Il Marchese de Sade e Sant’Agnese

 

Alessandro Agardi, Giovanni Buratti, Sant'Agnese condotta al martirio, 1662 ca
 

Algardi Alessandro, Buratti Giovanni, Sant’Agnese condotta al martirio, scultura in marmo, 1662 ca.; Chiesa di S. Agnese in Agone (chiesa inferiore), Roma

 

[Sade, si sa, non amava viaggiare e, quando lo fece, fu perché costretto, braccato e ricercato dalla polizia e dalla giustizia. Dal suo secondo viaggio in Italia (luglio 1775-giugno 1776) il marchese vi trasse uno scritto, la sua prima prova letteraria, antecedente a Justine, reportage di uno spirito polemico e moralista più che di un viaggiatore erudito e estasiato dall’arte. Adottato l’espediente retorico sotto forma di lettere ad una contessa immaginaria, presto lo abbandonò lasciando forza, come ad un torrente in piena, al solo sguardo acido, alla penna graffiante e alla rabbia compressa. Solo dieci anni dopo Goethe avrebbe intrapreso il Gran Tour e solo nel 1811 Stendhal, ammaliato da quell’Italia che ha visitato da soldato, vi ritornerà per prendere la cittadinanza milanese. Da par suo Donatien-Alphonse-François di Sade non è il primo dei viaggiatori curiosi e sereni, ma piuttosto il prototipo dei rifugiati politici moderni, il filosofo illuminista irriguardoso del presente, che non è salvato dalla civiltà del passato ed è condannato a un futuro di reclusione.
 
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Bruno Barilli ~ «Una vita a rovescio che non riesco a ricapitolare»

 

Ritratto di Bruno Barilli, 1940 ca.

Ritratto di Bruno Barilli, 1940 ca.

 

«Forse esagero, e lo faccio volentieri.» (Taccuini, LX, 112)

 
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Francesca Woodman vs Woodman Francesca

 

Francesca Woodman, Autoritratto (senza titolo), 1979-1980, Stampa alla gelatina d’argento, 27,9 cm x 35,6, Firenze, Galleria degli Uffizi

 

Francesca Woodman, Autoritratto, 1979-1980, Galleria degli Uffizi, Firenze

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Roma ~ Julien Gracq

 

 

Giuseppe Valadier, Arco di Trionfo per Pio VI, (1800)

Giuseppe Valadier, Arco di Trionfo per Pio VI, (1800)

 

Roma, una città che non ho mai visto.

 

Niente mi suscita maggiore invidia e gelosia retrospettiva dei viaggiatori: Goethe, Stendhal o Chateaubriand, che hanno visto Roma – fra Winckelmann e il Risorgimento – nel suo periodo più commovente di maggior decrepitezza: latifundium incolto e pergolati di rovine di un papato valetudinario e paralitico che vegetava e usciva lentamente dal torpore dopo Bonaparte come un filo d’erba che si risolleva dopo essere stato calpestato; si direbbe che per qualche decennio il papa si sia aggrappato alle rovine colonizzate per trovarvi una vita vegetativa, come un’edera dalle radici troncate si attacca solo per mezzo delle radici avventizie. Per far rivivere nella mia fantasia quella Roma non c’è bisogno della Lettre à Fontanes[1] o della prosa sontuosa dei Mémoires: basta l’aria del pastorello che passa con le sue capre sotto le mura di Castel Sant’Angelo nell’ultimo atto della Tosca, e basterebbe ancora meno: sento i lievi rumori del suo torpore domestico, il silenzio del coprifuoco, come se ci fossi sempre vissuto.

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Rutilio Namaziano ~ De Reditu I, 217-276 ~ Prime località sul Tirreno

 

Libro primo I, 217-276

 

[Finita l’attesa del vento favorevole in porto (qui) Rutilio può intraprendere il suo primo giorno di navigazione. Nella luce incerta scorrono località conosciute tra rovine e grandi ville facendo attenzione a che il mare sia propizio e la terra pronta ad accogliere le agili navi. Ecco Alsio, Pigi, Cere (Cerveteri) e Castro nuovo dove a distanza una statua di Pan (qui) o di Fauno è colta nell’atto di unirsi con Venere. Poi finalmente Centocelle chiude la prima tappa e accoglie nel porto le navi. C’è tempo per una visita e un bagno rinfrescanti nelle Terme che un Toro, o un dio con sue fattezze, fece sgorgare dalla terra …]

 

Ostia Antica, Foro delle Corporazioni con pavimento a mosaico

 

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