Lu Xun ~ «Destino» e «A testa in giù»

 
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Destino

 

23 ottobre 1934

 

Un giorno che sedevo a chiacchierare nella libreria Uchiyama – del fatto che io andavo spesso a chiacchierare alla libreria Uchiyama i «letterati» miei avversari approfittarono per tentare in ogni modo di appiccicarmi l’attributo di «traditore collaborazionista», ma purtroppo ora hanno smesso – venni a sapere che le donne giapponesi nate nell’anno bing wu [1906] sono quanto mai disgraziate. Tutti credono che le donne nate quell’anno distruggono il marito, e se si risposano lo distruggono di nuovo; la cosa può ripetersi fino a cinque o sei volte. Perciò è difficilissimo che riescano a sposarsi. Naturalmente si tratta di una superstizione, ma c’è ancora non poca superstizione nella società giapponese.

Chiesi se ci fosse un mezzo per liberarle da questa sorte predestinata. Mi risposero che non c’è.

Allora mi venne di pensare alla Cina.

 

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Lu Xun ~ «Eremiti» e «Morire in segreto»

 

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Eremiti

 

25 gennaio 1935

 

Quello di eremita è sempre stato un bel nome, anche se qualche volta viene preso in giro. Fra i più notevoli, i versi di satira su Chen Meigong [sec. XVIII], citati ancora oggi

Veloce una gru fra le nubi
Vola avanti e indietro dallo yamen del primo ministro

Credo che vi sia qui un malinteso. Da parte sua, egli «presumeva troppo di sé», per cui negli altri si generava una «sopravvalutazione»; dalle due parti «ci si è dimenticati di chi si trattava» e non si riusciva a «intendersi», ma non si rinunciava a «esprimersi»; dal che venne un gran questionare.

 

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Gao Xingjian / Liu Xia ~ Una canna da pesca per mio nonno

 

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Ero passato davanti a un negozio di articoli da pesca appena aperto, dove erano esposte canne di ogni tipo; mi era venuto in mente il nonno, e avevo pensato di regalargliene una. C’era, particolarmente in evidenza, una canna d’importazione in fibra di vetro, scomponibile in dieci segmenti, ma non capivo se fosse la canna o la fibra di vetro a essere importata, e nemmeno perché questa canna fosse migliore delle altre, insomma, i dieci segmenti si innestavano l’uno dentro l’altro, per arrivare a rimpicciolirsi tutti dentro l’ultimo tubo di colore nero, il quale a un’estremità aveva un’impugnatura di calcio di pistola, sulla quale era fissato il mulinello del filo da pesca. Somigliava a una pistola dalla canna allungata,  anche a una Mauser ultimo tipo. Una Mauser il nonno di sicuro non l’aveva mai vista, e neanche per sogno sarebbe mai riuscito a immaginarsi l’esistenza di una simile canna, quelle che aveva lui erano tutte di bambù, mai comprate, erano canne che lui trovava non si sa bene dove, di bambù ritorto, che da sé lavorava sul fuoco fino a che gli si bruciavano le mani, così i rami ingialliti dal fumo si raddrizzavano e finivano per somigliare a vecchie canne da pesca ereditate da generazioni di pescatori.

 

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