Una strage ~ 18. «Vidi un fuoco che ardeva furiosamente»

 

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

 

Mentre a Castelnuovo si consumava la più tremenda delle scene (una settantina di corpi ammassati e bruciati in un’unica «orrenda pira»), il Tenente Danisch continuò la sua opera oscura di depistaggio e di colpevole compromissione, di parallela attività investigativa e meschina ricerca di un capro espiatorio. Comprendere il ruolo e la figura di questo Ufficiale, indiziato dagli Inglesi come la figura chiave dell’organizzazione della strage, non è semplice e mai sarà chiaro nella sua completezza. Presente nei giorni precedenti, sfrontatamente impassibile nelle ore delle uccisioni e «compiaciuto» del proprio operato a lavoro eseguito, non fu forse né il responsabile né tanto meno il comandante unico delle stragi: probabilmente aveva il compito di fare da tramite tra lo Stato maggiore del LXXVI Panzerkorps e la Hermann Göring, cui era stata affidata una vasta azione di «ricognizione» del territorio per dare un grosso colpo al fenomeno partigiano e distruggere gli impianti minerari. Poco importava se quel mandato sarebbe stato affrontato con spietatezza e crudeltà, come era pratica corrente per i reparti della Göring.

 

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Una strage ~ 8. La debolezza italiana: prigionieri e interpreti

 
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Ostaggi a un funerale

 

Secondo Crawley, «il 2 luglio 1944, verso le ore 19, alcuni uomini del Tenente Gerhard Danisch, Comandante la Wachkompanie del LXXVI Panzerkorps, comandati da un suo Maresciallo, entrarono nella frazione di Meleto con un autocarro ‘Fiat 26’ che aveva una mitragliatrice montata sulla parte poste­riore. Appena discesi dal camion, i soldati catturarono tre civili italiani del posto, cioè: Lorenzo Fabbrini, Livio Lombardini e Omero Quartucci. Dichiararono che la ragione di questa cattura era di tenerli ostaggi contro eventuali attacchi ai soldati tedeschi da parte dei Partigiani. Gli ostaggi furono condotti a San Cipriano e rinchiusi in un edificio adiacente alla sede del Comando di Danisch» (PRO Report: 4).

Questo racconto così essenziale ovviamente non rende fino in fondo il dramma che quelle catture determinarono nel paese, che rimasero come una ferita aperta perché per una parte della popolazione gli ostaggi saranno sospettati di essere stati delatori mentre l’uccisione dei loro stessi parenti apparirà ad altri la riprova di estraneità a qualsiasi tipo di collaborazione. Gli Inglesi non ritennero nessuno di questi ostaggi una spia e non approfondirono l’episodio in questi termini, sicuri invece che il Tenente Danisch fosse già da prima orientato all’organizzazione dell’eccidio. L’intera vicenda, avvolta nel mistero e nel sospetto, finì per essere relegata a una controversia di paese ed essere sottaciuta per lungo tempo. Con la riscoperta dell’Inchiesta inglese questo fatto è tornato a far parte del racconto della strage, dopo che, sino allora, vi erano stati solo accenni alla vicenda e sempre si era come deliberatamente deciso di non approfondirla. Anche quando non si credeva ad una collaborazione fattiva degli ostaggi, rimase il sospetto di un’“inconsapevole” delazione sui Partigiani di Meleto, mentre alcuni testimoni ancora dopo cinquanta anni erano reticenti nel fare persino i loro nomi e la ricostruzione di tutta la vicenda rimaneva approssimativa.[1]

Il racconto inglese dà tuttavia un’idea troppo schematica del comportamento di questo piccolo gruppo di tedeschi che sicuramente non compì un’azione così veloce. Secondo diverse testimonianze infatti i soldati perlustrarono il paese in lungo e in largo e s’intrattennero con gli abitanti, da cui, stando a quanto disse l’indomani Danisch a Maria Corsi, trassero la conclusione che il paese fosse «pieno di Partigiani». Per i meletani, alla luce di ciò che succederà due giorni dopo, sarà stata soprattutto l’occasione per prendere visione delle vie d’uscite minori del paese. Quel giorno è domenica e il paese è raccolto nella piazza della Chiesa dove si svolge il funerale di un uomo che aveva perso la vita a seguito di un bombardamento aereo inglese di un ponte sotto il quale si era rifugiato. Se secondo l’Ermini e il Mulinacci tutto sembra sia avvenuto in un clima di normalità senza creare apparentemente delle tensioni, tanto che i Tedeschi trovarono il modo di scherzare anche con alcuni bambini, Adelfo Onorari parlò invece della brutalità e arroganza del gruppo di soldati che stavano in attesa appoggiati al pozzo di fronte l’entrata della chiesa e rimase convinto che «vi fossero italiani della X Mas tra di loro», sospettando i reparti della Brandenburg, tra le cui file notoriamente erano ospitati dei repubblichini.[2] Forse la testimonianza di Lina Riccesi, nella sua essenzialità, è la più equilibrata: «Due giorni prima della strage i tedeschi vennero su, a Meleto; era il pomeriggio della Domenica; questi tedeschi cercavano di essere gentili con i paesani. Offrivano sigarette agli uomini e caramelle ai ragazzi. Nel frattempo, quel pomeriggio, a Meleto, i tedeschi si erano dati da fare: c’era un funerale e da questo presero tre uomini come ostaggi, li portarono a San Cipriano e li chiusero nella bottega del barbiere; ce li tennero per due giorni e poi li rilasciarono».[3]

Naturalmente la cattura di tre persone fu considerata premonitrice di pericolosi sviluppi. Soprattutto gli uomini, a seguito delle discussioni che ci sono quel tardo pomeriggio, devono decidere se lasciare immediatamente il paese verso i monti circostanti. L’indomani, nelle prime ore dell’alba, il padre di Vinicio, Giuseppe Ermini, che l’indomani perderà la vita, sollecitò il figlio a lasciare il paese: «… mio babbo alle quattro di mattina è venuto in camera e mi ha obbligato ad andarmene.: “Va’ via, va’ via, va’ via: ho tanto pensiero!”. Mio padre aveva un cavallo e mi volle portare a Massa, e per la strada temeva che trovassimo i Tedeschi» (PMNSC: 207). Ugo Mulinacci se ne va quella notte stessa ritornando nella sera di lunedì per vedere se vi è ancora pericolo: l’indomani egli riuscirà a fuggire dall’aia Rossini dopo essersi nascosto sotto la cenere di un forno. A strage avvenuta si farà perciò partire da questa vicenda la sua preparazione e organizzazione. Tuttavia, mentre a Civitella, a seguito dell’uccisione di alcuni soldati tedeschi, molti abitanti del paese che erano fuggiti furono subdolamente rassicurati e invitati a rientrare nelle proprie abitazioni, qui in un certo modo, senza che fosse avvenuto un fatto pericolosamente scatenante, successe un fatto anomalo e si creò al contrario allarme e attesa. Come il Maggiore Seiler aveva fatto a Montegonzi, anche questi soldati finiscono per «annunciare» piuttosto che «tenere nascosto». Il solo riferimento a «eventuali attacchi da parte dei Partigiani», anche se questi fossero riferiti a fatti avvenuti in un passato non recente costringendo a prendere misure precauzionali, ha l’effetto di un avvertimento come di una situazione giunta ad un limite insostenibile. La presa degli ostaggi da parte della Wachkompanie riguardò preventivamente solo Meleto e, nel giorno della strage, San Martino, mentre a Castelnuovo al contrario secondo alcune testimonianze Don Bagiardi, parroco del paese, preoccupato evidentemente per il sopraggiungere nella zona di ingenti e famigerate forze militari, ricevette rassicurazioni in proposito.

Gli Inglesi iniziando la loro indagine su Meleto registrarono per prime le testimonianze di tre uomini scampati miracolosamente all’uccisione (Arturo Panichi, Augusto Sottani e lo stesso Ugo Mulinacci) per poi sentire il racconto degli ostaggi della domenica. Degli ostaggi Fabbrini, Quartucci e Lombardini nel paese non si saprà niente fino al mercoledì quando sarà loro permesso tornare a casa. Nel racconto che fecero agli Inglesi non si parla mai del funerale che fu invece un episodio aggiunto in seguito, mentre l’impressione generale che si ricava è quella che Fabbrini e Quartucci procedono sempre “in coppia” lasciando il Lombardini in una posizione più separata.

Il 2 luglio 1944, verso le ore 19, ero nel Viale Barberino, che è la strada principale che attraversa il paese, quando fui fatto prigioniero da due soldati tedeschi che mi scortarono fino a un autocarro leggero Fiat di tipo scoperto, parcheggiato lì vicino. Fui fatto salire sul retro del camion dove era montata una mitraglia­trice sulla struttura. Pochi momenti dopo vidi che venivano portati verso il camion altri due civili: li conoscevo come Omero Quartucci e Lorenzo Fabbrini e anch’essi erano sotto scorta. Appena arrivati al ca­mion, furono fatti salire anche loro a bordo. C’erano allora, con noi sul camion, circa dieci soldati tedeschi, comandati da un Maresciallo. Lo riconobbi come tale per le due stellette d’argento che erano in ognuna delle spalline della sua camicia.[4]

Fabbrini e Quartucci da parte loro rilevarono il motivo per cui da subito i tedeschi giustificarono il loro arresto: i soldati li «avvertiro­no, in italiano stentato, che [li] avrebbero presi come ostaggi, come precauzione contro ennesimi attacchi verso soldati tedeschi da parte dei Partigiani di questa zona».[5] Quanto questa motivazione, riferibile a “fatti che si dovrebbe conoscere”, potesse essere espressa in modo così categorico sulla porta di un Circolo Ricreativo da cui i due uomini stanno uscendo, è difficile dire, ma certamente nel racconto che seguirà gli «ulteriori attacchi ai soldati tedeschi da parte dei Partigiani» divengono sic et simpliciter la motivazione della strage del dopodomani.[6] A dire il vero,la comunicazione di questa misura precauzionale non fu data né al Lombardini né a Paolo Verzetti, un altro uomo fatto prigioniero il giorno successivo.[7] Comunque sia tutti gli ostaggi furono condotti a San Cipriano e rinchiusi in una piccola stanza, da dove, secondo il racconto del Fabbrini e del Quartucci, il solo Lombardini il giorno successivo sarà prelevato e interrogato.

 

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Far parte dei Partigiani

 

Paradossalmente Quartucci era uomo conosciuto come fascista e questo innescò dopo la Liberazione la reazione dei Partigiani, che sospettavano un suo coinvolgimento. Riguardo ai Partigiani, l’Inchiesta di Crawley pose subito in primo piano il loro ruolo, tanto che la maggior parte delle dichiarazioni terminano con l’affermazione: «mio [marito, padre, fratello etc.] non fu sottoposto a interrogatorio né faceva parte dei Partigiani». Evidentemente gli interrogati rispondevano a una precisa domanda, ma gli Inglesi erano più interessati alla “sproporzione” della reazione e al contempo alla totale assenza di un processo o di un interrogatorio da parte dei Tedeschi. In un certo qual modo la S.I.B. non ebbe interesse a valutare entità e gravità delle azioni partigiane, così come a svelare la presenza di fascisti italiani tra gli organizzatori ed esecutori delle stragi. Da una parte la legittimità della lotta partigiana e dall’altra la collaborazione fascista verso le forze di occupazione sono date per scontate, ragione e frutto della guerra. Tuttavia la situazione è assai singolare: gli Inglesi si accertano della «attendibilità» dell’esecuzione della strage, interrogando proprio alcuni fascisti, i quali testimoniano che i motivi della strage stessa vanno cercati nell’operato dei Partigiani, la cui presenza e azione Crawley in qualche modo ritiene legittima.

In seguito ci si domandò quanta consapevolezza i Partigiani avessero delle conseguenze delle proprie azioni, così come si giudicò il comportamento di coloro che, oltre ogni responsabilità sulle stragi, indicarono ai Tedeschi la provenienza da questi paesi dei Partigiani. Nelle contrapposte valutazioni etiche del comportamento dei vari soggetti, la popolazione finì spesso per essere vista come innocente e in balia della violenza della guerra. In realtà la considerazione di una molteplicità di attori in gioco non può essere usata per livellare le esperienze e ricondurre le scelte individuali alla ferocia della guerra che portava a stare da una parte o dall’altra. In definitiva la complessità della scelta etica è ben rappresentata nella testimonianza di Sara Pastorini, sorella di Ivan, uno dei novantatre uccisi di Meleto: «Io credo che i Partigiani di questo eccidio abbiano le loro colpe: intanto a Meleto circa una settimana prima della strage catturarono due tedeschi, li portarono su al monte e si dice che li abbiano uccisi, e non solo quelli, ma nella zona nostra sembra che siano stati una decina. Mio cugino Loris Panichi anche lui faceva parte del gruppo di Partigiani e ci raccontava: ”Quella mattina quando si cominciò a vedere il fumo a Meleto, per primo fu quello del Morelli (a Masseto, NdC). Io volevo scendere a difendere, ma ero solo, nessuno mi volle seguire; forse se si fosse scesi subito un po’ di uomini si potevano salvare”. Loris un po’ di mesi dopo fu ucciso a Bologna: era andato insieme ad altri al fronte di liberazione».[8]

Riguardo alle azioni dei Partigiani tra la fine di maggio e il mese di giugno del 1944 contro tedeschi, Crawley sembrò tener conto solo della banda denominata III Compagnia “Chiatti”, comandata da Nello Vannini e forte di circa 70 uomini. Infatti interrogò il comandante di quella formazione e accettò l’elenco delle azioni compiute. Non venne neanche rammentata la IV Compagnia “Castellani”, che aveva la sua base a Monte Domenichi, poco sopra San Martino, e che operava nella zona di Meleto e San Cipriano. Questa formazione aveva effettuato forse più azioni e soprattutto aveva catturato molti più militari della formazione “Chiatti”, della quale era peraltro più numerosa.

Il Comandante della Chiatti allora dichiarò:

Dalla fine di Aprile 1944, fino alla fine di Luglio 1944, sono stato il comandante di una banda di Partigiani conosciuta come 3ª Compagnia Chiatti. All’inizio avevo solo sette uomini sotto di me, ma presto questo numero crebbe fino a settanta. Noi operavamo contro le Forze Armate Tedesche nel Comune di Cavriglia. Il 23 Maggio 1944, distruggemmo sei ponti stradali nei pressi del villaggio di San Cipriano. Il 25 Maggio 1944, di nuovo a San Cipriano, attaccammo un gruppo di soldati tedeschi uccidendone tre: i rimanenti portarono via con sé i loro morti. Il 30 Maggio 1944, a Castelnuovo dei Sabbioni, catturammo un piccolo camion militare tedesco e uccidemmo uno dei due soldati tedeschi che erano a bordo. […] L’altro soldato nel camion fu ferito, ma riuscì a scappare. Noi abbiamo tenuto ed usato il camion tedesco. È ancora in nostro possesso. Il 5 Giugno 1944, di nuovo a Castelnuovo dei Sabbioni, attaccammo un veicolo militare tedesco uccidendo due soldati che erano a bordo. […] I corpi di questi due uomini furono sepolti dalla mia Compagnia in un bosco a Berce, otto chilometri da qui. […] Noi abbiamo trattenuto ed usato anche questo veicolo tedesco ed è ancora in nostro possesso. Il 12 Giugno 1944, a Castelnuovo disarmammo la Polizia Militare Italiana che lavorava per i Tedeschi. Il 25 Giugno 1944, a Radda in Chianti, circa dieci chilometri da qui, attaccammo tre veicoli tedeschi contenenti soldati, uccidendone tre. Penso che essi appartenessero al Reggimento delle SS. I rimanenti soldati portarono via i morti. Noi ci sciogliemmo alla fine di Luglio 1944, quando le truppe Alleate occuparono questa zona.[9]

Secondo Emilio Polverini le azioni furono molto più numerose tanto da far pensare ad un territorio caratterizzato da una forte presenza e una continua attività partigiana che lo rendeva estremamente pericoloso per i Tedeschi. Il resoconto di Vannini è sicuramente parziale, in un certo senso reticente e forse anche impreciso nelle indicazioni delle date. La distruzione del ponte di San Cipriano, ad esempio, non ostacolò il trasporto della lignite poiché, già da qualche tempo, non veniva più spedita per mancanza di mezzi di trasporto e, da quanto si evince dal Report e dalle Dichiarazioni, ai Tedeschi ciò non impedì un agevole movimento.[10] Al tempo stesso, sempre secondo lo storico locale, molto più grave deve essere stata la distruzione, da parte della Compagnia Chiatti, avvenuta il 12 Giugno 1944 presso Badia Coltibuono, vicino a Cavriglia, di 4 autocisterne cariche di benzina destinata ai carri armati che operavano nell’ormai vicino fronte di guerra, azione che sarà ricordata più volte con orgoglio nelle commemorazioni resistenziali.

Quando la mattina del 3 luglio il Tenente Danisch cercherà informazioni circa i Partigiani che avevano compiuto le azioni di disturbo, distruggendo ponti e ucciso soldati, parve essere evidente che la presenza di questi reparti dovesse essere messa in relazione al protagonismo partigiano. Quello che non si poteva sapere era se il ruolo della Wachkompanie fosse stato autonomo o di cerniera tra gli alti comandi concentrati in quella zona del Valdarno e la volontà punitiva che il comando divisionale della Hermann Göring stava mettendo in atto.

 

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Il “tedesco fiorentino”

 

La mattina seguente l’arresto dei tre meletani, a Santa Barbara, dove a causa di violenti bombardamenti la maggior parte della popolazione ha da tempo lasciato il paese praticamente deserto, viene catturato e portato presso le case de Le Carpinete di San Cipriano uno sfollato di San Giovanni Valdarno, Paolo Verzetti, insieme ad un altro sconosciuto. Probabilmente, alla luce delle modalità investigative che la stessa Wachkompanie mise in atto a Reggello con i prigionieri di Pontifogno, lo sconosciuto doveva essere un collaboratore a seguito dell’esercito con il compito di cogliere notizie tra gli ostaggi, e nessuno di loro infatti sarà in grado di riconoscerlo.[11]

La presenza di “interpreti” in uniforme militare e spie civili che collaborano con i tedeschi fu un problema assai controverso, perché testimoni e superstiti crederanno di riconoscere collaborazionisti e fascisti del posto giudicando il loro crimine più odioso di quello degli stessi tedeschi. La loro identificazione però fu sempre incerta e si fondava soprattutto sulla considerazione che fosse impossibile ai tedeschi colpire i paesi che avevano dato asilo o aiuto ai Partigiani, senza la conoscenza di luoghi che solo gli Italiani potevano avere. Furono le testimonianze degli scampati e delle donne di Meleto a dare elementi abbastanza precisi sulla presenza di veri e propri collaborazionisti.

La presenza dell’italiano, probabilmente fiorentino, nella Wachkompanie a San Cipriano, testimoniata dai civili catturati e dagli abitanti del piccolo paese, non fu un caso isolato. Ma quanti erano «gli Italiani»? E questi erano sbandati che cercavano protezione nelle fila dei tedeschi oppure si può parlare di un gruppo compatto di fascisti della zona? Nell’Inchiesta inglese indicazioni molto labili e poco probanti si hanno per Castelnuovo, mentre a San Martino più testimonianze concordarono su un uomo venticinquenne, «capelli neri, occhi neri, carnagione abbronzata», di cui spiccava l’accento meridionale. A Meleto Ricciotti Gambassi fu l’unico a parlare di «un Maresciallo» nell’aia Pasquini, che «parlava bene un italiano con accento fiorentino» e la descrizione fisica data differiva da quella dell’interprete di San Cipriano, anch’esso indicato come «fiorentino» ma mai segnalato come sottufficiale. Poco più distante da quest’aia Maria Rossini e Gigliola Casini parlarono di un soldato che padroneggiava «perfettamente l’italiano» tanto da far loro pensare a «un Italiano in uniforme tedesca». Nella parte alta del paese Ginetta Quartucci, Cesarina Camici e Ugo Mulinacci, sentirono un soldato pronunciare «in perfetto italiano» ordini di evacuazione del paese e affermazioni che gli abitanti «erano tutti Partigiani». La descrizione fisica che loro diedero è concorde ed è ulteriormente diversa da quella che in un’altra parte del paese Odilia Camici e Nella Panicali diedero di un altro uomo che parve loro un italiano vestito con uniforme tedesca, «alto circa m. 1,80 [che] aveva dai 35 ai 40 anni, i capelli neri, carnagione scura, naso grosso e labbra piene». Altre testimonianze ancora parlarono più genericamente di ordini impartiti in «italiano corrente» o «in buono italiano».[12]

Anche quando le descrizioni parlano chiaro e sono concordi, riconoscere un italiano porta a interrogativi e fraintendimenti molto più grandi che dare una descrizione di un soldato o di un Ufficiale tedesco. A questo proposito Emilio Polverini ha scritto:

Penso che la presenza di questo soldato tedesco [l’interprete fiorentino] abbia molto contribuito a diffondere fra la gente la convinzione della presenza di Italiani nei reparti che effettuarono i rastrellamenti e gli eccidi. (…) In seguito, questa convinzione si consolidò sempre di più: infatti nelle interviste, effettuate molti decenni dopo, tanti testimoni si ritengono in grado di affermare che c’erano parecchi Italiani insieme ai Tedeschi il 4 luglio 1944. Anzi, qualcuno si dice certo di averne riconosciuta l’identità. Ma, salvo il caso di Ivario V. (caso del tutto particolare), la presenza di Italiani non è mai stata confermata da prove certe; anzi, di alcuni Fascisti sospettati fu dimostrata la loro assenza dalla zona. D’altra parte è chiaro che veniva notata infinitamente di più la presenza di un Tedesco “che parlava fiorentino” che la presenza di altri che parlavano soltanto in tedesco o “in italiano stentato”. Bisogna anche tener presente che, in un gruppo di soldati tedeschi, quando ce n’era la necessità, chi parlava o dava ordini alle persone del luogo era quasi certamente quello che parlava l’italiano meglio di tutti.

Qui, pur di fronte a testimonianze assai precise e inequivocabili, l’uomo, indicato come il «soldato tedesco (…) che parlava l’italiano meglio di tutti», diviene un improbabile «Tedesco “che parlava fiorentino”». Questa espressione a dire il vero era stata usata da una donna di San Cipriano, Diva Sbardellati, ma a noi sembra più logicamente da intendere come «un uomo (che appariva) un Tedesco (ma) che parlava fiorentino», perché è chiaro che uno straniero può parlare con proprietà l’italiano usando anche espressioni o inflessioni vagamente dialettali ma non al punto di essere scambiato per il parlante di una forma dialettale. D’altronde il maldestro tentativo di camuffamento di “fascista convinto” è dimostrato proprio dalle confidenze che egli fece alla donna: l’uomo, dall’apparente età di trentaquattro anni, disse di essere nato in Germania ma «di vivere in Italia da 20 anni», cercando di giustificare in modo un po’ rimediato sia il plateale accento che la sua uniforme “non italiana”. Non si tratta di sminuire l’autonomia operativa dei tedeschi, i quali non avevano certo bisogno di sostegno “militare” italiano, ma resta il fatto che la presenza di questo «personale italiano», come lo chiamò Crawley, non può essere ignorata o negata all’evidenza.

 
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Interrogatori a San Cipriano

 

Poco dopo l’arresto del Verzetti, Lombardini fu interrogato da Danisch sempre alla presenza del soldato “interprete”. A Lombardini fu chiesto se egli volesse guidare i Tedeschi verso i nascondigli dei Partigiani e fu minacciato di fucilazione se non avesse acconsentito.

Fui mandato di fronte a un Ufficiale tedesco in una stanza [vicina a quella] nella quale avevo trascorso la notte precedente. Per mezzo dell’interprete, questo Ufficiale mi fece le seguenti domande: (1) Conosci i nomi dei Partigiani che hanno distrutto i ponti in questa zona? (2) Condurrai i nostri soldati nei nascondigli dei Partigiani sui monti? Mi fu detto dall’Ufficiale che se io accettavo di accompagnare i soldati contro i Partigiani, mi sarebbe stato permesso di andarmene libero. Se non accettavo di far ciò, sarei stato fucilato. Io allora dissi all’Ufficiale che non conoscevo nomi di Partigiani né i luoghi dove erano nascosti: quindi, se desiderava fucilarmi, poteva ben farlo. A quanto pare fu persuaso poiché fui riportato nella stanza da dove ero stato preso.[13]

L’interrogatorio sembra non portare a niente e una volta che il Lombardini avrà detto di non possedere le informazioni richieste gli sarà permesso di ritornare nella stanza dove aveva trascorso la notte. Dal racconto, sebbene vi sia una minaccia di fucilazione, l’interrogatorio non pare particolarmente duro e drammatico: niente a che vedere ad esempio con quanto stava subendo Ivario V. a Terranuova o con i metodi brutali del Capitano Heinz Barz della Feldgendarmerie Hermann Göring a Villa Carletti presso Monte San Savino. Soprattutto non si capisce perché quel mattino di lunedì al suo interrogatorio non fece seguito quello degli altri ostaggi, i quali riferiranno che il Lombardini disse loro di non aver «fornito alcuna informazione ai Tedeschi a proposito dei Partigiani». La dinamica risulta un po’ strana perché solo nel tardo pomeriggio di mercoledì saranno convocati tutti insieme per essere rilasciati e venire informati che erano stati uccisi dei civili italiani perché «i Partigiani avevano distrutto parecchi importanti ponti nella zona». L’Ufficiale si premurò di dire che era rimasto molto compiaciuto per un’informazione che aveva ottenuto.[14]

In realtà Fulvio Pasquini, un giovane di Meleto catturato dagli uomini di Danisch vicino a San Martino di Pianfranzese la mattina del 4 luglio, ricordava al contrario che quel «tardo pomeriggio i tedeschi ci chiamarono uno alla volta e con la pistola puntata ci interrogavano sui Partigiani, [e] volevano sapere dov’erano e cosa sapevamo di loro; ma lì nessuno parlò, poi io e mio fratello eravamo giovani, non sapevamo [effettivamente] nulla. Poi ci mandarono via e ci dissero: “Andate via e non vi fate riprendere, perché la prossima volta vi ammazziamo”».[15] D’altronde a cosa sarebbero servite queste detenzioni? Certamente i loro intenti investigativi sembrano volti più alla conoscenza della possibile reazione partigiana durante e dopo gli eccidi già programmati ed è verosimilmente da escludere che siano state carpite notizie per mettere in atto l’eccidio. Le catture infatti furono o apparentemente del tutto casuali (Meleto) o compiute quando gli eccidi erano già stati consumati San Martino).[16]

Il comportamento di Danisch rispetto agli ostaggi alla fine ha degli aspetti che possono apparire illogici, tanto da essere considerato ora il coordinatore delle stragi ora colui che si defila dallo «sporco lavoro», mentre in altri momenti è colui che rivendica le uccisioni e in altri infine sembra «lavorare ai fianchi» dell’operazione con il compito di trovare un movente post factum delle stragi; così come l’esclusione paradossale, che è anche una “salvezza”, di coloro che vengono catturati e sono prigionieri mentre si compie la strage, genererà una serie di sospetti tra i sopravvissuti facendo supporre l’esistenza di una qualche verità più nascosta.[17] Sicuramente rimane difficile trovare corrispondenze tra i numerosi episodi di strage in Italia con il trattamento degli ostaggi per le stragi di Meleto e Castelnuovo dei Sabbioni e queste costituiscono purtroppo un’eccezione e non la regola e la brutalità delle unità militari tedesche non sempre fece distinzioni tra uomini e donne, anziani e bambini, ostaggi civili e Banditen. Tuttavia questa discrasia è probabile che appaia tale perché il compito di Danisch è quello di tenere il collegamento tra comando d’Armata, da cui dipendeva direttamente, e la Divisione Hermann Göring che aveva il compito attuativo della strage: questo portò da una parte a mansioni del tutto secondarie in termini di uccisioni ma assai particolari nel permettere che gli eccidi avvenissero senza che si generassero scontri con i Partigiani. Sta di fatto che l’indomani gli interrogatori degli ostaggi di Meleto, Danisch sapeva bene dove trovare i ribelli, ma, come vedremo, a differenza di una qualsiasi Alarmeinheiten i compiti della sua Compagnia non contemplavano in senso stretto uno scontro diretto con i Partigiani.

 

Automezzi tedeschi pieni di lavoratori

 

Alla fine di giugno Santa Barbara è un paese fondamentalmente disabitato a seguito dei bombardamenti alleati. Per la sua vicinanza alla linea ferroviaria che collega la zona delle miniere a San Giovanni è divenuto un obiettivo di continui attacchi aerei inglesi. La sua struttura un po’ da villaggio caserma con tanti piccoli edifici allineati a schiera aveva permesso nell’aprile dello stesso anno l’insediamento di un distaccamento di circa 100 agenti in divisa della GNR di Modena. Se doveva servire una base di appoggio per l’operazione del 4 luglio, Santa Barbara apparve come la sede ideale perché permetteva a numerosi soldati di occupare le abitazioni senza dover coabitare o estromettere gli abitanti del posto. Anche se non possiamo dire che il compito della Wachkompanie sia quello di preparare l’arrivo dell’Alarmkompanie o delle truppe dei Pionieren della Hermann Göring, gli uomini di Danisch trovando il Verzetti nella propria casa gli chiesero perché non era al lavoro come se la loro aspettativa fosse quella di trovare un paese completamente vuoto.

Verso le 19,30 della stessa sera, quando diversi automezzi militari pieni di soldati tedeschi entrarono nel villaggio di Santa Barbara, Angiolo Biloghi, che abitava in una casa poco distante, vide le truppe arrivare e occupare gli appartamenti del cosiddetto “blocco degli impiegati” posto al lato più ad est del paese, dove viveva il suo amico Bruno Sabelli, sorvegliante delle Miniere.[18] Un altro impiegato delle Miniere, Libero Bertoldi, che occupava un appartamento a pianterreno dello stesso edificio del Sabelli, al suo ritorno a casa nella notte trovò la piazza antistante piena di automezzi.[19] Infine lo stesso Sabelli aveva osservato dalla sua finestra i soldati scendere dai loro rispettivi veicoli e divisi in piccoli gruppi occupare immediatamente vari appartamenti. Furono questi tre uomini di Santa Barbara a testimoniare l’arrivo dei famigerati soldati e il Bertoldi, costretto a subire la presenza anche nella propria abitazione che usarono come mensa, notando «l’insegna Hermann Göring sulla parte bassa delle maniche delle giacche che essi indossavano» eviterà qualsiasi contatto con loro perché dichiarerà di aver avuto «veramente paura di questi Tedeschi». Il Sabelli invece fu costretto a entrare in rapporti con alcuni di loro e in particolare con il Maresciallo Rudolf Fräulein che risulterà appartenere alla 4a compagnia del Fallschirm-Panzer-Pionier Hermann Göring. Anche il Maresciallo chiese subito al sorvegliante delle Miniere perché fosse rimasto nell’edificio mentre i rimanenti inquilini lo avevano abbandonato. L’uomo si giustificò facendosi credere il guardiano di quell’edificio.

 

note:

 

[1] Cfr le testimonianze di Ugo Mulinacci e Vinicio Ermini in PMNSC: 207-11 e 224-32.
[2] Anche per queste voci nel tempo si sospettò dei reparti della Brandenburg. Questo reparto di forze speciali esperto nella lotta anti-partigiana, con cui collaborava il battaglione fascista M “9 settembre”, fu presente in Valdarno ma probabilmente operò sul versante del Pratomagno, dove è ritenuto responsabile della rappresaglia di Ponte Orenaccio presso San Giustino il 6 luglio (Schreiber 1996; tr. it. 2000: 186 e Gentile 2006: 225).
[3]  Testimonianza 18 di Lina Riccesi in R4L1944. La testimonianza di Onorari si trova in Secciani 1999.
[4] Dichiarazione del 24 Ottobre 1944 di Livio Lombardini in PRO: 94-95.
[5] Dichiarazione di Lorenzo Fabbrini cit..
[6] Dichiarazione di Omero Quartucci cit..
[7] Si noti che Verzetti conosceva bene le lingue per il suo lavoro d’interprete e al suo arresto era presente un «soldato con accento fiorentino in uniforme tedesca»: «mi fu allora ordinato di vestirmi e di accompagnarli senza darmi nessun tipo di spiegazione», Dichiarazione 80 del 24 Ottobre 1944 di Paolo Verzetti in PRO: 100-102.
[8] Vedi in R4L1944.
[9] Dichiarazione di Nello Vannini cit..
[10] Secondo Boris Gatteschi il ponte di San Cipriano fu fatto saltare per impedire ai Tedeschi di portare via i macchinari delle miniere e fu proprio lui a trasportare i Partigiani e l’esplosivo con un piccolo camion. Cfr. Intervista a Boris Gatteschi del 22 febbraio 2001 di D. Priore in AEP.
[11] «Poco prima che arrivassimo a San Cipriano, il Maresciallo fermò un giovane civile italiano che stava camminando verso Santa Barbara, costringendolo ad accompagnarci a San Cipriano» (Dichiarazione 80 di Paolo Verzetti cit.). Il sospetto che si trattasse di un infiltrato lo si evince anche dalla testimonianza di Fulvio Pasquini (testimonianza n. 29 in R4L1944).
[12] Si vedano ad esempio le Dichiarazioni di Annunziata Forasti e Armanda Brogi. Ovviamente anche per Castelnuovo esistono testimonianze al di fuori del Rapporto Crawley che dicono di «qualche “Tedesco” che parlava l’italiano come gli Italiani» (ad esempio l’intervista di Priore e Polverini a Nello Vannini del 18 maggio 1994, in AEP). Per San Martino si fa riferimento a Giuseppe Bruno, Giorgio Capitani, Derlindo Bucchi e Don Giuseppe Cicali. Per Meleto si sono considerate le testimonianze di Ricciotti Gambassi, Maria Rossini, Gigliola Casini, Ginetta Quartucci, Cesarina Camici, Ugo Mulinacci, Odilia Camici, Nella Panicali. Boni (CLC: 159-68) riporta anche alcuni passi del Liber Chronicon di Don Giovacchino Meacci, che testimonia quanto sull’argomento il parroco seppe dai paesani. Sul concetto in generale di “guerra civile” e sulla prevalenza quindi dell’odio verso i fascisti rispetto a quello contro i tedeschi, si veda Pavone (1991: 266-80).
[13] Dichiarazione di Livio Lombardini cit..
[14] Dichiarazione di Omero Quartucci cit..
[15] Testimonianza n. 29 in R4L1944.
[16] Per lo stesso Crawley, a proposito di San Martino, la cattura degli ostaggi era la «dimostrazione che Danisch non aveva una prova sicura dei Partigiani di San Martino e [che] le tre vittime non erano state uccise perché essi erano stati riconosciuti Partigiani» (PRO:  35).
[17] Vinicio Ermini, ad esempio, era convinto che due dei tre catturati sarebbero stati tra i tedeschi invitando la popolazione maschile a radunarsi in piazza per essere portati al lavoro: affermazione priva di qualsiasi fondamento ma non così paradossale da aver impedito il proliferare di una diversa narrazione possibile (PMNSC: 208). D’altronde, se poco prima la partenza verso i luoghi di strage i soldati di Santa Barbara dimostreranno di non conoscere l’esatta topografia di Meleto, sembrerebbe che gli interrogatori della Wachkompanie non fossero “commissionati” dagli esecutori.
[18] Dichiarazione del 3 Novembre 1944 di Angiolo Biloghi, indicato erroneamente con il cognome Bilochi, in PRO: 108.
[19] Dichiarazione di Libero Bertoldi cit..

 

© Francesco Gavilli

Una strage ~ 3. Le testimonianze sepolte. L’inchiesta inglese

 

Un futuro invisibile

 

Liberazione di Arezzo

Liberazione di Arezzo

 

(…) dopo pochi giorni che successe questa tragedia, vennero due, tre … io penso del Comando Inglese o americano, non so con precisione. E, per una decina di giorni e anche più, da me vollero sapere, dalla mattina a dopo che successe il fatto, tutto quello che era avvenuto. E tornavano in continuazione. (…) Loro venivano la mattina, si trattenevano qui e ripetutamente volevano sapere quello che era successo.
Milena Baldi [1]

 

Così come avviene in una scoperta archeologica, il recupero delle memorie delle stragi procura il turbamento per ciò che, tenuto nascosto e coperto per lungo tempo, testimonia del passato: si percepisce il suo sguardo muto e vigile. La stessa modalità di recupero dell’intero dossier ci dice come il Report della Special Investigation Branch (S.I.B) fosse destinato a divenire lo strumento di ridefinizione della produzione narrativa delle stragi di Meleto e Castelnuovo e segnare una vera e propria svolta epistemologica. A Cavriglia la documentazione inglese giunse anticipatamente e in forma diretta perché raccolta e donata all’Amministrazione Comunale nel 1997 da Maurice G. Nash (2006), un ex sergente delle Officine del 13° Corpo d’Armata Britannico. Significativamente l’autore cerca di accreditarsi come «il primo soldato inglese» non solo ad aver «annunciato» agli abitanti di Castelnuovo l’arrivo delle forze alleate ma ad aver addirittura determinato con il suo rapporto l’apertura dell’Inchiesta della S.I.B (ibid.: 7-8). Da questo particolare, al di là di quella che ovviamente rimane un’errata convinzione, si comprende come la mitologia del racconto sulle stragi da allora non sarebbe più stata la stessa.

Tuttavia, nelle oltre duecento Dichiarazioni (Statements) dei civili sopravvissuti e testimoni gli eccidi di Meleto, Castelnuovo dei Sabbioni, Massa e San Martino, raccolte durante l’autunno del 1944 da W. P. Crawley, un Sergente Maggiore dell’Esercito Britannico, non spicca a posteriori soltanto la paradossale vicissitudine dell’«armadio della vergogna» che li restituì cinquanta anni dopo o la raggiunta possibilità di una ricostruzione integrale di una vicenda rimasta nascosta agli stessi protagonisti, ma è il tipo di relazione sottintesa alla testimonianza rilasciata che interroga prima di tutto l’esperienza della storicità. Infatti in quel autunno del ‘44 le voci dei familiari e conoscenti degli uccisi di Meleto e Castelnuovo non sembrano avere «un futuro visibile»: nessuno può sapere se la loro memoria sarà recuperata e la stessa sorte della testimonianza, essendo ancora la guerra in corso e una nuova autorità statuale non ripristinata, rimane indeterminata.

Il contesto storico in cui le Dichiarazioni vennero raccolte è unico. Il vuoto statuale che si era verificato con la caduta di Mussolini aveva fatto precipitare il tessuto civile di una nazione e la Resistenza, pur operando a volte con contraddittorie motivazioni, era stata il primo tentativo di riscatto nazionale. Le stragi avvennero perciò in una situazione di guerra dove lo Stato italiano non esisteva più e il volto degli Alleati non era ancora conosciuto, dove alcuni avevano disertato la chiamata alla leva dei Repubblichini, nascondendosi o aderendo alla lotta partigiana, altri si erano posti in posizione attendista, mentre chi aveva scelto di collaborare con i Tedeschi sapeva di avere un destino segnato. Quando gli Inglesi iniziarono a indagare, pur essendo passati solo cinquanta giorni dalla Liberazione, si era già in un nuovo periodo, libero ma non meno incerto e pieno di angoscianti interrogativi: la guerra tuttora in corso, le ragioni di vita non ancora ricomposte, i “non-antifascisti” vittime essi stessi delle stragi, i Partigiani vincitori nelle ragioni ma con l’eredità di compaesani uccisi nelle loro case, la sorte sconosciuta di familiari prigionieri in sconosciuti altrove. L’eccezionalità di questo momento storico precede la costruzione di una nuova coscienza nazionale e dello stesso affermarsi di una narrazione antifascista, rendendo la testimonianza un racconto virginale e sospeso, non ancora mito fondativo di un nuovo contratto civile e prudentemente distante dal risentimento “sottotraccia” nei confronti dei Partigiani.

L’assenza della “necessità storica”, che orienterà dopo il 1945 la narrazione verso l’antifascismo ufficiale, permette un ricordo nudo, avvolto nell’angoscia di un incubo senza ragione. Da un’altra parte la vicinanza della visione mostruosa, in una dimensione ancora non elaborata emotivamente, pone il racconto al di qua della porta d’ingresso del «labirinto del tempo», dove senso e dimensione della storicità danno uno specifico ordine del passato e un nuovo presente permette una sistemazione storico emotiva di un evento drammatico ormai sempre più lontano (L. Baldissara 2005 : 5-73).

 

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Stragi, inchieste e ricostruzioni

 

Dalla metà degli anni novanta del secolo scorso si è resa disponibile agli storici la consultazione degli archivi militari tedeschi e degli Alleati che ha permesso tra le altre cose una ricostruzione più accurata dei vari eccidi. L’importanza di questa documentazione consiste non tanto nello svelamento delle motivazioni scatenanti le stragi quanto nell’analisi complessiva della violenza tedesca che spesso appare pratica di guerra antecedente un’automatica determinazione locale e strettamente connessa all’andamento tattico militare. Nello specifico del Valdarno, ad esempio, quei battaglioni tedeschi che vi giungono alla fine di giugno 1944 non subiscono particolari attacchi dalle formazioni ribelli locali ma la loro “prospettiva del territorio” è molto più estesa degli abitati dove andarono ad eseguire le stragi. La Divisione Hermann Göring, responsabile degli eccidi, operava in relazione al complesso della zona d’influenza del LXXVI Panzerkorps di cui faceva parte e il “pericolo” partigiano non era un problema contingente ma continuo. D’altronde, tra la fine di giugno e gli inizi di luglio, i tedeschi non sono nella condizione di pianificare uno stazionamento duraturo nel tempo, perché l’esercito è già in ritirata e sa di dover resistere attorno a Firenze per preparare la difesa nella cosiddetta Linea Gotica. I Comandi tedeschi divisionali e d’armata hanno ben chiaro che la loro esperienza italiana è giunta al termine e una nuova prospettiva ancora più ineluttabile è all’orizzonte: la difesa del confine orientale di ciò che resta del Terzo Reich. L’analisi della documentazione dovrà perciò valutare il confine sottile tra rappresaglia per vendetta pregressa e determinismo militare, tenendo conto che in una doppia direzione di responsabilità che punta l’una verso l’alto, i Comandi di Armata, e l’altra verso il basso, le singole compagnie di Reparti di Divisione, diversa apparirà la motivazione degli eccidi. In altre parole, più saliamo verso i Comandi e più si allontana la dimensione locale e particolare; più si scende verso le singole unità e più ci avviciniamo al cieco esercizio di violenza e alla rappresaglia dettata da vendetta e volontà punitiva. Questa dicotomia è già un criterio valido di determinazione delle responsabilità, alla luce anche della disposizione di tutte le forze militari nel territorio. L’esperienza storica ci dice che è nelle situazioni estreme di guerre civili che si verificano generalizzate e incontrollate stragi di inermi e innocenti cittadini, mentre un coeso esercito di occupazione compie i medesimi misfatti, mantenendo una sua pur tragica “ragione militare”.

Più volte noteremo come gli estensori del Report d’Inchiesta abbiano segnalato la congiunzione di due eventi, quali il sopraggiungere di estese forze militari e la preordinazione della strage, concedendo ai Tedeschi la possibilità che solo alcuni reparti speciali abbiano potuto agire di propria spontanea volontà ma adombrando anche l’ipotesi che gran parte della Wehrmacht ne fosse coinvolta.[2] Questo, oltre l’ovvia ricostruzione passo dopo passo della dinamica stragista, è il lascito generale dell’Inchiesta Inglese, che portò -ma che per le note vicende di occultamento riaffiorò solo negli anni Novanta- lo sguardo principale da un’incipiente diatriba tutta italiana al nucleo ineludibile di questa storia: la responsabilità tedesca.[3] Certamente, questo potrà apparire assolutorio nei confronti dei fascisti italiani o parrà una minimizzazione delle azioni partigiane; al contrario, se questo era comprensibile per gli Inglesi, preoccupati principalmente di catturare criminali di guerra, non riguarderà neppure il nostro percorso, perché è solo riposizionando i vari soggetti che la partecipazione italiana acquisterà la sua dimensione più storica e meno ideologica.

Nel 1942-1943, quando si delineò la strategia di attacco al blocco delle forze nazi-fasciste nel Mediterraneo, né gli americani né gli inglesi potevano prevedere di doversi in seguito occupare di crimini di guerra commessi contro la popolazione civile di un paese allora nemico. Secondo Paoletti «i due eserciti alleati mantennero fino alla fine della guerra, e anche dopo, strutture investigative distinte e non collaborarono mai tra di loro. L’unico obiettivo in comune era quello di perseguire i criminali di guerra tedeschi che avessero commesso atti di violenza contro i prigionieri di guerra o i soldati alleati. (…) Gli inglesi e gli americani avevano creato delle scuole, per creare una struttura investigativa che potesse agire con autonomia di mezzi e di personale. Gli inglesi, molto meglio organizzati degli americani, crearono la Special Investigation Branch (S.I.B.), la Branca Investigativa Speciale, all’interno del Corpo della Polizia Militare» (Paoletti 2002). Gli americani da parte loro crearono una struttura, lo Psychological Warfare Branch, la P.W.B., che non aveva affatto compiti investigativi. Nel corso del 1944-1945 la S.I.B. invece si rafforzò numericamente, acquistando una grossa esperienza investigativa. Dalla lettura dei fascicoli sembra di capire che gli inglesi o gli americani non si muovevano motu proprio, ma solo dopo essere stati sollecitati, verbalmente o per iscritto, da civili o più spesso da autorità amministrative locali. Eccellente fu in particolare il lavoro svolto dagli inglesi, le cui inchieste risultano qualitativamente  nettamente superiori a quelle dei colleghi americani. L’ostacolo della “Linea Gotica” fermerà il fronte alleato dalla fine d’agosto 1944 all’aprile 1945, per cui le varie sezioni S.I.B. avranno tutto il tempo e i mezzi logistici per indagare sulle numerose stragi avvenute in Toscana.

Così per la strage di Cavriglia gli inglesi raccolsero in due Report 245 Dichiarazioni, di cui solo 240 sono disponibili perché due sono state censurate alla fonte, due risultano mancanti e una è incompleta. 175 Dichiarazioni riguardarono direttamente le vittime (73 per Castelnuovo, 70 per Meleto, 4 per San Martino, 10 per Le Màtole, 9 per Massa Sabbioni, 7 per le località sparse); le rimanenti 67 riguardarono i movimenti dei Tedeschi nel territorio del Valdarno fino ai dintorni di Firenze. I testimoni ascoltati alla fine furono 234 e per essere interrogati alcuni furono rintracciati a Firenze, a Roma e persino in provincia di Avellino. Infine 31 furono complessivamente le Schede segnaletiche di criminali di guerra. L’accesso al materiale d’indagine delle forze di liberazione sui crimini nazifascisti in Italia ha incontrato tuttavia non poche resistenze. Queste inchieste, infatti, riemerse quando il loro valore di denuncia e individuazione dei criminali di guerra andava perdendo significato di urgenza giudiziaria, hanno subìto spesso un nuovo tentativo di svuotamento interno nel momento in cui si sono fatte passare come raccolta di dichiarazioni ripetitive, standardizzate e povere di pathos descrittivo. L’Inchiesta in realtà è lì con la sua messe di dichiarazioni, con le centinaia di riscontri, con una traccia di temporalità degli avvenimenti che copre un territorio molto vasto e non un singolo paese, ma anche con i suoi errori, le sue incomprensioni, le sue esagerazioni, i suoi “strani” non approfondimenti.

L’Inchiesta, sebbene faccia sorgere ipotesi nuove (vedi la composizione estremamente estesa di corpi militari con funzioni diverse o i fatti “anomali” di San Martino) e confermi voci mai volute verificare (la figura della spia) o prudentemente sottaciute (gli ostaggi di Meleto, la presenza di Italiani tra i soldati, il ruolo di delazione dei fascisti), non è un insieme di scoperte sconvolgenti su quanto era sino allora conosciuto delle stragi. Tuttavia chi ha uno sguardo scevro da pregiudizi non può non riconoscere al solerte Sergente Maggiore la prima e ineguagliata visione d’insieme dei fatti del luglio 1944 del comune di Cavriglia. Così, il suo principale valore ai nostri occhi dopo tanti anni passati dagli eventi sta nel vedere riunite centinaia di testimonianze che ci ricordano le ultime ore di vita degli uccisi, permettendo una rivisitazione integrale dei fatti utile a ricostruire l’operato dei Tedeschi e graduare le “responsabilità interne” della comunità. L’obiettivo principale della S.I.B. infatti è rivolto alla identificazione dei Tedeschi più che alla memoria delle vittime e questo punto di vista fu già di per sé “estraniante” per le varie memorie succedutesi fino agli anni Novanta, dove lo sguardo, sempre rivolto all’interno della comunità, finiva quasi per rimuovere il volto dei perpetratori.

Più che per un valore commemorativo, perciò, il Rapporto Crawley acquista importanza nello scardinamento dei principi ordinatori di tutte le varie narrazioni succedutesi nei decenni successivi le stragi, siano esse le narrazioni antifasciste, martirologiche o quelle subdolamente antipartigiane. Il valore della documentazione inglese, quasi insignificante dal punto di vista emotivo della narrazione, sta nella rimessa in discussione della trama della strage.

 

Soldati inglesi a Frenze

Soldati inglesi a Frenze

 

Il percorso di un’indagine meticolosa

 

È possibile ripercorrere anche la progressiva consapevolezza della dinamica della strage che W. P. Crawley, forse un uomo di legge prestato all’Esercito, acquisì nel raccogliere le testimonianze. Crawley, accompagnato dal Sergente Vickers e coadiuvato da un gruppo di interpreti, giunse ai primi di settembre a Castelnuovo dei Sabbioni e visitò a seguire Massa, Meleto, Le Màtole, San Pancrazio, San Martino, ispezionando i luoghi delle uccisioni, verificando le sepolture e i registri parrocchiali dei decessi, ma soprattutto intervistando sopravvissuti, vedove, figli, genitori, conoscenti delle vittime.[4] Lo sviluppo dell’indagine lo portò a visitare anche San Cipriano, dove si era stabilita la Wachkompanie del Tenente Danisch e una Feldgendarmerie che considererà come una specie di comando locale operativo delle stragi; Montegonzi e Cavriglia, dove il 1 luglio arrivarono alcuni battaglioni della Hermann Göring, tra i quali alcuni esecutori delle uccisioni; Terranuova Bracciolini, dove una Alarmkompanie interrogò un ostaggio delatore e sicuramente partecipò alle uccisioni di Castelnuovo, Massa e in seguito Le Màtole. Visitò infine anche Renacci, dove si era stabilito il comando della 1° Divisione Paracadutisti del Generale Richard Heidrich e Reggello dove il comando della LXXVI Panzerkorps si era spostato dopo le stragi. Ovunque raccolse prove contro i soldati tedeschi e cercò conferme alle dichiarazioni dei cittadini scampati.

Le dichiarazioni raccolte a settembre, primo mese di permanenza, furono assai scarne e poco sorrette dall’intervistatore, il quale si limitò a verificare i decessi e la non partecipazione attiva alle azioni dei Partigiani. Quanto fu raccolto in quel mese per Castelnuovo non dà, infatti, notizie importanti sulla identità dei soldati tedeschi o sui loro movimenti, pochissimi descrivono le caratteristiche fisiche o le uniformi dei militari e tutto il racconto della giornata si limita a pochi particolari. Forse l’intento del Sergente Maggiore in questo periodo è proprio quello di verificare «le affermazioni molto colorate ed esagerate» delle fonti italiane e «se le atrocità si erano effettivamente svolte come ci erano state riportate»: si constatò così il luogo dell’eccidio, la sepoltura o l’appartenenza o meno al movimento partigiano. Alla fine del mese di settembre Crawley fece un sopralluogo a Massa dove anche qui verificò luoghi e numero degli uccisi: questi contatti preventivi servivano molto probabilmente a predisporre nei paesi un piano di raccolta di testimonianze. Nel piccolo paese le testimonianze non potevano che essere poche, perché molti civili quella mattina erano riusciti a fuggire per tempo e due furono gli uccisi, ma per la prima volta i racconti ebbero una narrazione più estesa, iniziarono a trasparire maggiori particolari utili all’investigazione e le notizie furono più circostanziate e verificate in modo incrociato. Il 5 ottobre Crawley fece un sopralluogo a Meleto e iniziò la raccolta delle testimonianze dei parenti degli uccisi di San Martino. Il mese di ottobre è caratterizzato da un’intensa raccolta e si può dire che l’indagine ha una svolta proprio a partire dalle notizie ricevute a Meleto: qui furono intervistati in primo luogo gli uomini scampati, i testimoni diretti dell’eccidio e quegli ostaggi che erano stati catturati due giorni prima dai Tedeschi per «prevenire eventuali attacchi dei Partigiani». Crawley sembra acquisire la consapevolezza dell’esistenza di un piano organizzato della strage e individua in San Cipriano la base operativa del comando dell’azione militare. Le testimonianze iniziano ad essere molto dettagliate in relazione ai tedeschi o ai collaborazionisti italiani: traspare un tono più drammatico e partecipato. La visita a Le Màtole e il primo riscontro su una possibile spia nasce attorno alla fine del mese di ottobre, momento in cui nell’Inchiesta entra l’Alarmkompanie di stanza a Terranuova Bracciolini, definita genericamente “Unità Antipartigiana”. Per tutto il mese di novembre il Sergente Maggiore continua la ricostruzione dei fatti di Meleto e chiude al contempo l’Inchiesta su Castelnuovo, Massa e Corneto, proprio quando il parroco Don Aldo Cuccoli attesta le morti di questi paesi. Non ritiene necessario, per il momento, inserire in questa Inchiesta l’uccisione di un uomo a Poggio alle Valli ma ormai Crawley sembra convinto di poter chiudere in un cerchio le figure del Comando tedesco: ispeziona così le sedi di San Cipriano, dove il Tenente Danisch pare aver fatto da tramite o coordinato per conto del LXXVI Panzerkorps le stragi, Renacci, dove transitò il Generale Richard Heidrich, figura di grande rilievo militare, Cavriglia e Montegonzi, dove i battaglioni della Hermann Göring erano arrivati tre giorni prima dell’eccidio e infine Reggello, dove i comandi tedeschi si erano trasferiti dopo i fatti del 4 luglio. Alla fine di novembre torna significativamente a visitare San Martino, questa volta per interrogare gli ostaggi catturati quella mattina. Infine affronta il ruolo dei soldati che erano giunti a Terranuova. A questo punto, se ha chiaro il piano esteso in un raggio assai vasto del Valdarno e può chiudere l’Inchiesta di Meleto con la dichiarazione del parroco Don Giovacchino Meacci di San Cipriano, chiederà ai superiori l’interrogatorio della “spia” che nel frattempo era prigioniero presso Avellino.

Alla fine di gennaio del 1945 Crawley è sempre in Valdarno, ma solo nel febbraio potrà interrogare personalmente Ivario V., il presunto delatore riconosciuto tra i Tedeschi a Le Màtole, il quale si trovava ancora prigioniero presso gli Inglesi a Castel Baronia (Av). Dopo «un incalzante interrogatorio» ottenne informazioni molto dettagliate su un corpo specializzato della Luftwaffe di stanza a Bagno a Ripoli che era transitato da Terranuova. Quando il 23 marzo, un mese prima la Liberazione, terminò il Report principale, non utilizzò i risultati di questa ulteriore indagine, che reinserì invece in un Report supplementare sull’azione antipartigiana dei Tedeschi a Poggio alle Valli e in coincidenza proprio del 4 luglio 1945 inviò le sue conclusioni ai comandi inglesi.

I risultati cui era giunto rimasero nascosti per lunghi anni tra i segreti della politica nazionale e internazionale, che per calcolo, ignavia e compiacenza, non portò a frutto e tenne nascoste le sue indicazioni, assieme a quelle del collega Sergente Maggiore Clewlow operante a Civitella della Chiana, che avevano individuato nel Generale Wilhelm Schmalz, comandante della Divisione Hermann Göring, il mandante responsabile delle stragi di Meleto, Castelnuovo, San Pancrazio, Cornia e Civitella della Chiana.[5]

 

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note :

 

[1] Testimonianza di Milena Baldi resa a Emilio Polverini il 4 febbraio 1994, in PMNSC.
[2] Se nello specifico la Divisione della Hermann Göring sembra l’avanguardia di forze in ritirata della LXXVI Panzerkorps che ne precede o accompagna i movimenti verso l’Appennino tosco-emiliano dopo lo sbarco di Anzio, preparando il terreno alla ritirata tedesca attraverso una «politica della strage» perseguita spietatamente, definire Speciali alcune Unità rispetto ad altre, come fossero operative solo per quello scopo, non ci fa cogliere il rovescio della medaglia: la Hermann Göring fu una Divisione con compiti militari operativi molto definiti all’interno di una strategia di ritirata complessiva della Wehrmacht ma non eseguì ordini “interni” specifici in contrasto ad una politica militare complessiva, “esagerando le necessarie rappresaglie”. Alla fine la separazione tra Wehrmacht forza militare normale e Unità Speciali particolarmente spietate contrasta con l’effettiva partecipazione di molte divisioni ad azioni di rappresaglia.
[3] Quello che non è confutabile è purtroppo la presenza della Hermann Göring in località del Meridione, del Reggiano e della Toscana. Chiunque voglia studiare i fatti del territorio del Valdarno Superiore deve elencare per lo meno un migliaio di altri civili uccisi in una scia di terrore che accompagna la ritirata della Wehrmacht. Un resoconto della tragica risalita della Göring lo si può ricostruire in Schreiber, mentre esiste una letteratura per lo più agiografica che ha sempre saltato a piè pari tutta l’attività di guerra ai civili esaltando oltremisura gli “eroismi” e le “epiche battaglie”: vedi per tutti Franz Kurowski, The History of the Fallschirm-Panzerkorps Hermann Göring, Fedorowicz Publishing, Manitoba 1995. Per una breve ma esauriente ricostruzione del profilo ideologico, politico e militare si veda ancora Gentile 2006: 213-40.
[4] Crawley identificò 186 vittime, comprendendo anche un civile ucciso a Reggello, dove la maggior parte delle truppe tedesche ripiegarono dal territorio di Cavriglia. Non furono individuati invece Pieralli Egisto a Meleto, Pieralli Sabatino a Castelnuovo e Bujanov Nicolaj, partigiano ucraino morto durante il rastrellamento antipartigiano del 8 luglio, in località Secciano. Non fu inoltre inserita la morte di Pietro Fabbrini, morto il 5 luglio nell’esplosione della Miniera Allori.
[5] Il tribunale militare territoriale di Roma assolse nel luglio 1950 il comandante della divisione Hermann Göring, generale Wilhelm Schmalz, chiamato in giudizio per le sanguinose rappresaglie messe in atto contro i Partigiani nella zona di Arezzo. Sull’importante problema dei mancati processi ai criminali di guerra in Italia si veda Focardi 2005: 185-214. Sull’“armadio della vergogna“, armadio sigillato e con le ante rivolte verso le pareti, contenente centinaia di fascicoli di denunce e indagini giudiziarie su crimini di guerra compiuti dalle forze di occupazione tedesche in Italia e in parte anche da unità della Repubblica sociale italiana, vedi Franzinelli 2002 e l’audizione del Prof. Paolo Pezzino alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle stragi nazifasciste del 20 febbraio 2001. Fu il procuratore militare Antonino Intelisano, alla ricerca di vecchi atti giudiziari del processo Kappler, a scoprire quell’armadio.

 

© Francesco Gavilli

Una strage ~ 1. Il racconto immaginato

 

All’origine del racconto che segue, fatto attraverso gli occhi della propria maestra di scuola elementare, vi è stata la pura curiosità di un bambino di ricostruire una storia che nessuno sapeva raccontare, dove in mancanza di una traccia certa l’immaginazione ha sostituito la testimonianza di chi non aveva potuto testimoniare e il silenzio di chi percepiva nel narrare un tabù storico. Quell’apprensione infantile nel tempo si è trasformata in una narrazione tratta dalla conoscenza delle persone coinvolte negli eventi stragisti e da fonti testimoniali certe, in un testo che, seppure la sua traduzione narrativa non abbia fatto uso di alcun elemento d’invenzione, è comunque diversa da un’esposizione storica o dalla trascrizione di una memoria, perché restituisce una rappresentazione di verità nella forma di un esercizio letterario. D’altronde, per giungere a ricostruire in modo plausibile le vicende dell’eccidio, oltre che attraverso la progressiva consapevolezza storica e l’acquisizione dei documenti prodotti nel tempo, si deve passare sempre per delle vere e proprie riproduzioni immaginarie della scena di quei giorni. Ciò è determinato prima di tutto dalle caratteristiche dell’evento che per il suo improvviso verificarsi, la sua incomprensibile efferatezza e l’incerta presenza di testimoni oculari, ha dovuto essere ricostruito anche attraverso la forza immaginativa del racconto.

 

Meleto - Lapide commemorativa nel rifacimento del 1974

Meleto – Lapide commemorativa nel rifacimento del 1974

 

Le lenzuola bianche

I primi racconti sulle stragi di civili che coinvolsero alcuni paesi sul versante del Valdarno Aretino dei monti del Chianti tra il 4 e l’11 luglio del 1944 mi giunsero da una medesima distanza ma da due prospettive separate. Quelli che sarebbero stati i miei genitori ancora non si conoscevano e solo cinque anni più tardi andarono ad abitare a Meleto, uno dei paesi decimati dalla violenza tedesca. La visione d’isolati paesi dati a fuoco e fiamme era stata un’immagine ricorrente nel periodo poco precedente la Liberazione ed entrambi avevano visto dal versante opposto della vallata quella che in modo inequivocabile apparve loro una distruzione assai estesa (1). Il loro punto di vista tuttavia era diverso: per l’una, il fumo nero che si era alzato all’orizzonte ed era durato a lungo per tutto il giorno rappresentava lo “spettacolo di orrore” che la storia mostrava; per l’altro, i cupi e silenziosi segnali di devastazione, vicini al paese natio di San Cipriano, determinavano il connubio particolare tra l’investimento emozionale e l’evento colto proprio nel momento in cui diveniva fatto storico. Questa differenza, apparentemente soggettiva, in realtà segna da subito per chi affronta la tematica stragista una difficoltà che, come uno sbarramento, impedisce ai “non coinvolti” di penetrare nei fatti veri e propri e nel “diritto” a parlarne. Questa consapevolezza di percepire e partecipare a un evento che permette di entrare a pieno titolo nella Storia universale si oppone al mero prodotto della facoltà immaginativa. A me, ancora dopo molti anni quell’oscura e disumana vicenda procurava due sentimenti paralleli: la rassicurazione che la mia famiglia non era stata toccata dalla strage e l’apprensione immaginativa che l’indeterminatezza della scena provocava. Nella mia mente “quello che potevo aver visto se fossi stato là presente” diveniva “quello che io conosco può esistere solo attraverso la mia immaginazione”.

In questa storia, sebbene razionalità e gioco della mente abbiano lavorato sullo stesso materiale, vi è sempre qualcosa che mantiene ai margini, dal momento che è sembrato aver titolo alla parola solo chi abbia attraversato per intero l’esperienza diretta. Tuttavia, poiché tutto attorno, a volte anche tacendo, parlava fortemente di lei, mi sono sentito sempre destinato a ritornarvi facendo ricorso anche all’immaginazione. Con una certa esitazione più tardi avrei cercato in territori imprevisti il frutto di quel lavoro della mente, scoprendo che tutto ciò che accresce il cosiddetto reale del passato distorce il vero ma produce, comunque e suo malgrado, una memoria ed è una memoria feconda. Ciò nonostante questa rappresentazione, insieme testimonianza e ricordo, non assumerà mai valore storico e ognuno dovrà cercare da solo la propria riconciliazione con la Storia.

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Per un bambino che non aveva parenti tra gli uomini uccisi in quel giorno del 1944, le domande si perdevano presto dietro i silenzi di un paese altrimenti normale. Una piccola scalinata dietro la chiesa, dove le donne tenevano delle piante in vaso che delimitavano uno spazio interdetto ai giochi di noi ragazzi, portava a una lapide sovrastata dall’immagine sacra di una Madonna che piange il figlio morto. Nell’ingenuo e pulito naturalismo delle figure ritratte, quella del Cristo, con le ginocchia e la testa sollevate senza un appoggio e in una posa anomala, sembra trasfigurare, depurandola dall’orrore, la posizione rattrappita che assumono i corpi bruciati dalle fiamme. In qualche modo quella raffigurazione religiosa vuole sublimare e confondere l’enorme tributo del paese alla guerra. Dal 1974, nel luogo dove gli uomini erano stati raccolti dopo il rastrellamento è rimasto solo questo affresco, mentre la lapide commemorativa è stata sostituita poco più distante da una in metallo in una costruzione in cemento armato che disegna una cappella stilizzata e dilata impropriamente la sacralità del posto. Nel mio ricordo d’infanzia, quando le vittorie e le sconfitte contano, il centro del disordinato giardino circostante rimane a dire il vero la statua di un soldato della Grande Guerra con la bandiera sollevata di fronte al nemico, da cui il luogo prende il nome di Monumento. La lapide coi nomi di un colore rosso vivo incisi sulla pietra richiamava invece un conflitto più strano e tra i nomi di famiglie conosciute si parlava di «belve teutoniche», dove l’espressione appariva più consona al passaggio di un’orda barbarica che alla morte in battaglia e assumeva un significato ancora più negativo, ai limiti della dicibilità.

Non tutti i novantasette uomini ricordati erano stati addossati al piccolo contrafforte perché in quella lista vi sono aggiunti anche gli uccisi di Masseto e quelli di San Martino di Pianfranzese, due piccoli abitati posti l’uno nella parte bassa del paese e l’altro a una distanza di alcuni chilometri, nella prosecuzione naturale della collina che s’innalzava verso le montagne del Chianti. Poco più lontano, nelle stesse ore e nella medesima operazione militare, a Castelnuovo dei Sabbioni furono uccisi altri settantaquattro uomini. Dal 1945 le stragi furono sempre commemorate in due cerimonie separate anche se «l’orrenda pira» di tutti gli uomini accatastati e bruciati nella piazza di Castelnuovo divenne il terribile suggello immaginale di un’unica vicenda. In seguito l’escavazione delle miniere di lignite a cielo aperto ha profondamente cambiato il paesaggio circostante, al punto che la completa ricostruzione di quei fatti può essere compiuta ormai solo sulle carte topografiche dell’epoca. Nei libri di storia questo evento è ricordato come “strage di Cavriglia”, comune capoluogo, ma più correttamente andrebbe chiamata “strage di Meleto e di Castelnuovo dei Sabbioni”, paesi decimati nella propria popolazione maschile e a cui facevano capo due distinte brigate partigiane.

L’estraneità della mia famiglia al paese rendeva normale che quel racconto non mi appartenesse e dovesse essere ricostruito nell’immaginazione. Credevo così che il fumo nero, di cui la mamma parlava, fosse causato dagli uomini uccisi tra gli alberi del Monumento, mentre in realtà ciò che si vedeva bruciare a tanta distanza erano i fienili e le case del paese. Da parte sua, attraverso un silenzio evasivo e selettivo, il babbo aumentava il senso di mistero e la mia curiosità. Amico del parroco di San Cipriano che il giorno successivo si era fatto coraggio entrando nel paese morto, sicuramente avrà saputo più cose di quello che raccontava e il suo atteggiamento così mi faceva pensare che si potesse essere in qualche modo imparziali, come se esistesse una verità oggettiva, intermedia e comprensiva di tutte le sfaccettature. A complicare questi racconti lacunosi uno zio, frate francescano, con lo sguardo severo sussurrava come fra i Tedeschi fossero presenti i «Fascisti». Avrei potuto pensare che lui conoscesse la verità dei fatti grazie a segreti svelati dal Vescovo di Fiesole il quale, giunto a piedi in paese pochi giorni dopo la strage, aveva dormito nella stessa aula della scuola elementare che frequentavo. Sicuramente il viaggio dell’uomo di Chiesa, che nel mezzo della temperie stragista s’inoltra a ritroso verso la profondità del male, si presta al racconto del testimone eroico, ma le parole dello zio avevano origine più semplicemente dalle confidenze della bottegaia del paese che quel giorno aveva perso tutti gli uomini di famiglia, commercianti benestanti, alcuni dei quali erano stati iscritti al PNF ma in seguito incolpati di aver messo a repentaglio il paese per «aver fatto il pane» ai Partigiani (2).

Quando udivo queste frasi, accompagnate sempre da gesti di fastidiosa insofferenza, non conoscevo l’ambigua distinzione tra fascisti e repubblichini, che voleva separare un prima spensierato e obbligato da un dopo tragico e volontariamente scelto. Con la caduta del paradigma antifascista nell’opinione corrente, infatti, prese sopravvento una chiave di lettura, parziale e perfida come una malattia, secondo la quale vi era un prima indistinto dove ognuno, «chi più e chi meno», era stato fascista e un dopo consapevole dove le vie si erano divaricate tra gli impenitenti assetati della «bella morte» e gli opportunisti che si sarebbero dati alla macchia. Nel mezzo si sarebbero posti tutti gli altri, una massa indefinita di attendisti, a tanti dei quali si addiceva una definizione di doppia negazione, i «non antifascisti». Nelle ricostruzioni storiche delle stragi più controverse, dove erano coinvolti italiani tra le fila dei tedeschi e le azioni dei Partigiani avevano preceduto le rappresaglie, il problema della responsabilità e quello relativo della colpa ha portato ad un vicolo cieco, dove, smascherando o giustificando questi due posizionamenti come fossero un vissuto prospettico privilegiato, si finiva per rimanere prigionieri dei protagonisti di un tempo. È evidente che una differenza ancora rimane: la prospettiva repubblichina, così come quella tedesca rinchiusa nella gabbia «nazista», è sempre stata indiretta e ostinatamente taciuta dai soggetti di allora, mentre la narrazione partigiana, a dispetto del gran parlare avverso che oggi si fa della «mitologia antifascista», è stata condotta in prima persona, magari nella difensiva. se ne ebbe riprova anche nel processo su Civitella dove i Partigiani, chiamati a testimoniare, sembravano quasi doversi giustificare.

 

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Proprio di fronte alla porta della mia casa c’era un’altra lapide, bianca e dai caratteri aguzzi con i nomi di tre «caduti nella lotta di Liberazione», molto più piccola di quella coi nomi colore rosso vivo. I due elenchi erano distanti tra loro e sproporzionati nel numero, come se si fossero combattute due diverse guerre. Quella separazione però non riusciva a nascondere che tra i Partigiani e la strage vi potesse essere un legame irrisolto, una causa indiretta o brutalmente lineare. Perché i Partigiani non erano nell’elenco dei morti del Monumento? La presenza degli uni era la causa della fine degli altri? Quel giorno la loro assenza era stata il riconoscimento di una velleitaria debolezza o l’impossibilità tragica di dare aiuto? Fino alla domanda più difficile: quello dei Partigiani fu un atto di mancato coraggio? Solo in seguito mi fu chiaro che non esisteva alcun mistero a nascondere la “verità dei fatti”, così come non era difficile capire perché nessuno parlava liberamente. Ognuno, infatti, secondo una convinzione ora rabbiosa ora fatalistica, rimandava a una storia diversa, dove le cause divenivano colpe e le necessità storiche si trasformavano in destini.

 

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Grenadier della HG in tuta mimetica

Soldato della HG in tuta mimetica

 

La riprova più dura nella sua cruda evidenza fu il drammatico confronto nella scuola tra la maestra Ida M. e il figlio di un ex partigiano. Dell’attività del padre nelle formazioni partigiane che operavano nei monti circostanti rimane nei documenti scritti solo la sua partecipazione a uno scontro a fuoco con i tedeschi terminato senza morti e feriti. La maestra invece m’insegnò durante le elementari e con lei sostenni un esame a sei anni per entrare direttamente nella seconda classe, perché ero l’unico nel paese a essere nato nel 1956. In quell’estate frequentai la sua casa per prepararmi agli esami di ammissione. Nel ricordo della cucina dove imparai a scrivere le prime parole non vi è nessun gesto di affetto. Ida era una donna molto severa e triste, che sembrava non sorridere mai, con una voce dal timbro stentoreo. Il racconto del 4 luglio le fu richiesto a più riprese nel corso del tempo, ma un sordo riserbo e un’orgogliosa solitudine le impedivano di mettersi in mostra. Ho ascoltato e letto molti racconti sulle stragi in Toscana, ma quello della maestra mi è sempre parso rassegnato, in parte freddo e reticente, mai completamente drammatico.

A quel tempo Ida viveva con i genitori in una villetta con un giardino dove ancora spiccano due palme esotiche di fronte alle scale. Dopo un corridoio a piano terra si salivano delle scale interrotte da una porta a vetri che introduceva all’appartamento vero e proprio. Quella mattina verso le 6,30 Ida, che ha venti anni, è svegliata da forti colpi alla porta. Quando si alza, la madre ha già fatto entrare dei soldati tedeschi che irrompono nella camera dei genitori, intimando al padre Numa in un cattivo italiano di uscire da casa. L’uomo, impiegato cassiere alla Società Elettrica Valdarno a Montevarchi, dove tutte le mattine si reca in treno dopo aver raggiunto a piedi San Giovanni, s’infila sicuramente la giacca con la custodia degli occhiali e un lapis giallo, oggetti che l’indomani permetteranno di riconoscere il suo cadavere bruciato. A quell’ora di mattina già dovrebbe essere in viaggio, ma per sua sfortuna e per motivi a noi sconosciuti non è andato al lavoro. Mentre Numa esce accompagnato dai soldati, le due donne sono sollecitate a scappare, perché il paese sarebbe stato bruciato. A Ida rimarrà solo il ricordo di un soldato di carnagione scura con tuta mimetica e «stivaloni». Senza capire cosa sta succedendo, si ritrovano in un rifugio nelle vicinanze del vecchio cimitero. Lì giungono gran parte delle donne e dei bambini costretti dai soldati ad abbandonare il paese. Attraversando la via principale Ida ha rivisto il babbo assieme ad altri uomini tenuti sotto il controllo di due mitragliatrici proprio nel giardino pubblico del Monumento. «Andate, andate» sono le ultime parole dell’uomo che ricorderanno. (3)

Nella maestra mi sembrava di cogliere verso il figlio del partigiano una certa intolleranza pregiudiziale quanto spontanea era la mia simpatia per lui. Un giorno vi fu un esplosione di rabbia che colpì tutta la classe: di fronte ad una risposta forse inadeguata del ragazzo, non so come, la maestra finì per accusare i Partigiani di aver «provocato i Tedeschi». Se la percezione del tempo storico è una tarda acquisizione e il peso del passato è un affare proprio degli adulti, quel giorno avvertii vagamente quanto dopo vent’anni potesse ancora esistere un nodo da sciogliere, un enigma irrisolto. La sera, interrogati i genitori sull’oscuro accenno, seppi che in paese si vociferava che in giorni imprecisati antecedenti gli eccidi erano stati uccisi «alcuni» soldati tedeschi. Tutto quello che appariva sottinteso sembrava ogni volta dovesse essere svelato in una resa dei conti finale, ma in realtà dopo un po’ tutto tornava a essere taciuto.

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A fronte di una sospensione del tempo che si determinava durante tutto l’anno, le commemorazioni della strage erano per noi ragazzi un motivo di particolare e proibita «attrazione». La mattina, dopo una Messa celebrata con grande sfoggio di paramenti sacri di color nero, di canti sommessi e profumo d’incenso, tutto il paese si spostava di fronte alla lapide dai nomi in rosso vivo, dove giungeva un picchetto militare con fucili ed elmetti. Si ascoltavano allora i discorsi incomprensibili del Sindaco con la fascia tricolore e del rappresentante dell’Associazione delle Vittime, un uomo piccolo con baffi appena accennati e un cognome ebraico. Alcune donne portavano da casa una sedia per occupare un posto con composta dignità e ripararsi sotto le piante. Spuntavano anche volti a me sconosciuti e dietro i gonfaloni e le bandiere apparivano i fieri e duri Partigiani di un tempo con un fazzoletto rosso al collo. Percepivo un clima strano e confuso, sospeso tra la cerimonia religiosa e il ritrovo politico. L’attesa di noi ragazzi al contrario era per il trombettiere che suonava al presentatarm, quando finalmente ci sentivamo al centro di un grande evento nazionale. Tutto finiva abbastanza velocemente, i soldati partivano per Castelnuovo dei Sabbioni, dove si sarebbe ripetuto il rito con un altro prete, le stesse personalità e il medesimo discorso solenne. A dire il vero, dietro quelle celebrazioni separate in noi ragazzi s’insinuava una particolare competizione commemorativa, che era insieme terribile e ridicola. Al paese rimaneva una corona di alloro con le palline argentate come quelle dell’albero di Natale, ma più piccole. Il giorno dopo le avremmo rubate di nascosto per schiacciarle in mille pezzetti con colpevole soddisfazione chiudendo definitivamente ogni cerimonia. Finalmente l’estate poteva iniziare.

Ida è rimasta con la madre nel rifugio per tutta la giornata. Non è stata tra le prime coraggiose a rientrare nel paese e ad affrontare l’orrore della morte e della devastazione. Forse quel giorno avrà dovuto consolare la madre prima di interrogare il proprio dolore, decidendo di rimanere nascosta e ascoltando i racconti delle altre donne che facevano da spola tra il paese e il rifugio.
Ha passato la notte nel buio tra i lamenti e le consolazioni, i pianti dei bambini e l’incredulità delle donne anziane. Nella notte il paese visto dal rifugio era stato uno spettacolo di orrore, con gli incendi divampati in più luoghi, nell’aria vaghe e sinistre folate dell’odore acre della carne bruciata, senza nessuna luce e qualche urlo isolato. A poche centinaia di metri i Tedeschi hanno festeggiato e mangiato quanto razziato dalle case nelle capanne della Minierina.
Solo il mattino successivo, mentre la madre impietrita dalla paura rimane ancora nascosta nel rifugio, Ida rientra nel paese alla ricerca del babbo. Assieme alle altre donne vaga nelle aie e deve cercare un indizio, provare a riconoscere chi era insieme a lui al Monumento. All’inizio non le sembra di conoscere nessuno, poi vede spuntare un fazzolettino nel taschino di un cadavere. «Vidi la custodia dei suoi occhiali e quel lapis giallo che portava come il segno della sua cultura». Gli occhiali si erano fusi attorno alle orbite degli occhi.
Con una cugina ritorna nella casa che non è stata devastata come altre: riattraversa le scale, entra nella camera violata e ferma alla mattina precedente, il letto disfatto, i mobili sottosopra, i viveri portati via. Come hanno fatto altre donne, prende un lenzuolo per raccogliere il cadavere. Qualcuno ha usato una scala, chi il cassetto grande di un armadio, altri le ceste intrecciate con le cortecce di castagno, ogni cosa che potesse essere utile al trasporto dei resti carbonizzati. Attraversa il paese con il macabro involucro verso il cimitero: un percorso lungo mezzo chilometro, nel caldo e senza la fine pioggerellina del giorno precedente. D’improvviso compare, arrancando, un automezzo militare tedesco. Sono di nuovo «loro», venuti per scattare fotografie al lavoro fatto. C’è chi scappa, chi si scaglia contro strappando le armi e chiedendo di essere uccisa, perché non si ha più paura di niente. Ida e la cugina si gettano nel campo, lasciando il lenzuolo con i resti del babbo sul ciglio della strada. Alla fine raggiungono il cimitero e, ricomposto il corpo per terra in attesa che qualcuno scavi per loro una fossa, guardano la distesa di lenzuola bianche con i ricami e le iniziali in rilievo. La cugina raccoglie dei fiori gialli, si toglie la cintura con fiocchi rossi e legato il mazzolino lo depone come segno di riconoscimento sul corpo dell’uomo. «… Lo vedo sempre il cimitero, pieno di tutte queste lenzuola bianche!».
Passeranno alcuni giorni prima che Ida possa tornare dal rifugio nella casa disabitata: ha messo le sue piante su un’asse fuori la finestra della cucina. In paese sono già passati i soldati della 6th South African Armoured Division cannoneggiando verso i Tedeschi in fuga e ora sono arrivati gli Inglesi. Qualcuno le chiede di Firenze e le indirizza dei complimenti, ma ormai Ida non sorride.

 

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note:

 

(1) I morti per strage in Toscana furono circa 3700, di questi circa 500 riguardarono l’Aretino compreso tra l’alta Val di Chiana e il Valdarno superiore: questi si possono ricavare in Fulvetti, in Fulvetti e Pelini 2006: 85, Schreiber, La vendetta tedesca. 1943-1945 Le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori, Milano 2000: 183 sgg e Jona, Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane. Diciassette mesi di sofferenze e di eroismi, Anfim, Firenze 1992. Il neofascista Pisanò parlò di 1.113 per l’intero Aretino, addebitandoli tutti alla irresponsabilità dei Partigiani «comunisti» (G. Pisanò, Storia della guerra civile in Italia 1943-1945, 3 voll., Edizioni fpe, Milano 1965: I, 381).
(2) La memoria divisa ha privilegiato sempre, accanto alla polarità ufficiale antifascista, il racconto di chi tendeva a sottolineare le responsabilità partigiane, non indagando la narrazione dal grande valore individuale e storico di coloro che, vissuti in vario modo «dentro il fascismo», nell’esperienza stragista scoprirono in persone note o semplicemente «italiane» il volto di un altro e certo più vero fascismo.
(3) Questo racconto è liberamente tratto da Polverini e Priore 1994: 215-8 (d’ora in poi abbreviato in PMNSC) e dalla Dichiarazione di Ida M. resa il 7 novembre 1944 agli Inglesi in Public Record Office, pp. 169-170 (d’ora in poi abbreviato in PRO). In seguito con Dichiarazione s’intenderà sempre lo Statement e con Testimonianza o Intervista tutte le altre dichiarazioni sui fatti di strage rilasciate successivamente o in altri contesti.

© Francesco Gavilli