepiva nel narrare un tabù storico. Quell’apprensione infantile nel tempo si è trasformata in una narrazione tratta dalla conoscenza delle persone coinvolte negli eventi stragisti e da fonti testimoniali certe, in un testo che, seppure la sua traduzione narrativa non abbia fatto uso di alcun elemento d’invenzione, è comunque diversa da un’esposizione storica o dalla trascrizione di una memoria, perché restituisce una rappresentazione di verità nella forma di un esercizio letterario. D’altronde, per giungere a ricostruire in modo plausibile le vicende dell’eccidio, oltre che attraverso la progressiva consapevolezza storica e l’acquisizione dei documenti prodotti nel tempo, si deve passare sempre per delle vere e proprie riproduzioni immaginarie della scena di quei giorni. Ciò è determinato prima di tutto dalle caratteristiche dell’evento che per il suo improvviso verificarsi, la sua incomprensibile efferatezza e l’incerta presenza di testimoni oculari, ha dovuto essere ricostruito anche attraverso la forza immaginativa del racconto.

 

Meleto - Lapide commemorativa nel rifacimento del 1974

Meleto – Lapide commemorativa nel rifacimento del 1974

 

Le lenzuola bianche

I primi racconti sulle stragi di civili che coinvolsero alcuni paesi sul versante del Valdarno Aretino dei monti del Chianti tra il 4 e l’11 luglio del 1944 mi giunsero da una medesima distanza ma da due prospettive separate. Quelli che sarebbero stati i miei genitori ancora non si conoscevano e solo cinque anni più tardi andarono ad abitare a Meleto, uno dei paesi decimati dalla violenza tedesca. La visione d’isolati paesi dati a fuoco e fiamme era stata un’immagine ricorrente nel periodo poco precedente la Liberazione ed entrambi avevano visto dal versante opposto della vallata quella che in modo inequivocabile apparve loro una distruzione assai estesa (1). Il loro punto di vista tuttavia era diverso: per l’una, il fumo nero che si era alzato all’orizzonte ed era durato a lungo per tutto il giorno rappresentava lo “spettacolo di orrore” che la storia mostrava; per l’altro, i cupi e silenziosi segnali di devastazione, vicini al paese natio di San Cipriano, determinavano il connubio particolare tra l’investimento emozionale e l’evento colto proprio nel momento in cui diveniva fatto storico. Questa differenza, apparentemente soggettiva, in realtà segna da subito per chi affronta la tematica stragista una difficoltà che, come uno sbarramento, impedisce ai “non coinvolti” di penetrare nei fatti veri e propri e nel “diritto” a parlarne. Questa consapevolezza di percepire e partecipare a un evento che permette di entrare a pieno titolo nella Storia universale si oppone al mero prodotto della facoltà immaginativa. A me, ancora dopo molti anni quell’oscura e disumana vicenda procurava due sentimenti paralleli: la rassicurazione che la mia famiglia non era stata toccata dalla strage e l’apprensione immaginativa che l’indeterminatezza della scena provocava. Nella mia mente “quello che potevo aver visto se fossi stato là presente” diveniva “quello che io conosco può esistere solo attraverso la mia immaginazione”.

In questa storia, sebbene razionalità e gioco della mente abbiano lavorato sullo stesso materiale, vi è sempre qualcosa che mantiene ai margini, dal momento che è sembrato aver titolo alla parola solo chi abbia attraversato per intero l’esperienza diretta. Tuttavia, poiché tutto attorno, a volte anche tacendo, parlava fortemente di lei, mi sono sentito sempre destinato a ritornarvi facendo ricorso anche all’immaginazione. Con una certa esitazione più tardi avrei cercato in territori imprevisti il frutto di quel lavoro della mente, scoprendo che tutto ciò che accresce il cosiddetto reale del passato distorce il vero ma produce, comunque e suo malgrado, una memoria ed è una memoria feconda. Ciò nonostante questa rappresentazione, insieme testimonianza e ricordo, non assumerà mai valore storico e ognuno dovrà cercare da solo la propria riconciliazione con la Storia.

§

Per un bambino che non aveva parenti tra gli uomini uccisi in quel giorno del 1944, le domande si perdevano presto dietro i silenzi di un paese altrimenti normale. Una piccola scalinata dietro la chiesa, dove le donne tenevano delle piante in vaso che delimitavano uno spazio interdetto ai giochi di noi ragazzi, portava a una lapide sovrastata dall’immagine sacra di una Madonna che piange il figlio morto. Nell’ingenuo e pulito naturalismo delle figure ritratte, quella del Cristo, con le ginocchia e la testa sollevate senza un appoggio e in una posa anomala, sembra trasfigurare, depurandola dall’orrore, la posizione rattrappita che assumono i corpi bruciati dalle fiamme. In qualche modo quella raffigurazione religiosa vuole sublimare e confondere l’enorme tributo del paese alla guerra. Dal 1974, nel luogo dove gli uomini erano stati raccolti dopo il rastrellamento è rimasto solo questo affresco, mentre la lapide commemorativa è stata sostituita poco più distante da una in metallo in una costruzione in cemento armato che disegna una cappella stilizzata e dilata impropriamente la sacralità del posto. Nel mio ricordo d’infanzia, quando le vittorie e le sconfitte contano, il centro del disordinato giardino circostante rimane a dire il vero la statua di un soldato della Grande Guerra con la bandiera sollevata di fronte al nemico, da cui il luogo prende il nome di Monumento. La lapide coi nomi di un colore rosso vivo incisi sulla pietra richiamava invece un conflitto più strano e tra i nomi di famiglie conosciute si parlava di «belve teutoniche», dove l’espressione appariva più consona al passaggio di un’orda barbarica che alla morte in battaglia e assumeva un significato ancora più negativo, ai limiti della dicibilità.

Non tutti i novantasette uomini ricordati erano stati addossati al piccolo contrafforte perché in quella lista vi sono aggiunti anche gli uccisi di Masseto e quelli di San Martino di Pianfranzese, due piccoli abitati posti l’uno nella parte bassa del paese e l’altro a una distanza di alcuni chilometri, nella prosecuzione naturale della collina che s’innalzava verso le montagne del Chianti. Poco più lontano, nelle stesse ore e nella medesima operazione militare, a Castelnuovo dei Sabbioni furono uccisi altri settantaquattro uomini. Dal 1945 le stragi furono sempre commemorate in due cerimonie separate anche se «l’orrenda pira» di tutti gli uomini accatastati e bruciati nella piazza di Castelnuovo divenne il terribile suggello immaginale di un’unica vicenda. In seguito l’escavazione delle miniere di lignite a cielo aperto ha profondamente cambiato il paesaggio circostante, al punto che la completa ricostruzione di quei fatti può essere compiuta ormai solo sulle carte topografiche dell’epoca. Nei libri di storia questo evento è ricordato come “strage di Cavriglia”, comune capoluogo, ma più correttamente andrebbe chiamata “strage di Meleto e di Castelnuovo dei Sabbioni”, paesi decimati nella propria popolazione maschile e a cui facevano capo due distinte brigate partigiane.

L’estraneità della mia famiglia al paese rendeva normale che quel racconto non mi appartenesse e dovesse essere ricostruito nell’immaginazione. Credevo così che il fumo nero, di cui la mamma parlava, fosse causato dagli uomini uccisi tra gli alberi del Monumento, mentre in realtà ciò che si vedeva bruciare a tanta distanza erano i fienili e le case del paese. Da parte sua, attraverso un silenzio evasivo e selettivo, il babbo aumentava il senso di mistero e la mia curiosità. Amico del parroco di San Cipriano che il giorno successivo si era fatto coraggio entrando nel paese morto, sicuramente avrà saputo più cose di quello che raccontava e il suo atteggiamento così mi faceva pensare che si potesse essere in qualche modo imparziali, come se esistesse una verità oggettiva, intermedia e comprensiva di tutte le sfaccettature. A complicare questi racconti lacunosi uno zio, frate francescano, con lo sguardo severo sussurrava come fra i Tedeschi fossero presenti i «Fascisti». Avrei potuto pensare che lui conoscesse la verità dei fatti grazie a segreti svelati dal Vescovo di Fiesole il quale, giunto a piedi in paese pochi giorni dopo la strage, aveva dormito nella stessa aula della scuola elementare che frequentavo. Sicuramente il viaggio dell’uomo di Chiesa, che nel mezzo della temperie stragista s’inoltra a ritroso verso la profondità del male, si presta al racconto del testimone eroico, ma le parole dello zio avevano origine più semplicemente dalle confidenze della bottegaia del paese che quel giorno aveva perso tutti gli uomini di famiglia, commercianti benestanti, alcuni dei quali erano stati iscritti al PNF ma in seguito incolpati di aver messo a repentaglio il paese per «aver fatto il pane» ai Partigiani (2).

Quando udivo queste frasi, accompagnate sempre da gesti di fastidiosa insofferenza, non conoscevo l’ambigua distinzione tra fascisti e repubblichini, che voleva separare un prima spensierato e obbligato da un dopo tragico e volontariamente scelto. Con la caduta del paradigma antifascista nell’opinione corrente, infatti, prese sopravvento una chiave di lettura, parziale e perfida come una malattia, secondo la quale vi era un prima indistinto dove ognuno, «chi più e chi meno», era stato fascista e un dopo consapevole dove le vie si erano divaricate tra gli impenitenti assetati della «bella morte» e gli opportunisti che si sarebbero dati alla macchia. Nel mezzo si sarebbero posti tutti gli altri, una massa indefinita di attendisti, a tanti dei quali si addiceva una definizione di doppia negazione, i «non antifascisti». Nelle ricostruzioni storiche delle stragi più controverse, dove erano coinvolti italiani tra le fila dei tedeschi e le azioni dei Partigiani avevano preceduto le rappresaglie, il problema della responsabilità e quello relativo della colpa ha portato ad un vicolo cieco, dove, smascherando o giustificando questi due posizionamenti come fossero un vissuto prospettico privilegiato, si finiva per rimanere prigionieri dei protagonisti di un tempo. È evidente che una differenza ancora rimane: la prospettiva repubblichina, così come quella tedesca rinchiusa nella gabbia «nazista», è sempre stata indiretta e ostinatamente taciuta dai soggetti di allora, mentre la narrazione partigiana, a dispetto del gran parlare avverso che oggi si fa della «mitologia antifascista», è stata condotta in prima persona, magari nella difensiva. se ne ebbe riprova anche nel processo su Civitella dove i Partigiani, chiamati a testimoniare, sembravano quasi doversi giustificare.

 

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Proprio di fronte alla porta della mia casa c’era un’altra lapide, bianca e dai caratteri aguzzi con i nomi di tre «caduti nella lotta di Liberazione», molto più piccola di quella coi nomi colore rosso vivo. I due elenchi erano distanti tra loro e sproporzionati nel numero, come se si fossero combattute due diverse guerre. Quella separazione però non riusciva a nascondere che tra i Partigiani e la strage vi potesse essere un legame irrisolto, una causa indiretta o brutalmente lineare. Perché i Partigiani non erano nell’elenco dei morti del Monumento? La presenza degli uni era la causa della fine degli altri? Quel giorno la loro assenza era stata il riconoscimento di una velleitaria debolezza o l’impossibilità tragica di dare aiuto? Fino alla domanda più difficile: quello dei Partigiani fu un atto di mancato coraggio? Solo in seguito mi fu chiaro che non esisteva alcun mistero a nascondere la “verità dei fatti”, così come non era difficile capire perché nessuno parlava liberamente. Ognuno, infatti, secondo una convinzione ora rabbiosa ora fatalistica, rimandava a una storia diversa, dove le cause divenivano colpe e le necessità storiche si trasformavano in destini.

 

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Grenadier della HG in tuta mimetica

Soldato della HG in tuta mimetica

 

La riprova più dura nella sua cruda evidenza fu il drammatico confronto nella scuola tra la maestra Ida M. e il figlio di un ex partigiano. Dell’attività del padre nelle formazioni partigiane che operavano nei monti circostanti rimane nei documenti scritti solo la sua partecipazione a uno scontro a fuoco con i tedeschi terminato senza morti e feriti. La maestra invece m’insegnò durante le elementari e con lei sostenni un esame a sei anni per entrare direttamente nella seconda classe, perché ero l’unico nel paese a essere nato nel 1956. In quell’estate frequentai la sua casa per prepararmi agli esami di ammissione. Nel ricordo della cucina dove imparai a scrivere le prime parole non vi è nessun gesto di affetto. Ida era una donna molto severa e triste, che sembrava non sorridere mai, con una voce dal timbro stentoreo. Il racconto del 4 luglio le fu richiesto a più riprese nel corso del tempo, ma un sordo riserbo e un’orgogliosa solitudine le impedivano di mettersi in mostra. Ho ascoltato e letto molti racconti sulle stragi in Toscana, ma quello della maestra mi è sempre parso rassegnato, in parte freddo e reticente, mai completamente drammatico.

A quel tempo Ida viveva con i genitori in una villetta con un giardino dove ancora spiccano due palme esotiche di fronte alle scale. Dopo un corridoio a piano terra si salivano delle scale interrotte da una porta a vetri che introduceva all’appartamento vero e proprio. Quella mattina verso le 6,30 Ida, che ha venti anni, è svegliata da forti colpi alla porta. Quando si alza, la madre ha già fatto entrare dei soldati tedeschi che irrompono nella camera dei genitori, intimando al padre Numa in un cattivo italiano di uscire da casa. L’uomo, impiegato cassiere alla Società Elettrica Valdarno a Montevarchi, dove tutte le mattine si reca in treno dopo aver raggiunto a piedi San Giovanni, s’infila sicuramente la giacca con la custodia degli occhiali e un lapis giallo, oggetti che l’indomani permetteranno di riconoscere il suo cadavere bruciato. A quell’ora di mattina già dovrebbe essere in viaggio, ma per sua sfortuna e per motivi a noi sconosciuti non è andato al lavoro. Mentre Numa esce accompagnato dai soldati, le due donne sono sollecitate a scappare, perché il paese sarebbe stato bruciato. A Ida rimarrà solo il ricordo di un soldato di carnagione scura con tuta mimetica e «stivaloni». Senza capire cosa sta succedendo, si ritrovano in un rifugio nelle vicinanze del vecchio cimitero. Lì giungono gran parte delle donne e dei bambini costretti dai soldati ad abbandonare il paese. Attraversando la via principale Ida ha rivisto il babbo assieme ad altri uomini tenuti sotto il controllo di due mitragliatrici proprio nel giardino pubblico del Monumento. «Andate, andate» sono le ultime parole dell’uomo che ricorderanno. (3)

Nella maestra mi sembrava di cogliere verso il figlio del partigiano una certa intolleranza pregiudiziale quanto spontanea era la mia simpatia per lui. Un giorno vi fu un esplosione di rabbia che colpì tutta la classe: di fronte ad una risposta forse inadeguata del ragazzo, non so come, la maestra finì per accusare i Partigiani di aver «provocato i Tedeschi». Se la percezione del tempo storico è una tarda acquisizione e il peso del passato è un affare proprio degli adulti, quel giorno avvertii vagamente quanto dopo vent’anni potesse ancora esistere un nodo da sciogliere, un enigma irrisolto. La sera, interrogati i genitori sull’oscuro accenno, seppi che in paese si vociferava che in giorni imprecisati antecedenti gli eccidi erano stati uccisi «alcuni» soldati tedeschi. Tutto quello che appariva sottinteso sembrava ogni volta dovesse essere svelato in una resa dei conti finale, ma in realtà dopo un po’ tutto tornava a essere taciuto.

§

A fronte di una sospensione del tempo che si determinava durante tutto l’anno, le commemorazioni della strage erano per noi ragazzi un motivo di particolare e proibita «attrazione». La mattina, dopo una Messa celebrata con grande sfoggio di paramenti sacri di color nero, di canti sommessi e profumo d’incenso, tutto il paese si spostava di fronte alla lapide dai nomi in rosso vivo, dove giungeva un picchetto militare con fucili ed elmetti. Si ascoltavano allora i discorsi incomprensibili del Sindaco con la fascia tricolore e del rappresentante dell’Associazione delle Vittime, un uomo piccolo con baffi appena accennati e un cognome ebraico. Alcune donne portavano da casa una sedia per occupare un posto con composta dignità e ripararsi sotto le piante. Spuntavano anche volti a me sconosciuti e dietro i gonfaloni e le bandiere apparivano i fieri e duri Partigiani di un tempo con un fazzoletto rosso al collo. Percepivo un clima strano e confuso, sospeso tra la cerimonia religiosa e il ritrovo politico. L’attesa di noi ragazzi al contrario era per il trombettiere che suonava al presentatarm, quando finalmente ci sentivamo al centro di un grande evento nazionale. Tutto finiva abbastanza velocemente, i soldati partivano per Castelnuovo dei Sabbioni, dove si sarebbe ripetuto il rito con un altro prete, le stesse personalità e il medesimo discorso solenne. A dire il vero, dietro quelle celebrazioni separate in noi ragazzi s’insinuava una particolare competizione commemorativa, che era insieme terribile e ridicola. Al paese rimaneva una corona di alloro con le palline argentate come quelle dell’albero di Natale, ma più piccole. Il giorno dopo le avremmo rubate di nascosto per schiacciarle in mille pezzetti con colpevole soddisfazione chiudendo definitivamente ogni cerimonia. Finalmente l’estate poteva iniziare.

Ida è rimasta con la madre nel rifugio per tutta la giornata. Non è stata tra le prime coraggiose a rientrare nel paese e ad affrontare l’orrore della morte e della devastazione. Forse quel giorno avrà dovuto consolare la madre prima di interrogare il proprio dolore, decidendo di rimanere nascosta e ascoltando i racconti delle altre donne che facevano da spola tra il paese e il rifugio.
Ha passato la notte nel buio tra i lamenti e le consolazioni, i pianti dei bambini e l’incredulità delle donne anziane. Nella notte il paese visto dal rifugio era stato uno spettacolo di orrore, con gli incendi divampati in più luoghi, nell’aria vaghe e sinistre folate dell’odore acre della carne bruciata, senza nessuna luce e qualche urlo isolato. A poche centinaia di metri i Tedeschi hanno festeggiato e mangiato quanto razziato dalle case nelle capanne della Minierina.
Solo il mattino successivo, mentre la madre impietrita dalla paura rimane ancora nascosta nel rifugio, Ida rientra nel paese alla ricerca del babbo. Assieme alle altre donne vaga nelle aie e deve cercare un indizio, provare a riconoscere chi era insieme a lui al Monumento. All’inizio non le sembra di conoscere nessuno, poi vede spuntare un fazzolettino nel taschino di un cadavere. «Vidi la custodia dei suoi occhiali e quel lapis giallo che portava come il segno della sua cultura». Gli occhiali si erano fusi attorno alle orbite degli occhi.
Con una cugina ritorna nella casa che non è stata devastata come altre: riattraversa le scale, entra nella camera violata e ferma alla mattina precedente, il letto disfatto, i mobili sottosopra, i viveri portati via. Come hanno fatto altre donne, prende un lenzuolo per raccogliere il cadavere. Qualcuno ha usato una scala, chi il cassetto grande di un armadio, altri le ceste intrecciate con le cortecce di castagno, ogni cosa che potesse essere utile al trasporto dei resti carbonizzati. Attraversa il paese con il macabro involucro verso il cimitero: un percorso lungo mezzo chilometro, nel caldo e senza la fine pioggerellina del giorno precedente. D’improvviso compare, arrancando, un automezzo militare tedesco. Sono di nuovo «loro», venuti per scattare fotografie al lavoro fatto. C’è chi scappa, chi si scaglia contro strappando le armi e chiedendo di essere uccisa, perché non si ha più paura di niente. Ida e la cugina si gettano nel campo, lasciando il lenzuolo con i resti del babbo sul ciglio della strada. Alla fine raggiungono il cimitero e, ricomposto il corpo per terra in attesa che qualcuno scavi per loro una fossa, guardano la distesa di lenzuola bianche con i ricami e le iniziali in rilievo. La cugina raccoglie dei fiori gialli, si toglie la cintura con fiocchi rossi e legato il mazzolino lo depone come segno di riconoscimento sul corpo dell’uomo. «… Lo vedo sempre il cimitero, pieno di tutte queste lenzuola bianche!».
Passeranno alcuni giorni prima che Ida possa tornare dal rifugio nella casa disabitata: ha messo le sue piante su un’asse fuori la finestra della cucina. In paese sono già passati i soldati della 6th South African Armoured Division cannoneggiando verso i Tedeschi in fuga e ora sono arrivati gli Inglesi. Qualcuno le chiede di Firenze e le indirizza dei complimenti, ma ormai Ida non sorride.

 

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note:

 

(1) I morti per strage in Toscana furono circa 3700, di questi circa 500 riguardarono l’Aretino compreso tra l’alta Val di Chiana e il Valdarno superiore: questi si possono ricavare in Fulvetti, in Fulvetti e Pelini 2006: 85, Schreiber, La vendetta tedesca. 1943-1945 Le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori, Milano 2000: 183 sgg e Jona, Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane. Diciassette mesi di sofferenze e di eroismi, Anfim, Firenze 1992. Il neofascista Pisanò parlò di 1.113 per l’intero Aretino, addebitandoli tutti alla irresponsabilità dei Partigiani «comunisti» (G. Pisanò, Storia della guerra civile in Italia 1943-1945, 3 voll., Edizioni fpe, Milano 1965: I, 381).
(2) La memoria divisa ha privilegiato sempre, accanto alla polarità ufficiale antifascista, il racconto di chi tendeva a sottolineare le responsabilità partigiane, non indagando la narrazione dal grande valore individuale e storico di coloro che, vissuti in vario modo «dentro il fascismo», nell’esperienza stragista scoprirono in persone note o semplicemente «italiane» il volto di un altro e certo più vero fascismo.
(3) Questo racconto è liberamente tratto da Polverini e Priore 1994: 215-8 (d’ora in poi abbreviato in PMNSC) e dalla Dichiarazione di Ida M. resa il 7 novembre 1944 agli Inglesi in Public Record Office, pp. 169-170 (d’ora in poi abbreviato in PRO). In seguito con Dichiarazione s’intenderà sempre lo Statement e con Testimonianza o Intervista tutte le altre dichiarazioni sui fatti di strage rilasciate successivamente o in altri contesti.

© Francesco Gavilli