Carmina Priapea, 40 – 52

 

Luciano Minguzzi, da "Carmina ludrica romanorum. Carmina priapea, catalogo 1986

Luciano Minguzzi, da “Carmina ludrica romanorum et carmina priapea, catalogo 1986

 

40. Chi non conosce Teletusa, tra tutte le ragazze della Suburra,
che s’è resa libera con i suoi guadagni?
Proprio lei, o mio Dio, ti cinge l’uccello con una corona dorata…
ma guarda un po’ le puttane chi considerano il sommo dei numi!

 

XL – Nota Suburanas inter Telethusa puellas, / Quae, puto, de quaestu libera facta suo est, / Cingit inaurata penem tibi, sancte, corona: / Hoc pathicae summi numinis instar habent.

 
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Carmina Priapea, 1 – 13

 

Albero dei peni

Anonimo, L’albero dei peni, secolo XIII, Massa Marittima

 

 

1. Se ti appresti a leggere questi versi audaci ma alla buona
non aggrottar le ciglia come farebbe un palloso Latino.
Mica sono la sorella di Apollo, o una Vesta qualunque,
o quell’altra che uscì dalla testa di un Giove!
Sono il rosso custode degli orti, dotato di un membro fuori dal normale,
che non ci penso neppure a tenerlo nascosto con un panno.
Se ti schifa, copri con la tonaca quello che vuoi coprire,
altrimenti leggi questi versi con gli occhi con cui lo guardi.

 

1. Carminis incompti lusus lecture procaces, / Conveniens Latio pone supercilium. / Non soror hoc habitat Phoebi, non Vesta sacello, / Nec quae de patrio vertice nata est, / Sed ruber hortorum custos, membrosior aequo, / Qui tectum nullis vestibus inguen habet. / Aut igitur tunicam parti praetende tegendae, / Aut quibus hanc oculis adspicis, ista lege.

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Marsia

 

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Marsia detto “bianco”, scultura romana del sec.II, marmo greco, (part.) – Firenze, Galleria degli Uffizi; foto di Rendel Simonti

 

 

Quando quello sconosciuto terminò di narrare
la fine dei Lici, un altro si sovvenne del Satiro che, vinto
dal figlio di Latona in una gara col flauto di Pallade,
fu da questi punito. «Perché mi scortichi vivo?» urlava;
«Mi pento, mi pento! Ahimè, non valeva tanto un flauto!».
Urlava mentre dalla carne la pelle gli veniva strappata:
altro non era che un’unica piaga. D’ogni parte sgorga il sangue,
scoperti affiorano i muscoli, senza un filo d’epidermide
pulsano convulse le vene; si potrebbe contargli le viscere
che palpitano e le fibre che gli traspaiono sul petto.
Lo piansero le divinità dei boschi, i Fauni delle campagne
e i Satiri suoi fratelli, lo piansero Olimpo a lui sempre caro
e le ninfe, e con loro tutti quanti su quei monti
pascolano greggi da lana e armenti con le corna.
Di quella pioggia di lacrime s’intrise la terra fertile,
che in sé madida le accolse, assorbendole nel fondo delle vene;
poi mutatele in acqua, le liberò disperdendole nell’aria.
Da lui prende il nome quel fiume che tra il declinare delle rive
corre rapido verso il mare, Marsia, il più limpido della Frigia.

Ovidio, Metamorfosi 6, 382-400

 

Il mito di Marsia si presta come al solito a letture diversificate. Marsia era un satiro che aveva trovato casualmente un flauto appartenuto ad Atena, la quale però lo aveva gettato via perché mentre lo suonava le pareva che la sua immagine riflessa nell’acqua le tornasse alterata. Al contrario, Marsia da quel prezioso strumento riusciva a ricavare suoni meravigliosi che parevano sgorgare in modo spontaneo. Entusiasta della scoperta ebbe l’ardire di sfidare ad una contesa musicale Apollo, figlio di Zeus e di Latona, dio del canto e della musica, una divinità assoluta capace di liberare dal male quanto di punire con determinazione gli uomini. Fu stabilito che il vincitore avrebbe avuto il diritto di disporre del vinto come a lui pareva. Ovviamente fu un duello impari più per le forze in campo che per il suono prodotto. Qui il mito contiene delle varianti: vinse Marsia determinando la vendetta di Apollo oppure furono le Muse, chiamate a fare da arbitro, a decretare l’impossibilità di superare in bellezza il suono della cetra di Apollo. Comunque sia andata, il dio dispose una punizione esemplare e tremenda nei confronti Marsia. Infatti Apollo lo scuoiò vivo spogliandolo della sua pelle irsuta, appesa all’uscita di una caverna da cui scaturì una fonte. Il sangue, o le lacrime di chi pianse il Satiro, alimentarono così un corso d’acqua.

In quello che Blumenberg chiamava il continuo «lavoro del mito» ovvero la sua capacità di espandere e rinnovare il proprio significato simbolico e apologetico, la storia di Marsia si presta a suggestive considerazioni, oltre la sua iniziale ovvietà narrativa. Se è certamente improprio collegare il mito alla attualità dei nostri giorni, è tuttavia interessante riflettere a ciò che il mito suscita.

Il flauto, che si vuole costruito da Atena stessa, diventa uno strumento musicale impossibile da essere suonato da una divinità e solo un non dio, in questo caso un Satiro, può trarvi suoni meravigliosi: qui si può pensare alla saggezza divina che rifugge il potere corruttivo della musica, così come interpretare al tempo stesso l’incapacità divina a giungere all’estasi musicale; si può quindi pensare alla presunzione terrena di toccare vertici espressivi interdetti all’uomo, come vedere al contrario la necessità di una piena libertà artistica che non può essere sottomessa e frenata.

Nella punizione inflitta a Marsia inoltre si scontrano due opposte tendenze nel contrasto tra l’impossibilità di cambiare l’ordine delle cose e il continuo ripetersi della sfida umana contro le leggi apparentemente immutabili dell’universo. Vi sarà sempre infatti uno scarto, qui nella forma cruenta e insostenibile del sangue versato, che alimenterà la vita e sempre la ribellione e il desiderio di condivisione del bello troverà uomini disposti a raccogliere il testimone della sfida.

 

 

Ovidio – Tristia I. 1, 1- 68

Anton Von Werner - Ovidio

Anton Von Werner – Ovidio

Parve—nec invideo—sine me, liber, ibis in urbem:

Ei mihi, quod domino non licet ire tuo!

Vade, sed incultus, qualem decet exulis esse.

Infelix habitum temporis huius habe.

5     Nec te purpureo velent vaccinia fuco—

Non est conveniens luctibus ille color—

Nec titulus minio, nec cedro charta notetur,

Candida nec nigra cornua fronte geras!

Felices ornent haec instrumenta libellos:

10          Fortunae memorem te decet esse meae.

Nec fragili geminae poliantur pumice frontes,

Hirsutus sparsis ut videare comis.

Neve liturarum pudeat! qui viderit illas,

De lacrimis factas sentiat esse meis.

15   Vade, liber, verbisque meis loca grata saluta!

Contingam certe quo licet illa pede.

Si quis, ut in populo, nostri non inmemor illi,

Si quis, qui, quid agam, forte requirat, erit,

Vivere me dices, salvum tamen esse negabis,

20           Id quoque, quod viuam, munus habere dei.

Atque ita tu tacitus – quaerenti plura legendum –

Ne quae non opus est forte loquare, cave!

Protinus admonitus repetet mea crimina lector

Et peragar populi publicus ore reus.

25    Tu cave defendas, quamvis mordebere dictis!

Causa patrocinio non bona maior erit.

Invenies aliquem, qui me suspiret ademptum

Carmina nec siccis perlegat ista genis,

Et tacitus secum, ne quis malus audiat, optet

30           Sit mea lenito Caesare poena levis.

Nos quoque, quisquis erit, ne sit miser ille precamur

Placatos miseris qui volet esse deos;

Quaeque volet, rata sint, ablataque principis ira

Sedibus in patriis det mihi posse mori!

35   Ut peragas mandata, liber, culpabere forsan

Ingeniique minor laude ferere mei.

Iudicis officium est, ut res, ita tempora rerum

Quaerere: quaesito tempore tutus eris.

Carmina proveniunt animo deducta sereno:

40          Nubila sunt subitis pectora nostra malis.

Carmina secessum scribentis et otia quaerunt:

Me mare, me venti, me fera iactat hiems.

Carminibus metus omnis obest: ego perditus ensem

Haesurum iugulo iam puto iamque meo.

45   Haec quoque quod facio iudex mirabitur aequus

Scriptaque cum uenia qualiacumque leget.

Da mihi Maeoniden et tot circumice casus:

Ingenium tantis excidet omne malis.

Denique securus famae, liber, ire memento,

50           Nec tibi sit lecto displicuisse pudor!

Non ita se praebet nobis Fortuna secundam

Ut tibi sit ratio laudis habenda tuae.

Donec eram sospes, tituli tangebar amore,

Quaerendique mihi nominis ardor erat.

55    Carmina nunc si non studiumque, quod obfuit, odi,

Sit satis! ingenio sic fuga parta meo.

Tu tamen, i pro me, tu, cui licet, aspice Romam.

Di facerent possem nunc meus esse liber!

Nec te, quod venias magnam peregrinus in urbem,

60           Ignotum populo posse venire puta.

Ut titulo careas, ipso noscere colore,

Dissimulare velis, te liquet esse meum.

Clam tamen intrato, ne te mea carmina laedant:

Non sunt ut quondam plena favoris erant.

65    Si quis erit, qui te, quia sis meus, esse legendum

Non putet, e gremio reiciatque suo,

«Inspice» dic «titulum: non sum praeceptor amoris;

Quas meruit, poenas iam dedit illud opus».

DIRITTO_ROMANO

Non t’invidio, piccolo libro, te ne andrai senza di me a Roma:

ahimè, al tuo padrone non è concesso andarvi!

Va’, ma senza fronzoli, come si addice al libro di un esule.

Infelice, vestiti dell’abito di questo tempo.

5      E non ti ricoprano i giacinti color della porpora

– al lutto non è adatto quel colore –

né il titolo sia segnato col minio e la carta profumata di cedro,

non avere le borchie bianche sulla tua fronte nera!

Questi ornamenti lasciali ai libri felici:

10           tu invece dovrai ricordare la mia sorte.

I tuoi margini non siano levigati dalla friabile pomice,

ma appari come un uomo con la barba e scapigliato.

E non preoccuparti delle macchie! chiunque le veda

saprà che sono state causate dalle mie lacrime.

15    Va’, libro, e saluta per me i luoghi a me cari!

Io li toccherò con l’unico piede che mi è permesso.

Se lì qualcuno, come capita sempre che vi sia, non mi avrà dimenticato,

e se mai ci sarà qualcuno che ti chieda come va la mia vita,

gli dirai che vivo, senza essere salvo,

20          e che lo stesso mio essere vivo lo devo al dono di un dio.

Ma detto ciò, taci – chi vuol sapere di più lo leggerà –

e bada a non dire per caso ciò che non devi!

Subito facendoglielo ricordare quel lettore evocherà le mie colpe

e passerò sulla bocca di tutti come pubblico reo.

25   Guardati dal difendermi, anche se quelle parole ti faranno male!

Una causa non buona la si difende più difficilmente.

Eppure troverai chi sospirerà perché io son stato cacciato

e che leggerà questi versi trattenendo le lacrime

e in silenzio tra sé, perché nessun nemico lo senta,

30           auspicherà che la mia pena divenga lieve e Cesare placato.

Chiunque sia, anche noi preghiamo che non conosca quest’infelicità

lui che desidera che gli dèi siano benigni con gli infelici:

possano avverarsi i suoi auspici e spenta l’ira del principe

mi sia concesso morire nel paese natio!

35   Nell’adempiere il tuo compito, o libro, forse ti sarà fatta una colpa

e verrai giudicato inferiore alla fama del mio ingegno.

Ma il compito di un giudice è interrogare fatti e circostanze,

e se si guarderà a queste potrai essere tranquillo.

La poesia sgorga quando l’animo è sereno

40          mentre ora i nostri sentimenti sono offuscati per improvvise sventure.

La poesia richiede distacco e tranquillità:

io sono sbattuto dal mare, dai venti, da un inverno crudele.

Provare sempre paura nuoce alla poesia, e io mi sento perduto

e penso di essere preso d’improvviso alla gola.

45    chi giudica equamente si meraviglierà persino che sia io a scrivere questi versi

e leggerà con indulgenza i miei scritti così come sono.

Pure al grande Omero fossero capitati tutti i miei casi,

innanzi a mali così grandi verrebbe meno tutto il suo genio.

Infine, mio libro, ricorda, non essere schiavo della gloria

50          e non ti vergognare se non piaci al lettore!

La fortuna non si mostra così propizia con me

da doversi preoccupare delle lodi.

Finché ero salvo, ero preso dall’amore per un titolo

e m’infuocavo per il desiderio di avere un nome.

55   Ora mi basti non udire i carmi e la passione

che mi ha portato disgrazia! Il mio genio mi ha procurato l’esilio.

Ma tu va’ per me, tu che lo puoi, contempla Roma.

Volessero gli dèi trasformarmi nel mio libro!

E non pensare, perché giungi straniero nella grande città,

60           che tu possa arrivare ignorato dal popolo.

Anche anonimo, dal colore stesso sarai riconosciuto,

anche a volerlo nascondere, sarà chiaro che tu sei mio.

Entra tuttavia di nascosto, perché non ti danneggino i miei carmi:

non è più quel tempo in cui godevano di grande favore.

65   Se qualcuno, perché sei mio, ritiene che non devi

essere letto e ti respinge via da sé, tu digli:

«Guarda il titolo, non insegno più l’amore;

       a quell’opera è già stata data la pena che meritava».