Franco Loi ~ Poesie del silenzio

 

Rauschenberg

Robert Rauschenberg, White Painting [three panel], 1951; latex paint on canvas, 182.88 cm x 274.32 cm; Collection SFMOMA, New York, NY

 

Silensi

 

1.

Me sun perdü tra i scal, cercavi i port
e û truâ un silensi che spetava
növ, pien de mì e del cercà la sort…
… i scal ne la matina se perdeven
e mì slentavi el pass per mai rivà…
… ah, dré di veder el fiâ della campagna!
bèj firàgn de l’üga ch’j se sgrana,
la lüs del sû ch’aj castenmatt se sfa,
la gioia de la tusa’ m’encantada…
… cume se fa a dì queèl sbandunàss?
quèl stà suspes tra i port sensa parola?
La vûs sculta la vûs per retruàss,
el temp che dré del temp se fa de aria…
… L’è lì, la sta sül fil de la campagna,
e par che nel tasè l’è un recurdàss…

 
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Andrea Zanzotto ~ «Mistieròi» / Piccoli, poveri mestieri

 

Giovanni Grevembroch, Acquaroli, 1753 Disegno a penna su carta con colorazioni ad acquerello

Giovanni Grevembroch, Acquaroli, 1753 Disegno a penna su carta con colorazioni ad acquerello

 

 

MISTIERÒI

 

Come élo che posse ‘ver corajo
de ciamarve qua, de farve segno con la man.
‘Na man che no l’è pi de la só onbría
cagnina e caía,
anzhi ‘na sgrifa, ma tèndra ‘fa molena.
Epuro ades calcossa la tien sú,
no so se ‘n sgranf o se ‘na forzha;
par quel che l’é, l’é tuta vostra,
e voi dèghe l’polso par ciamarve.
Dèghe ‘na pena che no la se schiche,
fè che la ponta sul sfój no la se inciónpe.
Me par de ‘ver gnent da méter-dò
par scuminzhiar ‘sto telex
che tut al gnent bisogna che ‘l traverse
(tut al gran seramént
che ‘l brusa come solfer
che l’incaróla e l’intrunis).
Ma proarò la trazha, almanco, de ‘n amor –
fora par là inte ‘l scur
orbo dei pra del passà.
Cussì
……………………………….
[                                                                          ]

 

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La poesia ornitologica di Paolo Bertolani

 

 

Bosch, Giardino delle delizie

Hieronymus Bosch, Giardino delle delizie, part. pannello centr., 1480-1490 circa, Olio su tavola, 220×389 cm, Museo del Prado, Madrid

 

La poesia ornitologica di Paolo Bertolani

 

Se per scrivere di un poeta si deve essere poeti, conoscere la lingua che non s’impara, ascolto che diviene suono, capacità di sguardo che si fa parola – mai bravura, stile o dono-, come posso scrivere di Bertolani? Io non sono poeta e d’altronde di lui hanno già scritto Giovanni Giudici, Giuseppe Conte, Anna De Simone, Francesco Bruno, Giovanni Tesio con quella precisione asciutta che ti apre un mondo. Niente c’è da dire di più del suo dialetto di Serra di Lerici, un dialetto forse non più esistente o semplicemente «interno», nel doppio senso di nascosto nell’entroterra ligure e «lingua materna», murata al silenzio da una lingua nazionale sempre più «stracciona» (G. Giudici). Tutto è stato detto sulle influenze, che sarebbe meglio dire le presenze, nella sua poesia: Vittorio Sereni e Attilio Bertolucci, ma anche gli Ossi di Montale e il Pianissimo di Camillo Sbarbaro. E Bertolani non manca di seminare dediche che divengono risonanze prima di debiti, a volte amicizie: Machado, Antonia Pozzi, Giorgio Caproni, Sandro Penna, Charles Tomlinson, Luciano Erba, Wisława Szimborska, Raffaello Baldini, Franco Loi, Cesare Pavese, Giacomo Noventa.

Ma ancor più si è detto della sua poesia di attesa e di dolore, della necessità di «esprimere il segreto palese del mondo, (…) restando sul confine di un’ambiguità irriducibile fissata nell’interrogativo che congiunge la denuncia della scomparsa e l’annuncio dell’esserci» (G. Tesio). Un lavoro sulle proprie radici che non è nostalgia o recupero ammiccante, ma è perdita pura e amara disillusione.

E poi i temi. La morte, presente non solo nella progressione inesorabile della malattia («… e adesso che davvero è venuta sera») ma dentro il senso ultimo della vita, che è sogno («Ci sta, dentro quei sogni, / l’odore dei miei morti. / Passano tutti in fila / bisbigliando del male che gli ho fatto, / ed è il loro odore che mi chiama, / che dice il mio nome», da Raità da neve), che è aria

 

Se ‘e gose d’i morti, cóm’i dise,
la rèste tèrne ‘ntàtisse ‘nte l’aia,
e nissùn gi pè pu scancelàe

– ‘nte l’aia

fèa de chì, sórve a l’àigua de mae,
tra i àrbi chi la sùrbe – l’aia –
e pò  i ne la redàn, buatà dar verdo fresco
d’i fòge chi gh’an,
nicò ‘nte l’aia scua
d’i borrigón, e ‘nte quela
d’i scae –

s’la gh’èn davéo – ‘nte l’aia –

‘ste góse, e quarcò seguamènte
la ne podiàve die

alóa a semo noi i marnà
che nó gi vèi sentìe.

 

(«Se le voci dei morti, come dicono, / restano eterne intatte nell’aria, / e nessuno le può più cancellare / – nell’aria / fuori di qui, sopra all’acqua di mare, / tra gli alberi che l’assorbono – l’aria – / e poi ce la ridanno, setacciata dal verde fresco / delle foglie che hanno, / anche nell’aria scura / dei baratri, e in quella / delle scale – / se ci sono davvero – nell’aria – / queste voci, e qualcosa sicuramente / ci potrebbero dire // allora siamo noi i malnati / che non le vogliono sentire» ‘E góse, l’aia).

 

Il mare. In quella regione che leva e pone e che nella forma abbraccia e contiene, è un’estraneità ineludibile, un confine insuperabile («come dicessero / ogni volta: più in là»), un luogo preciso non un’entità qualsiasi: « questo mare, il mare»

 

La n’è na matità che solo adè
a ‘mpréndía a nó digo a damàlo
ma arméno a compatìlo, ‘stó mae, er mae,
ch’a mio da quand’a posso ramentàe?
e ch’a me férmia a dine con Rosò, chi ‘n sa
de ‘sto mae, der mae, quanto s’én pè savée?
Nó vorià die che adè quarcò – come ‘n fio
de bigo zu drento de me – i me ghe liga,
a ‘sto mae, ar mae: zu
dónde manco i me’ penséi i san miàe?

(«Non è una follia che solo adesso / impari non dico ad amarlo / ma almeno a compatirlo, questo mare, il mare, / che guardo da quando posso ricordare? / e che mi fermi a dirne con Rosò, che ne sa / di questo mare, del mare, quanto se ne può sapere? / Non vorrà dire che adesso qualcosa – come un filo / di verme già dentro di me – mi ci lega, / a questo mare, al mare: giù / dove neppure i miei pensieri sanno guardare?» Der mae).

 

Bertolani non entra mai nel mare e se ne sta in una distanza non prudente o diffidente ma necessaria a definire il proprio io, in quello spazio tempo che va «dal mare di ulivi a l’altro mare» (G’ea Davidin l’ométo co’ ‘r sigaro, in Raità da neve) dalla casa «così vicina al mare che non amavo, / ma sapevo che c’era» (, in Raità da neve).

 

 

Eppure il mio rapporto con Bertolani è stato un silenzioso legame, il dialogo interiore che il lettore crede di stabilire con il poeta, per l’illusoria visione che la parola poetica rimanda, in quel sottile aprire e chiudersi delle rispettive esistenze che s’intersecano nel sentimento del mondo. Ogni libro era una visita al paziente e brusco artigiano di parole che andiamo a incontrare di tanto in tanto per vedere le poche cose che ancora resistono attorno a lui, i cambiamenti, le scoperte nuove, le ultime invettive-preghiere. Una geografia interiore, minimale e potente, dolorosa e impietosa, per niente consolatoria.

Ma c’era sempre stata una comunanza che sembrava non dovesse assurgere mai a valore poetico, a “tema” su cui costruire una riflessione e che rimaneva nascosta dentro me. Ogni volta quel volo, quell’apparizione improvvisa e misteriosa, il ritorno costante e l’inderogabile e ferma ripartenza, un canto ora sommesso ora uno «sgolarsi», un frusciare tra le frasche o un frullio di ali dentro il camino, era il motivo “vero” per cui scrutavo nel suo mondo a costo di perdere di vista quell’unità di espressione, la cifra della sua parola. È la presenza degli uccelli che ho sempre cercato, perché, sebbene a differenza di Bertolani non abbia mai praticato la caccia, come uomo di campagna che lavora nei campi e cammina nella solitudine dei boschi, il mondo degli uccelli mi ha sempre parlato, dettato il tempo, segnato i confini, mostrato le strade senza segno tracciate dai voli, fatto udire linguaggi prodigiosi e scrutare i travestimenti meravigliosi e bizzarri. Ma allora perché gli uccelli e non il frinire delle cicale, la biscia sempre scacciata e la svelta lepre, il cane lontano e quello sulla porta di casa, che pure anch’essi tornano più volte? Perché, oltre la morte e il mare, fissarsi su questi animali, minimali come le occasioni domestiche dell’esistenza? Forse sono la prova vivente, nel senso di autonoma e altra vita, dell’invisibilità di un mondo che la parola poetica recupera e svela in tutta la sua evidenza?

Sono cinque i suoi libri di poesia che tengo in mano e alterno nella lettura. Non c’è il suo vero “primo”, anche se c’è l’ultimo. Il primo di loro è scritto “ancora” in italiano, in uno degli ultimi persino Saffo è tradotta nel dialetto di Serra di Lerici. In ognuno il mondo degli uccelli è presenza costante, ora sotterranea ora enunciata, ora pura immagine ora realtà animale. In nota ho portato alcuni numeri.

 

♪♪

 

In Incertezza dei bersagli (1976) – quale titolo per chi pratica una caccia “confusa” dalla «malizia delle cose»! – il mondo volatile s’introduce tramite lo stato della veglia, del sonno e del sogno. Sono apparizioni discrete di cui solo il poeta si accorge nel volgere di uno sguardo («un transito / di storni in una stagione impossibile», in Veglia I); incerte («il passo // delicato degli uccelli» sulle foglie a terra, In rosa) o di passo e transitorie (la cesena fulminata di Variazioni con uccelli); stanno tutte sul limitare della luce e della coscienza, sempre mute e anche quando si riuniscono in moltitudine sono appena una «sommessa babilonia» (Veglia II); sino alla fantasia visionaria dell’«uccello marino» che riporti in groppa il poeta Tomlinson dall’Inghilterra alla Liguria (in La casa di Charles). Nel complesso la presenza è evocata, appena reale, e associata alla morte: la cesena, appunto, fulminata dall’alta tensione rimanda ad «un pugno di cenere più chiara» (Variazioni con uccelli) e un’anitra che passa lenta nella palude è bersaglio incerto (Della caccia).

 

Variazioni con uccelli

 

I

 

Fatto entrare
il mattino – nettezza
e lividume che dilagano fino al sacro
cuore nella tastiera – è un altro giorno, dici,
un foro in più nel biglietto
dannato. Consigliami tu che vestito
che faccia per affrontare la luce.

Il frullo che hai sentito nel sonno era un uccello
costretto nel camino da un vento che per quanto
è stata lunga la notte ha battuto i magri
appezzamenti e rinverdito frane
da anni assestate. (E qui ricordi il destino
della cesena che hai visto dal balcone nei giorni
del passo fulminata nella cabina dell’alta tensione).
Se ti alzi vedrai il piccolo
scheletro in un pugno di cenere più chiara…
Ma ora il vento è caduto, c’è l’aria che rovescia
le foglie come quando si presenta
la neve.

 

II

        Ah il buono
di certe giornate – qui, o alle sagre
da qui remote, sul fiume. Le tavolate
furiosamente umane.
Dici che stai morendo in un banale
intruglio di carte da gioco e di lunari
e che non sono del gruppo
premuroso che fa quieti i rumori. E rumori, blandizie
del mondo sono schiuma che insieme
ai gerani gela ai vetri.

Dici che sei vivo nell’artrite, nella solita
testa da cambiare che rintrona
quando la luna è fiele nella gola
dei cani.

                Nella borsa riponi
calde lane, libri imponenti:
come se tutto nel verde, e interminabile,
dovesse procedere il viaggio.

 

 

♪♪♪

 

Si può dire però che è con Seinà (1985), prima raccolta di poesie tutte in dialetto, che il tema ornitologico irrompe e si prende improvvisa la scena. Fin dal suo esordio è un esplodere di figure precise, non più un uccello indeterminato ma un volatile particolare e sempre diverso in quel mondo multiforme e variegato: ecco allora il pettirosso dal bavagliolo rosso (Picéto), la civetta che grida in pieno giorno (G’è n’usèlo), il fringuello il cui cantare è un appiglio dinanzi allo sbandamento dell’io (Frenguélo), il merlo che pare allocchito ma invece è un burlone sollecito alla fuga (Merlo), il cuculo ritorno annuale che rinnova e scandisce il passare degli anni (Dimande ar cucù), i balestrucci che vagano dalla collina al mare (Fainèi), il fagiano di Miando ‘n can, l’assiolo «arelèio de pume» («orologio di piume», Ciodo) o il treteté, lo scricciolo, che « a nó so com’ la fa tanta góse / a stae tuta ‘nte ‘n corpo / che che squasi i nó gh’è» («non so come fa tanta voce / a stare tutta in un corpo / che quasi non c’è», L’useleto der fredo). Sono situazioni minimali libere e lontane dal romantico estetismo e dall’ecologismo cittadino, per cogliere le quali è necessaria un’esperienza, uno “stare” in attesa come il cacciatore o con i sensi pronti come il «viandante sbandato» qual è il poeta, mentre i forestieri che lasciano il mare nell’estate agli sgoccioli di quel «cantae fisso de usèi» («cantare fitto di uccelli») non sono in grado di raccontare al loro ritorno (Foresti). Poi nel prosieguo della raccolta quel mondo particolare torna ad essere indistinto, consistenza appena accennata («l’usèlo che a l’arba g’è na brisa» «l’uccello che all’alba è una briciola», Campàe) o moltitudine gioiosa nell’acacia tutta fronda (Arbi), nello spazio indeciso e sofferente tra l’aria e la neve («solo ‘n patíe pe i usèi / en penéso / ‘ntee punte di stabièi» «solo un patire per gli uccelli / in bilico / sulle punte dei recinti», A neve (en èi)) o nell’estranea città dove il poeta porta «una scatoletta d’aria di qui» ai merli (Piassa Gioliti, a l’oto), lui «sperso / ‘nte ‘sto mae de cà» («sperso / in questo mare di case») che cerca un dialogo col «Pàssua de negrofumo» («Passero di nerofumo», forse il codirosso spazzacamino, «spennato» e impoverito, En çità). Infine e di nuovo l’«uccello marino», che mai ha un nome (Bertolani è terrestre e gli uccelli limicoli sono altri da quelli dell’entroterra) e che nel suo inquieto e insoddisfatto vagare è associato al «pensare» (Pu ‘n là).

 

D’aprìe

 

‘Sto mese ‘n fióe me svégia
nó l’arelèio, nó ‘r campanae menudo
che drento ae rudelete, quand’a vòi,
i principia a sonae,
ma tute e qualità de usèi
che aa prima luse, a scomissa,
come bón lavoanti,
squasi drento ar me lèto
i vene a ciaquelae.

 

D’aprile. Questo mese in fiore mi sveglia / non l’orologio, non il campanare minuto / che dentro alle rotelline, quando voglio, / comincia a suonare, / ma tutti i tipi di uccelli / che alla prima luce, a gara, / come buoni lavoranti, / quasi dentro al mio letto / vengono a chiacchierare.

 

♪♪♪♪

 

‘E góse, l’aia (1988) racchiude il nostro tema fra due mani, l’una iniziale (con lo scricciolo di pe ‘r menìn D.: «Bastiài apena mete man a s-ciòpo… / Ma dime te, menìn: com’a fiéi, dopo, / a ‘ndàlo a repietàe, c’ló gnente de pume / che adè i refiàda e i trema / tra l’aofògio e a lena?» «Basterebbe appena mettere mano al fucile… / Ma dimmi tu: come farei dopo, / a andarlo a racimolare, quel niente di piume / che adesso respira e trema / tra l’alloro e l’edera?») e l’altra sul finire (da càcia), le quali non eludono la contraddizione della caccia ma la risolvono sul versante della sua impossibilità a tenere dentro di sé la verità: si è cacciatori per la necessità di dolore e non per un gioco o una passione. D’altronde si sta «fermo dall’alba» ad attendere il battere d’ali del tordo che non passa perché non è più la stagione del passo (da càcia, 1) o si attende «d’i óe: d’aia vèta, de fòge-farse ae…» («delle ore: d’aria vuota, di foglie-false ali…», da càcia, 4). L’attesa e il dolore, infatti, ma anche l’invettiva e  una disincantata esistenza, iniziano a prendere campo nella sua poesia dove le «parole-rondinelle» insegnano a leggere il cuore (pe a Giliola). Di nuovo una gragnola di canti, di voli e visioni anche se ora portano con sé una nuova amarezza e una disillusa nostalgia: il cuculo e la rondine sono gli uccelli centrali di questa raccolta, e non è un caso che l’uno sia il più schivo e il più malinconico («e i cucù, / chi ne gomìsse dae costèle» «e i cuculi, / che ci immalinconiscono dalle collinette», De stada I) e l’altra sia portatrice di una felicità impossibile all’uomo, precisa nel ritorno a rifare sì «i voli usati» (‘E rondinéle) ma inflessibile nell’andarsene, unico insegnamento lasciato su «cós’i g’è ‘stò campàe» («cos’è questo vivere», Alèste, ‘e rondinéle).

 

 DE STADA II

L’è tórna ‘r tempo ch’aborìsso a stada
e ch’a me ‘nfrìco ogni vòta de pu
donde a màcia la se ‘nfóda
e come a mana a spèto
che tuta a bèla séa
la se nónsia
co ‘e prime
sensàe
– e co’ i usèi, chi aoménte
e po’ i sméte de bòto
e gh’è ‘n momento che tuto se fissa,
chi pae morto, e po’ la riva ‘n ventisèlo
fresco daa banda der mae…

D’i vòte a cambio strada e a vago a sbate
‘nta cà spèrsa da Cosemìna, e a me sèto
tra ‘e mófe de quei comodi vèti chi rembómbe
– nicò si dise che ogni tante lune
la ghe revén i spiriti miàe
cós’la gh’e de cambià.

 

D’ESTATE II – Di nuovo è il tempo che aborrisco l’estate / che m’infilo ogni volta di più / dove il bosco s’infolta / e come la manna attendo / che tutta la bella sera / si annunci / con le prime / zanzare / – e con gli uccelli, che aumentano / e poi smettono di botto / e c’è un momento che tutto si ferma, / che sembra morto, e poi arriva una brezza / fresca dalla parte del mare… // Delle volte cambio strada e vado a sbattere / nella casa sperduta della Cosimina, e mi siedo / tra le muffe di quei vani vuoti che rimbombano / – anche se dicono che ogni tante lune / vi ritornano i fantasmi a guardare / cosa c’è di cambiato.

 

♪♪♪♪♪

 

Con Avéi (1994) quella rottura con il mondo esterno apparsa con ‘E góse, l’aia si approfondisce, quasi a dover ridurre lo sguardo d’azione («Quéle bèle parole ch’a daméva / l’èn voà tute via / com’i scàpole dai fredi / ‘i usèi chi dame l’aprìe» «Quelle belle parole che amavo / sono volate tutte via / come scampano dai freddi / gli uccelli che amano l’aprile», Bocabolario). Gli incontri con gli uccelli si consumano ora durante il freddo della stagione, nella città o nella loro assenza totale o tetra meccanicità: ecco la lagna delle tortore (Praga 1968), la miseria inquinata dei passeri carbonai (di nuovo i codirossi spazzacamino?) intrisi di nerofumo (Viàgi), il canto monotono degli orologiai assioli (Ninanana, Tute ‘e óe) e nella riproduzione incarcerata che sempre vorrà andare e sempre vorrà restare.

 

Dói canarìn

a C.

 

Quando te me repéti
che te véi dói canarìn
‘nte na gàbia vérda
tacà verso ‘r mae,
mas-cio e fémena,
chi pòssie figiàe,
te t’lé savessi
che grupo te me meti
chi ‘nta góa,
e come l’è ch’a te penso,
fìgia méa spumà
gabiàn drent’a ‘r me mae,
con n’àa en cà e l’artra
alèsta contr’a i frédi
der campaàe.

 

DUE CANARINI
Quando mi ripeti / che vuoi due canarini / in una gabbia verde / appesa verso il mare, / maschio e femmina, / che possano figliare, / sapessi / che nodo mi metti / qui nella gola, / e com’è che ti penso, / figlia mia spiumata / gabbiano dentro il mio mare, / con un’ala in casa e l’altra / pronta contro i freddi / del campare.

 

 

~

 

Nota: anche se la poesia rifugge il dato quantitativo, il tema ornitologico ricorre con frequenza ripetuta e costante. In Incertezza dei bersagli (1976) su quarantacinque componimenti il tema appare otto volte e in Dall’Egitto, che è una sezione aggiunta a Incertezza nel 1990, appare l’uccello simbolo della mitologia egizia, Gli ibis. In Seinà (1985) il tema è presente in diciotto su ottantaquattro poesie con una forte concentrazione nella parte iniziale. In ‘E góse, l’aia (1988) su ottantotto componimenti sono diciotto i riferimenti (ma nella sola da càcia le figure si ripetono otto volte). Avéi (1994) ha diciassette riferimenti su ottantotto poesie, Libi diciannove su novantuno, Raità da neve tredici su centosette.
Incertezza dei bersagli:
Il quadro (I): Variazioni con uccelli, I, cesena, uccello; In rosa, uccelli; Per una ballata di mezzo inverno, I, creature (…) di più gentile piumaggio; Veglia, I, storni; II, gazza; II, uccelli; La casa di Charles, uccello marino.
Il ’63 Il ’68: Grotta a Fiascherino,  piviere, uccello.
Due bambine (1962-1971): Dell’altra bambina, passero.
Il quadro (II): Della caccia, anitra;
Dall’Egitto (1990): Gli ibis
Seinà:
Picéto, pettirosso; G’è n’usèlo, civetta; Frenguélo, fringuello; Merlo, merlo; Dimande ar cucù, cuculo; Fainèi, rondinotti (piccole rondini, balestrucci); Miando ‘n can, fagiano; Foresti, uccelli; D’aprìe, uccelli; Ciodo, assiuolo (assiolo); L’useleto der fredo, treteté (scricciolo); A neve (en èi), uccelli; Pu ‘n là, uccello marino; Campàe, uccello; Piassa Giolitti, a l’oto, merli; Arbi, uccelli; En çità, passero.
E góse, l’aia:
Aiète: pe ‘r menìn D., scricciolo; pe a Giliola, rondinelle
‘E góse, l’aia: Dar Linàe, cuculo; De stada I, cuculi; De stada II, uccelli; Donde pè nasse n’idea, passero, uccello; Amìghi, uccello; ‘E rondinéle, rondini; I gabiàn, gabbiani; Alèste, ‘e rondinéle, rondini.
Bigéti daa Lunigiana: Aia d’àigua, uccello, rondinelle; ‘Sto ‘mbastàme cossì, uccelli; «Oimé, ch’a coménso, tordela; A bèstia logordìna dita amóe, passeri; Vegnù setembre, uccelli.
Cuntàe: de na létia, uccello; d’i dòne, passero; da càcia, (1) tordo; (2) uccelli; (3) merlo; (4) uccello; (5) uccello femmina; (6) galletto di marzo, upupa; (7) pettirosso; (8) fucile
Avéi:
‘E cà: ‘E lane, volo; Ninanana, assiolo; Bocabolario, uccelli; Praga 1968, tortore; Viàgi, passeri carbonai (forse i codirosso spazzacamino); L’è per voi, uccelli; Tute ‘e óe, assioli; (Tré poesie pe’ L. e M.), rondini; Dói canarìn, canarini, gabbiano.
Fina ‘n fondo: Co’ sta luméa de rasi, passero; Che luse lisa, uccelli; Andà tute ‘e stéle, rondini; Sortimo a ramentàe, pettirosso; De sta malinconia ch’la me sconsùma, uccello; E alóa – adìo, uccelli.
Cuntàe: de Bernà Mòi, pettirosso; de ‘n soteraménto, fringuelli.
Libi:
Aiéte: (‘a gàbia), uccelli; G’éa tuto ‘n fódo, uccelli; L’usèlo chi se spuma, uccello; Bel’àigua, uccelli; Ma t’lé sé che tra gh’è ‘n mae, fringuello; D’aprìe, uccelli; Invito (II), storni; Respòsta, uccellino; [Tra gente t’aviè semenà ‘i òci bèi], rondini; A me disé: Liguria, gabbiano; Oci, gabbiani; I gabiàn, i gabbiani; Dónche l’amóe i siài, passeri; Come da fante, uccelli; Tréi, uccello; [Fòri de la bela gabia]*, usignolo, uccelletto; [‘A fontana e ‘e quatro]*, usignolo.
Raità da neve:
Nix: Nicò, rondine; Killer, merli, fringuelli; Cunto da végia, uccelli, tordi, pettirossi; Nix, cardellino (organo maschile).
Raità da neve: Rondinèle, rondini; Cóse l’è sta che ògi, uccelli; ‘Nguàno i me gabiàn, gabbiani; Compleàni, passeri di fumo (codirossi spazzacamini?); Cuntéto de Florindo, assiolo; ‘A luse grande, uccelli; Cansonéta der prado, fringuello; Camìn de l’àigua, uccelli; Te me disi che n’usèlo – en rossignòlo, uccello, usignolo, uccellino; I sómi, civetta; Di vòte – er pu di vòte -, uccello; Lèghi (I), passeri; Aa Fortéssa, uccelli.

 

~

 

Paolo Bertolani (La Serra, 26 gennaio 1931 – 19 febbraio 2007)

 

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Piccola bibliografia poetica di Paolo Bertolani:

1960    Le trombe di carta, Sarzana: Carpena (poi Lerici: Contatto, 2004)
1976    Incertezza dei bersagli, Milano: Guanda
1985    Seinà, Torino: G. Einaudi
1988    ‘E góse, l’aia, Parma: U. Guanda
1989    Diario greco, Bergamo: El bagatt
1994    Avéi, Milano: Garzanti
1995    Sotocà, Dogliani : Liboà
1998    Die, Reggio Emilia: Diabasis
2000    Aiete : (Ariette), Bollate: Signum
2001    Libi, Novara: Interlinea
2002    Se de sea, Genova: San Marco dei Giustiniani
2004    Piccolo cabotaggio, Lerici: Contatto
2005    Raità da neve, Novara, Interlinea

Franco Loi

 

 

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XLI

 

Cade la neve, fanciullo mio,                                                

tremo dal freddo, ardo d’amore..                                      

..bambino mio, devi sapere                                               

le donne d’Africa son tutte nere..                                      

Mè muè ‘a me tegniva in brassu

e, derre di vedri, i orti de neive:

«J à inventè ‘a nötte» e guavu nevà.

Föa l’ortu, föa ‘e frasche pese

de neive: in due l’ea u nespulu?

u figu, barbicou a ‘e müagge, züe,

tra i erbaggi e i faxö de ramma?

i rastrelletti verdi? I teiti?

U gianchessà d’a tèrra, u silensiu,

l’aia ch’a paiva cazze a strasse müe,

‘e nüvie a fiocchi vegnivan lente

a ballâsse ae frange de ‘e tendinne,

«mama u mundu l’è scappou! Du u l’è?»

e u scunfundese növu di exelli

ae grande, au sê, sciüe lastre zeè

u muntagnin furlanna, «su becchetta,

mama? Un steccu l’à cattou? U cacu

u sente u freidu sutta a ‘a neive?»,

e u sê u paiva reversou tra i rammi.

Cade la neve, fanciullo mio..

e ‘a cansun a me feiva tremà

e pe sempre, ciü grande, e oua

a pensaghe me sentu cianze, e donne,

èrbuj careghi de panetti de neive

e figgiö ch’j chinna cu ‘u slittin

dae ville, cume u nevà, memoria

‘a cansun e i öggi cianzan fittu.

Nu saviù mai sé ‘a sia ‘sta vitta

derré da ‘a cansun? ‘stu ciangese furestu

a mìe? ‘a raxun che me remescia

sensa savei se ‘a muè, ‘ neive,

‘a nustalgia du franguellu, ramme,

‘e brasse che me tegnivan èrzu, câdu,

o ‘e fiocche larghe, ‘a immenscité

d’a gianchessa du mundu, i reciami

che ai veddri paivan uxeletti de festa?

Se dixe muè e bambìn, cime ‘a buxia.

E mì me mìi caminà a ‘e muen

che tegne ‘e sporte, piccìn tra ‘a neive;

sciü ‘e cuunette bocce de Robilant

‘e strje di battecchi fan ghijgöj

e i citti ch’j s’abbarüffen int a neive

ji ciama ‘e mame dae bitteghe,

ghe rie ‘e facce che ‘e chinna a Zanne Torti

reffreise da ‘a pûa d’aia muntanna,

sgöan ‘e balle fitte a l’ommu de neive

e mìe riu au përsemulu

e ae spinne de ‘e arti ciocche

che paan sugnase i mè trì anni.

 

 

XLI.  Cade la neve, fanciullo mio, | tremo dal freddo, ardo d’amore.. | ..bambino mio, devi sapere | le donne d’Africa son tutte nere.. | Mia madre mi teneva in braccio | e, dietro i vetri, gli orti di neve: | «li ha inventati la notte» e guardavo nevicare. | Fuori l’orto, fuori le frasche pesanti | di neve: dov’era il nespolo? | il fico abbarbicato alle mura, giù, | tra gli erbacci e i fagioli ramosi? | i cancelletti verdi? i tetti? | Il biancheggiare della terra, il silenzio, | l’aria che sembrava cadere a stracci muti, | le nuvole a fiocchi venivano lente | a ballare alle frange delle tendine, | «mamma, il mondo è fuggito! dove è?» | e il confondersi nuovo degli uccelli | alle gronde, al cielo, sulle lastre gelate | il montanino frilla, «cosa becchetta, | mamma? ha raccolto uno stecco? Il caco |  sente il freddo sotto la neve?», | e il cielo sembrava rovesciato tra i rami. | Cade la neve, fanciullo mio.. | e la canzone mi faceva tremare | e per sempre, più grande, e ora | a pensarci mi sento piangere, e donne, | alberi carichi di panetti di neve | e ragazzi che scivolano con lo slittino | dalle colline, come il nevicare, ricordano | la canzone e gli occhi piangono forte. | Non saprò mai cosa sia questa vita | dietro la canzone? questo piangere straniero | a me? la ragione che mi rimescola | senza sapere se la madre, la neve, | la nostalgia del fringuello, i rami, | le braccia che mi tenevano alto, caldo, | o i fiocchi larghi, l’immensità | della bianchezza del mondo, i richiami | che ai vetri parevano uccelletti in festa? | Si dice madre e bambino, come la bugia. | E io mi vedo camminare alla mano | che tiene le sporte, piccino tra la neve; | sulle colonnette a boccia di Robilant | le strisce dei bastoncini fanno ghirigori | e i bimbi che si abbaruffano nella neve | li chiamano le mamme dalle botteghe, | gli ridono le facce che scendono a Giovanni Torti | raffreddate dalla polvere d’aria montana, | s’affrettano le palle fitte all’uomo di neve | e io rido al prezzemolo | e alle spine dei carciofi | che sembrano sognarsi i miei tre anni.

Franco Loi, L’ angel ; Genova : Edizioni S. Marco dei Giustiniani, 1981. Introduzione di Franco Brevini. Inserto accluso dei testi in italiano – Collezione: · Quaderni di poesia – Classificazione Dewey   · 851.9 (18.) Poesia italiana. 1900-

 

 

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Da una lettera di Franco Loi a Franco Fortini, posta in nota all’introduzione a Stròlegh (Einaudi, 1975) 

«Sono nato a Genova, da madre colornese e padre cagliaritano. Mio padre, rimasto orfano a undici anni e allevato dal fratello a Genova, aveva fatto il marinaio, poi i tanti mestieri “per campare”, dal garzone di panettiere al marmista al disegnatore meccanico, prima di entrare come spedizioniere e più avanti come impiegato negli appalti ferroviari; mia madre, figlia di un lattoniere morte di spagnola, se ne andò da Colorno per fare la serva a Genova. Quando mio padre la sposò, andarono a vivere in camera mobiliata con una famiglia amica e poi in via Pantera, quartiere San Fruttuoso, sui monti di Terralba e della Villa Imperiale. Mio padre parlava in casa “italiano”, da povero sardo immigrato a Genova, e mia madre colornese; i miei amici parlavano genovese – che io capisco bene ma non so parlare. Avevo sette anni quando mio padre fu trasferito a Milano, allo Scalo merci di Milano Smistamento, Capannoni sotto il ponte di Segrate. La nostra prima abitazione fu in camera ammobiliata, in casa di una vecchia che viveva col figlio calzolaio: via Cardano, angolo via Fara. Era una casa popolare, con ringhiere, corte grande e cessi sul ballatoio in comune. Andammo poi in piazza Bottini, stazione di Lambrate, e quindi a Limito; infine in via Teodosio, nella zona di Casoretto, vicino all’Azienda Tramviaria. Eravamo nel 1939, autunno. Questi i dati che mi sembrano necessari per capire la mia estrazione e il mio “milanese”. Dall’età di sette anni in su, ho sempre sentito intorno a me il milanese, anzi ho “vissuto” in milanese. Capirai che gli anni di cui parlo non sono stati da poco per la mia psicologia: guerra e dopoguerra li ho vissuti in un modo che ancora oggi mi sembrano “una memoria estranea”, tra l’incubo e il sogno. Non ho vissuto da letterato, ma da bambino e da ragazzo “gli sbandati” e “gli impiccati ai pali del telegrafo”, che poi erano corpi gettati sui marciapiedi o sui prati di periferia. La mia è stata, ripensandoci, una esperienza particolare proprio per le condizioni “comuni a tanti” nella Milano in cui parlo, “comuni” e “tipiche” proprio nel senso di Lukács.

Nella mia casa eravamo poche famiglie, credo una dozzina. Provo a enumerarli – quelli del tempo di guerra e subito dopo: Nasi, portinaia con marito manovale allo Scalo Merci; Lia, “sarta signora e bambini” diceva il cartello, Lorenzetti (era sorella del campione di moto); la signora Pasetti – il marito carabiniere morì durante la guerra di tisi – che viveva col fratello calzolaio; il prestinaio Carissimi, caro vecchio bevitore che tanto ci aiutò durante il tesseramento; l’operaio dell’Innocenti Corazza, trevigiano con tre figli; Segala, piccolo fabbricante di spazzole e piumini, con laboratorio in via Mario Bianco, socialista militante – la sua villa di Varzi sede di comando partigiano dell’Oltrepo -, amico di Riccardo Lombardi e di Pertini; i Medaglia, lui ferroviere e lei svizzera, col figlio universitario internato a Villa Fiorita per non presentarsi ai repubblichini; i Baldi, operai di maglificio in via Padova; i Malaspina, lui cremonese e lei romana, figlio e figlia milanesi – padre e figlio del PCI dell’Azienda Teodosio, il padre comandante della 192a Garibaldi e il figlio responsabile del Soccorso Rosso; i Marchionni, famiglia cremonese, credo antifascista, che dovette andarsene appena scoppiata la guerra; i Mattei, lui tranviere milanese, morto subito dopo la guerra di anemia; i Danon, ebrei, commessi di negozio, con un figlio di tre anni più grandi di me, spariti in Germania, deportati appena scoppiata la guerra; i Cavagna, socialisti, lui impiegato di banca. Quasi tutti socialisti e comunisti, tre famiglie impegnate direttamente nei movimenti clandestini, altre tre famiglie perseguitate, per ragioni diverse dai fascisti.

Ed i miei amici erano: Sergio Temolo, Mery Zanini, i tantissimi delle case dei tramvieri, Renata Segala, Rosina Nasi. E vicini di casa, in via Martini, i Cuciniello, i Magnanini – Emilio Magnanini fu tra i fondatori dell’Ambasciata sovietica in Italia durane il fascismo; mio maestro di scuola, alla Tito Speri, Principato e poi subito Riccobeni, altro amico di Pertini, che mi fu presentato ai funerali di Cuciniello nella piazza San Materno. E durante la guerra ho vissuto i bombardamenti in cantina, dal primo del 1942 alle “fughe serali” in campagna durante l’estate del ’43; sono andato a tagliare e rubare alberi per scaldarci; ho fatto le code per il pane giallo, che poi vomitavo; ho vissuto i rastrellamenti notturni in casa nostra – per cercare i Danon sfollati a Brescia, prima di essere deportati, per catturare Malaspina, per prendere Medaglia; ho visto i fucilati di piazzale Loreto: il padre di Sergio, Libero Temolo, il maestro Principato, l’operaio Bravin, Mastrodomenico, prelevato in casa d’amici, i Ramolini, all’82-A di via Teodosio, l’ingegnere Fogagnolo di via Pacini. Ho visto Milano sotto le bombe e i morti lasciati durante le notti col cartello “colti con le armi in pugno”; ho vissuto i rastrellamenti di C.so Buenos Aires, dell’Arena – quando hanno portato via il mio amico Beppe, che abitava in via Porpora nella casa di Volpones; ho sentito gridare sotto le case crollate, i soldati che raspavano tra le urla disperate degli annegati nel vino delle Cantine Da Rios in piazzale Bacone, la bambina di via Morgagni, la gente di piazza Tricolore, il portinaio spiaccicato contro le colonne del portone di casa in via Lambrate angolo Leoncavallo. Caro Fortini, l’ho vissuta tutta la guerra e tra gente, sì veneta, emiliana, cremonese, meridionale, ma tutta milanese, perché tutti si ingegnavano di parlarlo questo “dialetto” di Milano, questa lingua che ci apparteneva e ci accomunava come si appartenevano e ci accomunavano le vicende.

E quando a guerra finita, sono entrato, subito nell’aprile del 1945 nel Fronte della Gioventù e poi nella FGCI, presentato dal Malaspina, ancora milanese parlavano i compagni delle Rottole, quelli di via Padova, quelli di via Lambrate del tempo della Volante Rossa, e milanese le bande prima nemiche e poi amiche di via Accademia e via Casoretto, e milanese le balere, milanese le cascine del Lambro, milanese le osterie delle riunioni politiche e delle “feste” per il Partito. E non un mondo “agricolo, feudale, dialettale”, come degusta Pasolini, ma “un mondo”, cittadino proletario, antifascista e, sia pure, dialettale: un mondo che leggeva i manifesti del Kommandantur, ascoltava il Colonnello Stevens e Candidus, leggeva il Corriere, ma scriveva volantini antitedeschi “in italiano”, ma gridava, bestemmiava, soffriva e malediva e giocava in milanese, e pregava in latino nelle cantine-rifugio. Come ancora così composito, così plurilingue nell’educazione e nelle commistioni, ma milanese era quello che ritrovai allo Scalo Merci di Milano Smistamento, quando nel 1946 ci andai a lavorare come manovale, poi raccogli lettere, poi scritturale e poi contabile, sino al 1955. E quello sì “mondo di transizione”, in tutti i sensi: sottoproletariato spesso di origine contadina, meridionale o bergamasca o veneta. Ma vivente una realtà sociale milanese, cosmopolita, in nulla “provinciale”, se vogliamo prendere l’aggettivo in senso deteriore.

[…]

E chi l’ha detto che un milanese, proprio un milanese di Milano, userà soltanto “il milanese” anche soltanto per comunicare e parlare? Il purismo va sempre a cacciarsi in strani labirinti senza uscite. Basta la semplice considerazione che non c’è lingua che non abbia almeno qualche migliaio di vocaboli in comune con le altre e, se guardiamo alla radice, dovremmo rinchiudere il purismo all’interno delle aree geo-linguistiche: latino-mediterranee, celtiche, ecc., o, ancor più allargando, indo-europee, druidiche, ecc. Gimach – ganzo traduce il Porta. Ma gimacch è anche fratello, gemello; ed è anche il semplicione. E sulla sua origine ci sono dei trattati: da gemino, da gemma, ecc. E qui siamo in una Milano con scuole dove s’insegna a parlare italiano da tre generazioni e immigrazioni regionali da cento anni e traversamenti stranieri da sempre. Ora io credo di aver ben chiaro questo: la lingua usata da me è una lingua che io sento “di sangue popolare”. Basta che io mi ci abbandoni perché ritornino in me i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza; i campi di futbol, i caffè, le sezioni di partito, le cascine della periferia dal gasometro dell’Ortica al Parco Lambro, le bestemmie dello Scalo Merci di Smistamento, le “corsette” da Lambrate a Limito, i vagoni bestiame della guerra e del dopo, le case con le ringhiere dove ho abitato, amato, giocato. Certo che ci vuole un glossario. Ma chi capirebbe i vari Zonca e Pedrinelli e Corgnati e Tettamanti e Colombo che ho conosciuto? Nemmeno loro, analfabeti o lettori accaniti ma inconsapevoli del proprio linguaggio, saprebbero capire un loro discorso scritto. Io penso che la mia lingua è lingua di chi è vissuto a Milano in questi anni – ed è anche mia s’intende, inventata, spesso giocata – ma infine trattata come lingua. Ed ho anche coscienza che questa lingua si oppone in me e fuori di me al cosiddetto “italiano”. Non voglio dire del diritto di esprimersi come e con i mezzi che si vuole o ci si ritrova, ma delle componenti passionali-popolari del milanese di Stròlegh rispetto alle componenti letterario-borghesi, tanto per fare un esempio, dei due filoni, apparentemente antitetici, dell’avanguardia e della tradizione “italiana”. Stròlegh non vuole essere un “esperimento letterario”, ma è un tentativo di dare espressività – comunicare, se non altro a me stesso e pochi fratelli – una “visione del mondo all’interno di un’esperienza”, politicamente vinta ma, dal mio, e forse da un punto di vista non elitario, o non esclusivamente sociale, nemmeno vinta ma semplicemente trascorrente, cioè “come il brivido di una coscienza all’interno oscuro” di un mondo che non si sente paradigma di nulla ma semplicemente e prepotentemente vita».

Virgilio Giotti

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I veci che ‘speta la morte

 

1                    I veci che ‘speta la morte

 

I la ‘speta sentai su le porte

de le cesete svode d’i paesi;

davanti, sui mureti,

5                 co’ fra i labri la pipa.

E per ch’i vardi el fumo,

par ch’i fissi el xiel bianco inuvolado

col sol che va e che vien,

ch’i vardi in giro le campagne e, soto,

10               i copi e le stradete del paese.

Le pipe se ghe studa;

ma lori istesso i le tien ‘vanti in boca.

Pipe,

che le xe squasi de butarle via,

15                meze rote, brusade,

che le ciama altre nove:

ma za

le bastarà.

Se senti el fabro del paese bàter,

20              in ostaria ch’i ciàcola,

un contadin che zapa la vizin,

e el rugna

e el se canta qualcossa fra de sè

ch’el sa lu’ solo;

25               e po’ ogni tanto un sparo,

in quel bianchiz smorto de tuto,

un tiro solo, forte

 

I veci che ‘speta la morte.

 

I la ‘speta sentai ne le corte,

30              de fora de le case, in strada,

sentai su ‘na carega bassa,

co’ le man sui zenoci.

I fioi ghe zoga ‘torno.

I zoga coi careti,

35           i zoga corerse drio,

i ziga, i urla

che no’ i ghe ne pol più:

e quei più pici i ghe vien fina ‘dosso,

tra le gambe;

40              i li sburta,

i ghe sburta la sèdia,

i ghe porta la tera e i sassi

fin sui zenoci e su le man.

Passa la gente

45              passa i cari de corsa con un strèpito,

pieni, stivai de òmini e de muli

che torna de lavor:

e tra de lori ghe xe un per de fie

mate bacanone,

50          che in mezo a quei scassoni

le ridi e ridi;

e le ga il rosso del tramonto in fronte.

 

I veci che ‘speta la morte.

 

I la ‘speta a marina sui muci

55               tondi de corde;

ne le ombre d’i casoti,

cuciai per tera,

in tre, in quatro insieme.

Ma ziti.

60              I se regala qualche cica

vanzada d’ i zigàri de la festa,

o ciolta su, pian pian, par tera,

con un dolor de schena:

i se regala un fulminante

65               dovù zercar tre ore,

con quele man che trema,

pai scarselini del gilè.

A qualchidun ghe vigniria , si,

de parlar qualche volta;

70              ma quel che ghe vien su,

che lu’ el volaria dir,

        lo sa anca l’altro,

lo sa anca staltro e staltro.

Nel porto, in fondo, xe ‘na confusion,

75               un sussuro lontan,

forte che se lo senti istesso.

I vaporeti parti

e riva drïo man.

I ciapa el largo, i va via pieni neri;

80               i riva driti, i se gira, i se’ costa,

i sbarca in tera

muci de gente

che se disperdi sùbito.

Resta solo el careto de naranze,

85               un per de muli

che i se remena tuto el dopopranzo

là ‘torno,

e el scricolar sul sol del ponte.

 

I veci che ‘speta la morte.

 

90                      I la ‘speta sentai su le porte

dei boteghini scuri in zitavècia;

nei picoli cafè, sentai de fora,

co’ davanti do soldi

de àqua col mistrà;

95              e i legi el fòglio le ore co’ le ore.

In strada,

ch’el sol la tàia in due,

ghe xe un va e vien continuo,

un mòverse, nel sol ne l’ombra,

100            de musi, de colori.

I legi el fòglio:

ma tute robe xe

che ghe interessa poco;

ma come mi i lo legi,

105            quando che ‘speto su ‘na cantonada

la mia putela,

che tiro fora el fòglio

par far qualcossa,

ma che lèger, credo de lèger,

110            ma go el pensier invezi a tuto altro;

e un caminar, ‘na vose,

che me par di sintir,

me fermo e ‘scolto.

 

 

Glossario:

 

BACANON  chiassone, celione
BIANCHIZ  biancume
CAREGA  seggiola
FÒGLIO (el)  il giornale
MISTRÀ  contrazione di misturà (mescolato) cioè alcool con la resina infusa
NARANZA  arancia
SBURTAR  spingere, urtare
SCARSELA  tasca
SCRICOLAR  scricchiolare
STUDAR  spegnere
ZIGAR  gridare

 

 

Tratto da Piccolo canzoniere in dialetto triestino in:

Virgilio Giotti, Colori ; a cura di Anna Modena – Torino : Einaudi, 1997 – XXXIX, 439 p. ; Coll. · Collezione di poesia ; 267 · [ISBN] 88-06-14281-X – CCD · 851.912 (20.) Poesia Italiana. 1900-1945

 

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[Della biografia di Virgilio Schönbeck, in arte Giotti, ( 15 gennaio 1885, Trieste – † 21 settembre 1957, Trieste), divisa tra Trieste, Firenze e la “Russia” molto sarebbe da dire e poco se ne può qui. Preferisco riportare una breve e illuminante recensione (che è anche una dichiarazione di poetica) di Franco Loi, un altro grandissimo poeta dialettale, definizione peraltro limitativa. Ricorderò solamente che quegli Appunti inutili, qua e là citati, hanno conosciuto sempre una scarsa se non nulla fortuna editoriale, nonostante siano, a parer mio, uno degli angoli prospettici del Novecento più particolari e rivelatori: diceva infatti Pier Paolo Pasolini di non aver conosciuto nella letteratura italiana novecentesca una dimensione di dolore paragonabile a quella che ci investe in quegli Appunti e in tanta sua poesia.]

Ritratto di un poeta non letterato,

di Franco Loi, apparso ne la “Domenica, Il Sole 24 ore”, n. 17 del 18 gennaio 1998

Troppo spesso i rumori, non solo coprono il silenzio, ma lo strappano alle orecchie degli uomini come non esistesse. Per questo, malgrado i propositi dei denigratori delle materie umanistiche, il lavoro delle scuole e delle accademie è perennemente necessario a diradare le nebbie e al far emergere dal fracasso delle gazzette qualità e valori che andrebbero altrimenti perduti. Passano le generazioni e il passato storico rischia di essere manipolato a uso e consumo di potentati che, come sappiamo, non brillano certo per sensibilità e finezza culturale.

Dobbiamo dunque ringraziare la studiosa Anna Modena che ha curato questo volume dedicato a Virgilio Schönbeck, in arte Giotti, curandone con perizia ed erudizione l’introduzione e fornendo, oltre a una documentata cronologia della vita, un glossario triestino ampliato dall’edizione Ricciardi, le note al testo, gli apparati critici e un’appendice delle poesie sparse.

Non starò qui a ripercorrere la vita e le opere del poeta che, nato nel 1885 a Trieste e deceduto nella sua città nel 1957, ci ha dato, come testimonia il risvolto di copertina «l’altro grande canzoniere triestino del Novecento» insieme a quello di Umberto Saba. Voglio invece offrire ai lettori questo autoritratto che Giotti ha tracciato in una lettera a Giuseppe Ricciardi nel luglio del ’57: «Non bisogna dimenticare ch’io sono stato un solitario. Aveo un chiodo: esprimermi. Gli altri non mi interessavano; non mi interessavano tutti quei tentativi, quegli esperimenti che in letteratura e in pittura si andavano allora facendo… […] degli autori, che furono poi i miei maestri, conoscevo di ciascuno due o tre cose: mi bastava. Non ho mai letto tutto il Pascoli, che assai presto cominciò ad annoiarmi, e di lui del resto conoscevo un certo numero delle poesie dei Canti di Castelvecchio e null’altro; conoscevo qualche poesia francese (il francese non lo so quasi), qualche poesia tedesca, e il tedesco lo so, appena. Non sono stato e non sono un letterato».

Un ritratto molto illuminante e credo educativo per le nuove generazioni, esaustivo anche per la ricorrente abitudine scolastica di voler trovare ascendenze e influssi di maniera nella creatività poetica, ma soprattutto per invitare i giovani poeti al lavoro appartato e a non cedere al malcostume della pubblicazione a ogni costo, essendo la poesia un modo per conoscere e conoscersi e un orientamento personale verso la verità, e non un’esibizione di vanità o un espediente per partecipare al gran rumore del successo e delle carriere letterarie.

Ne sia d’esempio quest’altro “appunto inutile” del ’47: «Si scrive col proposito di essere veri e veritieri, e poi ci si accorge di essere stati sempre inesatti, sempre non veri, e qua e là, pur senza volerlo, bugiardi. La scrittura non è adatta a fermare la verità, se anche sia il solo istrumento per provarsi a farlo. Il linguaggio va bene per la poesia, perché la poesia non vuole esprimere la verità, ma è una costruzione ideale, che ha una verità sua, la quale prende forma con la parola e diventa tutt’uno con essa». Dichiarazione che può essere sottoscritta da ogni poeta, precisando che, non solo i contenuti espliciti, non solo i significati apparenti, ma anche la musica di un verso e le sue connessioni emozionali sono significanti, anche il suono partecipa di una forma e allude alla verità.

Di estremo interesse è anche la dichiarazione nell’edizione dello «Zibaldone» di Anita Pittoni nel ’50: «Saba è anche l’ingenuo che ha creduto che nella poesia si possa mettere tutto. No, nella poesia si può mettere solo la poesia, tutto, sì, ma quello che si trasforma in poesia», un’osservazione che non deve suonare come una critica a Saba, ma un atto di coscienza poetica, di rispetto per quella verità, non tanto espressa dall’intenzione del poeta, quanto dal libero esercizio sulla forma.

Ed ecco che Colori, questa splendida raccolta del corpus poetico di Giotti viene a testimoniare con i versi questa devozione al “fare” della scrittura e l’attenzione al “dirsi del vero”, cioè all’esprimersi dello sconosciuto in noi e dell’insondabile rapporto tra noi e il mondo, Come efficacemente penso si possa esplicare in questi versi finali della sua poesia Con Rina: «Sintivo / l’odor tristo e mio, e el ziel / vedevo co’ la luna», dove il personale sentire si fonde con lo specchio del cielo e con la presenza inquietante della luna, nel momento del dolore per il distacco dalla nipotina Rina: una realtà che vela altre realtà, una parola che apre orizzonti.