Antonio Delfini ~ La vita

 

Gianluigi Toccafondo, Antonio Delfini

Antonio Delfini, disegno di Gianluigi Toccafondo

 

 

La vita

 

Bisogna adattarsi ai fatti alle cose alle persone, che ci avvengono e ci vivono intorno. Interessante, farne un divertimento un dolore una vita, la vita insomma.

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Roberto Roversi

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Una terra  

 

[I. Antonio padre. II. Il superbo lamento. III. Pesce di mare. IV. A Senarica, amica di Venezia. V. Il dolore d’essere dimenticati. VI. Crescono giovani aspri. VII. Corropoli. VIII. Ferragosto. IX. Il dumo dei vulcani]

 

 

Un bioccolo di lana
frusta nel tramonto alberi, fiori,
muove il trotto dell’onda.
Sulla sponda i ragazzi con la schiena
inarcata puntano i piedi nella rena;
“dài pa’ssì, oh… ooh!” lo scafo stride
sulle palanche nere, Antonio padre
sfiora l’acqua, è nel mare,
apre cigno le ali, le lampare,
anatrelle, l’avvincono con corde
e la flottiglia corre in alto mare.
Nella notte, chini sul fondo, gli uomini
pescano se la luna è piena
o la corrente non spinge in Dalmazia
il cefalo che volge guizzi in oro.
Un lume è acceso
laggiù oltre il mio dito:
Antonio padre al palpito
del primo fiore in cielo tornerà.
L’inverno è lungo stretto dentro un mare
pauroso; quando giugno allora
brucia il dorso ai delfini
i marinai avventano nei solchi
sonno, fatica, reti rammendate.

È morto il capitano. Cade
in mare ogni luce di festa
dai giovani cuori; a riva
le donne attendono ammucchiate.
Un marinaio è al timone, bianco agnello;
così gli uomini antichi veleggiavano
approdavano a isole felici.
La barca vira, si torce, si china
mentre s’alza il lamento. Una voce:
“Tu, tesoro di mamma, meschina
perla bruciata da un vulcano,
sei trascinato a terra con la mano
in croce, sulla sabbia, dal vento, uccello
spento di rabbia, scuro, ecco il riposo”.
Vanno in tumulto con le ali aperte.
I fortunali cadevano sulle onde deserte
al colpo della frusta di questo uomo.
Steso sul sacco è un tronco incenerito,
è tuono offeso, esploso, dileguato;
il calzone al ginocchio accartocciato.
Vita, mia vita come
sei terribile e amata: uno sconforto
senza consolazione è ancora vivo
negli occhi di questo morto che ieri
con tutti i suoi pensieri era nel mare

Il venditore di pesce per strade e sentieri
fu in America un tempo.
“Sempre un fumo nel cielo;
pane, carbone, nel vino la polvere;
tristi le donne, negli occhi la polvere;
i ricordi chiamavano lontano.
Ora mio figlio lavora a Milano
e quella è la mia casa. Addio America”.
Sul prato ferma ride la sua casa
cresciuta in fretta.
Spinge la bicicletta, grida il pesce
giallo sul ghiaccio e viole:
“chi prende il pesce, pesce fresco di mare?”
va scalzo a chiamare
sul viale nell’ombra dei tronchi,
sfiorato da siepi a filo del mare.

Un vagabondo canta e ruvidi
marinai ascoltano a un fanale.
Sulla strada appassiscono i gerani
bucati dai fari delle macchine,
autotreni scuotono l’asfalto,
i pioppi coprono fra lo stridio dei freni
l’agonia di un gatto sfracellato.
“A Senarica, amica di Venezia…”
fuochi verdi aprono la gola
ai cani sulle aie del monte
screziato da barbagli sereni all’orizzonte.
Il vecchio intona con pena un canto triste
e i fiori tremano, cadono,
muoiono nella polvere.

L’erba è gialla, pietre; il cimitero
con gli ulivi e cipressi sbiaditi.
Anche nella pace i morti
non hanno tregua, risaliti
dal profondo si stringono le mani
rotte dalla fatica.
Madri stroncate dalle gravidanze,
invecchiate con pazienza infinita su reti,
uomini stanchi più dell’aria d’autunno:
con il viso inchiodato fra due date
sanno che non c’è pianto non gridato
né un giorno senza male: che la vita
nel dolore fu tutta patita.
Rimpiangono solo l’oblio dei vivi,
d’essere dimenticati in poche ore.
I ricchi almeno
hanno il nome dipinto nelle prore
delle barche che rosse sul lido
con gli alberi e vele ammainate
attendono la piena primavera
per gettarsi con un grido sui branchi
morbidi e azzurri
nelle calme correnti verso l’Africa

La rocca ancora incombe a precipizio.
Un tempo sulle alture
i noci contorti strisciavano a terra
foglie di quattrocento anni, eppure
adesso il silenzio è favola
per i vecchi che muoiono nel sole.
Le case all’ombra delle tamerici,
fra le siepi, case di girovaghi
e pescatori, pittate di bianco,
formaggio fresco su una foglia
di fico, sono cadute;
scompare adagio la gente
che non trema alle nevi dell’inverno.
Crescono giovani aspri, amare mandorle
in un tempo d’inferno, di lampi
e sorprese telluriche nell’aria
grigia che illividisce ogni città;
il sangue arde dentro i cuori straziati
dall’unghia del mostro che si torce.
Ma quale mondo apparirà
dopo la pena necessaria!

Là il monte, laggiù è il mare:
il mare con le speranze strappate
a una barca che adagio s’avvicina.
Sui chioschi di benzina
cantano i tordi e volano nelle vallate
alle ragazze dal petto tremante
oh così dolcemente.
Quelle del mare, ardite fiere
contrastano, sono restie agli sguardi
maliziosi e azzannano
come i lupi di selva.
(Pace con voi, ragazze dell’Abruzzo,
una è sangue al mio cuore.)
A Corropoli fumano i camini,
gli alberi difendono le case
dove i topi imperversano e la razza
degli uomini passati consumò
nel rancore una vita vile.
Case per amori di monache,
per grida soffocate, per pugnali
cavati al frusciare di un uscio
o all’ombra di un cortile.
Ma strappa la tenda dal cielo
una donna accosciata nel vento,
canta un riso gentile;
palpita l’aria fatta azzurra
al lume dei suoi occhi
mentre con le mani in cui traluce l’osso
sceglie e vaglia il frumento.

Buon popolo, fra luci semispente
ti attardi, stupendamente docile.
Le ragazze adornate di coralli
rosseggiano come il tramonto
o impallidiscono allo scherzo
di un giovanotto ardito:
“Vedeste comare Splendore?
balli con me, bel cuore?”
Aspettano i fuochi d’artificio
rovesciate sull’erba,
i premi favolosi della tombola
e l’amore colomba del diluvio.
Cade la felicità da scrigni aperti,
le luci della festa aprono piume;
scese dal monte con le scarpe in mano
bagnano la speranza nel lume
della notte, nell’uragano dei giuochi,
nelle giostre che strappano lontano.
Fasciati in maglie rosse i marinai,
stretti i calzoni sulle cosce,
toccano il gomito alle ragazze;
trillano le argentine passere
e si offrono, quasi
da un albero protese.

Terra addormentata per secoli
dai frati astuti, dalle processioni
fra gli uliveti e i campi,
buttate le barche sulla riva
trema all’ansia del petrolio
nero come un nembo dalla Marca.
I vigneti abbattuti, la pena
di un paese deserto sui dirupi
da cui gli uomini tutti sono fuggiti;
solcato il mare dalle petroliere,
nell’acqua grassa i pesci imputriditi
galleggiano con il ventre scoppiato,
e rombi di scavatrici, grida, fuochi,
martelli, tonfi profondi nella terra;
il fumo dei vulcani
copre la pietra del gran sasso.
Basse, di notte fischiano dal mare
navi cisterne, lunghe, stese, nere
come un morto sull’acqua; si prova
uno sgomento a sentirle chiamare.
Su gli oleodotti splende luna nuova.

 

da:

Roberto Roversi, Dopo Campoformio, Torino : G. Einaudi, c1965 – Collezione di poesia ; 9   Roberto Roversi (28 gennaio 1923, Bologna – † 14 settembre 2012, Bologna)

Virgilio Giotti

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I veci che ‘speta la morte

 

1                    I veci che ‘speta la morte

 

I la ‘speta sentai su le porte

de le cesete svode d’i paesi;

davanti, sui mureti,

5                 co’ fra i labri la pipa.

E per ch’i vardi el fumo,

par ch’i fissi el xiel bianco inuvolado

col sol che va e che vien,

ch’i vardi in giro le campagne e, soto,

10               i copi e le stradete del paese.

Le pipe se ghe studa;

ma lori istesso i le tien ‘vanti in boca.

Pipe,

che le xe squasi de butarle via,

15                meze rote, brusade,

che le ciama altre nove:

ma za

le bastarà.

Se senti el fabro del paese bàter,

20              in ostaria ch’i ciàcola,

un contadin che zapa la vizin,

e el rugna

e el se canta qualcossa fra de sè

ch’el sa lu’ solo;

25               e po’ ogni tanto un sparo,

in quel bianchiz smorto de tuto,

un tiro solo, forte

 

I veci che ‘speta la morte.

 

I la ‘speta sentai ne le corte,

30              de fora de le case, in strada,

sentai su ‘na carega bassa,

co’ le man sui zenoci.

I fioi ghe zoga ‘torno.

I zoga coi careti,

35           i zoga corerse drio,

i ziga, i urla

che no’ i ghe ne pol più:

e quei più pici i ghe vien fina ‘dosso,

tra le gambe;

40              i li sburta,

i ghe sburta la sèdia,

i ghe porta la tera e i sassi

fin sui zenoci e su le man.

Passa la gente

45              passa i cari de corsa con un strèpito,

pieni, stivai de òmini e de muli

che torna de lavor:

e tra de lori ghe xe un per de fie

mate bacanone,

50          che in mezo a quei scassoni

le ridi e ridi;

e le ga il rosso del tramonto in fronte.

 

I veci che ‘speta la morte.

 

I la ‘speta a marina sui muci

55               tondi de corde;

ne le ombre d’i casoti,

cuciai per tera,

in tre, in quatro insieme.

Ma ziti.

60              I se regala qualche cica

vanzada d’ i zigàri de la festa,

o ciolta su, pian pian, par tera,

con un dolor de schena:

i se regala un fulminante

65               dovù zercar tre ore,

con quele man che trema,

pai scarselini del gilè.

A qualchidun ghe vigniria , si,

de parlar qualche volta;

70              ma quel che ghe vien su,

che lu’ el volaria dir,

        lo sa anca l’altro,

lo sa anca staltro e staltro.

Nel porto, in fondo, xe ‘na confusion,

75               un sussuro lontan,

forte che se lo senti istesso.

I vaporeti parti

e riva drïo man.

I ciapa el largo, i va via pieni neri;

80               i riva driti, i se gira, i se’ costa,

i sbarca in tera

muci de gente

che se disperdi sùbito.

Resta solo el careto de naranze,

85               un per de muli

che i se remena tuto el dopopranzo

là ‘torno,

e el scricolar sul sol del ponte.

 

I veci che ‘speta la morte.

 

90                      I la ‘speta sentai su le porte

dei boteghini scuri in zitavècia;

nei picoli cafè, sentai de fora,

co’ davanti do soldi

de àqua col mistrà;

95              e i legi el fòglio le ore co’ le ore.

In strada,

ch’el sol la tàia in due,

ghe xe un va e vien continuo,

un mòverse, nel sol ne l’ombra,

100            de musi, de colori.

I legi el fòglio:

ma tute robe xe

che ghe interessa poco;

ma come mi i lo legi,

105            quando che ‘speto su ‘na cantonada

la mia putela,

che tiro fora el fòglio

par far qualcossa,

ma che lèger, credo de lèger,

110            ma go el pensier invezi a tuto altro;

e un caminar, ‘na vose,

che me par di sintir,

me fermo e ‘scolto.

 

 

Glossario:

 

BACANON  chiassone, celione
BIANCHIZ  biancume
CAREGA  seggiola
FÒGLIO (el)  il giornale
MISTRÀ  contrazione di misturà (mescolato) cioè alcool con la resina infusa
NARANZA  arancia
SBURTAR  spingere, urtare
SCARSELA  tasca
SCRICOLAR  scricchiolare
STUDAR  spegnere
ZIGAR  gridare

 

 

Tratto da Piccolo canzoniere in dialetto triestino in:

Virgilio Giotti, Colori ; a cura di Anna Modena – Torino : Einaudi, 1997 – XXXIX, 439 p. ; Coll. · Collezione di poesia ; 267 · [ISBN] 88-06-14281-X – CCD · 851.912 (20.) Poesia Italiana. 1900-1945

 

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[Della biografia di Virgilio Schönbeck, in arte Giotti, ( 15 gennaio 1885, Trieste – † 21 settembre 1957, Trieste), divisa tra Trieste, Firenze e la “Russia” molto sarebbe da dire e poco se ne può qui. Preferisco riportare una breve e illuminante recensione (che è anche una dichiarazione di poetica) di Franco Loi, un altro grandissimo poeta dialettale, definizione peraltro limitativa. Ricorderò solamente che quegli Appunti inutili, qua e là citati, hanno conosciuto sempre una scarsa se non nulla fortuna editoriale, nonostante siano, a parer mio, uno degli angoli prospettici del Novecento più particolari e rivelatori: diceva infatti Pier Paolo Pasolini di non aver conosciuto nella letteratura italiana novecentesca una dimensione di dolore paragonabile a quella che ci investe in quegli Appunti e in tanta sua poesia.]

Ritratto di un poeta non letterato,

di Franco Loi, apparso ne la “Domenica, Il Sole 24 ore”, n. 17 del 18 gennaio 1998

Troppo spesso i rumori, non solo coprono il silenzio, ma lo strappano alle orecchie degli uomini come non esistesse. Per questo, malgrado i propositi dei denigratori delle materie umanistiche, il lavoro delle scuole e delle accademie è perennemente necessario a diradare le nebbie e al far emergere dal fracasso delle gazzette qualità e valori che andrebbero altrimenti perduti. Passano le generazioni e il passato storico rischia di essere manipolato a uso e consumo di potentati che, come sappiamo, non brillano certo per sensibilità e finezza culturale.

Dobbiamo dunque ringraziare la studiosa Anna Modena che ha curato questo volume dedicato a Virgilio Schönbeck, in arte Giotti, curandone con perizia ed erudizione l’introduzione e fornendo, oltre a una documentata cronologia della vita, un glossario triestino ampliato dall’edizione Ricciardi, le note al testo, gli apparati critici e un’appendice delle poesie sparse.

Non starò qui a ripercorrere la vita e le opere del poeta che, nato nel 1885 a Trieste e deceduto nella sua città nel 1957, ci ha dato, come testimonia il risvolto di copertina «l’altro grande canzoniere triestino del Novecento» insieme a quello di Umberto Saba. Voglio invece offrire ai lettori questo autoritratto che Giotti ha tracciato in una lettera a Giuseppe Ricciardi nel luglio del ’57: «Non bisogna dimenticare ch’io sono stato un solitario. Aveo un chiodo: esprimermi. Gli altri non mi interessavano; non mi interessavano tutti quei tentativi, quegli esperimenti che in letteratura e in pittura si andavano allora facendo… […] degli autori, che furono poi i miei maestri, conoscevo di ciascuno due o tre cose: mi bastava. Non ho mai letto tutto il Pascoli, che assai presto cominciò ad annoiarmi, e di lui del resto conoscevo un certo numero delle poesie dei Canti di Castelvecchio e null’altro; conoscevo qualche poesia francese (il francese non lo so quasi), qualche poesia tedesca, e il tedesco lo so, appena. Non sono stato e non sono un letterato».

Un ritratto molto illuminante e credo educativo per le nuove generazioni, esaustivo anche per la ricorrente abitudine scolastica di voler trovare ascendenze e influssi di maniera nella creatività poetica, ma soprattutto per invitare i giovani poeti al lavoro appartato e a non cedere al malcostume della pubblicazione a ogni costo, essendo la poesia un modo per conoscere e conoscersi e un orientamento personale verso la verità, e non un’esibizione di vanità o un espediente per partecipare al gran rumore del successo e delle carriere letterarie.

Ne sia d’esempio quest’altro “appunto inutile” del ’47: «Si scrive col proposito di essere veri e veritieri, e poi ci si accorge di essere stati sempre inesatti, sempre non veri, e qua e là, pur senza volerlo, bugiardi. La scrittura non è adatta a fermare la verità, se anche sia il solo istrumento per provarsi a farlo. Il linguaggio va bene per la poesia, perché la poesia non vuole esprimere la verità, ma è una costruzione ideale, che ha una verità sua, la quale prende forma con la parola e diventa tutt’uno con essa». Dichiarazione che può essere sottoscritta da ogni poeta, precisando che, non solo i contenuti espliciti, non solo i significati apparenti, ma anche la musica di un verso e le sue connessioni emozionali sono significanti, anche il suono partecipa di una forma e allude alla verità.

Di estremo interesse è anche la dichiarazione nell’edizione dello «Zibaldone» di Anita Pittoni nel ’50: «Saba è anche l’ingenuo che ha creduto che nella poesia si possa mettere tutto. No, nella poesia si può mettere solo la poesia, tutto, sì, ma quello che si trasforma in poesia», un’osservazione che non deve suonare come una critica a Saba, ma un atto di coscienza poetica, di rispetto per quella verità, non tanto espressa dall’intenzione del poeta, quanto dal libero esercizio sulla forma.

Ed ecco che Colori, questa splendida raccolta del corpus poetico di Giotti viene a testimoniare con i versi questa devozione al “fare” della scrittura e l’attenzione al “dirsi del vero”, cioè all’esprimersi dello sconosciuto in noi e dell’insondabile rapporto tra noi e il mondo, Come efficacemente penso si possa esplicare in questi versi finali della sua poesia Con Rina: «Sintivo / l’odor tristo e mio, e el ziel / vedevo co’ la luna», dove il personale sentire si fonde con lo specchio del cielo e con la presenza inquietante della luna, nel momento del dolore per il distacco dalla nipotina Rina: una realtà che vela altre realtà, una parola che apre orizzonti.