Una strage ~ 18. «Vidi un fuoco che ardeva furiosamente»

 

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

 

Mentre a Castelnuovo si consumava la più tremenda delle scene (una settantina di corpi ammassati e bruciati in un’unica «orrenda pira»), il Tenente Danisch continuò la sua opera oscura di depistaggio e di colpevole compromissione, di parallela attività investigativa e meschina ricerca di un capro espiatorio. Comprendere il ruolo e la figura di questo Ufficiale, indiziato dagli Inglesi come la figura chiave dell’organizzazione della strage, non è semplice e mai sarà chiaro nella sua completezza. Presente nei giorni precedenti, sfrontatamente impassibile nelle ore delle uccisioni e «compiaciuto» del proprio operato a lavoro eseguito, non fu forse né il responsabile né tanto meno il comandante unico delle stragi: probabilmente aveva il compito di fare da tramite tra lo Stato maggiore del LXXVI Panzerkorps e la Hermann Göring, cui era stata affidata una vasta azione di «ricognizione» del territorio per dare un grosso colpo al fenomeno partigiano e distruggere gli impianti minerari. Poco importava se quel mandato sarebbe stato affrontato con spietatezza e crudeltà, come era pratica corrente per i reparti della Göring.

 

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Una strage ~ 16. Massa dei Sabbioni: «un apostolo senza paura»

 

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

 

Mentre per tutti gli altri paesi coinvolti nelle stragi del luglio 1944, non sempre le testimonianze raccolte dal Sergente Maggiore Crawley hanno fugato dubbi sulla sua ricostruzione dei fatti, per Massa dei Sabbioni, gruppo di case che si trova sulla direzione dei monti del Chianti poco sopra Castelnuovo, si ha un quadro esaustivo e molto ricco di particolari. Crawley visitò il paese il 25 settembre e il giorno successivo era a Figline per interrogare la moglie di un ucciso di Castelnuovo, sfollato a Massa e catturato nella strada che separava i due paesi; nei due giorni successivi le testimonianze di pochi civili rimasti quel giorno nelle proprie case furono sufficienti a delineare il quadro preciso di ciò che era accaduto attorno a mezzogiorno. Milena Baldi, che fu costretta a far entrare nella propria casa il manipolo di soldati che giungeva da Castelnuovo, appunterà i suoi ricordi in un diario; Giuliano Pagliazzi, cugino di Dante, uno dei due uccisi, scriverà una memoria negli anni sessanta che rimarrà insieme alle “cronache” dei parroci uno dei pochi documenti scritti rimasti sui fatti.

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Una strage – 13. Tre donne sedute in piazza

 

P. Picasso - Tre donne alla fontana (1921) - olio su tela - Museum of Modern Art, New York

P. Picasso – Tre donne alla fontana (1921) – olio su tela – Museum of Modern Art, New York

 

 

anche se fossimo feriti, dilaniati, distrutti, sarebbero i nostri racconti a rimetterci in piedi. Sono il cantastorie, il creatore di sogni e il costruttore di miti, cioè la nostra fenice, a rappresentare la parte migliore di noi, quella più creativa.
DORIS LESSING
Dovete guardare al di là del vostro villaggio
da Terra e libertà di KEN LOACH

 

 

 

Ho impiegato molto tempo a capire le complesse parentele delle famiglie di un caseggiato posto al centro dell’unica via che attraversava il paese. Per un periodo altrettanto lungo non sapevo neppure che i nomi di alcune donne che vi abitavano erano fittizi e tuttora non conosco da dove derivi il nome “Fagiolo”, così strano e buffo, con cui veniva chiamata quella casa. In nessuno dei racconti di strage ritornano questi appellativi. Un tempo il nome usato per riconoscere una persona poteva essere anche un secondo nome, mentre quello anagrafico come un vero e proprio abito della domenica era usato solo nelle occasioni ufficiali; per di più un altro nomignolo poteva diventare una terza identità affettuosa. In quell’edificio gli uomini erano pochi e nessuno di loro pareva dominare la scena. Al contrario le donne mostravano una compattezza e una forza solidale che dava loro un’autorità indiscussa ed esclusiva. Ho ancora il ricordo del loro quotidiano ritrovarsi sedute nelle panche di legno poste nello spiazzo davanti casa, dove la strada le divideva dal giardino del Monumento e dalla scuola elementare. Anche dopo aver conosciuto la loro storia, non mi è rimasto un ricordo di dolore o di cupa compagnia, a dimostrazione che si può evitare l’autocommiserazione anche di fronte ad un lutto complesso e forte. La forte e pronunciata loquacità faceva di quel luogo un palco privilegiato di osservazione della vita del paese, quasi un tribunale dove si aveva titolo a giudicare. È per questo insieme di motivi che, rileggendo la testimonianza collettiva di tre donne di quel palazzo, fortemente colpite dalla strage, ho come la sensazione di essere ancora nello spazio aperto, seduto in un angolo ad ascoltare le loro forti sentenze, riuscendo persino a sorridere di un idioma colorito e pieno di ruvidi toscanismi. Se di Armida riconosco il sarcasmo dissacrante e l’ironia sottile, mi sembra singolare che non ci sia più la sonora risata di Attilia che accompagnava i suoi taglienti e insindacabili giudizi.

La loro testimonianza aiuta a tracciare la formazione della memoria storica di quei giorni e capire quanto siano esistite delle zone grigie non spiegate e lasciate lievitare in un racconto non verificato. Furono intervistate Alfonsina Freccioni, Luisa Camici e sua figlia Gina Balsimelli. Alfonsina, detta Armida e figlia di Antonio Freccioni, aveva sposato Dino Camici, fratello maggiore di Luisa, e viveva con il suocero Silvio e il cognato Giulio. A sua volta Luisa, conosciuta come Attilia, aveva avuto tre figlie, tra cui Gina, da Guido Balsimelli. Quella mattina tutti questi uomini insieme al fratello di Silvio, Giovacchino Camici e il figlio Osvaldo e il genero Giuseppe Mugnai, furono uccisi. I Camici rappresentavano un nucleo consistente di famiglie cresciute attorno ai figli e alle figlie di vari fratelli e cugini e tutti, escluso il Balsimelli e il Freccioni, avevano vissuto nel grande edificio posto al centro del paese di fronte il Monumento ai Caduti. Per i rapporti familiari così estesi erano un gruppo in vista e un forte punto di riferimento per il paese con una posizione sociale ben riconosciuta dalla comunità. Significativamente, e fu un caso davvero unico, nell’Inchiesta inglese fu un’unica donna, Odilia, moglie di Osvaldo, a testimoniare per sei di questi uomini che pure al proprio interno rappresentavano tre nuclei familiari distinti [qui]. Nella dichiarazione della donna i congiunti furono elencati in ordine di parentela a partire dal marito sino a uno sfollato che abitava presso di loro. Così, se nel caso di Giovanbattista Melani o in quello di Gigliola Rossini si testimoniava per un nucleo familiare numeroso al proprio interno, Odilia rappresentò alla fine più famiglie unite da grado di parentela e situazione abitativa “condominiale”. In questa delega alla rappresentanza collettiva si può leggere il segno di una forte identità di gruppo ma forse anche una certa diffidenza verso l’indagine inglese.

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Una strage ~ 6. I reparti della Göring

 

Le unità militari coinvolte nelle stragi furono diverse: prima di tutto i reparti della Hermann Göring che avrebbero eseguito le uccisioni: da un reparto specializzato con funzioni specificatamente antipartigiane, forse l’Alarmkompanie Vesuv, guidata dal Tenente Wolf e facente capo a un Comando presso Bagno a Ripoli ai reparti del Genio militare che, nello stesso tempo in cui si predisponeva la strage, prepararono e poi attuarono la distruzione delle infrastrutture della Miniera; dalla Compagnia di Polizia militare (Feldgendarmerie Trupp 476) alla Wachkompanie del Tenente Danisch che svolsero compiti di “preparazione” del territorio e di collegamento con gli alti Comandi del LXXVI Panzerkorps. Nel territorio inoltre erano presenti anche la XI Panzer Grenadier HG, la I Divisione dei paracadutisti e la 334a Divisione di fanteria. Se un’evidente unica mente di comando preordinatrice abbia dato un’interpretazione drastica del cosiddetto “sistema degli ordini” o abbia attuato un’azione di “contromisura” (Gegenmassnahme) su vasta scala comprendente un’area che dalla Val di Chiana giungeva al Valdarno a ridosso dei Monti del Chianti, entrambe le ipotesi, seppure probabili, rimarranno sempre incerte. Comunque sia, questo variegato e complesso schieramento di forze con un’azione preordinata ad alti livelli di comando ci interroga sulla “natura” della strage, mentre, dopo decenni di dibattito sul perché i Tedeschi attuarono la rappresaglia, dovremmo provare a spostare il nostro sguardo dalla «risposta» all’attività partigiana alla necessità militare di «stazionamento» di una parte sostanziale della Divisione in un territorio particolarmente pericoloso in attesa che questa fosse inviata ad una destinazione più idonea alle sue competenze tattico militari. La Hermann Göring fu ricomposta durante la ritirata nel Valdarno in vista di una sua sostanziale ridefinizione operativa e del suo trasloco sul fronte orientale. L’idea comunemente accettata che la Hermann Göring colpì per poi dileguarsi nel nulla, in realtà pare essere errata, perché le stragi servirono al contrario ad una sua, seppur breve, permanenza nel territorio, senza neppure il “beneficio” di dover costruire una linea di resistenza all’avanzata degli Alleati.

 

La “natura” della strage

 

Roma, 23 marzo 1944

Roma, 23 marzo 1944

 

Se seguiamo l’efficace «serie di “tipologie”» di strage elaborata da Gianluca Fulvetti, quello che avvenne nel territorio di Cavriglia ci appare in realtà come una complessa ed estesa azione, che sarà difficile ridurre a un unico «modello di esercizio della violenza» (Fulvetti 2006: 20 sgg). Fulvetti individua alcune tipologie di strage nel contesto della guerra ai civili in Toscana inserendole in un quadro di evoluzione complessiva dell’occupazione tedesca. In tal modo, le differenzazioni “qualitative” del multiforme fenomeno vengono a essere messe in relazione sia ai mutamenti della situazione strategica militare del biennio 1943-44 sia alla rappresentazione storica che diamo del fenomeno stesso. Queste tipologizzazioni hanno, infatti, la loro efficacia se fanno riferimento a una cornice storica in cui inserire le varie azioni: “politica del massacro”, “guerra ai civili” (Pezzino e Battini), “vendetta tedesca” (Schreiber), “rappresaglia” automatica con proporzione numerica a uccisioni effettuate dai Partigiani. In generale, esse aiutano a farci comprendere come la complessità del fenomeno stragista renda «del tutto irriducibile la sua rappresentazione storica a categorie generiche e fuorvianti, quali quelle della “inevitabilità” o di una presunta “casualità” del coinvolgimento della popolazione nella violenza del conflitto, o addirittura metastoriche quali la presunta “diabolica perfidia” germanica». Fulvetti elenca sei tipologie di massacri inseriti in una “cronografia” di sette fasi storiche dal settembre 1943 all’aprile del 1945: rappresaglia, come risposta a un’azione armata di Partigiani o civili, rastrellamento antipartigiano, massacri commessi nel corso della ritirata, operazioni di ripulitura e desertificazione, massacri di stampo razziale e massacri eliminazionisti con lo sterminio di intere comunità o interi gruppi di uomini arrestati.

Per quanto riguarda la periodizzazione storica ricorderemo solamente che le stragi dell’alto Valdarno corrisponderebbero a un primo tempo di ritirata tedesca, dall’inizio di giugno alla fine di luglio 1944, sino alla stabilizzazione del fronte lungo l’Arno. Secondo lo storico, questo gruppo di massacri, insieme a quelli di Civitella, Cornia e San Pancrazio, va a colpire una zona strategica, «schiacciata tra il fronte e l’Arezzo Linie, e quindi attraversata dai convogli dei rifornimenti alle truppe e dalle unità che stanno approntando la linea difensiva» (2006: 43), in un quadro di radicalizzazione dell’azione repressiva, a seguito della cattura da parte della Brigata Partigiana Pio Borri del colonnello von Gablentz, responsabile del Korüch 594. Tuttavia, stante questo quadro di riferimento strategico, in un certo qual modo le tipologie proposte non riescono del tutto a classificare in senso stretto le stragi di Meleto e Castelnuovo.

Fu essa una rappresaglia? È evidente che senza la presenza partigiana l’esplodere della furia stragista assumerebbe il carattere di un astratto e cieco esercizio di violenza, ma contemporaneamente va detto che i Tedeschi non resero esplicita in modo chiaro la causa scatenante, come avevano fatto ad esempio a seguito dell’attentato di via Rasella, e d’altronde non vi era stata nel territorio di Cavriglia “a ridosso” un’azione partigiana contro questi reparti, come nel caso di Civitella. Quest’ultima considerazione rende ancor più problematica la determinazione della natura della strage, perché se Civitella e Cavriglia fecero parte di un’unica azione repressiva in un caso la Göring avrebbe risposto ad un’azione partigiana proprio nei loro confronti mentre nell’altro avrebbe agito per attività recenti in generale, servendosi quindi in un caso di un «pretesto» e applicando nell’altro una «vendetta ritardata». Anche pensando ad una presunta percezione amplificata della pericolosità dei ribelli da parte tedesca, la conoscenza nella contemporaneità dell’evento da parte della popolazione di azioni partigiane concluse con uccisioni rimase alla fine frammentaria e assai vaga, oltreché espressa sempre con molta cautela.[1] Quello che si riteneva “grave e passibile di rappresaglia” non è, ad esempio, uniformemente vissuto dalla popolazione: a Meleto si citano degli episodi che a Castelnuovo a malapena si conosce e viceversa quello che si ritiene fatale per Castelnuovo, ossia la cattura nel paese di due tedeschi della Luftwaffe giunti da Siena con un castelnuovese arruolato nell’Esercito Repubblichino, è vissuto con estraneità dalla popolazione meletana. La percezione della gravità degli episodi accaduti sembra nascere, infatti, più dalla successiva reazione tedesca che dalla consapevolezza della reale importanza di un gesto: alcuni testimoni affermano che «evidentemente qualcosa di grosso doveva essere stato fatto», dove si dimostra che la causa è vista in ciò che non è conosciuto e non in un palese evento scatenante. Significativamente gli Inglesi, a differenza della popolazione locale, mostrarono poco interesse a individuare un evento primario, perché legavano i fatti all’attività e alla presenza partigiana tout court. Così si accontentarono senza alcuna verifica del resoconto, forse parziale e magari anche reticente, che il comandante della “Chiatti” fece del proprio operato, ma resta difficile pensare che sia un episodio conosciuto solo dai Tedeschi e dai Partigiani a darci la ragione della strage.[2]

I Tedeschi, come si è detto, “giustificarono” le loro azioni in modo del tutto generico e per di più non univoco: infatti, ora si afferma che il motivo è perché è stato ucciso «un camerata»,[3] ora perché «i Partigiani avevano distrutto parecchi importanti ponti nella zona».[4] Nel primo caso, pronunciato da un semplice soldato, si presuppone una reazione sulla base della vendetta; nel secondo caso, invece, la rivendicazione di un Ufficiale sembra porre in primo piano la necessità che le truppe non avessero impedimenti alla propria mobilità. In realtà possiamo solo supporre quale fosse la percezione tedesca dell’attività partigiana di quei giorni e le domande allargano gli scenari piuttosto che restringerli a un evento scatenante. Infatti se la progettazione dell’operazione repressiva copriva un territorio assai vasto dalla Val di Chiana al Valdarno lambendo la Val d’Ambra, l’azione di ritorsione a Cavriglia poteva paradossalmente anche essere stata “provocata” proprio da quanto avvenuto a Civitella. D’altronde quale poteva essere la distanza temporale ragionevole della risposta tedesca all’attività partigiana? Maggiore è l’intervallo e minore è la sua efficacia militare, perché la formazione partigiana o la popolazione connivente può abbandonare quel luogo e la rappresaglia perde il suo scopo “educativo” per trasformarsi in cieca vendetta. Inoltre la percezione del territorio da un punto di vista militare non corrisponde alla percezione di chi vi viveva. È vero piuttosto che questo territorio soggetto a un’imprevedibile guerriglia partigiana è molto vasto e i Tedeschi nella fase di ritirata, non potendo o volendo combattere i ribelli nelle loro postazioni, preferirono colpire i paesi a cui quelli facevano riferimento.

A dire il vero non si può parlare nemmeno di rastrellamento antipartigiano. Sul piano dell’enunciazione i Tedeschi vollero far credere o erano convinti di aver ucciso dei «Partigiani» e non solo dei fiancheggiatori. Se ovunque tutta la popolazione sembra vissuta come complice dei Partigiani, a Maria Corsi che il giorno stesso chiede notizie al Tenente Danisch del proprio marito, questi risponde che «parecchi prigionieri erano stati fucilati poiché erano Partigiani», così come il 6 luglio un Tenente della HG aveva spiegato a un abitante di Santa Barbara che «presso la Direzione del Comando tedesco in San Giovanni (…) due Fascisti italiani avevano passato all’Ufficiale Comandante un’informazione in base alla quale quei paesi erano pieni di Partigiani» e che quello era il motivo delle stragi.[5] Tuttavia se vi può essere uno scarto tra l’enunciazione e la reale convinzione che i paesi siano stati veramente «pieni di Partigiani», la modalità militare di rastrellamento antipartigiano è riferibile propriamente solo alle operazioni che vanno dall’8 all’11 luglio contro la Compagnia Chiatti e la coda delle uccisioni de Le Màtole, mentre il 4 luglio i Tedeschi si guardarono bene dall’essere coinvolti in uno scontro con i Partigiani, sebbene fossero giunti consapevolmente a poche centinaia di metri da loro.

Ovviamente furono massacri commessi nel corso della ritirata e determinarono una ripulitura e desertificazione del territorio, resa fortemente dalla definizione di «mondo morto» che ne diede Emilio Polverini o dalla descrizione del silenzio irreale di tutta questa «zona nera» fatta dagli uomini di Chiesa che vi transitarono il 9 luglio. Questo a quindici giorni di distanza dalla Liberazione permise ai Tedeschi di stazionare nella zona fino alla metà di luglio senza essere attaccati dai Partigiani e sicuramente fu utile se non tutto funzionale al transito di truppe in ritirata, ma non risulta che sia servito ad approntare una linea di rallentamento dell’avanzata alleata.[6] Infine, mentre non fu evidentemente un massacro di stampo razziale, la sommaria determinazione del numero dei civili, senza distinzioni di età, condizioni di salute e fede politica fece assumere alla strage anche caratteristiche assai vicine a un massacro eliminazionista.

Alla fine, se ogni quadro di riferimento storico trova la sua giustificazione nei presupposti che ogni studioso si dà, la tipologia non può essere rigidamente applicata. Non si tratta di individuare un unico movente che permetta di spiegare qualsiasi comportamento (dal comando impartito fuori il teatro di strage fino all’atto della fucilazione): lo stragismo è, infatti, di per sé un fenomeno assai complesso che non si riduce a una lettura unicamente militare, ma richiede una pluralità di comportamenti con diversi livelli di responsabilità e di motivazioni indotte. Ciò che il Comandante, percepito dalla popolazione di un paese come ultimo referente della piramide dei comandi, dichiara nel momento del rastrellamento non è necessariamente la reale motivazione di un’estesa azione militare. Al tempo stesso la messa in atto di quella medesima azione può trovare esiti imprevisti e modalità apparentemente illogiche che producono ipotesi interpretative contrastanti (è il caso, ad esempio, della vicenda di San Martino in Pianfranzese o l’esclusione dalle fucilazioni di ostaggi e la morte risparmiata a isolate persone).

 

Linee immaginarie

 

Nelle conclusioni del Report inglese il racconto delle stragi sembra trovare la sua coerenza narrativa nella congiunzione tra le forze che giungono a Montegonzi di Cavriglia e quelle che si ricompongono a Santa Barbara. Se la linea che a nord attraversa la parte avanzata dell’operazione da San Giovanni Valdarno a Castelnuovo sarà occupata dallo staff di comando del LXXVI Panzerkorps, con la Feldgendarmerie e la Wachkompanie di Danisch, e dalla I Divisione Paracadutisti del Generale Heidrich, la linea che da Montevarchi a Cavriglia delimita a sud la zona troverà disposti i reparti della Hermann Göring. Ovviamente stiamo parlando di disposizioni tattiche non necessariamente legate all’attuazione degli eccidi: anche se le stragi dovevano essere già state decise, il motivo del loro arrivo non era unicamente questo. Come vedremo le operazioni avvengono contro paesi relativamente piccoli e facilmente accerchiabili; lo stesso Castelnuovo, il paese più grande e disposto in modo assai tortuoso con molteplici possibilità di fuga, non comportò alla fine particolari difficoltà. Sicuramente questa linea meridionale ebbe il vantaggio per i Tedeschi di mantenere una certa distanza e invisibilità. A differenza di San Cipriano e Santa Barbara, che erano nel cuore della zona di operazione, Montegonzi e Moncioni, e la stessa Cavriglia, sono infatti percepite come lontane dalla zona mineraria e le truppe vi giunsero ancor più a ridosso degli eventi, dall’1 al 3 di luglio, dimostrando un’efficiente rapidità di impiego. Così, se a San Cipriano e a Terranuova ci siamo trovati di fronte al lavoro di raccolta delle informazioni, qui siamo nel territorio delle decisioni già prese dove alla risolutezza del comportamento si deve accompagnare l’efferatezza del’esecuzione. Le truppe hanno ormai i compiti già affidati e, poiché provengono dalle zone della Val di Chiana, il livello di tensione e stress emotivo doveva essere molto alto, perché non vi è un decisionismo cieco e meccanico e qualsiasi atto omicida deve essere di nuovo motivato e “gratificato”.

Gli Inglesi rilevarono anche qui la presenza di alti gradi dell’esercito ma non arrivarono invece al comando divisionale della Hermann Göring, che forse si trovava ancora nella Tenuta Lupinari a San Leolino di Bucine, mentre si concentrarono su Bagno a Ripoli come mente operativa di tutta l’azione. Anche la testimonianza su «un Comando» a San Giovanni che avrebbe ricevuto la soffiata di Fascisti locali, non portò a elementi d’indagine più precisi. S’indagò, senza grandi risultati a dire il vero, su Cavriglia, dove era giunto un numero cospicuo di soldati – tra i 300 e i 500 – ritenuti appartenere all’Artillerie e su una compagnia che contemporaneamente arrivò nel vicino paese di Montegonzi, composta da un altro centinaio di soldati; con il Report supplementare fu rilevata la presenza dei Grenadier senza tuttavia trovar loro un ruolo preciso nelle stragi. Le responsabilità della Hermann Göring sono sicuramente palesi dal momento che diversi testimoni videro l’inequivocabile scritta sulle maniche di molti soldati, ma resta difficile sapere se le forze individuate dagli Inglesi siano state le uniche e quali fossero le specifiche compagnie.

Abbiamo già visto che l’Unità antipartigiana di Terranuova, con un’altra settantina di uomini, si “autodenunciò” attraverso la spavalda ammissione del soldato Groner, ma crediamo che la sua principale attività antipartigiana ne abbia “esaltato” il ruolo oltremisura. Infatti, il compito del tenente Wolf difficilmente può essere considerato come quello di “primo” Comandante di tutta l’operazione, nonostante possa essere stata la sua compagnia ad attuare durante la strage un rastrellamento da Castelnuovo fino a San Martino passando per Massa con modalità tipiche dell’azione antipartigiana. Ora se l’Unità di Wolf era l’Alarmkompanie Vesuv e il Maggiore di Montegonzi il Maggiore Rahls, si può anche ipotizzare con Gentile che tutta l’operazione fosse a carico delle Nachschub-Truppen Hermann Göring, con le altre forze di supporto. Questa ipotesi, che chiude il cerchio delle responsabilità di comando ed esecutive, spesso per essere dimostrata ha comportato alcuni passaggi un po’ forzati, come quello che il nome del Maggiore di Montegonzi fosse la storpiatura di quello di Rahls (Gentile e poi Boni) o che a Santa Barbara Seiler-Rahls e Wolf siano riconosciuti insieme (Crawley).

 

Un Colonnello aristocratico

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Attorno a giovedì 29 o venerdì 30 di giugno, un Tenente tedesco si presentò a Cavriglia presso la tenuta di villa Bonarotti per preparare l’alloggio a un Colonnello che da lì a poco sarebbe giunto per quella che, disse, sarebbe stata «una breve permanenza». Il Colonnello, infatti, arrivò la domenica su una Mercedes berlina accompagnato dal suo attendente, l’autista e da una signorina italiana. Le testimonianze della proprietaria della Villa e del tecnico agricolo che curava gli affari della donna non rivelarono niente che potesse aiutare a capire la vicenda della strage. Del numeroso gruppo di soldati che occupò l’intero paese di Cavriglia d’altronde non abbiamo molte altre notizie. Vittorio Migliorini, costretto a ospitare quel Tenente, affermò solo che «circa duecento soldati arrivarono con parecchi camion».[7] La proprietaria Maria Allegri dal canto suo parve colpita più che altro dalla presenza della «Signorina italiana». Inoltre, quando il Colonnello se ne andò verso Reggello il 15 luglio e le lasciò il proprio indirizzo, andato poi perduto, rilevò che «non pagò niente per l’alloggio o per il cibo che aveva consumato e neppure dette alcun documento scritto a questo scopo». Seppe dalla Signorina che erano giunti da Cortona, ma oltre a ciò non era in grado neppure di sapere a quale Divisione appartenessero il Colonnello e gli Ufficiali che si riunivano quotidianamente nella sua casa, sebbene «la gente del paese [dicesse] che tutti i soldati che erano qui dislocati avevano l’insegna Hermann Göring scritta sulle ma­niche delle loro giacche».[8] Il tecnico agrario Bruno Sportellini, a sua volta, parlò di «500 uomini di truppa» e diede una descrizione del Colonnello che dietro la riservatezza e il privilegio del grado militare ne rivelava la figura aristocratica.

Provo a darvi una descrizione del Colonnello: da cinquantacinque a sessanta anni di età, alto m. 1,75 circa, corporatura media, capelli grigi e radi sulla sommità, pettinati all’indietro, occhi grigi scuri, carnagione chiara, sopracciglia marcate, cicatrice appena visibile sulla mascella destra, portava occhiali per scrivere, anello d’oro con rubino al terzo dito della mano destra. Era molto riservato. In quel periodo indossava una camicia kaki, calzoni grigioverdi e stivaloni, soprabito grigioverde con treccia d’argento sulle spalline. Sul lato sinistro del petto portava aquila e svastica. In parecchie occasioni udii la donna italiana fare riferimento al Tenente menzionandolo col nome di Kronowetter; ho supposto che questo fosse il suo nome. Durante il periodo di permanenza del Colonnello, arrivarono nella località 500 uomini di truppa, molti dei quali portavano le insegne Hermann Göring sulle maniche delle loro casacche e credo proprio siano stati sotto il comando del Colonnello. Altri Ufficiali erano soliti venire a colloquio con lui e tutti sembravano essere suoi subalterni. In un’occasione osservai le carte che essi stavano esaminando e mi sembrarono che fossero ubicazioni di postazioni di artiglieria, per questo presumo che egli fosse un Ufficiale di artiglieria. In un’altra occasione, mentre conversavo con il suo autista, chiesi il nome del Colonnello: l’autista mi fornì un nome che io intesi come Paul.[9]

Si deve pensare che il Sergente Maggiore Crawley non trasse grandi indicazioni su queste truppe dalle testimonianze di Cavriglia, tantoché alla fine dell’Inchiesta non inserì né il Colonnello né il Tenente “Kronowetter” tra i sospettati criminali di guerra.

 

Come si pronuncia Seiler?

 

Castello di Montegonzi

Castello di Montegonzi

 

La compagnia di soldati che nello stesso giorno giunse a Montegonzi sotto il comando del Maggiore Seiler, è generalmente ritenuta la principale responsabile degli eccidi. Indizi a suo carico sono solitamente considerate la ripetuta rivendicazione della strage di Civitella da parte del Maggiore per l’attività partigiana rivolta contro «i suoi soldati» e il fatto che la sera stessa del 4 luglio un soldato della stessa compagnia avesse dato spiegazione a una donna del posto sui motivi per cui erano stati uccisi molti uomini a Meleto. Inoltre una parte di questa compagnia aveva lasciato il paese la sera del 3 luglio facendo ritorno la sera successiva. Tanta evidenza tuttavia non rende la ricostruzione del tutto chiara. È possibile che il Maggiore sia stato il Comandante di tutta l’operazione stragista? E perché le forze utilizzate furono prelevate da reparti diversi, quando la stessa compagnia del Maggiore insieme all’Alarmkompanie aveva già a disposizione uomini sufficienti? Infine, tutte queste forze si riunirono in una sola località?

Lo storico Gentile, ritenendo primario in tutte le stragi del Valdarno e della Valdichiana il ruolo dei reparti delle Nachschub-Truppen HG, sulla base di una logica puramente consequenziale, in una prima stesura della sua ricerca aveva ipotizzato che il Maggiore Seiler fosse in realtà Günther Rahls, Comandante di tutte le truppe dei rifornimenti che dalla metà di giugno si trovava a Bagno a Ripoli (1998: 35).[10] Non c’è dubbio che il ripiegamento nell’arco di pochissimi giorni di gran parte della Hermann Göring che dalla Val di Chiana andò a posizionarsi tra Montevarchi e Cavriglia (Artillerie, Grenadier, Flak, Pionieren e altri), è una prova del coinvolgimento dell’intera Divisione nell’operazione Seidenraupe, mentre un forte indizio a carico della Compagnia comandata da questo Maggiore sta proprio nella sua mobilità, essendo l’unica a lasciare il territorio di Cavriglia l’indomani della strage, come se quella fosse proprio la sua missione specifica. Tuttavia che questa Compagnia abbia fatto parte del Nachschub-Trupp e che abbia coordinato più reparti, così come l’ipotesi che Seiler fosse Rahls, rimangono tutte supposizioni. Mentre entrambe le Inchieste su Civitella e Cavriglia portarono all’individuazione della responsabilità di molti reparti dell’intera Divisione, confermando l’unitarietà del disegno nelle due stragi, non può essere la sola presenza dell’Alarmkompanie Vesuv in ambedue località a dare alle Nachschub-Truppen un ruolo centrale né una pronuncia scorretta a trasformare Seiler in Rahls. A Civitella né un Maggiore Seiler né lo stesso Rahls furono identificati, mentre altri Ufficiali, soprattutto il capitano Heinz Barz della Feldgendarmerie-Trupp 1000, emersero come i principali responsabili. A sua volta nell’Inchiesta di Cavriglia Rahls comparve quasi causalmente a Bagno a Ripoli, ma non fu neppure segnalato come sospetto criminale.[11] Da un’altra parte, se tracce del comando divisionale della Hermann Göring si hanno per Civitella, nelle persone del Maggiore Werner Grün e del sottotenente Otto Moldenhauer, queste sono invece assenti per il Valdarno: nell’ipotesi Seiler-Rahls, questo Maggiore avrebbe così mantenuto a Civitella un profilo di invisibilità mentre a Cavriglia avrebbe camuffato la propria identità.[12]

Gentile aveva supposto che Seiler fosse il Maggiore Rahls «vista la configurazione dell’unità, il riferimento a Civitella e la descrizione fisica del Maggiore» (1998: 35). Tuttavia, se il riferimento a Civitella può essere anche un’assunzione di responsabilità collettiva riguardante la Divisione di appartenenza piuttosto che la propria compagnia specifica, essendo molto strana una confidenza così compromettente la sorte di un’operazione da attuarsi l’indomani, per quanto riguarda la descrizione fisica abbiamo corrispondenza solo nell’età relativamente avanzata.[13] Rahls, infatti, era nato nel 1896 e a Montegonzi il Maggiore fu sempre identificato come «un Ufficiale anziano [Senior]». Tuttavia non esistono altri elementi di paragone. Quanto alla «configurazione dell’unità» non riusciamo a capire cos’è che a Montegonzi porterebbe alle Nachschub-Truppen.[14]

Al contrario, riguardo alla sua identità le testimonianze furono assai precise. Anna Viligiardi ne ebbe conferma scritta il 5 luglio quando il Maggiore le lasciò «un certificato firmato il cui contenuto asseriva che era stato alloggiato» lì, anche se quel certificato andò perduto. A sua volta, Teo Barnaba, che parlava «correntemente il tedesco», conversò a lungo con i due Ufficiali che accompagnavano il Maggiore e confermò con decisione questa circostanza. Infine don Ermanno Grifoni, nel riferire come venne a conoscenza del nome del Maggiore, disse che il primo di luglio «fui convocato al Castello, che si trova qui accanto, da un portaordini il quale dichiarò che il Maggiore Seiler desiderava vedermi».[15]

Ognuno ebbe esperienza personale e diretta dell’identità di questo Maggiore. Dovendo escludere perciò che il nome sia stato frainteso nello stesso modo da tutti i testimoni, si può pensare che fosse volutamente mascherato per tenere nascosta la sua vera identità, considerata la programmazione della rappresaglia. In tal caso tutti, dagli Ufficiali al portaordini, avrebbero usato un medesimo nome fittizio. Questo accorgimento potrebbe trovare un’indiretta conferma nelle dichiarazioni di Werner Grün, il quale, interrogato nel 2004 dalla Procura di Dortmund sui fatti di Civitella come comandante di stato maggiore della logistica, si disse stupito che le identità degli Ufficiali coinvolti potessero essere state così facilmente svelate, proprio a causa della «riservatezza» delle operazioni.[16] Questo caso tuttavia sarebbe del tutto unico tra tutti gli Ufficiali, anche di grado superiore, che giunsero nel territorio, mentre sorprende che a tanta segretezza sulla propria identità si accompagni invece l’assunzione di responsabilità per l’eccidio di Civitella appena consumato. L’ipotesi Seiler/Rahls rimane così controversa e alla fine poco probabile.

Ancora più difficile è capire come e dove si costituirono gli esecutori delle stragi. In qualche modo questo problema è sempre collegato all’identità del Maggiore. Qui è bene tener presente le intuizioni e gli errori degli Inglesi: nel Report infatti si ritiene «fuor di dubbio» che a Santa Barbara la sera del 3 Luglio si fossero raccolte «le truppe designate per l’esecuzione degli eccidi a Meleto, Castelnuovo e Massa», ma si sottolinea che era «materia di congetture» la loro appartenenza ad una medesima Unità. Inoltre s’ipotizza che i due Ufficiali lì segnalati il 6 luglio siano stati, proprio sulla base delle loro descrizioni fisiche, il Maggiore Seiler e il Tenente Wolf, ma, anche se è possibile una forte mobilità delle stesse truppe da zone diverse, nessun testimone parlò dell’arrivo a Santa Barbara il 5 luglio dei reparti che avevano lasciato Montegonzi. Per di più dal confronto delle descrizioni del Maggiore fatte a Montegonzi e a Santa Barbara i dati coincidenti erano solo «il naso ebraico» e gli «occhiali pince-nez», mentre non corrispondeva l’età, che era l’elemento discriminativo che più aveva colpito i testimoni di Montegonzi. Infine, a Santa Barbara il Sabelli era certo che la mostrina della giacca dell’Ufficiale avesse due «stellette di bronzo» del tutto assenti in quella di un Maggiore e proprie invece del grado di un Capitano.[17]

Rimangono in realtà dei dubbi anche sui luoghi dove le principali unità responsabili degli eccidi si siano costituite. Per Boni, infatti, è nel villaggio dei minatori che si ritrovarono forze diverse «per pianificare definitivamente il massacro» (CLC: 133), ma in realtà si devono essere trovate anche in altre località, ancora sconosciute. Sempre secondo la deposizione dell’allora Maggiore Werner Grün nella vicenda di Civitella il comando divisionale avrebbe impartito «ai vari reggimenti» l’ordine di mettere a disposizione un quantitativo di soldati per un’azione che la tragica minimizzazione del linguaggio militare definiva di «ricognizione». Se l’operazione di Cavriglia rispondeva al medesimo comando, la sera del 3 luglio l’azione stragista e la distruzione degli impianti della miniera dovevano essere già pianificate ed è evidente che a Santa Barbara vi fosse solo una parte delle forze. Secondo le testimonianze del villaggio dei minatori infatti attorno alle diciannove di sera erano giunti circa dodici camion, numero assai simile ai camion dell’Alarmkompanie che quel giorno erano partiti da Terranuova.[18] Le testimonianze di Montegonzi da parte loro parlano di altri tre camion di soldati che lasciano il paese per ritornare la sera del 4 luglio insieme ad «alcuni» Ufficiali.[19]

Crawley molto significativamente parlò sempre di «sezioni» dell’una o dell’altra compagnia, avendo intuito che nell’organizzazione della strage queste unità erano costituite ad hoc prelevando soldati da vari reparti. Di conseguenza, vedendo in Santa Barbara il luogo dove si concentrarono «le truppe designate per l’esecuzione», doveva ipotizzare, «dentro i limiti della possibilità», che in esse vi fossero comprese «sezioni delle Unità» di Wolf e del Maggiore Seiler e che «addirittura l’Unità Anti‑Partigiani di Terranuova fosse» la 4a compagnia del Fallschirm-Panzer-Pionier Hermann Göring. Infatti a Santa Barbara il 3 luglio giunsero sicuramente componenti della 4a compagnia del Genio divisionale della Göring, un Maresciallo della quale confiderà a Bruno Sabelli la sua partecipazione all’eccidio di Meleto. Poiché solo quest’ultima circostanza è provata e indiscutibile, è ipotizzabile che fosse un’Unità eterogenea costituita per l’occasione e con un fine molteplice (la strage e la distruzione delle miniere).[20] Il Comandante dell’Unità di Terranuova allora potrebbe essere stato il Tenente Josef Wolf, un ex Ufficiale della Luftwaffe che, proprio durante il breve periodo delle stragi nell’Aretino, dal giugno al luglio, fu messo al comando della Fallschirm Panzer Pionier Bataillon, fortemente implicata a Cavriglia nella distruzione degli impianti della Miniera. In questo caso potrebbe essere addirittura lo stesso comandante della Vesuv.[21]

Alla fine, sulla base delle considerazioni precedenti, dal Report inglese è possibile solo distinguere truppe a seguito degli alti comandi, che prendono possesso “stabilmente” di una località (Cetinale, Cavriglia, il Poggiolo), da compagnie che mostrarono una maggiore mobilità e una scomposizione interna secondo le esigenze operative (Terranuova, Montegonzi, Santa Barbara e altre basi che a noi sono sconosciute). Vi è sempre un certo grado d’imponderabilità dovuto alla complessa ed estesa partecipazione di molti soldati all’operazione stragista: quello che noi vediamo nel cerchio tremendo della piazza o dell’aia dove sono uccisi gli uomini, c’impedisce di scorgere il pullulare frenetico di chi diede il supporto dell’accerchiamento, favorì il collegamento tra i vari paesi e vigilò sulla reazione partigiana.

 

La dedica su un libro illustrato e un racconto ignorato

 

Moncioni nel 1937

Moncioni nel 1937

 

Vi è un fatto tuttavia che stranamente non è mai stato indagato e che a parer mio può ricondurre alle vere motivazioni contingenti della strage e riguarda un racconto presente nell’Inchiesta Inglese che né gli Inglesi né gli storici hanno mai approfondito. La  storiografia locale, infatti, rimase impegnata in modo estenuante nella ricerca di responsabilità molto paesane legando automaticamente la risposta tedesca all’attività pregressa partigiana nei dintorni dei villaggi, mentre la storiografia ufficiale mai ha studiato il documento inglese a 360 gradi, traendo indicazioni generali ma spesso ignorando uno studio approfondito delle testimonianze.[22]

Quando il Sergente Maggiore Crawley, dopo l’interrogatorio di Ivario V. del febbraio 1945, riaprì l’Inchiesta per inserirvi i fatti di un’uccisione e di uno stupro a Poggio alle Valli vicino Cavriglia, ricevette anche un’informazione sulla presenza di altre truppe della Hermann Göring a Moncioni e a il Poggiolo, paesi non distanti da Montegonzi ma abbastanza lontani dai paesi minerari e già prossimi alla Val d’Ambra. Non sappiamo come avremmo riscritto la storia delle stragi del 4 luglio se gli Inglesi avessero «ricevuta l’informazione» alcuni mesi prima. Anche qui, infatti, abbiamo un ufficiale reo confesso nella persona di Ewald Lütjens, un alto grado della Göring, quale il colonnello Waldemar Kluge, comandante del Panzergrenadier Regiment 1 HG e addirittura tre soldati tedeschi uccisi proprio a poche ore dalla strage.

Com’era avvenuto in altre località, alcune avanguardie annunciarono l’arrivo di truppe tedesche e allo scopo requisirono le case per i soldati. Le testimonianze raccolte dagli Inglesi riguardarono sia alcune abitazioni sia Villa Monaci, così definita dal nome del proprietario, nel piccolo paese de il Poggiolo posto in una zona interna ancora più a sud. Nella Villa giunse il comando del Panzergrenadier Regiment 1 HG con circa dieci ufficiali agli ordini del Colonnello Waldemar Kluge e settanta soldati. L’interesse delle informazioni raccolte da Crawley si focalizzò però sui soldati che occuparono le abitazioni del paese perché lì un ufficiale tedesco l’indomani confidò ai suoi ospiti la sua partecipazione agli eccidi di Castelnuovo e Meleto. Kluge fu inserito tra i sospetti criminali ma il racconto del proprietario della Villa è rimasto sostanzialmente non approfondito.[23]

Gli Inglesi aprirono una scheda di sospetto criminale a nome del “Sottotenente” Ewald Lütjens, per il cui grado militare prestarono fede a quanto disse loro Amelia Burzagli e Guido Barbieri, sfollati temporaneamente presso l’abitazione della suocera della donna. Entrambi, infatti, idearono un espediente che permise l’identificazione certa dell’Ufficiale e il loro racconto fu orientato proprio verso l’episodio che attribuiva un nome all’Ufficiale e coinvolgeva il figlio di sette anni della Burzagli. Barbieri affermò che «verso il 3 Luglio 1944, a Poggiolo (…) un Ufficiale tedesco – che, più tardi, appresi essere il Sottotenente Lütjens – venne in casa della Signora Burzagli allo scopo di requisire alcune stanze per alcuni dei suoi soldati. Quest’Ufficiale parlava abbastanza bene l’italiano. Notai che sopra una delle maniche della giacca, che stava indossando, c’era una fascia con l’iscrizione Hermann Göring».[24] Secondo la Burzagli, «quella stessa sera arrivarono circa dieci soldati tedeschi e occuparono nella casa le stanze che Lütjens aveva requisito per loro. Lütjens si sistemò nella vicina casa di Danilo Masini, ma era solito visitare la casa di mia suocera ogni giorno allo scopo di vedere i suoi uomini». In realtà, Danilo e Leone Masini, che ospitarono gli Ufficiali, non conobbero il suo nome ma, forse con più precisione, quando si riferivano al Lütjens parlarono di un Tenente che «parlava discretamente l’italiano ed era Professore di Filosofia», rispetto al Sottotenente che era invece l’Ufficiale medico.[25]

Il racconto dei quattro è comunque unito dal ricordo della sera del 4 luglio passata sulla terrazza della piazzetta di fronte l’abitazione della Burzagli. Ognuno precisò che c’erano «parecchi altri civili» in una situazione relativamente tranquilla dove tutti sembrano ignari di quanto accaduto nella giornata: stranamente nessuno dei testimoni ricorda la data esatta. Eppure, come dirà uno di loro, «pressappoco in quel momento, dalla terrazza, noi potevamo vedere in lontananza fiamme che si levavano verso il cielo» e questo suscitò l’interesse e lo sgomento dei paesani. Poggiolo, infatti, paese abbastanza distante per le strade di comunicazione dai luoghi della strage, considerata la sua posizione più elevata permette di vedere in lontananza il paese di Meleto. Quando il Tenente Lütjens si avvicinò a loro, gli fu chiesto cosa stava succedendo nei luoghi in fiamme. L’Ufficiale allora si dimostrò assai provato («stanco mentalmente», dirà Guido Barbieri) a causa della sua partecipazione alle stragi nei paesi che stavano bruciando. Secondo il Barbieri, il Tenente avrebbe affermato: «Oggi sono stato impegnato in una spedizione punitiva a Castelnuovo dei Sabbioni e a Meleto. Abbiamo ucciso oltre un centinaio di persone in quei luoghi, perché parecchi soldati te­deschi erano stati uccisi dai Partigiani nelle medesime località». Secondo Danilo Masini invece avrebbe detto di essere stato solo a Meleto, dove avevano «ucciso un certo numero di civili, perché quel posto è pieno di Partigiani». Infine per Leone Masini il Lütjens avrebbe affermato di essere stato a Meleto, dove i civili erano stati uccisi per rappresaglia, ma – specificò – «non riesco a ricordare se egli ci disse, oppure no, perché la rappresaglia era stata eseguita».[26]

Il Tenente Lütjens evidentemente aveva stretto un buon rapporto con i loro ospiti e quando lasciò il Poggiolo il 14 luglio volle donare al figlio di Amelia Burzagli un libro illustrato. Sia la madre che Guido Barbieri rivendicarono di fronte agli Inglesi come propria l’idea di far scrivere una dedica sul libro con il suo nome dal momento che si era autodenunciato come uno degli autori della strage. Qualunque sia la figura di quest’Ufficiale, tormentato o semplicemente affaticato per il centinaio di morti e capace di stabilire contatti umani, egli porta la trama verso un lato narrativamente tragico ma finisce per mettere in secondo piano un altro racconto tanto inquietante quanto sempre ignorato. Nella stessa località e lo stesso giorno del sopraggiungere di questi soldati infatti avviene un altro arrivo che merita la lunga citazione del suo narratore, ossia il proprietario della Villa Monaci.

(…) Il 3 luglio 1944, un soldato tedesco che credo sia stato Sottotenente, arrivò in questa Villa. Egli m’informò, in un italiano stentato, che egli era venuto per la requisizione di sei stanze della Villa, a uso del Comandante tedesco. (…) Quello stesso giorno, durante la serata, circa settanta tedeschi, comandati da un Ufficiale (in seguito ho appreso che era il Colonnello Kluge), arrivò e occupò la Villa. Mia madre ed io fummo autorizzati a rimanere. Insieme al Colonnello vi erano circa altri dieci Ufficiali, di cui non conosco i nomi né i gradi. Al momento dell’arrivo qui di quest’Unità, alcuni dei soldati eressero cartelli segnaletici all’entrata del parco della Villa. Ricordo che su questi cartelli c’era un’iscrizione che diceva ‘Kluge’. Gli Ufficiali e i soldati arrivarono con camion, automobili e motociclette. Poco dopo l’arrivo dell’Unità alla Villa, tre soldati furono uccisi, anche se non so come incontrarono la morte. I cadaveri di questi uomini furono inumati nel parco della Villa, proprio dove vi ho indicato oggi. Furono erette, sopra le tombe, delle croci che portavano i nomi di questi uomini e la loro Unità. Sfortunatamente quando i Tedeschi, alla fine, partirono di qui, gli abitanti del villaggio rimossero e distrussero le croci. Tuttavia ricordo assai chiaramente che la prima portava il nome di Hans Karner, la seconda Burtscheid Martin e la terza, Marten Rolf. In tutte le croci era designata l’Unità a cui appartenevano, ovvero il 1° Reggimento Artiglieria, Hermann Göring. Verso il 7 luglio 1944, un altro Ufficiale tedesco – che in seguito seppi che era un certo Colonnello Wolf – arrivò qua e prese dimora con gli altri Ufficiali. Non so se egli apparteneva alla stessa Divisione come i restanti. Uno dei soldati alloggiati qui era un certo Sergente Wolf Emerick. Egli era impiegato come cuoco. Fu lui che m’informò che il Colonnello, che era appena arrivato qua, si chiamava Kluge mentre il secondo Colonnello era chiamato Wolf. I Tedeschi nella Villa erano realmente in comunicazione, per mezzo di telefono, con il personale militare tedesco dei villaggi di Poggiolo e di Moncioni. (…) I soldati che erano alloggiati qui, portavano le insegne della Hermann Göring sulle maniche delle loro giacche. Il 15 luglio 1944, tutti gli Ufficiali e gli uomini che erano stati alloggiati qui, partirono al completo. (…) Descrivo il Colonnello Kluge come segue: circa 45-50 anni di età, m. 1,78 circa di altezza, capelli neri, robusto, ben rasato, faccia squadrata. Zoppicava in modo evidente da una gamba e portava sempre un bastone da passeggio. Vestiti: giacca dell’uniforme, (grigio)verde con spighette d’argento attorcigliate e due stellette sulle spalline. Calzoni lunghi (grigio)verdi. (…).[27]

Crawley identificò Kluge come il Comandante del Panzer Grenadier Regiment I[28] e Lütjens come appartenente ad un reggimento della Artillerie. Con le forze militari giunte a Cavriglia sotto il comando del Colonnello Bornscheuer dell’Artillerie Kommandeur 476 del LXXVI Panzerkorps siamo di fronte ad una massiccia occupazione di questo territorio. Più di un migliaio di soldati dovevano trovarsi, infatti, nella sola zona tra Cavriglia e Montevarchi: di questi vi sono sospetti o prove certe che alcune unità del Poggiolo e Montegonzi abbiano partecipato alle stragi. Il quadro che emerge è alla fine quella di un’operazione con un evidente comando divisionale a cui contribuirono diversi reparti.

Nella testimonianza di Monaci emergono tuttavia anche aspetti sconosciuti o taciuti dalla popolazione locale che possono aver reso più “urgente” la risposta tedesca. Che cosa significa, infatti, l’affermazione «poco dopo l’arrivo dell’Unità [3 luglio] alla Villa, tre soldati furono uccisi»? Pur essendo ignota la causa della loro morte, «i cadaveri di questi uomini furono inumati nel parco della Villa». Altrettanto strano è che questo particolare non sia emerso dalle testimonianze raccolte nel paese, mentre il Monaci affermò che «gli abitanti del villaggio rimossero e distrussero le croci».

 

note:

 

[1] Su questa cautela si veda a titolo esemplificativo l’intervista del 22 febbraio 1994 di Emilio Polverini ai fratelli Pierluigi e Giorgio Grassi dove le reali azioni commesse dai Partigiani non potranno e non dovranno essere mai conosciute né raccontate, come un vero tabù storico: «Spengo il registratore e i fratelli Grassi mi raccontano molti episodi accaduti a Bomba e nei dintorni di Meleto, San Martino e Pianfranzese, per la maggior parte a me sconosciuti. Ma ho promesso loro di non scrivere niente»
[2] Dichiarazione di Nello Vannini del 5 dicembre 1944 in PRO: 50-51.
[3] A Gabriella Concialini, Dichiarazione del 21 Novembre 1944 in PRO: 82, un soldato tedesco confessa: «Oggi a Meleto i nostri soldati hanno ucciso un certo numero di civili italiani, perché era stato ucciso in quella zona un soldato tedesco».
[4] Così dirà il Tenente Danisch a due ostaggi di Meleto (Dichiarazione del 18 Ottobre 1944 di Lorenzo Fabbrini in PRO: 90-92 e Dichiarazione del Ottobre 1944 di Omero Quartucci in PRO: 97-98), ma si veda anche la diversa motivazione data a Maria Corsi.
[5] Si veda rispettivamente la testimonianza n. 4 di Marisa Pratellesi in R4L1944 per Masseto, dove i tedeschi giungono gridando «Partigianato! Partigianato!», e in PRO: 356-7 la Dichiarazione di Libera Benucci, per Le Màtole, dove si afferma che i soldati urlavano «qui sono tutti Partigiani». Nella Dichiarazione di Maria Corsi cit., l’affermazione di Danisch era falsa sia sul piano sostanziale che su quello formale perché non fu fatta ovviamente alcuna “verifica”. Infine la Dichiarazione di Bruno Sabelli cit..
[6] Si veda Paoletti (1985), e la nota chiarificatrice di Manfroni (2006: 430).
[7] Dichiarazione del 13 Novembre 1944 in PRO: 76-77.
[8] Dichiarazione dell’8 Novembre 1944, firmata (Maria) Bonarotti vedova Allegri, in PRO: 72-73.
[9] Dichiarazione del 13 Novembre 1944 in PRO: 74-75. Dovrebbe trattarsi del Colonnello Paul Bornscheuer, comandante in capo dell’Artillerie Kommandeur 476 del LXXVI Panzerkorps.
[10] Va detto che Le stragi del 1944… (1998), commissionato da alcune Amministrazioni Comunali dell’Aretino coinvolte nelle stragi, avendo come obiettivo quello di «individuare le diverse unità coinvolte nelle stragi della provincia di Arezzo», si concentrava molto sulla identità dei singoli militari della Göring con un evidente fine storico giudiziario. Al contrario La divisione Hermann Göring (2006), dove peraltro l’ipotesi Seiler/Rahls non è ripresa, ha un respiro più propriamente storico. Tuttavia già al processo di Civitella nell’audizione come consulente storico il 13 giugno 2005, Gentile non fece alcun accenno a questa ipotesi, nonostante si volesse dimostrare sia il ruolo centrale delle Nachschub-Truppen sia la loro stretta dipendenza dal Comando di Reparto e dal Comando di Divisione. La sovrapposizione Seiler/Rahls è ripresa invece con decisione soprattutto da Boni.
[11] Rodolfo Paoli, un professore universitario di Urbino di Storia della Letteratura Tedesca, si fece da tramite a Bagno a Ripoli per il rilascio di alcuni ostaggi, sospettati di essere Partigiani. Un Capitano da lui interpellato parlò allora con il Maggiore Rahls, il quale lo rimandò ad una specifica Compagnia, «Vulkan» o «Falken», che aveva specifici compiti anti Partigiani (Dichiarazione del 28 Giugno 1945 di Rodolfo Paoli in PRO Suppl.: 36). Secondo Gentile, «Vulkan» e «Falken» possono in realtà volere indicare «Vesuv» e «Pauke» (2006: 423).
[12] Sul comando divisionale si veda PRO, WO 204/11479, Atrocities committed by German Troops at Civitella, Cornia and San Pancrazio, p. 14 e la testimonianza di Patrizia Mancini Griffoli. Cfr Gentile 1998: 31.
[13] Il parroco di Montegonzi e Anna Viligiardi ricevettero questa comunicazione in due momenti diversi direttamente dal Maggiore che parlava un italiano «abbastanza buono»: l’”allarme” perciò fu ripetuto. Soprattutto il parroco lo ricevette addirittura il tardo pomeriggio del primo di luglio appena i tedeschi giunsero, di modo che avrebbe potuto tramite gli altri parroci mettere sul “chi va là” la popolazione.
[14] Gentile prende in considerazione «una seconda possibilità» in base alla quale Seiler sarebbe stato in realtà Heinrich Sailer di 52 anni, «comandante del Nachschubstab z.b.V. 264, un comando dell’esercito addetto anch’esso ai rifornimenti, composto da sei ufficiali e dipendente dall’Armeeoberkommando 10, il comando superiore con competenza anche sulla zona dei massacri, v. BA-MA, RH 20-10/204 (a), Nachschubstab zbV 264, Offizierstellenbesetzungen, 16 giugno 1944». A sfavore di questa ipotesi sta il fatto che il comando presieduto da Sailer era di stanza ad Ancona nel giugno 1944 e poco più tardi in Romagna, (RH 20-10/260) e che non apparteneva alla Hermann Göring. Per gli Inglesi al contrario (PRO Report: 3), ma qui non è chiaro da cosa è tratta questa conclusione, la compagnia del Maggiore Seiler sarebbe appartenuta alla Flak così come lo erano le truppe del Maggiore Graf che presero il suo posto a Montegonzi il 5 luglio. Quest’ultimo era il Maggiore Rudolf Graf, all’epoca Comandante I./Flak-Rgt. “Hermann Göring” (cfr Dichiarazione di Francesco Debolini del 15 Novembre 1944 in PRO: 85; cfr deZeng IV – Stankey 2013: 54 – Section G-K, – e il Feldpostnummer L54439).
[15] Dichiarazione di Anna Viligiardi cit., Dichiarazione del 7 Novembre 1944 di Teo Barnaba, indicato con il nome errato di Tea, in PRO: 83-84 e Dichiarazione di don Ermanno Grifoni, qui indicato erroneamente con il nome di Ermando, cit..
[16] Si veda fotocopia del processo verbale all’imputato Werner Grün in http://www.attivalamemoria.eu/doc_archivio/1doc1.pdf.
[17] Il Major era l’ultimo degli Ufficiali superiori e non aveva stellette, mentre l’Hauptmann era il primo degli Ufficiali inferiori e aveva due stellette.
[18] Dichiarazione di Bruno Sabelli cit. e Dichiarazione del 15 Dicembre 1944 di Libero Bertoldi in PRO: 397-398.
[19] Secondo il parroco don Grifoni, infatti, «la sera del 3 Luglio 1944 (…) tre camion carichi di soldati tedeschi partirono da questo edificio e si diressero verso il Castello. Poi scomparvero dalla mia vista. Questi stessi camion ritornarono ai loro posti di parcheggio verso le ore 20 del 4 luglio 1944. Erano presenti in quel momento soltanto i conducenti dei veicoli». I soldati della Hermann Göring erano giunti nel paese il 1 luglio con dieci camion e cinque motociclette. A sua volta Anna Viligiardi ricordava «distintamente che la sera del 3 Luglio 1944, alcuni Ufficiali e Marescialli che erano alloggiati [nel Castello], lasciarono questo luogo e non ritornarono fino alla sera del 4 Luglio 1944, ma non posso dire chi fossero». (Dichiarazioni di Ermanno Grifoni e di Anna Viligiardi cit.)
[20] Questa ipotesi è ritenuta «molto improbabile» da Gentile (1998: 36), il quale non spiega però quale fu il ruolo dei Pionieren nella vicenda: ruolo peraltro evidente, vista la distruzione della miniera e la messa delle mine nel paese di Castelnuovo (si veda a proposito la testimonianza di Ugo Mercante in PMNSC: 155 sgg.). La presenza dei Pionieren a Santa Barbara è confermata inoltre da Lorenzo Fabbrini il quale al suo ritorno a casa un mese dopo la strage vi trovò documenti personali che rimandavano al Genio divisionale (PRO Report: 49 e Dichiarazione del 18 ottobre 1944, in PRO: 90-2).
[21] Secondo H. L. deZeng IV e D. G. Stankey (2013: 412), Josef Wolf rimarrà al comando del Fsch.Pz.Pi.Btl. “Hermann Göring” tra il giugno e il luglio del 1944. D’altronde, riguardo al fatto che fosse a comando di una compagnia d’intervento formata da personale del Nachschub, va detto che anche Böttcher faceva parte in realtà delle truppe combattenti del Fsch.Pz.Gren.Rgt. 1/Div. “Hermann Göring”, circostanza dovuta, secondo Gentile, alla necessità operativa del momento, «caratterizzato da intensi combattimenti e forti perdite», che richiedeva un Ufficiale proveniente dal fronte «combattente». Allo stesso modo si può ipotizzare che anche in Valdarno la particolarità di un’azione congiunta di rappresaglia e distruzione di un sito minerario con grandi infrastrutture industriali avesse richiesto un “comando specializzato” e i Pionieren avrebbero assolto ad ambedue i compiti. Se dovessimo invece pensare che a Santa Barbara sia giunta in realtà solo una compagnia di genieri di “supporto” alla strage con il compito principale di minare il paese di Castelnuovo e le miniere, in questo caso il gruppo di soldati della compagnia del Maggiore Seiler da Montegonzi e l’Alarmkompanie stessa avrebbero dimorato in una località non ancora individuata.
[22] Né Emilio Polverini prese in considerazioni questi fatti, mentre sommò al contrario tutte le uccisioni partigiane a partire dalla fine di maggio 1944, né lo stesso Boni vi fa alcun accenno (CLC: 240-2).
[23] PRO Suppl.: 9.
[24] Dichiarazione 212 del 14 Giugno 1945 in PRO Suppl.: 41-42.
[25] Dichiarazione del 13 Giugno 1945, PRO Suppl.: 47-48. Vedi anche Dichiarazione del 13 Giugno 1945 di Danilo Masini in PRO Suppl.: 45-46,.
[26] Dichiarazione di Leone Masini cit..
[27] Dichiarazione del 14 Giugno 1945 di Luciano Monaci in PRO Suppl.: 49-50.
Una foto di Kluge si trova in
http://www.das-ritterkreuz.de/index_search_db.php4?modul=search_result_det&wert1=3117 .
[28] Proprio nel mese di luglio 1944, a partire dal 17 luglio quando venne richiamata per il fronte dell’Est in Polonia, sarà rinominata Fallschirm Panzer Grenadier Regiment HG e il comando, che Kluge riprese nel settembre di quell’anno, passò temporaneamente al Colonnello Fritz Fullriede. Secondo Boni, Fullriede avrebbe sostituito Kluge proprio al Poggiolo e avrebbe descritto nel suo diario il passaggio da Castelnuovo con quelle truppe di granatieri della Hermann Göring. In realtà è solo in agosto che Fullriede prese il comando della Fallschirm Panzer Grenadier Regiment HG.

 

© Francesco Gavilli

Una strage ~ 4. I Tedeschi: Alarmkompanie o corpi speciali?

 

 

Dobbiamo a Carlo Gentile la probabile individuazione delle truppe responsabili delle stragi di Civitella e di Cavriglia. Secondo lo storico, consulente prima della procura militare di Dortmund e poi di quella di La Spezia che istruì il processo per i fatti di Civitella della Chiana, nel periodo a cavallo di giugno e luglio, ci troviamo di fronte ad un ampio ed unico complesso di operazioni «antipartigiane» dal nome in codice di Seidenraupe (baco da seta). Questo sarebbe il significato di un “lucido” proveniente dal Comando di Kesselring, riguardante un’operazione svoltasi in un’area non definita dell’Italia occupata tra il 22 giugno e l’8 luglio e che sarebbe costata la vita a 391 persone, cifra assai vicina a quella complessiva delle vittime della Hermann Göring tra la Val di Chiana e il Valdarno.[1] Nella documentazione militare tedesca le prove di un’operazione di questo tipo sono documentate solo per Civitella e San Pancrazio e i responsabili per le stragi del 29 giugno sarebbero stati elementi del Comando della Divisione corazzata HG, la Feldgendarmerie Trupp (mot) 1000 di quella Divisione, le Compagnie di pronto impiego denominate Alarmkompanie Vesuv della Nachschub-Trupp Hermann Göring e Alarmkompanie Pauke del Reggimento corazzato. A loro volta il Comando di Divisione, e in particolare l’Ufficio informazioni (Ic-Abteilung), avrebbe elaborato i piani delle operazioni di stragi.

Nella documentazione non vi è traccia dei fatti di Meleto e Castelnuovo dei Sabbioni, perché i materiali del LXXVI Panzerkorps, sotto il cui comando la Göring operava, relativi al periodo successivo al 30 giugno andarono distrutti. Nell’Inchiesta su Cavriglia tuttavia una prova di un  legame tra le due stragi si trova nella testimonianza del parroco di Montegonzi, Don Ermanno Grifoni, al quale il Maggiore Seiler, comandante delle truppe giunte lì il primo di luglio disse: «Qualsiasi attacco portato dai Partigiani contro i miei soldati mi costringerà a eseguire rappresaglie, come abbiamo fatto a Civitella della Chiana». Inoltre nell’ultima dichiarazione di un giovane catturato dai Tedeschi per ottenere informazioni sui partigiani di Castelnuovo e Meleto, sembra scomparire qualsiasi dubbio: «Quando fui interrogato per la prima volta da un Capitano [a villa Silvano a Bagno a Ripoli] notai una carta a grande scala distesa sopra un tavolo nella stanza. Su questa carta vidi due grandi croci rosse. Una di queste croci contrassegnava il paese di Civitella della Chiana e l’altra il paese di San Pancrazio».[2]

Se secondo Gentile, «gli elementi in comune tra le varie stragi che avvengono in quest’area sono così numerosi che è assai evidente che si tratti di un unico disegno», a legare entrambe le stragi sarebbero soprattutto le due compagnie di pronto intervento (Alarmeinheiten) costituite da tempo nelle retrovie per azioni antipartigiane e presenti in Valdarno l’una fin dal 18 giugno (la Pauke) e l’altra dal 25 giugno (la Vesuv) (2006: 227). Queste compagnie, attive nella Göring già dal 1943, erano formate solo da ufficiali e sottufficiali, prelevati da varie unità dello stesso reparto e impiegati per un periodo limitato ma continuamente operative contro le formazioni partigiane e nella repressione di atterraggi di paracadutisti nemici. Come rivela il nome stesso queste unità dovevano essere in grado di operare rapidamente nel giro di poche ore. In particolare la Vesuv, costituita all’interno dell’unità dei trasporti e rifornimenti (salmerie) della Göring, sarebbe stata presente in entrambe le azioni, mentre la Pauke forse avrebbe operato solo a San Pancrazio. Gli Inglesi, da parte loro, mentre indagavano su una compagnia di trasmettitori, giunsero in modo abbastanza casuale a quello che oggi può apparire come uno dei comandi di tutta l’operazione, alloggiato fin dalla metà di giugno presso Bagno a Ripoli e facente capo al Maggiore Rahls, comandante delle Fsch.Pz.Nachschubtruppen. Tuttavia, al momento dell’indagine, non si poteva comprendere l’agile e mutevole composizione delle Alarmeinheiten né cogliere il disegno unitario delle stragi e Rahls, infatti, non fu segnalato neppure come criminale di guerra.

All’interno di questo quadro, dove emerge un campo d’azione a vasto raggio, livelli di responsabilità decisionali molto alti (Comando di Divisione ma forse anche del Corpo d’armata), impiego di forze estese e un lavoro d’intelligence preparatorio assai puntuale, per Gentile più incerte sarebbero le responsabilità del Genio Militare, della I Divisione Paracadutisti, dell’artiglieria, dei carristi e dei trasmettitori perché «gli indizi a loro carico sono spesso poco concreti» (2006: 230). Alla luce delle considerazioni che svilupperemo, secondo noi, volutamente od oggettivamente, alcuni di questi Reparti in realtà crearono ad arte una certa confusione attraverso un comportamento astutamente ambiguo, fatto d’intenzioni manifeste e subdole rassicurazioni, costringendo gli Inglesi a ricostruire con difficoltà la trama dei fatti. Tuttavia, in una zona mineraria caratterizzata da un importante impianto industriale più volte la documentazione storica ha incrociato il Genio Militare e, anche se la distruzione della Centrale Elettrica iniziò nella notte tra il 6 e il 7 luglio, in varie strutture della Miniera già da alcuni giorni si era cominciato a sistemare le mine.[3] Se fu lo stesso Genio Militare della Hermann Göring a minare il paese di Castelnuovo dopo che questo era stato “ripulito” dei civili, rimane difficile pensare all’azione stragista e di devastazione infrastrutturale come a due operazioni distinte. Certamente il tremendo impatto emotivo delle stragi spinse la narrazione e la memoria, com’è comprensibile, verso le vicende relative ai rastrellamenti e le uccisioni, lasciando in secondo piano le distruzioni infrastrutturali. Tuttavia, anche se supponessimo che il Comando Divisionale abbia fatto affidamento per l’esecuzione delle uccisioni solo sulla Vesuv, lasciando compiti di supporto ad altri Reparti, è comunque fuorviante concentrarsi solo sulle Alarmeinheiten. Ciò che è in discussione non è la loro presenza quanto piuttosto l’organizzazione di tutta l’operazione, la quale in base alle testimonianze coinvolse una pluralità di reparti della Divisione Hermann Göring secondo una logica di prelievo generalizzato. Siamo infatti più vicino al vero se diciamo che il 4 luglio fu un’intera Divisione a mettere in atto un’operazione antipartigiana sotto il tacito controllo del Comando d’armata.

 

Voci su una strage

 

Tra le dichiarazioni raccolte dagli Inglesi cinque testimonianze portano direttamente a Terranuova Bracciolini. La piccola cittadina non si trova nelle immediate vicinanze dei paesi soggetti alla violenza tedesca e la sua naturale propensione è il versante orientale della vallata dell’Arno che guarda il Pratomagno, nel lato opposto ai monti del Chianti. Dopo la scoperta della documentazione d’Inchiesta inglese la percezione di tutta la vicenda stragista è mutata e ogni racconto storico e giudiziario prende le mosse da quel paese, facendo cadere definitivamente, a causa del concorso di forze diverse e di comandi assai elevati, l’idea che l’azione repressiva sia avvenuta estemporaneamente per un improvviso rigurgito di vendetta nazista o per l’intemperanza di alcune truppe. Già lo stesso Report inglese si era domandato se «i movimenti delle varie Unità militari tedesche (…) possono essere stati semplicemente una normale procedura, manovre causate da situazioni di guerra del momento, coincidenti con le date delle rappresaglie nelle zone interessate» o se «quei movimenti fossero parte di un piano preordinato per eseguire rappresaglie su larga scala contro civili di sesso maschile nel Comune di Cavriglia».[4]

Parallelamente la non conoscenza dei risultati dell’Inchiesta favorì la caratterizzazione mitica del racconto sotto forma di “voci”, che nel periodo immediatamente successivo la strage furono tante e riguardarono sia i «collaboratori» Italiani sia i Tedeschi. La presenza degli Italiani fu subito oggetto di ipotesi controverse. Si disse che alcuni Fascisti avevano già minacciato gravi ritorsioni perché gli abitanti di questi paesi erano restii alla collaborazione.[5] La moglie di un uomo fatto ostaggio a Meleto avrebbe annunciato «in anticipo» l’uccisione di massa, anche se subito s’insinuava che la donna fosse «pazza». «Una famiglia» era stata accusata di aver collaborato con i Tedeschi, mentre chi aveva fatto il pane per i Partigiani avrebbe reso tutta la popolazione complice agli occhi degli occupanti.[6] Una suora parlò di un uomo che durante i rastrellamenti a Castelnuovo camminava con una bandiera italiana.[7] Un uomo, sconosciuto e «probabilmente un repubblichino», nella periferia di Meleto proprio durante le operazioni costrinse un ragazzo in fretta e furia a riparare la ruota forata della propria motocicletta.[8]

I racconti che riguardavano i Tedeschi furono invece più vaghi e sempre circondati da un alone di mistero. Per alcuni erano vestiti con divisa da SS, per altri invece di «grigioverde con delle mostrine nere».[9] Una voce molto diffusa diceva che a Castelnuovo il soldato scelto per mitragliare la settantina di uomini addossati alla muraglia della Piazza si rifiutò di sparare e, bruscamente messo da parte da un suo camerata, fu ucciso insieme ai civili, mentre secondo altri sarebbe stato portato sino a San Martino e lì sgozzato con altri tre uomini.[10] Se per alcuni i soldati sembravano «dappertutto»,[11] tanto che si parlò di centinaia di soldati e un grande movimento di camion, a Meleto parvero poco più di una decina e furono visti solo due automezzi e due motociclette, una delle quali sarebbe stata guidata da un repubblichino, motivo per cui fu in seguito processato.[12] A Massa, dopo che i Tedeschi avevano catturato una decina di uomini, giunsero due aerei inglesi sparando sull’assembramento e favorendo una fuga generalizzata. Purtroppo gli aerei non sorvolarono i paesi di fronte, Meleto e Masseto, che a quell’ora erano già in fiamme e stavano sollevando alte colonne di fumo nero, tanto che l’intervento alleato dal cielo non solo non fu ritenuto efficace ma forse neppure attendibile. Si diceva che a San Martino, mentre altrove erano già stati uccisi la quasi totalità degli uomini, la moglie di un dirigente della Mineraria, padrona della lingua tedesca, abbia fatto da interprete tra i soldati e i Partigiani per una partita di cereali e qualche maiale;[13] per altri invece si sarebbe limitata a telefonare «al comando di Firenze» perché gli ostaggi del piccolo paese fossero liberati.[14] Riguardo allo stesso comportamento dei Partigiani vi furono contrapposte versioni: per alcuni fuggirono, per altri tentarono di avvicinarsi e ingaggiarono qualche battaglia, per altri ancora addirittura seppero solo il pomeriggio quello che realmente era successo.

Questi frammenti di verità e distorte ricostruzioni, che i Carabinieri cercarono di verificare senza successo o con poca convinzione, ufficialmente per non creare altre divisioni, ma forse con la volontà di fare emergere solamente “responsabilità partigiane”, furono riportate in realtà dai parroci nei loro diari. Quelle voci ancora mantengono un alone di mistero e dicono di una trama velata che non potrà mai essere scritta come una cronaca certa a dispetto delle ricostruzioni degli storici, delle inchieste giudiziarie, delle memorie spesso ingannate dal risentimento o perfino dall’inconfessato timore di aver fatto da sponda a episodi criminali. Non è un caso che sempre gli investigatori della S.I.B. per assicurarsi che le «affermazioni molto colorate ed esagerate che (…) venivano dalle fonti italiane» fossero vere e che le atrocità si fossero «effettivamente svolte come (…) erano state riportate», all’inizio si siano avvicinati ai testimoni con rigore ma anche scetticismo.[15]

 

Evelina Dugini

 

Anche se non sappiamo come gli Inglesi arrivarono a lei, fu una donna, Evelina Dugini, sfollata da San Giovanni Valdarno a Terranuova Bracciolini e senza nessuna relazione apparente con le vittime di Castelnuovo e di Meleto, a dare per prima un volto e un nome ad un criminale di guerra. La sua dichiarazione, una delle prime di tutta l’Inchiesta (18 settembre), s’incrocia con quelle degli abitanti di Castelnuovo ed è precedente anche quella di un Partigiano (25 settembre), che aveva consegnato agli Alleati un giovane fatto prigioniero e condotto proprio a Terranuova dai Tedeschi.[16]

La “voce” di Evelina si rivelò comunque una notizia vera e portò gli Inglesi a indagare su una truppa appartenuta alla Luftwaffe, che era arrivata a metà giugno a Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze, e che stazionò a Terranuova a partire dal 25 giugno.

Dalla confidenza ricevuta dal soldato Rudi Groner, Evelina era venuta a sapere che la mattina del 4 luglio la sua Compagnia aveva partecipato alle stragi. Groner frequentava in quei giorni l’appartamento di una ragazza nello stesso palazzo in cui viveva la donna, dove venne ingaggiato un giovane studente di lingue per fare da interprete nell’interrogatorio di un certo Ivario V. di Castelnuovo dei Sabbioni fatto prigioniero. V., trovato con una bomba a mano e sotto la minaccia d’impiccagione e di ritorsione verso i familiari, avrebbe fatto alcuni nomi di Partigiani di Meleto e Castelnuovo. Anche questa vicenda entrò nel novero delle voci non verificate, ma una donna de Le Màtole, abitato alle porte di Castelnuovo teatro l’11 luglio di una successiva rappresaglia, era certa di essere stata respinta con il calcio di un fucile proprio da quel giovane che nell’occasione cercava di mascherarsi con un elmetto intrecciato con frasche di quercia.[17] Secondo i più il V. avrebbe mostrato segni di «squilibrio» essendo passato alla Repubblica Sociale dopo essere stato amico dei Partigiani presso i quali si recava per fare loro i capelli a tempo perso. Anche se da allora la vicenda di quest’uomo fu soggetta, com’è chiaro, a fraintendimenti e risentimenti locali, tuttavia la storiografia ha affrontato tutta la questione con molti pregiudizi ed eccessive cautele, finendo non tanto per assolvere o condannare una singola persona quanto per non approfondire il coinvolgimento dei Repubblichini.[18]

Comunque sia la Dichiarazione di Evelina Dugini, seppur breve, non ha solo valore di prima individuazione di uno dei criminali di guerra, ai quali è probabile si sarebbe prima o poi arrivati grazie alle testimonianze dei Partigiani che avevano arrestato il V., ma ci dice intanto che l’Unità di Groner il 4 luglio operò a Castelnuovo e a Massa e che ancora il giorno dopo era presente in Valdarno. Così testimoniò la donna:

Sono una donna sposata, con due bambini e risiedo a San Giovanni. Durante i mesi di Giugno e di Luglio di quest’anno, ho abitato nella casa del Signor Francini, in Via Concini 119 a Terranuova, dove occupavo l’ultimo piano della casa. Verso il 1° luglio 1944, ero sul portone d’ingresso, quando un soldato tedesco, il quale, io sapevo, aveva visitato la casa in una precedente occasione per incontrare la signorina Teresa Francini, mi avvicinò chiedendomi – in un italiano ben comprensibile – se potevo lavare per lui alcuni indumenti. Dopo che ebbi accettato di farlo, egli mi dette un fagotto di panni sporchi da lavare che aveva con sé. Intorno al 5 luglio 1944, questo stesso soldato ritornò nell’appartamento dove dimoravo per riprendere i suoi panni lavati. Si scusò con me per non essere potuto tornare prima a riprenderli, giustificandosi con il fatto di essere stato trattenuto a Castelnuovo dei Sabbioni e a Massa dove, insieme ai suoi camerati, aveva fucilato un gran numero di Partigiani. Egli lasciò la casa e da allora non l’ho più visto né ho sentito parlare di lui. Quando in seguito chiesi alla Signorina Teresa Francini se conosceva il nome di questo Tedesco, lei mi disse che si chiamava Rudi Groner. Per quanto mi ricordo Groner poteva avere circa 23 anni di età, alto circa m. 1,63, ben formato, i capelli castani chiari ondulati, gli occhi penetranti e la carnagione abbronzata. Era vestito con camicia e calzoni corti kaki. Potrei riconoscerlo, se lo vedessi nuovamente.[19]

 

Alarmkompanie Vesuv o una «particolare» Unità antipartigiana?

 

Nelle testimonianze di Terranuova il comportamento dell’Unità antipartigiana cui apparteneva Groner appare relativamente tranquillo, non c’è traccia di brutalità né vi è una particolare segretezza sulla propria missione. L’Ufficiale comandante, un Tenente appassionato di musica che suonava il piano «molto bene», comunicava in francese con il proprietario della casa dove aveva preso dimora, a cui aveva confidato senza esitazioni la sua missione di repressione antipartigiana la quale sottintendeva notoriamente anche la morte di civili innocenti. D’altronde ciò che faceva pensare di trovarsi di fronte a soldati “caratterialmente” violenti è probabile si verificasse solo al momento della “messa in atto” della strage quando cioè, nella consapevolezza di dover assolvere un compito pluriomicida e indiscriminato in una situazione emotiva estrema, avveniva una trasformazione in senso spietato di tutto il comportamento del militare.[20]

Secondo la testimonianza di Nella Terni, questo «Tenente tedesco con circa settanta soldati» era giunto a Terranuova Bracciolini attorno alla domenica del 25 giugno. In quel periodo il proprietario della casa, presso cui la giovane prestava servizio, era sfollato. Via Vittorio Veneto nella sua parte iniziale dipartiva da uno slargo centrale e comprendeva alcune villette in stile primo Novecento. Il «Comando» s’installò nella casa dove la Terni lavorava, mentre poche abitazioni avanti alloggiò da solo l’Ufficiale capo di tutta l’Unità. Il resto della truppa si stabilì poco distante in via Verdi, nella sede della Scuola di Musica. I tedeschi erano arrivati con «parecchi camion militari e motociclette», tanto che il Segretario Comunale, Vittorugo Lavacchi, che ospitò il Comandante, parlò di «un’Unità mobile» intendendo evidentemente una compagnia adatta a continui e improvvisi spostamenti.[21]

Secondo Gentile, quest’Unità antipartigiana altro non era che l’Alarmkompanie Vesuv, il cui coinvolgimento nella strage di Civitella è dedotto da una serie di passaggi logici: in Val di Chiana infatti alcuni testimoni avevano notato che gli automezzi tedeschi erano contrassegnati da un cerchio bianco con una N centrale di colore blu, sigla della Nachschub-Trupp Hermann Göring.[22] Al contrario né la giovane donna di servizio né il Segretario Comunale ricordavano alcun contrassegno sugli automezzi, ma gli Inglesi, tramite le confessioni del V., giunsero lo stesso a Villa Silvano di Bagno a Ripoli, dove pare sicuro alloggiasse la Vesuv.[23] Ai primi di luglio al suo comando vi sarebbe stato il tenente Siegfred Böttcher, che al processo sui fatti di Civitella fu imputato quale comandante della Vesuv.[24] Al Lavacchi l’Ufficiale invece disse di chiamarsi Wolf e tale incongruenza è spiegata da Gentile con il fatto che «le Alarmeinheiten in genere non avevano personale fisso, ma (…) venivano invece spesso costituite o sciolte secondo le necessità operative e (…) i loro uomini appartenevano ad altre unità, presso le quali continuavano a prestare servizio» (1998: 33). Questa contraddizione da una parte complica notevolmente la comprensione della vicenda, perché si lega ad un errore della ricostruzione degli Inglesi, i quali confusero il «Tenente Wolf» con un «Capitano Wolf» allora di stanza a Bagno a Ripoli, ma dall’altra può nascondere una sua insospettabile soluzione.

Domandiamoci innanzitutto se questa Unità sia stata una parte o tutta l’Alarmkompanie e come sia stata presumibilmente disposta nella zona di retrovia, dalla Val di Chiana al Valdarno, dove andava ad operare. Infatti, se secondo le testimonianze su Villa Silvano a Bagno a Ripoli essa era formata al suo completo da circa 150 uomini con un personale formato sempre «da sottotenenti guidati da un Tenente», attorno al 25 giugno una parte dei suoi componenti si sarebbe trovata a Terranuova, mentre un numero oscillante attorno al centinaio si sarebbe venuto a trovare nei pressi di Civitella tra Tegoleto, Spoiano e Oliveto. La composizione dell’unità di Terranuova a sua volta è ben particolare e i testimoni distinsero una «truppa», un «Comando» e un Ufficiale comandante: una divisione gerarchica che si riflette nell’alloggio, nettamente diviso tra una Villa dove se ne sta da solo il Comandante, un’altra dove alloggiano un gruppo scelto di sottufficiali, qui chiamato «Comando», e il grosso della «truppa» nella Scuola di Musica del paese.

Se «Wolf» fosse stato il Comandante di tutta la Vesuv nel periodo a cavallo tra il giugno e il luglio, in quei giorni avrebbe coordinato l’azione di Civitella da «distanza», facendo spola tra i dintorni di Firenze, il Valdarno e la Val di Chiana. In appoggio alla tesi dell’unitarietà delle stragi va preso in considerazione quanto quest’Ufficiale confidò al Lavacchi nella settimana che rimase nella sua casa. Essendo avvenuta la conversazione in un giorno tra il 25 giugno e il 3 luglio, nell’affermare «una volta l’Ufficiale mi disse che aveva combattuto con i suoi uomini contro i Partigiani», il “combattimento” sembra riferirsi a un’azione particolare avvenuta in quel periodo più che alla consuetudinaria attività della propria Unità, tanto che, sebbene le testimonianze di Terranuova non abbiano parlato di un’assenza significativa il 29 giugno di tutta o gran parte di quest’Unità, si può pensare alle stesse stragi della Val di Chiana.[25]

Contro questa ipotesi sta il fatto che in realtà il vero comandante della Vesuv per Gentile sarebbe Böttcher e la spiegazione del cambiamento di comando dettato dalle «necessità operative» del momento si scontra con un evidente sovrapposizione di date. L’Ufficiale di Terranuova perciò o era il Böttcher stesso, nel qual caso «Wolf» sarebbe una falsa identità, o era un Tenente messo al comando di quella parte dell’Alarmkompanie Vesuv con compiti “speciali” nell’operazione nella zona mineraria. Svilupperemo più avanti quest’ultima ipotesi.

 

Rudi Groner

 

Tutti i testimoni misero in risalto la figura di Rudi Groner, il quale «parlava con proprietà l’italiano» e pareva avere funzioni d’interprete. L’identificazione di questo soldato, che con orgoglio si presentava come «membro della Luftwaffe» e apparteneva di fatto alla 3a compagnia autotrasporti delle Nachschub-Truppen HG, a ben vedere è il vero anello di congiunzione nella visione di un’unica operazione tra il Valdarno e la Val di Chiana (Gentile 1998: 32). Neppure questo interprete, che era riuscito a tessere una rete di legami con la popolazione locale e per di più si dimostrò capace di condurre da solo un interrogatorio con efficacia poliziesca, teneva segreta la propria attività antipartigiana. Rudolf o Rudi Groner, le cui attitudini socievoli ed espansive saranno rimarcate nella scheda segnaletica inglese come «persona cui piacciono il vino e le donne», divenne presto un personaggio in vista nella piccola cittadina di Terranuova tra i militari della sua Unità. La stessa Terni sottolineò come la frequenza delle visite in casa Francini fosse addirittura giornaliera. Dalla descrizione di chi ebbe stretti contatti con lui ci giunge il ritratto del tipico «uomo comune» (Browning), che intrattiene per diletto personale e forte senso del dovere relazioni correnti con gli abitanti del luogo, scambia con loro le foto, lascia il proprio indirizzo, beve del vino in compagnia, lavora per reprimere l’attività partigiana, fa pressioni per avere qualche loro nome, minaccia un prigioniero di uccidergli i familiari, partecipa al massacro di un’ottantina di uomini come ad una normale battuta di caccia, e alla fine «si scusa» se con ritardo ritira gli indumenti lasciati a lavare perché trattenuto da queste incombenze quotidiane. «È la guerra», dirà al giovane interprete dell’interrogatorio, Pericle Sorbi.

Se la circostanza che Groner, continuamente alla ricerca d’informazioni sui Partigiani, abbia condotto a Terranuova in prima persona l’interrogatorio del V., potrebbe far pensare a un ruolo di primo ordine in tutta la vicenda, a sua volta la casa della Francini, dove il soldato fu subito indirizzato, non sembra essere stata solo un ritrovo di «amanti del vino e delle donne». Ad accompagnare il soldato tedesco sono sempre infatti degli «Italiani» che la giovane curiosamente dice di non conoscere, come se l’abitazione avesse accolto abitualmente “estranei”. Quando la Francini fu interrogata, così descrisse il loro primo incontro:

Sono una donna nubile di ventitré anni e vivo a Terranuova con i miei genitori. Credo sia stato l’ultimo giorno del mese di Giugno 1944, quando un soldato tedesco entrò in casa mia chiedendomi, in un italiano abbastanza corretto, del vino. Io glielo offrii e lui lo consumò in casa. Mentre stava bevendo, iniziammo a conversare in un modo assai amichevole. Alla fine, quando se ne andò, promise di ritornare poiché – disse – era appena arrivato nel paese e vi sarebbe rimasto per un po’ di tempo. Ricordo che il giorno seguente, o qualche giorno dopo – non sono abbastanza sicura di questo, andai a fare una passeggiata in campagna con un mio amico, Pericle Sorbi, che in quel periodo viveva nel paese. Quando feci ritorno a casa con Sorbi, vi trovai il soldato tedesco con cui avevo conversato il pomeriggio precedente. Stava sorseggiando del vino insieme a due giovani italiani, di cui ora non ricordo i nomi. Dopo un po’ il mio amico Sorbi lasciò la casa e, durante la conversazione che seguì fra il tedesco e me, accennai al fatto che egli era in grado di parlare bene il tedesco. Poco dopo, anche il tedesco se ne andò. [26]

A sua volta Pericle Sorbi avrà una memoria più drammatica di quell’incontro.

Sono un uomo celibe, risiedo con i miei genitori [a San Giovanni Valdarno] e sono studente di lingue. Parlo correntemente il tedesco. Durante i mesi di Giugno e Luglio 1944, mia madre ed io sfollammo dalla nostra cittadina nel paese di Terranuova, che dista circa tre chilometri, a causa dei bombardamenti degli Alleati su San Giovanni. (…) Non ricordo il giorno esatto, ma era sicuramente verso la fine di Giugno 1944 ed ero in compagnia di una mia amica, la Signorina Teresa Francini, con la quale facemmo una passeggiata nelle vicinanze di Terranuova. Alla fine ritornammo a casa della Signorina (…). Entrando in casa, vidi un soldato tedesco in compagnia di due giovani civili italiani che bevevano del vino. Non conoscevo nessuno di loro. All’inizio la Francini ed io rimanemmo in disparte, ma dopo un po’ di tempo, la Signorina, sapendo che io ero capace di parlare tedesco, m’invitò a conversare con il soldato. In quel momento il soldato, rivolgendosi a me, disse: «Parlate tedesco?». Risposi: «Sì, un poco». Durante la conversazione che seguì fra il soldato e me, gli promisi che sarei ritornato più tardi, quella sera, per tradurgli una lettera che aveva ricevuto dalla sua fidanzata italiana. Alla fine lasciai la casa, ma in realtà non ritornai come avevo promesso.[27]

 

«Non aver paura»

 

Secondo una ricostruzione che peraltro a lungo fu ritenuta di parte e dettata dalla falsa coscienza dei Partigiani, sarebbe stato un fatto in parte fortuito a chiudere il cerchio attorno alle brigate partigiane che operavano a ridosso dei monti del Chianti. Il giovane di Castelnuovo, trovato in possesso di una bomba a mano a causa forse di una goffa reazione, fu fatto prigioniero e condotto a Montevarchi. Il giorno successivo fu consegnato prontamente alla compagnia di Terranuova, evidentemente per la sua competenza antipartigiana, al fine di estorcere notizie sui ribelli di quella zona. Nonostante oggi questo racconto sia finalmente ritenuto veritiero, in realtà il pregiudizio antipartigiano ha continuato a depotenziarlo attraverso una trama assai sommaria e un’interpretazione tutta psicologica e individuale. Se è sicuro che furono date informazioni sulla provenienza di alcuni Partigiani di Meleto e Castelnuovo, è molto più plausibile che queste siano servite ad attuare le azioni di rappresaglia partite da Poggio alle Valli fino a Le Màtole, l’8 e l’11 luglio, mentre resta difficile pensare che l’organizzazione di un eccidio così vasto sia stata pensata a partire da quanto il giovane rivelò ai Tedeschi.

Il giovane, arrestato dai Partigiani al suo ritorno in paese e poi consegnato agli Inglesi, non prima di essere percosso dai compagni di un tempo, fu condotto a Castel Baronia, in provincia di Avellino, dove viveva in semi libertà con l’obbligo di presentarsi ogni giorno ai Carabinieri. A dicembre rilasciò una prima dichiarazione al Cap. Middleton, per conto della S.I.B., costruendo la sua difesa nel dilatamento dei tempi intorno alle date delle stragi di Castelnuovo e Le Màtole, perché apparisse impossibile la sua partecipazione. In quel primo momento negò persino di aver conosciuto i Partigiani. Il Sergente Maggiore Crawley in realtà quando lesse la dichiarazione fornita per rogatoria al capitano Middleton, sapendo da Pericle Sorbi come si era svolto effettivamente l’interrogatorio a Terranuova, divenne certo che l’uomo avesse passato ai Tedeschi una grande «mole d’in­formazioni» (PRO Report: 33). Crawley si trasferì così di persona a Castel Baronia, dove il 27 febbraio 1945 interrogò di nuovo il giovane, ma a quel tempo aveva già scritto le conclusioni dell’Inchiesta e utilizzò le nuove dichiarazioni per riaprire un fascicolo su Poggio alle Valli, da dove il delatore avrebbe condotto i Tedeschi verso la base dei Partigiani della Chiatti. In questo secondo interrogatorio finalmente ammise di aver indicato ai Tedeschi come giungere ai Partigiani, ma continuò a negare la sua presenza a Le Màtole.

Il racconto di Ivario V. può essere diviso in più parti: la cattura da parte dei Tedeschi per il possesso di una bomba, la detenzione e il suo interrogatorio a Terranuova, il trasferimento a Bagno a Ripoli e finalmente la sua presenza all’azione antipartigiana dell’11 luglio de Le Màtole, ammessa nella terza e ultima sua dichiarazione. Viste le incongruenze del racconto con quanto l’indagine andava rivelando, Crawley lo interrogò più volte e fu così uno degli ultimi testimoni a essere sentito, quando ormai non poteva negare quanto Pericle Sorbi aveva già dichiarato e che lui si era ben guardato dal riferire a dicembre.

La sua cattura da parte dei Tedeschi sarebbe avvenuta nella strada tra Castelnuovo e Cavriglia, dove un automezzo militare s’imbatté nel giovane proprio nel momento in cui stava tentando di lanciare contro i soldati una bomba a mano, «che [avrebbe] trovato, due o tre giorni prima, in un cespuglio presso Castelnuovo». Se quest’episodio, sicuramente un po’ fantasioso e di riparazione al comportamento successivo, sembra il tentativo di apparire agli occhi degli Inglesi un fiancheggiatore dei Partigiani, dalla testimonianza dello stesso Sorbi è confermata la percezione tedesca dell’ostaggio come quella di un partigiano. Lo stesso V. tentò di difendersi agli occhi degl’Inglesi in questo modo: «Sebbene non fossi un Partigiano attivo, io ero un loro forte simpatizzante e conoscevo i membri della banda partigiana del posto, comandata da Nello Vannini che era anche un mio intimo amico. Ero solito frequentare il locale Comando partigiano, sopra San Martino, per tagliare i capelli ai membri di questa banda, poiché facevo il parrucchiere a tempo perso».

Sull’episodio esiste una memoria di Emilio Polverini antecedente la pubblicazione dell’Inchiesta inglese, la quale pone alcuni interrogativi sul racconto del giovane. L’arresto, infatti, sembra sia stato compiuto non dai Tedeschi ma dai Repubblichini. Polverini infatti aveva scritto che

nel dopoguerra molti asserivano che a Le Màtole c’erano anche degli Italiani nel gruppo dei rastrellatori: veniva fatto anche il nome di un giovane, Ivario V., che li avrebbe guidati al rifugio. Questo giovane era stato arrestato dai Repubblichini perché pare sia stato trovato in possesso di un’arma, lasciata dai militari che erano partiti da Castelnuovo dopo l’8 Settembre, che lui portava con sé e mostrava per eccesso di spavalderia. In seguito aveva aderito alla Repubblica Sociale.

Al momento di questa memoria lo storico locale si manteneva prudente riguardo la relazione del giovane con la strage del 4 luglio, tuttavia non solo confermava la storia di un’arma lasciata in paese già dal settembre 1943 e mostrata con «spavalderia», ma diceva anche di essere stato testimone dell’arresto e dell’esibizione del prigioniero su una grossa camionetta scoperta, seguita dalla madre che ne supplicava il rilascio. Sembra di capire che a causa di quest’arma il V. fosse oggetto nel paese di una preoccupata attenzione e forse non è un caso se nel racconto agli Inglesi trasformò l’arma fino allora sfacciatamente esibita in una bomba scagliata contro un veicolo tedesco. Ma ciò che più conta è che a procedere in modo plateale all’arresto non siano stati i Tedeschi ma i Fascisti: l’esibizione a monito per l’intera popolazione, d’altronde, aveva una logica più Repubblichina che tedesca e trovava il suo corrispettivo nella ostentazione che anche i Partigiani facevano dei Tedeschi catturati. Forse la contorta testimonianza voleva occultare una trama più complessa, come se al giovane fosse servito far credere di essere stato fatto prigioniero solo dai Tedeschi e dare in tal modo un carattere più «ineluttabile» alla sua collaborazione e tacere una più compromettente presenza repubblichina locale.

Questo episodio pone il problema del ruolo del fascismo valdarnese. Si spiegherebbe così perché il prigioniero abbia dovuto sostare prima a Montevarchi per poi essere consegnato ai Tedeschi a Terranuova, mentre gli Inglesi, nonostante la sua reticenza e confusa ricostruzione, non approfondirono la storia.[28] Infatti, dalla lettura delle testimonianze, il Valdarno alla fine di giugno appare soggetto a un’attività investigativa e spionistica che coinvolge persone comuni, fascisti convinti e sbandati di ogni tipo. Gran parte della popolazione del bacino minerario d’altronde era in allerta nei giorni precedenti e molti si nascosero; la posa delle mine nella centrale di lignite aveva creato allarme e trattative da parte della dirigenza mineraria con i Tedeschi, mentre l’arrivo di truppe notoriamente “spietate” e senza scrupoli avrà spinto alla delazione i Repubblichini. Di certo la comparsa nella scena dell’eccidio di un compaesano «in uniforme tedesca» fece precipitare il racconto della strage in una trama strettamente paesana e fu interpretata in chiave psicologica attraverso la mancanza di coraggio, l’esaltazione e l’invidia.[29]

Riguardo la detenzione a Terranuova e lo spostamento a Bagno a Ripoli, se a dicembre il V. aveva cercato di spostare a dopo la strage la semplice ammissione ai tedeschi della «presenza» dei Partigiani nei dintorni di Cavriglia, a febbraio ammise che già il 30 giugno, tradotto nella Scuola di Musica di Terranuova, era stato costretto a fare i nomi dei Partigiani.

Più tardi, quella stessa mattina, mentre ero ancora nel giardino, giunse un soldato tedesco che mi parlò in un italiano abbastanza corretto. Prima mi chiese il nome e l’indirizzo, che io gli diedi, poi mi accusò di essere un Partigiano e mi domandò il nome del comandante dei Partigiani di Cavriglia e della località dove si trovava la loro Banda. Inizialmente provai a negare di sapere nulla riguardo ai Partigiani, ma quello minacciò di mettere in atto ritorsioni contro la mia famiglia. Fu allora che, impaurito da quella minaccia, feci il nome di Nello Vannini come il comandante dei Partigiani. Gli dissi anche che membri della banda di Vannini potevano essere trovati nei dintorni di Poggio alle Valli, nel Comune di Cavriglia. Il soldato allora mi lasciò, ma ritornò circa un’ora più tardi accompagnato da un uomo che mi era totalmente sconosciuto. Loro parlavano in tedesco tra di loro. E quando quel civile mi disse in italiano – «Non aver paura», il soldato tedesco lo fermò dicendogli: «Non parlare con lui!». L’uomo allora si allontanò seguito dal soldato e per quel giorno non fui più interrogato. Quella notte mi fu permesso di dormire, con altri soldati, in una stanza della scuola.

A sua volta Pericle Sorbi ci parla di un uomo ancora non pienamente esplicito nelle proprie rivelazioni e di un sottufficiale che conduce l’interrogatorio da solo. Se si stesse determinando l’intera operazione stragista sarebbe sorprendente che ciò avvenga senza la presenza all’interrogatorio di un grado superiore al sottufficiale Groner. Alla fine, se è illogico pensare che si aspettino alcuni giorni per interrogare quello che per i tedeschi è più di un sospetto partigiano trovato con una bomba in tasca in una zona ad alta densità ribellistica (PRO Report: 33), siamo allo stesso tempo troppo a ridosso del martedì 4 luglio perché siano queste rivelazioni a determinare un’azione di tali dimensioni. Da parte sua la drammatica Dichiarazione del Sorbi ci parla di un interrogatorio condotto con maestria poliziesca dal tedesco, il quale porta l’ostaggio progressivamente in un vicolo cieco fatto di ricatti e minacce di ritorsione, in una situazione di tortura psicologica, tanto che Sorbi dice agli Inglesi che non avrebbe voluto svolgere quel compito e che compresa la situazione dove si era venuto a trovare invitò il giovane a «non dire troppe cose». In realtà il V. al momento di questo interrogatorio aveva già ammesso situazioni e conoscenze e con molta probabilità il fine sembra lo studio e il controllo del territorio per l’attuazione e non l’ideazione della strage. Così il Sorbi descrisse il drammatico confronto:

Il pomeriggio seguente, alle ore 14,30 circa, accompagnato da un mio amico stavo passeggiando lungo il Corso di Terranuova, quando fui fermato dallo stesso soldato tedesco che avevo incontrato in casa della Signorina Francini la sera precedente. Il soldato mi disse che dovevo accompagnarlo poiché aveva bisogno del mio aiuto. Cercai di spiegargli che non era il momento opportuno per accompagnarlo poiché ero con un amico. Però il soldato insisté ancora così tanto che dovetti lasciare il mio amico e accompagnare il soldato presso un edificio del paese, conosciuto come la Scuola di Musica, al n. 33 di Via Verdi a Terranuova. Vi era una sentinella tedesca che stava sorvegliando l’entrata al giardino a fianco della Scuola; quindi entrammo nel giardino stesso. All’estremità opposta vidi un giovane civile italiano che era seduto su uno scalino di una baracca nel giardino. Mi era completamente sconosciuto. Ci avvicinammo a lui e il soldato tedesco mi disse: «Quest’uomo è un Partigiano che abbiamo catturato. Ti ho chiamato allo scopo di spiegargli con precisione alcune cose». Compresa la situazione in cui mi venivo a trovare, dissi al soldato che non era molto piacevole per me assistere all’interrogatorio di un connazionale. Il soldato rispose: «È la guerra». Allora mi voltai verso il civile e lo consigliai di non dire troppe cose, dopo di che il soldato mi avvisò che non dovevo parlare al civile fino a che non me lo avesse ordinato di farlo lui stesso. Attraverso il mio ruolo d’interprete, il soldato fece al civile le seguenti domande: «Perché portavi con te una bomba in tasca? Qual era la tua intenzione?». Il giovane rispose: «Avevo trovato la bomba e volevo consegnarla al Comando Tedesco. Io sono innocente». A queste parole il soldato disse: «Questo è assurdo, tu ci hai già informato riguardo alla località dove stanno operando i Partigiani, le loro forze e i loro armamenti». E quello replicò: «È assai facile sapere tutto sui Partigiani, nel mio paese tutti quanti lo sanno». Quando gli chiese se conosceva il nome del Comandante dei Partigiani, lui negò di esserne a conoscenza. Allora gli furono chiesti i nomi di alcuni membri della banda dei Partigiani, che stava operando vicino a casa sua. Alla fine il giovane ammise di saperlo e il soldato, nell’udire ciò, gli consegnò un pezzo di carta e un lapis, ordinandogli di scrivere informazioni sui Partigiani. Fu così che, in mia presenza, scrisse sul pezzo di carta i nomi e gli indirizzi di tre persone che, secondo lui, erano Partigiani. Egli consegnò la carta al soldato. Non sono in grado di ricordare i nomi che io vidi scrivere dal giovane, ma ricordo che due di loro vivevano a Castelnuovo dei Sabbioni e uno a Meleto. Il soldato lo interrogò di nuovo a proposito dei nomi di altri Partigiani che poteva conoscere, ma senza successo. L’ostaggio fu allora informato che se non aveva dichiarato tutta la verità, sarebbe stato impiccato alle ore 17 di quello stesso giorno. Quegli giurò di aver affermato la verità, ma subito il soldato lo avvertì che il luogo dove aveva affermato che i Partigiani stavano operando, non era stato trovato sulla mappa. Il giovane si offrì volontariamente di accompagnare i Tedeschi nella località in questione. Non conosco l’esatta località riferita, ma era da qualche parte nel Comune di Cavriglia. Allora il soldato gli disse: «Tu sei furbo, ci vuoi condurre in una trappola». Passò allora a chiedere informazioni sulla sua famiglia, che furono prontamente date: fu così che il soldato lo informò che se avesse condotto i Tedeschi in una trappola, la sua famiglia sarebbe stata uccisa. Quando lasciai il giardino della Scuola di Musica accompagnato dal soldato, andai a casa della Signorina Francini.

Quale fu il peso di questa vicenda sulla strage di Castelnuovo e Meleto? Sicuramente per i tedeschi fu la conferma che la zona era particolarmente piena di banditen, ma la partecipazione di questa Alarmkompanie alle uccisioni sembra indipendente dall’interrogatorio del V. proprio in virtù del fatto che saranno più unità militari a essere coinvolte nella strage con la necessità quindi di un’ideazione e un coordinamento più complesso e elevato di quello che questo interrogatorio fa pensare. Al contrario, per le rappresaglie dell’8 e 11 luglio, addebitate unicamente a quest’Unità, sarà usata «la mole d’informazioni» (PRO Report: 33) del giovane per attuare l’azione antipartigiana nelle zone della Compagnia Chiatti e a Le Màtole dopo che i paesi vicini erano stati “ripuliti”.

Il problema tuttavia rimane quale sia stato il ruolo complessivo di questa Unità antipartigiana o Alarmkompanie che fosse.

 

L’uomo che tagliava i capelli ai Tedeschi

 

Mentre il Sorbi, comprendendo la pericolosità dell’Unità antipartigiana, fuggì dal paese con la propria famiglia, Groner fu visto ancora diverse volte a Terranuova. Secondo la Francini «ritornò in parecchie occasioni, durante la prima settimana di quel luglio e in una di queste volte confidò che era appena tornato da Castelnuovo dei Sabbioni dove, il giorno precedente, lui e alcuni suoi camerati avevano ucciso circa ottanta Partigiani». Perfidamente o forse per vantarsi del suo contributo investigativo, accennò al fatto che l’operazione era avvenuta perché «i Partigiani erano stati traditi da uno della loro gente». In quello stesso giorno l‘arrogante ammissione fu fatta anche alla Dugini. In tutta l’Inchiesta questo soldato, a differenza di altri che manifestarono dubbi o squilibrio emotivo per la strage compiuta, non sembrò turbato né tanto meno imbarazzato a raccontare la propria omicida azione.

Per gli Inglesi l’intera Unità antipartigiana aveva lasciato Terranuova la sera del 3 luglio, non andando «molto lontano» (PRO Report: 40). La Francini indicò l’ultimo incontro con Groner due giorni dopo che le aveva parlato della sua partecipazione alla strage, quindi il 7 luglio, quando i tedeschi avrebbero lasciato definitivamente la zona «per andare a Firenze. La ricostruzione a questo punto diventa molto ipotetica e alla fine anche gli Inglesi capirono ben poco di questo andirivieni tra il Valdarno e Bagno a Ripoli.

Riguardo alla propria detenzione a Villa Silvano, se a dicembre il giovane aveva costruito una trama che lo vedeva ammettere ai Tedeschi «la presenza dei Partigiani nei dintorni di Cavriglia» solo a strage compiuta, a febbraio invece, a seguito della testimonianza del Sorbi, non può negare la propria delazione, ma la sua ammissione rimane particolarmente contorta.

Il mattino seguente [l’interrogatorio cui era presente il Sorbi] fui condotto nuovamente nel giardino, dove fui sorvegliato tutto il giorno. Dormii nella stessa stanza della notte precedente. La mattina seguente fui portato di nuovo nel giardino, dove rimasi tutto il giorno sotto sorveglianza. La sera, quando cominciò a farsi buio, fui prelevato dal giardino da un altro soldato tedesco e sistemato a bordo di uno di due veicoli militari tedeschi che nel frattempo sostavano fuori nella strada. Questi veicoli erano carichi di valigette e di fucili. Vidi il soldato tedesco, che mi aveva interrogato al mio arrivo alla scuola, che saliva su un altro vei­colo. I veicoli poi partirono e dopo circa due o tre ore, si fermarono davanti a una villa a Bagno a Ripoli, vicino a Firenze. Io fui allora rinchiuso in un garage insieme a un soldato tedesco che mi sorvegliava. Il giorno seguente, verso mezzogiorno, fui portato dal garage in una stanza nella villa. In questa stanza vidi un Ufficiale tedesco, al quale io sentii che ci si rivolgeva come Capitano, un Maresciallo tedesco e altri due soldati tedeschi, uno dei quali era lo stesso soldato che mi aveva interrogato in italiano a Terranuova. Ora agiva da interprete per il Capitano. Quest’Ufficiale, per mezzo del soldato interprete, m’interrogò sui Partigiani a Cavriglia. Gli detti le stesse informazioni che avevo dato al soldato a Terranuova. Allora l’Ufficiale scrisse su un pezzo di carta il nome di Nello Vannini e lo sottolineò. C’erano altri nomi scritti sulla stessa carta, ma non li potei vedere molto chiaramente. Non posso ricordare chi essi erano. Mi fu permesso allora di ritornare al garage, dove rimasi tutta la notte. Verso le ore 13 del giorno seguente, fui sottoposto a un simile interrogatorio dalla stessa persona con lo stesso risultato. Questa volta l’Ufficiale disse: «Voi dovrete accompagnarmi a Poggio alle Valli». Un po’ di tempo dopo, quel giorno, il soldato interprete venne a vedermi nel garage. Mi informò che era inutile per me dirgli cose non vere, perché egli era stato a Castelnuovo dei Sabbioni e sapeva tutto riguardo alla mia fami­glia. Io non risposi al soldato ed egli lasciò il garage.

Al momento di questa Dichiarazione, nel febbraio 1945, Crawley non sa ancora niente del periodo di detenzione a Villa Silvano, perché solo ad aprile inizierà a indagare sugli spostamenti dei soldati e solo a giugno riceverà la conferma che il giovane castelnuovese dal tagliare i capelli ai Partigiani era passato a farli ai Tedeschi. Alla fine il giovane avrà detto agli Inglesi il minimo indispensabile per salvaguardare se stesso, creando volontariamente confusione sulle date e ammettendo solamente ciò che altri avevano rivelato, vale a dire l’indicazione di Poggio alle Valli come un accesso per arrivare ai Partigiani (Sorbi) e la sua partecipazione a Le Màtole (Benucci).

Sicuramente ricostruire sulla base delle ammissioni opportunistiche del giovane gli spostamenti dell’Alarmkompanie da Terranuova a Bagno a Ripoli passando per Castelnuovo inevitabilmente confonde la dinamica degli eventi. Secondo Boni, ad esempio, il coinvolgimento di questi soldati inizia da un primo spostamento, del tutto ipotetico e non riscontrato nelle testimonianze, a Montegonzi il 3 luglio fino all’azione a Castelnuovo, a Massa dei Sabbioni e infine a San Martino. Gli Inglesi, a loro volta, volendo trovare un ruolo al «Capitano Wolf» di Bagno a Ripoli ritenuto essere lo stesso ufficiale di Terranuova, finirono per ingarbugliare piuttosto che dipanare il filo dell’indagine e questa ipotesi allo stato attuale è contraddetta dalle risultanze degli archivi militari. Secondo Gentile, infatti, presso villa La Costa della famiglia Mattei dov’era alloggiato il «Capitano» Wolf si vennero a trovare soldati della unità di trasmissioni della Luftwaffe (Luftnachrichten) estranei all’Alarmkompanie e gli indizi a carico loro sono da considerarsi «vaghi e poco consistenti» (Gentile 2006: 237-8).[30]

In definitiva è semplicemente illogico uno spostamento continuo di tutta l’Alarmkompanie dai dintorni di Firenze al Valdarno anche due volte al giorno. Secondo le testimonianze, infatti, «tutta» l’Unità partì il 3 luglio da Terranuova così com’era arrivata ossia con «molti camion e motociclette».

Piuttosto si pongono alcuni interrogativi. Essendo poco plausibile che le azioni stragiste siano partite dalla casualità di una cattura di un sospetto partigiano, l’arresto del giovane fu per i Tedeschi una “fortunata coincidenza” o fu preordinato dai fascisti locali per conoscere le eventuali reazioni dei Partigiani? Perché il Tenente Wolf, o chiunque esso sia stato, rinunciò all’interrogatorio del giovane di Castelnuovo lasciando il compito a Terranuova ad un suo sottufficiale e consegnandolo poi a Bagno a Ripoli ad un altro Ufficiale ancora? Fu a San Giovanni che l’Unità antipartigiana di Terranuova sostò per lo meno la notte del 3 luglio, come risulterebbe dalla segnalazione in quella cittadina della 3a compagnia del Fallschirm-Panzer-Nachschub-Tr. cui faceva parte il Groner oppure sono le truppe che giunsero a Santa Barbara? E in questo caso come si concilierebbe la presenza di soldati del Genio divisionale con la provenienza dalla Nachschub della Vesuv?

 

note :

 

[1] BA-MA, RH 19/107 K, Oberbefehlshaber Südwest [HGr. C], Kartenanlagen, [Armeebereiche], 2-10 luglio 1944, in Gentile 2006: 226 sgg. Ovviamente ricostruire la contabilità di parte tedesca di questa operazione non è semplice, tuttavia le sole rappresaglie di Civitella – San Pancrazio (29 giugno) e Meleto – Castelnuovo dei Sabbioni (4 luglio) causarono la morte di 396 civili.
[2] Dichiarazione del 13 Novembre 1944 di don Ermanno Grifoni in PRO, 80-81, Dichiarazione del 7 Novembre 1944 di Anna Viligiardi in PRO,  78-79 e Dichiarazione del 27 Giugno 1945 di Ivario V. in PRO Suppl.:  23-24.
[3] Per l’intera vicenda si veda la Dichiarazione del 27 ottobre 1944 di Bruno Sabelli in PRO: 104-7 e la fondamentale testimonianza di Ugo Mercante, vice direttore della Miniera che la stessa mattina del 4 luglio «scende» nella zona mineraria dal paese per cercare di «limitare» la posa degli esplosivi da parte dei Pionieren negli impianti (Intervista del 17 dicembre 1993 di Polverini in PMNSC: 155). Per il «clima» che si respira in miniera già il 3 luglio vedi quanto si evince dal ricordo di Giuseppe Fratini (PMNSC: 100).
[4] PRO: 39. Per il racconto giudiziario si veda Gentile (2006), per quello storico Manfroni (2006), Boni (2007) e il più recente Belco (2010).
[5] Don Giovacchino Meacci, Liber Chronicon del parroco di San Cipriano, Relazione sugli avvenimenti, primi di aprile fine di luglio 1944.
[6] Testimonianza di Alfonsina Freccioni, Luisa Camici e Gina Balsimelli del 20 novembre 1993, in AEP.
[7] 4 luglio 1944!, relazione autografa di Suor Maddalena Delfino, redatta nell’agosto 1944 in PMNSC.
[8] Cfr intervista di Dante Priore a Cesarina Quartucci vedova Camici e Paolo Camici del 23 novembre 1994 in AEP.
[9] Cfr intervista di Emilio Polverini a Ugo Mercante cit..
[10] Testimonianze di Giuseppe Fontanella e Sara Baldini in PMNSC: 165 e 173.
[11] Cfr intervista a Milena Baldi del 4 febbraio 1994 in AEP.
[12] Cfr interviste di Emilio Polverini del 6 dicembre 1993 a Ido Matassini e del 2 maggio 1994 a Vinicio Ermini in AEP.
[13] Testimonianza di Guelfo Billi, comandante della Brigata Castellani, raccolta da Ada Pondini in R4L1944.
[14] Cfr intervista a Giorgio e Pierluigi Grassi del 22 febbraio 1994 in AEP.
[15] Dal Rapporto finale della S.I.B. sulle rappresaglie tedesche per l’attività partigiana in Italia (1945). A dimostrazione di quanto faticò ad emergere persino la credibilità storica dello stragismo tedesco, all’iniziale scetticismo inglese va aggiunto il parallelo tentativo di minimizzazione e negazione durante e dopo la guerra da parte dei vertici militari tedeschi. Il capo di stato maggiore dell’Heeres-gruppe C, generale di corpo d’armata Hans Röttiger, interrogato il 20 dicembre 1951 nel processo al Gen. Schmalz riguardo ai «presunti» soprusi commessi dalla Wehrmacht ebbe a dire che si trattava del «frutto della fantasia della popolazione italiana, notoriamente assai inventiva» (cit. in Schreiber 1996; trad. it. 2000: 110).
[16] È probabile che il nome della Dugini sia stato fatto agli Inglesi proprio dai Partigiani i quali in un primo momento forse operarono in modo autonomo alla ricerca di delatori.
[17] Dichiarazione del 31 Ottobre 1944 di Libera Benucci, in PRO: 356-7.
[18] Si veda ad esempio come è affrontata la vicenda del V. in Manfroni 2006: 287-9.
[19] Dichiarazione 6 del 18 Settembre 1944 di Evelina Dugini in PRO: 63.
[20] Su questa «trasformazione» si vedano le considerazioni di Sémelin 2005; tr. it. 2007.
[21] Dichiarazione del 1 Dicembre 1944 di Nella Terni in PRO: 52-3 e Dichiarazione nella stessa data di Vittorugo Lavacchi in PRO: 54.
[22] Cfr in particolare le testimonianze di Enrico Arrigucci e Giorgio e Maida Cantucci in PRO, WO 204/11479, Atrocities committed by German Troops at Civitella, Cornia and San Pancrazio. I soldati segnalati a Villa Cantucci a Tegoleto, dove furono ritrovati oggetti depredati a Civitella, facevano parte della medesima compagnia di Rudi Groner, la 3 Nachschub-Trupp.
[23] Secondo la Dichiarazione di Renato Nocentini di Bagno a Ripoli, da questa Villa «in parecchie occasioni (…) un gran numero» dei 150 soldati sotto il comando di un Tenente veniva a mancare perché impegnato nell’attività di ricognizione antipartigiana del territorio condotta da personale sempre diverso. Il Nocentini dichiarò che fin dal 15 giugno questo «personale militare tedesco della Luftwaffe occupò la Villa Silvano» e che «gli altri gradi si rivolgevano a questi Ufficiali come a dei Sottotenenti». Inoltre in parecchie occasioni, vide uomini italiani portati alla Villa dai Tedeschi, trattenuti e poi tutti rilasciati. Tra questi si ricordava di un giovane «che tagliava i capelli di alcuni soldati alloggiati nella Villa» e che gli confidò provenire da Castelnuovo dei Sabbioni dove era stato arrestato per essere in possesso di una bomba. Verso il 17 Luglio, l’Unità della Luftwaffe avrebbe lasciato Villa Silvano con destinazione Bologna. Dichiarazione del 29 Giugno 1945 di Renato Nocentini in PRO Suppl.: 38-9.
[24] BA-MA, RL 32/85 citato in Gentile 2006: 236 e 423.
[25] Si tenga presente che comunque già per tutto il 1944 l’Aretino era stato «uno dei principali centri logistici avanzati dello schieramento tedesco in Italia», mentre solo dopo il 22 giugno i convogli di rifornimento che facevano scalo a Frassineto iniziarono ad essere arretrati a Montevarchi e Incisa Valdarno (Gentile 1998: 27 sgg.).
[26] Dichiarazione del 2 Dicembre 1944 in PRO: 61-62.
[27] Dichiarazione del 1 Dicembre 1944 in PRO: 58-60. Sulla base di queste due Dichiarazioni l’interrogatorio del V. potrebbe essere avvenuto l’1 o addirittura, secondo la Francini, il 2 luglio. Se la delazione del giovane fu determinante o addirittura la vera molla da cui partirono le stragi, i Tedeschi avrebbero organizzato tutto in un brevissimo lasso di tempo.
[28] Crawley, se non mise mai in una relazione rozzamente conseguente azioni partigiane con matematica corrispondenza dell’azione stragista, fu debole nella ricerca della responsabilità fascista locale. Qui ad esempio si limitò a notare che il Viligiardi era stato portato a Montevarchi e non a San Cipriano, dove, come vedremo, si era da pochi giorni stabilita la Feldgendarmerie e una Wachkompanie comandata dal tenente Gerhard Danisch, dal momento che ancora quel reparto di Polizia «was not properly established» (PRO Report: 38).
[29] Così in un’intervista di Priore e Polverini del 18 Maggio 1994 a Nello Vannini, lo stesso ex Comandante della Chiatti interpretò la figura della “spia” sotto un’angolazione psicologica, a testimonianza di quanto la narrazione partigiana della strage debba essere ancora depurata da una mitologia avversa e restituita alla sua dimensione storica: «… Magari, quello di Castelnuovo se c’è andato, e’ c’è andato per paura, perché l’avranno … io so anche d’i’ coso … di Ivario, no? Certamente, quello se l’hanno preso, giovane in quella maniera … sa, ’un si scherza con la Gestapo. Sa, [lui era] un po’ esaltato … ’un so se riesce a resistere». Ma alla fine, se i Partigiani ebbero più di un sospetto della delazione del Viligiardi avendo contribuito in qualche modo alla raccolta dei testimoni per l’Inchiesta inglese, un’altra parte della popolazione rimase fino alla fine scettica del coinvolgimento del giovane.
[30] D’altronde, anche se Boni dice che le descrizioni fisiche dei vari testimoni dei «due Wolf combaciano perfettamente» (CLC: 353), al contrario Nella Terni e Vittorugo Lavacchi parlarono a Terranuova di un «Ufficiale ventenne con i capelli biondi ondulati», mentre le sorelle Mattei di Bagno a Ripoli indicarono in Wolf un «Capitano trentenne, con i capelli corti e brunastri» (Dichiarazione del 16 Aprile 1945 in PRO Suppl.: 29 e Dichiarazione del 17 Aprile 1945 in PRO Suppl.: 32). Paradossalmente anche Manfroni, nello stesso volume collettivo dove Gentile contesta la sovrapposizione dei due Wolf, sembra accettare le conclusioni inglesi e il Tenente di Terranuova e il Capitano di Villa Mattei sono ritenuti il medesimo «Capitano Wolf».

© Francesco Gavilli