Una strage ~ 18. «Vidi un fuoco che ardeva furiosamente»

 

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

 

Mentre a Castelnuovo si consumava la più tremenda delle scene (una settantina di corpi ammassati e bruciati in un’unica «orrenda pira»), il Tenente Danisch continuò la sua opera oscura di depistaggio e di colpevole compromissione, di parallela attività investigativa e meschina ricerca di un capro espiatorio. Comprendere il ruolo e la figura di questo Ufficiale, indiziato dagli Inglesi come la figura chiave dell’organizzazione della strage, non è semplice e mai sarà chiaro nella sua completezza. Presente nei giorni precedenti, sfrontatamente impassibile nelle ore delle uccisioni e «compiaciuto» del proprio operato a lavoro eseguito, non fu forse né il responsabile né tanto meno il comandante unico delle stragi: probabilmente aveva il compito di fare da tramite tra lo Stato maggiore del LXXVI Panzerkorps e la Hermann Göring, cui era stata affidata una vasta azione di «ricognizione» del territorio per dare un grosso colpo al fenomeno partigiano e distruggere gli impianti minerari. Poco importava se quel mandato sarebbe stato affrontato con spietatezza e crudeltà, come era pratica corrente per i reparti della Göring.

 

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Maria Cristina Antonini

 

Maria Cristina Antonini, abbellimenti diminuzioni variazioni, cm 140x140, acquerello e carta giapponese su tela, Giardino d'arte 2015, Villa Barberino Meleto Valdarno

 

 

Maria Cristina Antonini, abbellimenti diminuzioni variazioni, cm 140×140, acquerello e carta giapponese su tela, Giardino d’arte 2015, Villa Barberino Meleto Valdarno

 

«procedere per scarti minimi-sovrapporre colori diluitissimi, quasi impercettibili, dilatarli fino allo spasimo-far colare un colore sull’altro, una trasparenza sull’altra-cogliere i palpiti, le emozioni rarefatte, le minime cose fondamentali-rendere visibili i mutamenti dell’anima, le pieghe, i sussulti-tutte le cose a bassa voce: la scommessa è che un sussurro abbia la stessa forza di un grido-differenze impercettibili che qualificano il tempo-
(quadri, carte, libri d’artista, libri, diari, doni, giochi ed altro/acquerelli, veline, matite, fotografie,stoffe, parole, fili ed altro) » (m.c.a.)

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Una strage ~ 17. L’angelo dell’Abisso: uccisioni a Meleto

 

Alberto Burri, Combustione 1964

Alberto Burri, Combustione (1964), Plastica bruciata, acrilico e vinavil in cellotex 50 x 35 cm

 

 

… le cavallette somigliavano a cavalli pronti all’assalto: sulle loro teste portavano una specie di corona all’apparenza d’oro; le loro facce erano come facce di uomini. I loro capelli sembravano capelli di donne; i loro denti somigliavano a quelli dei leoni. Avevano corazze come corazze di ferro e il frastuono delle loro ali era come il fragore di carri con molti cavalli lanciati all’assalto. Avevano code simili a quelle degli scorpioni, con pungiglioni: nelle loro code risiedeva il potere di tormentare gli uomini per cinque mesi. Avevano come re l’angelo dell’Abisso, il cui nome in ebraico si chiama Distruzione e in greco Sterminatore
Apocalisse 9: 7-11
“Ne potete uccidere quanti volete, i vostri successori non saranno tra di loro”
Seneca

 

 

Gli spari e gli incendi a Masseto

 

ore 7,00

 

In assoluto le prime morti avvennero già attorno alle 7 del mattino nell’aia del Morelli, dove furono uccisi i due fratelli Morelli e Giuseppe Simonti. L’orario è attestato da Zelindo Cuccoli, il quale aveva assistito alla cattura del figlio Mario all’inizio dell’azione e a poche centinaia di metri, ma era rimasto nel campo a lavorare ignaro della tragedia imminente.[1]

 

… udii degli spari provenienti dalle parti di Meleto. Ero spaventato e lasciai il campo per tornare a casa, la quale è in linea d’aria a circa mezzo chilometro dal paese. Poi gli spari continuarono a intervalli frequenti, cosicché mi rifugiai con la mia famiglia in una capanna nell’aia.

Gli stessi spari sentì Erminia Simonti, fuggita da Masseto in direzione di Figline con le altre donne di casa, quando aveva superato la collina che le impediva la vista di Masseto. Subito dopo si alzò «una cappa nera di fumo» e la donna fu certa che stesse bruciando proprio la loro casa colonica.[2] Secondo Zelindo una medesima cappa di fumo iniziò ad alzarsi anche da Meleto attorno alle nove. L’uomo rimase nascosto tutto il giorno con la famiglia in una capanna perché «nelle vicinanze si notava la presenza dei soldati tedeschi». Non rivide mai più suo figlio né poté recuperare il corpo «per la paura che fossero ancora presenti dei soldati» e non fece ritorno in paese per lungo tempo.[3]

I fratelli Giovan Batta e Mario Morelli furono uccisi insieme a Giuseppe Simonti di fronte ad un pagliaio in fiamme e gettati nel fuoco. Poco prima di essere uccisi gli stessi soldati avevano sparato verso il Casalone da una distanza di cento metri a Agostino Mariottini, il quale fu colpito al basso ventre e iniziò a perdere sangue; riuscì a trascinarsi in casa, dove la moglie Gesuina inizierà una lunghissima e vana assistenza.

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Una strage ~ 16. Massa dei Sabbioni: «un apostolo senza paura»

 

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

 

Mentre per tutti gli altri paesi coinvolti nelle stragi del luglio 1944, non sempre le testimonianze raccolte dal Sergente Maggiore Crawley hanno fugato dubbi sulla sua ricostruzione dei fatti, per Massa dei Sabbioni, gruppo di case che si trova sulla direzione dei monti del Chianti poco sopra Castelnuovo, si ha un quadro esaustivo e molto ricco di particolari. Crawley visitò il paese il 25 settembre e il giorno successivo era a Figline per interrogare la moglie di un ucciso di Castelnuovo, sfollato a Massa e catturato nella strada che separava i due paesi; nei due giorni successivi le testimonianze di pochi civili rimasti quel giorno nelle proprie case furono sufficienti a delineare il quadro preciso di ciò che era accaduto attorno a mezzogiorno. Milena Baldi, che fu costretta a far entrare nella propria casa il manipolo di soldati che giungeva da Castelnuovo, appunterà i suoi ricordi in un diario; Giuliano Pagliazzi, cugino di Dante, uno dei due uccisi, scriverà una memoria negli anni sessanta che rimarrà insieme alle “cronache” dei parroci uno dei pochi documenti scritti rimasti sui fatti.

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«Un’invasione di campo». Risposta amorevole a Franco Arminio

 

5906923

 

Quando nel 1944 i Tedeschi lasciarono il Valdarno aretino per ritirarsi prima attorno a Firenze e poi sull’Appennino, è noto che lasciarono morte e distruzione: la storia di Castelnuovo dei Sabbioni, come quella di Meleto piccolo paese vicino, è conosciuta infatti per una delle stragi di civili più efferate e tremende che costò la vita in un solo giorno a 173 uomini. Meno conosciuta, o meglio, considerata appendice di questa, fu la distruzione contemporanea del suo territorio e delle sue infrastrutture industriali, che solitamente infatti passa per una «conseguenza ineluttabile della guerra». Quel 4 luglio un ingegnere minerario, Ugo Mercante, vice direttore della Società Mineraria del Valdarno era sceso, al mattino molto presto, dalla sua casa della periferia residenziale di Castelnuovo dei Sabbioni nella zona delle miniere: aveva visto infatti molto movimento di soldati attorno alla Centrale elettrica. Convocato un altro ingegnere, assai riluttante, si diresse verso i soldati chiaramente intenzionati a far saltare quello che già allora dava lavoro a migliaia di persone.

Ugo Mercante, trentacinquenne campano nato a S. Maria Capua Vetere, nel dopoguerra divenne un personaggio quasi “mitologico” tra gli operai e i tecnici delle miniere e dei reparti elettrici, così come lo fu per i concittadini castelnuovesi. L’ingegnere infatti aveva contrattato con i soldati il quantitativo di esplosivo che i genieri della Hermann Göring stavano piazzando nei forni delle locomotive e delle caldaie, per cercare di avere minori danni e quindi poter ripristinare gli impianti nel più breve tempo possibile. I tedeschi dopo che ebbero fatto la loro strage (74 morti nel solo paese di Castelnuovo, di cui 68 bruciati tutti insieme in un’unica catasta) minarono anche le strade e i ponti che dovevano essere fatti saltare poco prima l’arrivo ormai imminente degli Alleati. Ugo Mercante da solo, con la protezione dei Partigiani che coprivano la sua azione di sabotaggio, tolse nei giorni successivi tutte le micce agli esplosivi e impedì, oltre quanto non avessero già fatto i soldati tedeschi, ulteriori distruzioni.

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