Una strage – 13. Tre donne sedute in piazza

 

P. Picasso - Tre donne alla fontana (1921) - olio su tela - Museum of Modern Art, New York

P. Picasso – Tre donne alla fontana (1921) – olio su tela – Museum of Modern Art, New York

 

 

anche se fossimo feriti, dilaniati, distrutti, sarebbero i nostri racconti a rimetterci in piedi. Sono il cantastorie, il creatore di sogni e il costruttore di miti, cioè la nostra fenice, a rappresentare la parte migliore di noi, quella più creativa.
DORIS LESSING
Dovete guardare al di là del vostro villaggio
da Terra e libertà di KEN LOACH

 

 

 

Ho impiegato molto tempo a capire le complesse parentele delle famiglie di un caseggiato posto al centro dell’unica via che attraversava il paese. Per un periodo altrettanto lungo non sapevo neppure che i nomi di alcune donne che vi abitavano erano fittizi e tuttora non conosco da dove derivi il nome “Fagiolo”, così strano e buffo, con cui veniva chiamata quella casa. In nessuno dei racconti di strage ritornano questi appellativi. Un tempo il nome usato per riconoscere una persona poteva essere anche un secondo nome, mentre quello anagrafico come un vero e proprio abito della domenica era usato solo nelle occasioni ufficiali; per di più un altro nomignolo poteva diventare una terza identità affettuosa. In quell’edificio gli uomini erano pochi e nessuno di loro pareva dominare la scena. Al contrario le donne mostravano una compattezza e una forza solidale che dava loro un’autorità indiscussa ed esclusiva. Ho ancora il ricordo del loro quotidiano ritrovarsi sedute nelle panche di legno poste nello spiazzo davanti casa, dove la strada le divideva dal giardino del Monumento e dalla scuola elementare. Anche dopo aver conosciuto la loro storia, non mi è rimasto un ricordo di dolore o di cupa compagnia, a dimostrazione che si può evitare l’autocommiserazione anche di fronte ad un lutto complesso e forte. La forte e pronunciata loquacità faceva di quel luogo un palco privilegiato di osservazione della vita del paese, quasi un tribunale dove si aveva titolo a giudicare. È per questo insieme di motivi che, rileggendo la testimonianza collettiva di tre donne di quel palazzo, fortemente colpite dalla strage, ho come la sensazione di essere ancora nello spazio aperto, seduto in un angolo ad ascoltare le loro forti sentenze, riuscendo persino a sorridere di un idioma colorito e pieno di ruvidi toscanismi. Se di Armida riconosco il sarcasmo dissacrante e l’ironia sottile, mi sembra singolare che non ci sia più la sonora risata di Attilia che accompagnava i suoi taglienti e insindacabili giudizi.

La loro testimonianza aiuta a tracciare la formazione della memoria storica di quei giorni e capire quanto siano esistite delle zone grigie non spiegate e lasciate lievitare in un racconto non verificato. Furono intervistate Alfonsina Freccioni, Luisa Camici e sua figlia Gina Balsimelli. Alfonsina, detta Armida e figlia di Antonio Freccioni, aveva sposato Dino Camici, fratello maggiore di Luisa, e viveva con il suocero Silvio e il cognato Giulio. A sua volta Luisa, conosciuta come Attilia, aveva avuto tre figlie, tra cui Gina, da Guido Balsimelli. Quella mattina tutti questi uomini insieme al fratello di Silvio, Giovacchino Camici e il figlio Osvaldo e il genero Giuseppe Mugnai, furono uccisi. I Camici rappresentavano un nucleo consistente di famiglie cresciute attorno ai figli e alle figlie di vari fratelli e cugini e tutti, escluso il Balsimelli e il Freccioni, avevano vissuto nel grande edificio posto al centro del paese di fronte il Monumento ai Caduti. Per i rapporti familiari così estesi erano un gruppo in vista e un forte punto di riferimento per il paese con una posizione sociale ben riconosciuta dalla comunità. Significativamente, e fu un caso davvero unico, nell’Inchiesta inglese fu un’unica donna, Odilia, moglie di Osvaldo, a testimoniare per sei di questi uomini che pure al proprio interno rappresentavano tre nuclei familiari distinti [qui]. Nella dichiarazione della donna i congiunti furono elencati in ordine di parentela a partire dal marito sino a uno sfollato che abitava presso di loro. Così, se nel caso di Giovanbattista Melani o in quello di Gigliola Rossini si testimoniava per un nucleo familiare numeroso al proprio interno, Odilia rappresentò alla fine più famiglie unite da grado di parentela e situazione abitativa “condominiale”. In questa delega alla rappresentanza collettiva si può leggere il segno di una forte identità di gruppo ma forse anche una certa diffidenza verso l’indagine inglese.

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Una strage ~ 8. La debolezza italiana: prigionieri e interpreti

 
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Ostaggi a un funerale

 

Secondo Crawley, «il 2 luglio 1944, verso le ore 19, alcuni uomini del Tenente Gerhard Danisch, Comandante la Wachkompanie del LXXVI Panzerkorps, comandati da un suo Maresciallo, entrarono nella frazione di Meleto con un autocarro ‘Fiat 26’ che aveva una mitragliatrice montata sulla parte poste­riore. Appena discesi dal camion, i soldati catturarono tre civili italiani del posto, cioè: Lorenzo Fabbrini, Livio Lombardini e Omero Quartucci. Dichiararono che la ragione di questa cattura era di tenerli ostaggi contro eventuali attacchi ai soldati tedeschi da parte dei Partigiani. Gli ostaggi furono condotti a San Cipriano e rinchiusi in un edificio adiacente alla sede del Comando di Danisch» (PRO Report: 4).

Questo racconto così essenziale ovviamente non rende fino in fondo il dramma che quelle catture determinarono nel paese, che rimasero come una ferita aperta perché per una parte della popolazione gli ostaggi saranno sospettati di essere stati delatori mentre l’uccisione dei loro stessi parenti apparirà ad altri la riprova di estraneità a qualsiasi tipo di collaborazione. Gli Inglesi non ritennero nessuno di questi ostaggi una spia e non approfondirono l’episodio in questi termini, sicuri invece che il Tenente Danisch fosse già da prima orientato all’organizzazione dell’eccidio. L’intera vicenda, avvolta nel mistero e nel sospetto, finì per essere relegata a una controversia di paese ed essere sottaciuta per lungo tempo. Con la riscoperta dell’Inchiesta inglese questo fatto è tornato a far parte del racconto della strage, dopo che, sino allora, vi erano stati solo accenni alla vicenda e sempre si era come deliberatamente deciso di non approfondirla. Anche quando non si credeva ad una collaborazione fattiva degli ostaggi, rimase il sospetto di un’“inconsapevole” delazione sui Partigiani di Meleto, mentre alcuni testimoni ancora dopo cinquanta anni erano reticenti nel fare persino i loro nomi e la ricostruzione di tutta la vicenda rimaneva approssimativa.[1]

Il racconto inglese dà tuttavia un’idea troppo schematica del comportamento di questo piccolo gruppo di tedeschi che sicuramente non compì un’azione così veloce. Secondo diverse testimonianze infatti i soldati perlustrarono il paese in lungo e in largo e s’intrattennero con gli abitanti, da cui, stando a quanto disse l’indomani Danisch a Maria Corsi, trassero la conclusione che il paese fosse «pieno di Partigiani». Per i meletani, alla luce di ciò che succederà due giorni dopo, sarà stata soprattutto l’occasione per prendere visione delle vie d’uscite minori del paese. Quel giorno è domenica e il paese è raccolto nella piazza della Chiesa dove si svolge il funerale di un uomo che aveva perso la vita a seguito di un bombardamento aereo inglese di un ponte sotto il quale si era rifugiato. Se secondo l’Ermini e il Mulinacci tutto sembra sia avvenuto in un clima di normalità senza creare apparentemente delle tensioni, tanto che i Tedeschi trovarono il modo di scherzare anche con alcuni bambini, Adelfo Onorari parlò invece della brutalità e arroganza del gruppo di soldati che stavano in attesa appoggiati al pozzo di fronte l’entrata della chiesa e rimase convinto che «vi fossero italiani della X Mas tra di loro», sospettando i reparti della Brandenburg, tra le cui file notoriamente erano ospitati dei repubblichini.[2] Forse la testimonianza di Lina Riccesi, nella sua essenzialità, è la più equilibrata: «Due giorni prima della strage i tedeschi vennero su, a Meleto; era il pomeriggio della Domenica; questi tedeschi cercavano di essere gentili con i paesani. Offrivano sigarette agli uomini e caramelle ai ragazzi. Nel frattempo, quel pomeriggio, a Meleto, i tedeschi si erano dati da fare: c’era un funerale e da questo presero tre uomini come ostaggi, li portarono a San Cipriano e li chiusero nella bottega del barbiere; ce li tennero per due giorni e poi li rilasciarono».[3]

Naturalmente la cattura di tre persone fu considerata premonitrice di pericolosi sviluppi. Soprattutto gli uomini, a seguito delle discussioni che ci sono quel tardo pomeriggio, devono decidere se lasciare immediatamente il paese verso i monti circostanti. L’indomani, nelle prime ore dell’alba, il padre di Vinicio, Giuseppe Ermini, che l’indomani perderà la vita, sollecitò il figlio a lasciare il paese: «… mio babbo alle quattro di mattina è venuto in camera e mi ha obbligato ad andarmene.: “Va’ via, va’ via, va’ via: ho tanto pensiero!”. Mio padre aveva un cavallo e mi volle portare a Massa, e per la strada temeva che trovassimo i Tedeschi» (PMNSC: 207). Ugo Mulinacci se ne va quella notte stessa ritornando nella sera di lunedì per vedere se vi è ancora pericolo: l’indomani egli riuscirà a fuggire dall’aia Rossini dopo essersi nascosto sotto la cenere di un forno. A strage avvenuta si farà perciò partire da questa vicenda la sua preparazione e organizzazione. Tuttavia, mentre a Civitella, a seguito dell’uccisione di alcuni soldati tedeschi, molti abitanti del paese che erano fuggiti furono subdolamente rassicurati e invitati a rientrare nelle proprie abitazioni, qui in un certo modo, senza che fosse avvenuto un fatto pericolosamente scatenante, successe un fatto anomalo e si creò al contrario allarme e attesa. Come il Maggiore Seiler aveva fatto a Montegonzi, anche questi soldati finiscono per «annunciare» piuttosto che «tenere nascosto». Il solo riferimento a «eventuali attacchi da parte dei Partigiani», anche se questi fossero riferiti a fatti avvenuti in un passato non recente costringendo a prendere misure precauzionali, ha l’effetto di un avvertimento come di una situazione giunta ad un limite insostenibile. La presa degli ostaggi da parte della Wachkompanie riguardò preventivamente solo Meleto e, nel giorno della strage, San Martino, mentre a Castelnuovo al contrario secondo alcune testimonianze Don Bagiardi, parroco del paese, preoccupato evidentemente per il sopraggiungere nella zona di ingenti e famigerate forze militari, ricevette rassicurazioni in proposito.

Gli Inglesi iniziando la loro indagine su Meleto registrarono per prime le testimonianze di tre uomini scampati miracolosamente all’uccisione (Arturo Panichi, Augusto Sottani e lo stesso Ugo Mulinacci) per poi sentire il racconto degli ostaggi della domenica. Degli ostaggi Fabbrini, Quartucci e Lombardini nel paese non si saprà niente fino al mercoledì quando sarà loro permesso tornare a casa. Nel racconto che fecero agli Inglesi non si parla mai del funerale che fu invece un episodio aggiunto in seguito, mentre l’impressione generale che si ricava è quella che Fabbrini e Quartucci procedono sempre “in coppia” lasciando il Lombardini in una posizione più separata.

Il 2 luglio 1944, verso le ore 19, ero nel Viale Barberino, che è la strada principale che attraversa il paese, quando fui fatto prigioniero da due soldati tedeschi che mi scortarono fino a un autocarro leggero Fiat di tipo scoperto, parcheggiato lì vicino. Fui fatto salire sul retro del camion dove era montata una mitraglia­trice sulla struttura. Pochi momenti dopo vidi che venivano portati verso il camion altri due civili: li conoscevo come Omero Quartucci e Lorenzo Fabbrini e anch’essi erano sotto scorta. Appena arrivati al ca­mion, furono fatti salire anche loro a bordo. C’erano allora, con noi sul camion, circa dieci soldati tedeschi, comandati da un Maresciallo. Lo riconobbi come tale per le due stellette d’argento che erano in ognuna delle spalline della sua camicia.[4]

Fabbrini e Quartucci da parte loro rilevarono il motivo per cui da subito i tedeschi giustificarono il loro arresto: i soldati li «avvertiro­no, in italiano stentato, che [li] avrebbero presi come ostaggi, come precauzione contro ennesimi attacchi verso soldati tedeschi da parte dei Partigiani di questa zona».[5] Quanto questa motivazione, riferibile a “fatti che si dovrebbe conoscere”, potesse essere espressa in modo così categorico sulla porta di un Circolo Ricreativo da cui i due uomini stanno uscendo, è difficile dire, ma certamente nel racconto che seguirà gli «ulteriori attacchi ai soldati tedeschi da parte dei Partigiani» divengono sic et simpliciter la motivazione della strage del dopodomani.[6] A dire il vero,la comunicazione di questa misura precauzionale non fu data né al Lombardini né a Paolo Verzetti, un altro uomo fatto prigioniero il giorno successivo.[7] Comunque sia tutti gli ostaggi furono condotti a San Cipriano e rinchiusi in una piccola stanza, da dove, secondo il racconto del Fabbrini e del Quartucci, il solo Lombardini il giorno successivo sarà prelevato e interrogato.

 

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Far parte dei Partigiani

 

Paradossalmente Quartucci era uomo conosciuto come fascista e questo innescò dopo la Liberazione la reazione dei Partigiani, che sospettavano un suo coinvolgimento. Riguardo ai Partigiani, l’Inchiesta di Crawley pose subito in primo piano il loro ruolo, tanto che la maggior parte delle dichiarazioni terminano con l’affermazione: «mio [marito, padre, fratello etc.] non fu sottoposto a interrogatorio né faceva parte dei Partigiani». Evidentemente gli interrogati rispondevano a una precisa domanda, ma gli Inglesi erano più interessati alla “sproporzione” della reazione e al contempo alla totale assenza di un processo o di un interrogatorio da parte dei Tedeschi. In un certo qual modo la S.I.B. non ebbe interesse a valutare entità e gravità delle azioni partigiane, così come a svelare la presenza di fascisti italiani tra gli organizzatori ed esecutori delle stragi. Da una parte la legittimità della lotta partigiana e dall’altra la collaborazione fascista verso le forze di occupazione sono date per scontate, ragione e frutto della guerra. Tuttavia la situazione è assai singolare: gli Inglesi si accertano della «attendibilità» dell’esecuzione della strage, interrogando proprio alcuni fascisti, i quali testimoniano che i motivi della strage stessa vanno cercati nell’operato dei Partigiani, la cui presenza e azione Crawley in qualche modo ritiene legittima.

In seguito ci si domandò quanta consapevolezza i Partigiani avessero delle conseguenze delle proprie azioni, così come si giudicò il comportamento di coloro che, oltre ogni responsabilità sulle stragi, indicarono ai Tedeschi la provenienza da questi paesi dei Partigiani. Nelle contrapposte valutazioni etiche del comportamento dei vari soggetti, la popolazione finì spesso per essere vista come innocente e in balia della violenza della guerra. In realtà la considerazione di una molteplicità di attori in gioco non può essere usata per livellare le esperienze e ricondurre le scelte individuali alla ferocia della guerra che portava a stare da una parte o dall’altra. In definitiva la complessità della scelta etica è ben rappresentata nella testimonianza di Sara Pastorini, sorella di Ivan, uno dei novantatre uccisi di Meleto: «Io credo che i Partigiani di questo eccidio abbiano le loro colpe: intanto a Meleto circa una settimana prima della strage catturarono due tedeschi, li portarono su al monte e si dice che li abbiano uccisi, e non solo quelli, ma nella zona nostra sembra che siano stati una decina. Mio cugino Loris Panichi anche lui faceva parte del gruppo di Partigiani e ci raccontava: ”Quella mattina quando si cominciò a vedere il fumo a Meleto, per primo fu quello del Morelli (a Masseto, NdC). Io volevo scendere a difendere, ma ero solo, nessuno mi volle seguire; forse se si fosse scesi subito un po’ di uomini si potevano salvare”. Loris un po’ di mesi dopo fu ucciso a Bologna: era andato insieme ad altri al fronte di liberazione».[8]

Riguardo alle azioni dei Partigiani tra la fine di maggio e il mese di giugno del 1944 contro tedeschi, Crawley sembrò tener conto solo della banda denominata III Compagnia “Chiatti”, comandata da Nello Vannini e forte di circa 70 uomini. Infatti interrogò il comandante di quella formazione e accettò l’elenco delle azioni compiute. Non venne neanche rammentata la IV Compagnia “Castellani”, che aveva la sua base a Monte Domenichi, poco sopra San Martino, e che operava nella zona di Meleto e San Cipriano. Questa formazione aveva effettuato forse più azioni e soprattutto aveva catturato molti più militari della formazione “Chiatti”, della quale era peraltro più numerosa.

Il Comandante della Chiatti allora dichiarò:

Dalla fine di Aprile 1944, fino alla fine di Luglio 1944, sono stato il comandante di una banda di Partigiani conosciuta come 3ª Compagnia Chiatti. All’inizio avevo solo sette uomini sotto di me, ma presto questo numero crebbe fino a settanta. Noi operavamo contro le Forze Armate Tedesche nel Comune di Cavriglia. Il 23 Maggio 1944, distruggemmo sei ponti stradali nei pressi del villaggio di San Cipriano. Il 25 Maggio 1944, di nuovo a San Cipriano, attaccammo un gruppo di soldati tedeschi uccidendone tre: i rimanenti portarono via con sé i loro morti. Il 30 Maggio 1944, a Castelnuovo dei Sabbioni, catturammo un piccolo camion militare tedesco e uccidemmo uno dei due soldati tedeschi che erano a bordo. […] L’altro soldato nel camion fu ferito, ma riuscì a scappare. Noi abbiamo tenuto ed usato il camion tedesco. È ancora in nostro possesso. Il 5 Giugno 1944, di nuovo a Castelnuovo dei Sabbioni, attaccammo un veicolo militare tedesco uccidendo due soldati che erano a bordo. […] I corpi di questi due uomini furono sepolti dalla mia Compagnia in un bosco a Berce, otto chilometri da qui. […] Noi abbiamo trattenuto ed usato anche questo veicolo tedesco ed è ancora in nostro possesso. Il 12 Giugno 1944, a Castelnuovo disarmammo la Polizia Militare Italiana che lavorava per i Tedeschi. Il 25 Giugno 1944, a Radda in Chianti, circa dieci chilometri da qui, attaccammo tre veicoli tedeschi contenenti soldati, uccidendone tre. Penso che essi appartenessero al Reggimento delle SS. I rimanenti soldati portarono via i morti. Noi ci sciogliemmo alla fine di Luglio 1944, quando le truppe Alleate occuparono questa zona.[9]

Secondo Emilio Polverini le azioni furono molto più numerose tanto da far pensare ad un territorio caratterizzato da una forte presenza e una continua attività partigiana che lo rendeva estremamente pericoloso per i Tedeschi. Il resoconto di Vannini è sicuramente parziale, in un certo senso reticente e forse anche impreciso nelle indicazioni delle date. La distruzione del ponte di San Cipriano, ad esempio, non ostacolò il trasporto della lignite poiché, già da qualche tempo, non veniva più spedita per mancanza di mezzi di trasporto e, da quanto si evince dal Report e dalle Dichiarazioni, ai Tedeschi ciò non impedì un agevole movimento.[10] Al tempo stesso, sempre secondo lo storico locale, molto più grave deve essere stata la distruzione, da parte della Compagnia Chiatti, avvenuta il 12 Giugno 1944 presso Badia Coltibuono, vicino a Cavriglia, di 4 autocisterne cariche di benzina destinata ai carri armati che operavano nell’ormai vicino fronte di guerra, azione che sarà ricordata più volte con orgoglio nelle commemorazioni resistenziali.

Quando la mattina del 3 luglio il Tenente Danisch cercherà informazioni circa i Partigiani che avevano compiuto le azioni di disturbo, distruggendo ponti e ucciso soldati, parve essere evidente che la presenza di questi reparti dovesse essere messa in relazione al protagonismo partigiano. Quello che non si poteva sapere era se il ruolo della Wachkompanie fosse stato autonomo o di cerniera tra gli alti comandi concentrati in quella zona del Valdarno e la volontà punitiva che il comando divisionale della Hermann Göring stava mettendo in atto.

 

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Il “tedesco fiorentino”

 

La mattina seguente l’arresto dei tre meletani, a Santa Barbara, dove a causa di violenti bombardamenti la maggior parte della popolazione ha da tempo lasciato il paese praticamente deserto, viene catturato e portato presso le case de Le Carpinete di San Cipriano uno sfollato di San Giovanni Valdarno, Paolo Verzetti, insieme ad un altro sconosciuto. Probabilmente, alla luce delle modalità investigative che la stessa Wachkompanie mise in atto a Reggello con i prigionieri di Pontifogno, lo sconosciuto doveva essere un collaboratore a seguito dell’esercito con il compito di cogliere notizie tra gli ostaggi, e nessuno di loro infatti sarà in grado di riconoscerlo.[11]

La presenza di “interpreti” in uniforme militare e spie civili che collaborano con i tedeschi fu un problema assai controverso, perché testimoni e superstiti crederanno di riconoscere collaborazionisti e fascisti del posto giudicando il loro crimine più odioso di quello degli stessi tedeschi. La loro identificazione però fu sempre incerta e si fondava soprattutto sulla considerazione che fosse impossibile ai tedeschi colpire i paesi che avevano dato asilo o aiuto ai Partigiani, senza la conoscenza di luoghi che solo gli Italiani potevano avere. Furono le testimonianze degli scampati e delle donne di Meleto a dare elementi abbastanza precisi sulla presenza di veri e propri collaborazionisti.

La presenza dell’italiano, probabilmente fiorentino, nella Wachkompanie a San Cipriano, testimoniata dai civili catturati e dagli abitanti del piccolo paese, non fu un caso isolato. Ma quanti erano «gli Italiani»? E questi erano sbandati che cercavano protezione nelle fila dei tedeschi oppure si può parlare di un gruppo compatto di fascisti della zona? Nell’Inchiesta inglese indicazioni molto labili e poco probanti si hanno per Castelnuovo, mentre a San Martino più testimonianze concordarono su un uomo venticinquenne, «capelli neri, occhi neri, carnagione abbronzata», di cui spiccava l’accento meridionale. A Meleto Ricciotti Gambassi fu l’unico a parlare di «un Maresciallo» nell’aia Pasquini, che «parlava bene un italiano con accento fiorentino» e la descrizione fisica data differiva da quella dell’interprete di San Cipriano, anch’esso indicato come «fiorentino» ma mai segnalato come sottufficiale. Poco più distante da quest’aia Maria Rossini e Gigliola Casini parlarono di un soldato che padroneggiava «perfettamente l’italiano» tanto da far loro pensare a «un Italiano in uniforme tedesca». Nella parte alta del paese Ginetta Quartucci, Cesarina Camici e Ugo Mulinacci, sentirono un soldato pronunciare «in perfetto italiano» ordini di evacuazione del paese e affermazioni che gli abitanti «erano tutti Partigiani». La descrizione fisica che loro diedero è concorde ed è ulteriormente diversa da quella che in un’altra parte del paese Odilia Camici e Nella Panicali diedero di un altro uomo che parve loro un italiano vestito con uniforme tedesca, «alto circa m. 1,80 [che] aveva dai 35 ai 40 anni, i capelli neri, carnagione scura, naso grosso e labbra piene». Altre testimonianze ancora parlarono più genericamente di ordini impartiti in «italiano corrente» o «in buono italiano».[12]

Anche quando le descrizioni parlano chiaro e sono concordi, riconoscere un italiano porta a interrogativi e fraintendimenti molto più grandi che dare una descrizione di un soldato o di un Ufficiale tedesco. A questo proposito Emilio Polverini ha scritto:

Penso che la presenza di questo soldato tedesco [l’interprete fiorentino] abbia molto contribuito a diffondere fra la gente la convinzione della presenza di Italiani nei reparti che effettuarono i rastrellamenti e gli eccidi. (…) In seguito, questa convinzione si consolidò sempre di più: infatti nelle interviste, effettuate molti decenni dopo, tanti testimoni si ritengono in grado di affermare che c’erano parecchi Italiani insieme ai Tedeschi il 4 luglio 1944. Anzi, qualcuno si dice certo di averne riconosciuta l’identità. Ma, salvo il caso di Ivario V. (caso del tutto particolare), la presenza di Italiani non è mai stata confermata da prove certe; anzi, di alcuni Fascisti sospettati fu dimostrata la loro assenza dalla zona. D’altra parte è chiaro che veniva notata infinitamente di più la presenza di un Tedesco “che parlava fiorentino” che la presenza di altri che parlavano soltanto in tedesco o “in italiano stentato”. Bisogna anche tener presente che, in un gruppo di soldati tedeschi, quando ce n’era la necessità, chi parlava o dava ordini alle persone del luogo era quasi certamente quello che parlava l’italiano meglio di tutti.

Qui, pur di fronte a testimonianze assai precise e inequivocabili, l’uomo, indicato come il «soldato tedesco (…) che parlava l’italiano meglio di tutti», diviene un improbabile «Tedesco “che parlava fiorentino”». Questa espressione a dire il vero era stata usata da una donna di San Cipriano, Diva Sbardellati, ma a noi sembra più logicamente da intendere come «un uomo (che appariva) un Tedesco (ma) che parlava fiorentino», perché è chiaro che uno straniero può parlare con proprietà l’italiano usando anche espressioni o inflessioni vagamente dialettali ma non al punto di essere scambiato per il parlante di una forma dialettale. D’altronde il maldestro tentativo di camuffamento di “fascista convinto” è dimostrato proprio dalle confidenze che egli fece alla donna: l’uomo, dall’apparente età di trentaquattro anni, disse di essere nato in Germania ma «di vivere in Italia da 20 anni», cercando di giustificare in modo un po’ rimediato sia il plateale accento che la sua uniforme “non italiana”. Non si tratta di sminuire l’autonomia operativa dei tedeschi, i quali non avevano certo bisogno di sostegno “militare” italiano, ma resta il fatto che la presenza di questo «personale italiano», come lo chiamò Crawley, non può essere ignorata o negata all’evidenza.

 
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Interrogatori a San Cipriano

 

Poco dopo l’arresto del Verzetti, Lombardini fu interrogato da Danisch sempre alla presenza del soldato “interprete”. A Lombardini fu chiesto se egli volesse guidare i Tedeschi verso i nascondigli dei Partigiani e fu minacciato di fucilazione se non avesse acconsentito.

Fui mandato di fronte a un Ufficiale tedesco in una stanza [vicina a quella] nella quale avevo trascorso la notte precedente. Per mezzo dell’interprete, questo Ufficiale mi fece le seguenti domande: (1) Conosci i nomi dei Partigiani che hanno distrutto i ponti in questa zona? (2) Condurrai i nostri soldati nei nascondigli dei Partigiani sui monti? Mi fu detto dall’Ufficiale che se io accettavo di accompagnare i soldati contro i Partigiani, mi sarebbe stato permesso di andarmene libero. Se non accettavo di far ciò, sarei stato fucilato. Io allora dissi all’Ufficiale che non conoscevo nomi di Partigiani né i luoghi dove erano nascosti: quindi, se desiderava fucilarmi, poteva ben farlo. A quanto pare fu persuaso poiché fui riportato nella stanza da dove ero stato preso.[13]

L’interrogatorio sembra non portare a niente e una volta che il Lombardini avrà detto di non possedere le informazioni richieste gli sarà permesso di ritornare nella stanza dove aveva trascorso la notte. Dal racconto, sebbene vi sia una minaccia di fucilazione, l’interrogatorio non pare particolarmente duro e drammatico: niente a che vedere ad esempio con quanto stava subendo Ivario V. a Terranuova o con i metodi brutali del Capitano Heinz Barz della Feldgendarmerie Hermann Göring a Villa Carletti presso Monte San Savino. Soprattutto non si capisce perché quel mattino di lunedì al suo interrogatorio non fece seguito quello degli altri ostaggi, i quali riferiranno che il Lombardini disse loro di non aver «fornito alcuna informazione ai Tedeschi a proposito dei Partigiani». La dinamica risulta un po’ strana perché solo nel tardo pomeriggio di mercoledì saranno convocati tutti insieme per essere rilasciati e venire informati che erano stati uccisi dei civili italiani perché «i Partigiani avevano distrutto parecchi importanti ponti nella zona». L’Ufficiale si premurò di dire che era rimasto molto compiaciuto per un’informazione che aveva ottenuto.[14]

In realtà Fulvio Pasquini, un giovane di Meleto catturato dagli uomini di Danisch vicino a San Martino di Pianfranzese la mattina del 4 luglio, ricordava al contrario che quel «tardo pomeriggio i tedeschi ci chiamarono uno alla volta e con la pistola puntata ci interrogavano sui Partigiani, [e] volevano sapere dov’erano e cosa sapevamo di loro; ma lì nessuno parlò, poi io e mio fratello eravamo giovani, non sapevamo [effettivamente] nulla. Poi ci mandarono via e ci dissero: “Andate via e non vi fate riprendere, perché la prossima volta vi ammazziamo”».[15] D’altronde a cosa sarebbero servite queste detenzioni? Certamente i loro intenti investigativi sembrano volti più alla conoscenza della possibile reazione partigiana durante e dopo gli eccidi già programmati ed è verosimilmente da escludere che siano state carpite notizie per mettere in atto l’eccidio. Le catture infatti furono o apparentemente del tutto casuali (Meleto) o compiute quando gli eccidi erano già stati consumati San Martino).[16]

Il comportamento di Danisch rispetto agli ostaggi alla fine ha degli aspetti che possono apparire illogici, tanto da essere considerato ora il coordinatore delle stragi ora colui che si defila dallo «sporco lavoro», mentre in altri momenti è colui che rivendica le uccisioni e in altri infine sembra «lavorare ai fianchi» dell’operazione con il compito di trovare un movente post factum delle stragi; così come l’esclusione paradossale, che è anche una “salvezza”, di coloro che vengono catturati e sono prigionieri mentre si compie la strage, genererà una serie di sospetti tra i sopravvissuti facendo supporre l’esistenza di una qualche verità più nascosta.[17] Sicuramente rimane difficile trovare corrispondenze tra i numerosi episodi di strage in Italia con il trattamento degli ostaggi per le stragi di Meleto e Castelnuovo dei Sabbioni e queste costituiscono purtroppo un’eccezione e non la regola e la brutalità delle unità militari tedesche non sempre fece distinzioni tra uomini e donne, anziani e bambini, ostaggi civili e Banditen. Tuttavia questa discrasia è probabile che appaia tale perché il compito di Danisch è quello di tenere il collegamento tra comando d’Armata, da cui dipendeva direttamente, e la Divisione Hermann Göring che aveva il compito attuativo della strage: questo portò da una parte a mansioni del tutto secondarie in termini di uccisioni ma assai particolari nel permettere che gli eccidi avvenissero senza che si generassero scontri con i Partigiani. Sta di fatto che l’indomani gli interrogatori degli ostaggi di Meleto, Danisch sapeva bene dove trovare i ribelli, ma, come vedremo, a differenza di una qualsiasi Alarmeinheiten i compiti della sua Compagnia non contemplavano in senso stretto uno scontro diretto con i Partigiani.

 

Automezzi tedeschi pieni di lavoratori

 

Alla fine di giugno Santa Barbara è un paese fondamentalmente disabitato a seguito dei bombardamenti alleati. Per la sua vicinanza alla linea ferroviaria che collega la zona delle miniere a San Giovanni è divenuto un obiettivo di continui attacchi aerei inglesi. La sua struttura un po’ da villaggio caserma con tanti piccoli edifici allineati a schiera aveva permesso nell’aprile dello stesso anno l’insediamento di un distaccamento di circa 100 agenti in divisa della GNR di Modena. Se doveva servire una base di appoggio per l’operazione del 4 luglio, Santa Barbara apparve come la sede ideale perché permetteva a numerosi soldati di occupare le abitazioni senza dover coabitare o estromettere gli abitanti del posto. Anche se non possiamo dire che il compito della Wachkompanie sia quello di preparare l’arrivo dell’Alarmkompanie o delle truppe dei Pionieren della Hermann Göring, gli uomini di Danisch trovando il Verzetti nella propria casa gli chiesero perché non era al lavoro come se la loro aspettativa fosse quella di trovare un paese completamente vuoto.

Verso le 19,30 della stessa sera, quando diversi automezzi militari pieni di soldati tedeschi entrarono nel villaggio di Santa Barbara, Angiolo Biloghi, che abitava in una casa poco distante, vide le truppe arrivare e occupare gli appartamenti del cosiddetto “blocco degli impiegati” posto al lato più ad est del paese, dove viveva il suo amico Bruno Sabelli, sorvegliante delle Miniere.[18] Un altro impiegato delle Miniere, Libero Bertoldi, che occupava un appartamento a pianterreno dello stesso edificio del Sabelli, al suo ritorno a casa nella notte trovò la piazza antistante piena di automezzi.[19] Infine lo stesso Sabelli aveva osservato dalla sua finestra i soldati scendere dai loro rispettivi veicoli e divisi in piccoli gruppi occupare immediatamente vari appartamenti. Furono questi tre uomini di Santa Barbara a testimoniare l’arrivo dei famigerati soldati e il Bertoldi, costretto a subire la presenza anche nella propria abitazione che usarono come mensa, notando «l’insegna Hermann Göring sulla parte bassa delle maniche delle giacche che essi indossavano» eviterà qualsiasi contatto con loro perché dichiarerà di aver avuto «veramente paura di questi Tedeschi». Il Sabelli invece fu costretto a entrare in rapporti con alcuni di loro e in particolare con il Maresciallo Rudolf Fräulein che risulterà appartenere alla 4a compagnia del Fallschirm-Panzer-Pionier Hermann Göring. Anche il Maresciallo chiese subito al sorvegliante delle Miniere perché fosse rimasto nell’edificio mentre i rimanenti inquilini lo avevano abbandonato. L’uomo si giustificò facendosi credere il guardiano di quell’edificio.

 

note:

 

[1] Cfr le testimonianze di Ugo Mulinacci e Vinicio Ermini in PMNSC: 207-11 e 224-32.
[2] Anche per queste voci nel tempo si sospettò dei reparti della Brandenburg. Questo reparto di forze speciali esperto nella lotta anti-partigiana, con cui collaborava il battaglione fascista M “9 settembre”, fu presente in Valdarno ma probabilmente operò sul versante del Pratomagno, dove è ritenuto responsabile della rappresaglia di Ponte Orenaccio presso San Giustino il 6 luglio (Schreiber 1996; tr. it. 2000: 186 e Gentile 2006: 225).
[3]  Testimonianza 18 di Lina Riccesi in R4L1944. La testimonianza di Onorari si trova in Secciani 1999.
[4] Dichiarazione del 24 Ottobre 1944 di Livio Lombardini in PRO: 94-95.
[5] Dichiarazione di Lorenzo Fabbrini cit..
[6] Dichiarazione di Omero Quartucci cit..
[7] Si noti che Verzetti conosceva bene le lingue per il suo lavoro d’interprete e al suo arresto era presente un «soldato con accento fiorentino in uniforme tedesca»: «mi fu allora ordinato di vestirmi e di accompagnarli senza darmi nessun tipo di spiegazione», Dichiarazione 80 del 24 Ottobre 1944 di Paolo Verzetti in PRO: 100-102.
[8] Vedi in R4L1944.
[9] Dichiarazione di Nello Vannini cit..
[10] Secondo Boris Gatteschi il ponte di San Cipriano fu fatto saltare per impedire ai Tedeschi di portare via i macchinari delle miniere e fu proprio lui a trasportare i Partigiani e l’esplosivo con un piccolo camion. Cfr. Intervista a Boris Gatteschi del 22 febbraio 2001 di D. Priore in AEP.
[11] «Poco prima che arrivassimo a San Cipriano, il Maresciallo fermò un giovane civile italiano che stava camminando verso Santa Barbara, costringendolo ad accompagnarci a San Cipriano» (Dichiarazione 80 di Paolo Verzetti cit.). Il sospetto che si trattasse di un infiltrato lo si evince anche dalla testimonianza di Fulvio Pasquini (testimonianza n. 29 in R4L1944).
[12] Si vedano ad esempio le Dichiarazioni di Annunziata Forasti e Armanda Brogi. Ovviamente anche per Castelnuovo esistono testimonianze al di fuori del Rapporto Crawley che dicono di «qualche “Tedesco” che parlava l’italiano come gli Italiani» (ad esempio l’intervista di Priore e Polverini a Nello Vannini del 18 maggio 1994, in AEP). Per San Martino si fa riferimento a Giuseppe Bruno, Giorgio Capitani, Derlindo Bucchi e Don Giuseppe Cicali. Per Meleto si sono considerate le testimonianze di Ricciotti Gambassi, Maria Rossini, Gigliola Casini, Ginetta Quartucci, Cesarina Camici, Ugo Mulinacci, Odilia Camici, Nella Panicali. Boni (CLC: 159-68) riporta anche alcuni passi del Liber Chronicon di Don Giovacchino Meacci, che testimonia quanto sull’argomento il parroco seppe dai paesani. Sul concetto in generale di “guerra civile” e sulla prevalenza quindi dell’odio verso i fascisti rispetto a quello contro i tedeschi, si veda Pavone (1991: 266-80).
[13] Dichiarazione di Livio Lombardini cit..
[14] Dichiarazione di Omero Quartucci cit..
[15] Testimonianza n. 29 in R4L1944.
[16] Per lo stesso Crawley, a proposito di San Martino, la cattura degli ostaggi era la «dimostrazione che Danisch non aveva una prova sicura dei Partigiani di San Martino e [che] le tre vittime non erano state uccise perché essi erano stati riconosciuti Partigiani» (PRO:  35).
[17] Vinicio Ermini, ad esempio, era convinto che due dei tre catturati sarebbero stati tra i tedeschi invitando la popolazione maschile a radunarsi in piazza per essere portati al lavoro: affermazione priva di qualsiasi fondamento ma non così paradossale da aver impedito il proliferare di una diversa narrazione possibile (PMNSC: 208). D’altronde, se poco prima la partenza verso i luoghi di strage i soldati di Santa Barbara dimostreranno di non conoscere l’esatta topografia di Meleto, sembrerebbe che gli interrogatori della Wachkompanie non fossero “commissionati” dagli esecutori.
[18] Dichiarazione del 3 Novembre 1944 di Angiolo Biloghi, indicato erroneamente con il cognome Bilochi, in PRO: 108.
[19] Dichiarazione di Libero Bertoldi cit..

 

© Francesco Gavilli