Una strage ~ 18. «Vidi un fuoco che ardeva furiosamente»

 

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

 

Mentre a Castelnuovo si consumava la più tremenda delle scene (una settantina di corpi ammassati e bruciati in un’unica «orrenda pira»), il Tenente Danisch continuò la sua opera oscura di depistaggio e di colpevole compromissione, di parallela attività investigativa e meschina ricerca di un capro espiatorio. Comprendere il ruolo e la figura di questo Ufficiale, indiziato dagli Inglesi come la figura chiave dell’organizzazione della strage, non è semplice e mai sarà chiaro nella sua completezza. Presente nei giorni precedenti, sfrontatamente impassibile nelle ore delle uccisioni e «compiaciuto» del proprio operato a lavoro eseguito, non fu forse né il responsabile né tanto meno il comandante unico delle stragi: probabilmente aveva il compito di fare da tramite tra lo Stato maggiore del LXXVI Panzerkorps e la Hermann Göring, cui era stata affidata una vasta azione di «ricognizione» del territorio per dare un grosso colpo al fenomeno partigiano e distruggere gli impianti minerari. Poco importava se quel mandato sarebbe stato affrontato con spietatezza e crudeltà, come era pratica corrente per i reparti della Göring.

 

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Una strage ~ 9. L’eccezione e la regola: monti e carte topografiche

 

 

                L’eccezione spiega il generale e se stessa. E se si vuole studiare correttamente il generale bisogna darsi da fare intorno a una reale eccezione.
Søren Kierkegaard

 

 L’eccezione San Martino

 

Castello di Pianfranzese, prima della sua demolizione

Castello di Pianfranzese, prima della sua demolizione

 

Si è soliti a questo punto proseguire il racconto con il Sabelli che, dopo aver lasciato la sera precedente il Maresciallo Fräulein nell’appartamento accanto al suo, la mattina molto presto viene svegliato dalla mobilitazione dei soldati. Infatti, con la loro partenza verso i paesi della strage si entra definitivamente nel cerchio tragico delle uccisioni e i destini si imprimono nelle carte topografiche consegnate ai Marescialli che comandano quattro automezzi carichi di soldati. La cronaca tuttavia obbliga a ritardare questo racconto perché il Tenente Danisch a quell’ora ha già iniziato il suo oscuro lavoro e si è diretto sulla sua piccola automobile Fiat e uno dei suoi camion con la mitragliatrice montata sul retro verso i pericolosi monti e in particolare a San Martino di Pianfranzese. Qui, a poche centinaia di metri, la IV Compagnia “Castellani” ha la sua base attorno alle mura di una fortezza abbandonata in località Monte Domenici. La macchina della strage doveva essere in moto in tutto il territorio circostante ben prima dell’alba, perché prima i paesi venivano accerchiati per permettere poi ad altri di effettuare nelle case i rastrellamenti. Tuttavia il Tenente Danisch non solo fece partire la sua azione ancor più in anticipo ma mise anche in atto un comportamento apparentemente incomprensibile. L’immagine che ne diede il parroco del piccolo abitato come quella di un imperscrutabile Ufficiale rivolto verso i rifugi Partigiani e con le spalle ai paesi che nella vallata iniziano ad essere saccheggiati, esprime bene la sua sorda ambiguità. In realtà, con silenziosa complicità e come stesse svolgendo un sopralluogo autonomo e inconsapevole, quando giunge a San Martino una parte dei suoi uomini si diresse a piedi a Masseto sotto il paese di Meleto, così come probabilmente la Feldgendarmerie, che alloggiava a San Cipriano insieme alla sua Wachkompanie, si diresse nella parte bassa di Castelnuovo.

San Martino di Pianfranzese nonostante le dimensioni piccolissime aveva una storia ben importante e il “Castello” di Pianfranzese poco distante non era che una villa fortificata con una torre e alte mura che aveva dominato nei secoli una serie di pievi e abitati nella piana sottostante. Al di là della tenuta di Pianfranzese, all’epoca una vera e propria comunità agricola assai attiva e relativamente autosufficiente con fattoria, cantine e frantoio di proprietà della Società Agricola delle Miniere, a poche centinaia di metri vi era un agglomerato di case di contadini riunite attorno ad una chiesa. Oltre il paese i boschi portavano nel Chianti. Attualmente, a seguito della distruzione del territorio da parte delle escavazioni di lignite, San Martino e il Castello sono letteralmente scomparsi, ma durante la guerra la posizione protetta e al limitare dei monti erano un naturale rifugio per molti sfollati di Firenze e per i dirigenti della Società Mineraria, fra i quali il Direttore generale, l’ingegnere Civita. Oltretutto Pianfranzese, così come il villaggio residenziale della dirigenza mineraria dei Villini, appena fuori Castelnuovo, era collegato da linee telefoniche private che facevano capo ad un Centralino situato nei pressi della Direzione delle Miniere. Tramite il Centralino si poteva comunicare con l’esterno usando la linea telefonica della Soc. Elettrica del Valdarno, che era peraltro l’unica rimasta attiva.

Secondo i fratelli Pierluigi e Giorgio Grassi, che abitavano a San Martino, nella mattina quei telefoni furono usati dalla moglie dell’ingegnere Civita per comunicare «da Pianfranzese a Firenze» e ottenere la liberazione degli ostaggi.[1] Emma Bigazzi ricordava che la donna sarebbe giunta dal Castello proprio quando la situazione sembrava precipitare:

Mentre stavano per sparare arrivò la moglie del dott. Civita, che era sfollata al castello di Pianfranzese; lei parlava il tedesco e spiegò ai tedeschi che questi uomini non erano Partigiani e che non c’entravano nulla con il partigianato, così li rilasciarono; questi uomini scapparono per il bosco.[2]

Nell’Inchiesta inglese non si percepisce mai il momento di un’imminente fucilazione, ma una qualche conferma si ha nel racconto di Guelfo Billi, comandante dei Partigiani della Castellani, che osservò da distanza quanto stava succedendo e, con disarmante ingenuità, parlò di una strana trattativa.

I tedeschi, guidati da un Ufficiale, erano pochi. Tutti i civili furono fatti entrare nella chiesa. Uscì l’ufficiale col parroco e ad essi si unirono altri civili usciti dalle abitazioni. Dopo un parlottare e gesticolare si staccarono dal gruppo due persone. Un uomo ed una donna. La signora era da noi conosciuta per essere la moglie del fattore di Pianfranzese, a cui dovevamo infinita riconoscenza per gli aiuti che ci dava. Essi si avvicinarono alle nostre postazioni e ci dissero di essere latori di un messaggio: l’Ufficiale tedesco era consapevole [di essere] sotto il tiro delle nostre armi e chiedeva, pena il massacro dei civili, che gli venisse consentito il ritiro di due suini. Poi se ne sarebbe andato.[3]

Stranamente di questa vicenda non proprio insignificante non fu fatto parola dai numerosi testimoni interrogati da Crawley a San Martino. Gli Inglesi d’altronde tennero completamente fuori gli abitanti del Castello di Pianfranzese dalla loro Inchiesta, nonostante testimonianze successive parlino di molti tedeschi nella tenuta e Danisch abbia fatto lì più di una decina di ostaggi, un numero maggiore di quelli di Meleto e di San Martino stesso. È vero che nel Castello fu ascoltato il Direttore Amministrativo delle Miniere, Giuseppe Bruno, ma solo perché era stato fatto ostaggio a San Martino dove aveva vissuto fino alla fine di luglio. Questo fatto è in un certo qual modo poco chiaro se si pensa alla testarda e scrupolosa volontà investigativa del Sergente Maggiore Crawley. Perché si rinunciò alla testimonianza dei dirigenti della Mineraria? Perché non fu ascoltato nessun ostaggio di Pianfranzese e nessuno parlò agli Inglesi della moglie dell’ingegnere Civita e della sua conoscenza della lingua tedesca che le aveva permesso di farsi da tramite con i tedeschi affinché gli uomini fossero rilasciati? Infine, qual’era la vera natura della trattativa con i Partigiani?

La storia di San Martino così rimase un’anomalia narrativa per gli abitanti del posto che non capirono tutta l’azione complessiva iniziata prestissimo la mattina e divenuta tragedia solo nel primo pomeriggio, quando Meleto e Castelnuovo erano già stati decimati. Non si colse che quanto avviene sotto gli occhi dei Partigiani non è la ripetizione in piccola scala degli eccidi di Meleto e Castelnuovo ma l’eccezione che alla fine avrebbe potuto far comprendere la regola “generale” di tutta l’operazione circostante e conoscere il livello più contiguo alle intenzioni tedesche toccato dagli Italiani. Evidentemente se Crawley non indagò, fu perché una rete di persone che aveva vissuto attorno a Pianfranzese richiese e ottenne il silenzio su ciò che era avvenuto quella mattina e che coinvolgeva sia la dirigenza mineraria sia i Partigiani. L’assenza di qualsiasi documentazione su Pianfranzese pone interrogativi proprio sulla volontà ricostruttiva di coloro che accusarono di immobilismo i Partigiani ma si guardarono bene dal chiedersi quale sia stato il ruolo della dirigenza mineraria che, in una strage di popolazione accompagnata dalla distruzione delle infrastrutture produttive, continuò ad essere considerata come un corpo super partes a cui non poteva venire richiesto quali informazioni dovettero pur dare ai Tedeschi o quali relazioni ebbero con loro. In realtà lo stesso Ingegnere Civita accusato non a caso dai Partigiani di aver praticato un doppio gioco con i ribelli e i Tedeschi fu fatto prigioniero dagli alleati e internato prima in un campo di concentramento e poi spedito a Castel Baronia in provincia di Avellino per essere rilasciato nel giugno del 1945. Anche se nel febbraio del 1946 la Corte di Assise Straordinaria di Arezzo dispose l’archiviazione degli Atti per il Direttore Generale della Società delle Miniere, ci sembra strano che non si sia sentito l’esigenza di interrogarlo sui fatti di strage o sui rapporti obbligati che aveva tenuto con i Tedeschi.  Per di più Civita e Ivario V. condivisero il soggiorno obbligato in regime di semilibertà nel medesimo paese campano, dove Crawley andò per interrogare il giovane parrucchiere dei Partigiani.

 

Chiesa di San Martino, demolita nel 1983, sotto il cui muro furono tenuti gli ostaggi

Chiesa di San Martino, demolita nel 1983, sotto il cui muro furono tenuti gli ostaggi

 

Riguardo la ricostruzione “senza senso” che gli abitanti del piccolo paese dovettero fare, confrontare la testimonianza lucida e drammatica dei fratelli Pierluigi e Giorgio Grassi, allora poco più che bambini, con le dichiarazioni rilasciate agli inglesi ci fa capire quanto uno dei racconti più straordinari raccolti su quella giornata acquisti coerenza narrativa proprio grazie all’Inchiesta. Come ricorda Giorgio Grassi, San Martino fu messo in subbuglio dalle grida di Pasquale Borgheresi che invitava il figliastro “Beppe” a uscire di casa e fuggire perché due camion pieni di tedeschi stavano salendo verso il paese. «Beppe, alzati e scappa, perché ci sono due camion tedeschi: li ho visti sopra il Ponte Fano nuovo, nelle curve …» racconterà nel 1994 il dodicenne di allora (PMNSC: 248). Beppe, ovvero Giuseppe Giannetti, agli inglesi aveva detto di aver fatto appena in tempo a nascondersi in un bosco vicino.[4] Per la precisione il parroco del paese vide arrancare per la strada che saliva dal paese di Bomba «una piccola automobile chiusa (… e) un camion scoperto con una mitragliatrice montata sul retro (… ambedue) pieni di uomini in uniforme tedesca».[5] Con queste forze Danisch andava a frapporsi tra i pericolosi «nascondigli dei Partigiani sui monti», la cui ubicazione sembrava avesse chiesto inutilmente al Lombardini proprio il giorno prima, e Meleto e Castelnuovo dove di lì a poco sarebbero iniziate a esplodere bombe a mano per stanare gli uomini, colpi di mitraglia per le prime isolate uccisioni e i fuochi dei pagliai e delle abitazioni. Se oltretutto la percezione delle forze ribelli da parte tedesca, come a volte si è detto, fosse stata anche amplificata, il Tenente Danisch avrebbe mostrato un certo coraggio perché presto i segnali di devastazione potevano mettere in allerta i Partigiani. Diversamente doveva sentirsi ben protetto per affrontare con tanta esuberanza un nemico invisibile e riparato nel bosco. A dire il vero secondo un’altra testimonianza due Partigiani di guardia a San Martino già attorno alle 5 avevano visto salire i tedeschi e avevano ripiegato in tutta fretta verso la base di Monte Domenichi, mentre Fulvio Pasquini, che da Meleto era giunto a piedi molto presto per mettere in salvo il proprio bestiame, da parte sua testimoniò la presenza diffusa di soldati in gran parte delle zone circostanti: quando nel corso della mattinata giungerà a Pianfranzese vi troverà «una decina di automezzi: camioncini, automobili, jeep», ovvero qualcosa di più di tutte le forze disponibili di Danisch.[6]

In realtà ciò che d’ora in poi gli abitanti di San Martino crederanno di vedere è una storia parziale, deformata da intenti subdoli e illogici, fatta di attese estenuanti e improvvise liberazioni, passaggi dalla detenzione tedesca alla protezione partigiana, il tutto mentre gli incendi iniziano a divampare soprattutto dalla parte di Meleto. Il parroco all’arrivo dei tedeschi era in procinto di andare proprio a San Cipriano dove avrebbe dovuto incontrare per una funzione religiosa anche don Giovanni Fondelli, prete di Meleto. Subito ha dato l’allarme ai familiari e ad alcuni sfollati, poi ha tentato inutilmente di rimettersi in cammino. Gli uomini di Danisch però hanno iniziato a fare uscire gli uomini dalle case e li stanno riunendo in uno spiazzo sotto la chiesa. Alla fine gli ostaggi erano poco più di una decina tra sfollati e abitanti del posto, compreso il prete. Tra di loro tre uomini di San Martino, boscaioli e contadini di età compresa tra i 55 e i 63 anni, sono catturati mentre sono già al lavoro.[7] Gli altri erano tutti sfollati ma legati all’attività delle Miniere: si trattava di Giuseppe Bruno, Direttore Amministrativo, il quale continuò «a pensare che i Tedeschi [fossero in realtà] alla ricerca dei Partigiani»,[8] Giuseppe Innocenti, caposquadra in miniera,[9] Derlindo Bucchi, minatore sfollato da Santa Barbara[10] e Giorgio Capitani, studente di Economia, sfollato da San Giovanni e catturato con il padre.[11] In una memoria successiva il parroco scrisse anche i nomi di quelli che dopo saranno rilasciati: tra loro c’era il fattore di Pianfranzese, Vincenzo Sonati e Giuseppe Ciapi che ad un certo momento eluse la sorveglianza dei Tedeschi e riuscì a fuggire.[12] Attorno alle 6 tutti questi uomini erano già sotto il controllo di quattro o cinque soldati, mentre l’Ufficiale se ne «stava in piedi un po’ in disparte», irraggiungibile come al solito.

Il tempo appare fermo e dilatato e gli episodi che scandiscono la mattina sono intervallati da lunghe ore. Sebbene vi fosse molta tensione, le donne potevano in qualche modo avvicinarsi ai propri uomini e parlare con loro tanto che Maddalena Ermini dirà: «ebbi modo di rivedere mio marito (…), quando gli portai un po’ di caffè. Mio marito mi disse che aveva molta paura dei Tedeschi».[13] Secondo Giorgio Grassi erano circa le nove, ovvero tre ore dopo la cattura degli ostaggi, quando Danisch ordinò al soldato sulla mitragliatrice di sparare ad un uomo che passava tra i campi. Nel racconto di Don Cicali questa azione dopo una lunga attesa sembrerebbe volta più a destare l’attenzione dei Partigiani, quasi a provocare una reazione o stabilire un contatto.

La mitragliatrice era puntata verso i boschi vicini e vidi l’Ufficiale che osservava questi boschi per mezzo di un binocolo. Egli, evidentemente, avrà visto lì qualche movimento poiché gridò un ordine in tedesco, al che il mitragliere diresse parecchie raffiche di colpi dentro il bosco. Questi boschi, in quel periodo, erano pieni di Partigiani e l’Ufficiale aveva, senza dubbio, visto qualcuno di loro che si muoveva intorno.[14]

A seguito di ciò Danisch lascia improvvisamente il paese a bordo della macchina con il suo autista Casuski. Probabilmente non fece molta strada, giungendo forse solo al Castello, se dopo poco tempo la stessa macchina fece ritorno nel paese senza il Tenente e con un altro soldato, per l’identità del quale don Cicali e Giuseppe Bruno si dissero del tutto convinti fosse stata quella di un Ita­liano in uniforme tedesca «senza dubbio nativo dell’Italia meridionale». Fu addirittura l’autista a questo punto a scegliere quattro uomini come ostaggi lasciando liberi tutti gli altri. Perché non l’ha fatto Danisch stesso quand’era a San Martino e ordinò di farlo poco dopo al suo autista? Sapendo di essere sotto il tiro dei Partigiani ha temuto per la propria incolumità personale o ha dovuto prendere al Castello di Pianfranzese un’improvvisa e nuova decisione? Ha valutato eccessivo il numero di tutti i civili catturati, compresi quelli radunati nel frattempo al Castello, per il ritorno a San Cipriano? Quando gli ostaggi di Meleto vedranno arrivare quella mattina il camion con circa venti civili, di Danisch e della sua macchina non si parla, perché il Tenente evidentemente era rimasto a Pianfranzese o nella zona circostante. Danisch infatti partecipò alla strana trattativa con i Partigiani e con i parenti dei dirigenti della Mineraria, di cui parlò il Comandante della “Castellani” e che a novembre sarà taciuta agli Inglesi. Chissà se fu in questo frangente che ricevette proprio quell’informazione di cui l’indomani si disse essere «compiaciuto».

In realtà quando tutto questo avvenne, attorno a mezzogiorno, la tragedia della strage era già stata consumata.

 

Carte topografiche

 

Quello che era avvenuto a Santa Barbara, poco dopo l’arrivo di Danisch a San Martino, fu riportato nel Report inglese ricalcando la dinamica descritta dal Sabelli. Questi, poco prima le 6, nel loggiato dell’edificio dove soldati della Hermann Göring erano giunti la sera precedente, fu avvicinato da un Maresciallo e invitato dentro un appartamento usato presumibilmente come fureria. All’interno di una delle stanze un soldato disegnatore di carte topografiche stava esaminando con attenzione una mappa. Il Maresciallo invitò Sabelli a dare uno sguardo alla mappa. Secondo il racconto del sorvegliante

(…) quella era una carta italiana, in scala 1:100.000, che mostrava i paesi di Castelnuovo dei Sabbioni, Meleto, Massa e San Mar­tino. Meleto era sul margine destro della carta e a dire il vero erano rappresentate soltanto due o tre case. Questo fatto sembrava rendere perplesso il disegnatore che mi chiese di dirgli quante case c’erano a Meleto.[15]

«Non pensando neppure per un istante per quale atroce uso stava per essere usata la sua informazione», annota Crawley, Sabelli diede la descrizione migliore possibile, così il disegnatore fece alcune copie molto approssimative della mappa che mostrava quei paesi e le dette al Maresciallo. Fuori i camion pieni di soldati erano in attesa di partire. Il Maresciallo distribuì le copie delle mappe al soldato responsabile di ciascun veicolo, uno dei quali Sabelli riconobbe come Rudolf Fräulein. Quindi i veicoli partirono, prendendo la strada per Meleto, Castelnuovo dei Sabbioni, Massa e San Martino. In quel momento erano le ore 6 – 6,30. «Tutto ciò appare l’inizio di una premeditata, preordinata e atroce incursione di rappresaglia su larga scala contro gli uomini dei suddetti paesi, a causa di quanto la banda dei Partigiani della III Compagnia Chiatti aveva fatto», concluse Crawley (PRO: 5).

La testimonianza del sorvegliante sembra fornirci dati molto precisi: le mappe disegnate per i comandanti delle azioni stragiste avrebbero riguardato tutti i paesi coinvolti, da Santa Barbara sarebbe partita la maggior parte dei soldati in unità motorizzate e i quattro camion si sarebbero diretti ognuno in un paese successivamente teatro di strage. Forse, sapere di essere stato il solo uomo ad aver avvicinato gli autori materiali delle stragi conferì a Bruno Sabelli un ruolo di protagonista un po’ sviante nella ricostruzione della vicenda. È chiaro che una mappa di 1:100000, con Meleto appena visibile sul margine destro, contiene anche gli altri paesi indicati ma il Sabelli non disse, ad esempio, se sulla carta quei paesi erano in qualche modo evidenziati come obiettivi dell’azione da compiere o se questa fosse piuttosto una deduzione tutta sua post factum. Il dubbio nasce anche alla luce di quello che successe a Massa e a San Martino, paesi che in realtà sembrano toccati dall’azione stragista più nella “casualità” di un rastrellamento partito da Castelnuovo.[16] Soprattutto a San Martino, se questi erano i loro piani, l’azione di Danisch in quel momento avrebbe messo a repentaglio il piano stragista, perché chi sarà ucciso nel pomeriggio era stato fatto prigioniero nel primo mattino e poi lasciato libero.

Abbiamo già detto che le truppe di Santa Barbara potevano essere l’Alarmkompanie di Terranuova o un’Unità formata ad hoc con soldati provenienti da più reparti, tra cui sicuramente i Pionieren. Se fosse stata la sola Alarmkompanie, essendo una compagnia di pronto intervento antipartigiano giunta qui al completo della sua decina di camions, risulta illogico che sia stata utilizzata solo in parte per compiere un’azione di queste proporzioni. Se invece fosse stata un’Unità composita allora i quattro camion potevano essere solo quella parte “delegata” a compiti specifici di penetrazione dei paesi, mentre gli altri rimasti avrebbero avuto il compito di minare la Centrale e Castelnuovo. In questo caso le truppe di Santa Barbara avrebbero potuto far parte anche della sola Fallschirm-Panzer-Pionier HG e l’Alarmkompanie Vesuv avrebbe alloggiato in un’altra località, partecipando, come lo stesso Groner confessò, all’eccidio di Castelnuovo. La Vesuv d’altronde poteva far conto su Bagno a Ripoli come base su cui ripiegare. Le domande del disegnatore di mappe al Sabelli ci danno d’altronde la sola certezza che l’obiettivo dei quattro camions era di certo per lo meno Meleto mentre possiamo solo supporre che sia stato anche Castelnuovo. Questa ipotesi trova conferma nel racconto dello stesso Sabelli il quale descrisse così il ritorno degli stessi soldati a Santa Barbara:

Verso le ore 18,30 dello stesso giorno, udii il rumore di alcuni automezzi pesanti che passavano nei pressi di questo edificio, ma non guardai fuori dalla finestra né uscii dal mio appartamento, di modo che non posso dire se essi erano o no i quattro camion contenenti soldati che avevo visto lasciare il villaggio quella mattina.

Nella dichiarazione del sorvegliante delle miniere anche riguardo al ritorno dei camions si parla solo di una parte delle forze complessive presenti nel villaggio minatori e il Maresciallo Fräulein poco più tardi, quando gli confida l’uccisione di ottanta uomini innocenti di Meleto, aggiunge Castelnuovo, Massa e San Martino solo dopo aver avuto da un suo sergente l’informazione che anche in quei luoghi erano state compiute stragi.

Alla fine il ruolo di Santa Barbara sembra in parte sovradimensionato, se viene vista come la base dove tutte le truppe coinvolte vi fossero convenute per poi da qui ripartire. Che senso avrebbe avuto ad esempio per le «sezioni» del Maggiore Seiler fare spola tra Santa Barbara e Montegonzi? Forse erano loro le Fallschirm Panzer Pionier HG, che si ricostituiranno tutte insieme il giorno successivo nel villaggio minatori? Che rapporti ebbe l’Alarmkompanie con il Genio divisionale presente a Santa Barbara? Il villaggio dei minatori evidentemente fu una località importante nell’attuazione della strage ma non esclusiva e alla fine rimane molta indeterminatezza sulle forze coinvolte per tutti i paesi.

 

note:

 

[1] Intervista di Emilio Polverini a Giorgio e Pierluigi Grassi del 22 febbraio 1994 (AEP).
[2] Testimonianza n. 17 in R4L1994.
[3] Testimonianza n. 31 in R4L1994.
[4] Dichiarazione del 4 Ottobre 1944 di Giuseppe Giannetti, che testimoniò per il patrigno Pasquale Borgheresi, in PRO: 333-334.
[5] Dichiarazione del 27 Novembre 1944 di don Giuseppe Cicali, in PRO: 315-317.
[6] Testimonianze 17 di Emma Bigazzi e 29 di Fulvio Pasquini in R4L1944.
[7] Oltre a Pasquale Borgheresi che per primo aveva visto arrivare i tedeschi, c’era Amedeo Ermini e Giovan Battista Cappelli. Vedi Dichiarazione del 4 Ottobre 1944 di Maddalena Ermini in PRO: 331-332 e Dichiarazione del 5 Ottobre 1944 di Renata Dalbi in PRO: 329-330.
[8] Dichiarazione del 28 Novembre 1944 di Giuseppe Bruno in PRO: 319-321.
[9] Dichiarazione di Giuseppe Innocenti cit.. Qui è chiamato Izia, che forse sta per Isaia; Giuseppe dovrebbe essere il suo secondo nome.
[10] Dichiarazione di Derlindo Bucchi cit., dove è chiamato D’Erlindo.
[11] Dichiarazione del 29 Novembre 1944 di Giorgio Capitani, in PRO: 322-324.
[12] La memoria di don Giuseppe Cicali si trova in Relazione dal 16 Maggio 1943 al 16 Luglio 1948 (AVF, XXVI, 488/E, fasc. 19, pp. 11 mss). Per la fuga del Ciapi vedi Giorgio Grassi in PMNSC: 249.
[13] Dichiarazione di Maddalena Ermini cit..
[14] Dichiarazione di don Giuseppe Cicali cit..
[15] Dichiarazione di Bruno Sabelli cit.. Crawley credé di identificare nel Maresciallo accanto al disegnatore delle mappe uno dei Marescialli sottoposti al Maggiore Seiler che era giunto a Montegonzi (PRO: 34-35).
[16] Si può ragionevolmente ipotizzare che una piccola compagnia di soldati abbia risalito da Castelnuovo verso i monti uccidendo a il Colto Sabatino Pieralli, incendiando e devastando le case sulla strada per Massa. Qui i soldati “riposano” e sono interrotti da un’incursione aerea inglese, dopo la quale uccidono il parroco e un giovane. Infine possono essere risaliti a San Martino, ma quest’ultima rimane pur sempre un’ipotesi.

 

© Francesco Gavilli

Una strage ~ 8. La debolezza italiana: prigionieri e interpreti

 
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Ostaggi a un funerale

 

Secondo Crawley, «il 2 luglio 1944, verso le ore 19, alcuni uomini del Tenente Gerhard Danisch, Comandante la Wachkompanie del LXXVI Panzerkorps, comandati da un suo Maresciallo, entrarono nella frazione di Meleto con un autocarro ‘Fiat 26’ che aveva una mitragliatrice montata sulla parte poste­riore. Appena discesi dal camion, i soldati catturarono tre civili italiani del posto, cioè: Lorenzo Fabbrini, Livio Lombardini e Omero Quartucci. Dichiararono che la ragione di questa cattura era di tenerli ostaggi contro eventuali attacchi ai soldati tedeschi da parte dei Partigiani. Gli ostaggi furono condotti a San Cipriano e rinchiusi in un edificio adiacente alla sede del Comando di Danisch» (PRO Report: 4).

Questo racconto così essenziale ovviamente non rende fino in fondo il dramma che quelle catture determinarono nel paese, che rimasero come una ferita aperta perché per una parte della popolazione gli ostaggi saranno sospettati di essere stati delatori mentre l’uccisione dei loro stessi parenti apparirà ad altri la riprova di estraneità a qualsiasi tipo di collaborazione. Gli Inglesi non ritennero nessuno di questi ostaggi una spia e non approfondirono l’episodio in questi termini, sicuri invece che il Tenente Danisch fosse già da prima orientato all’organizzazione dell’eccidio. L’intera vicenda, avvolta nel mistero e nel sospetto, finì per essere relegata a una controversia di paese ed essere sottaciuta per lungo tempo. Con la riscoperta dell’Inchiesta inglese questo fatto è tornato a far parte del racconto della strage, dopo che, sino allora, vi erano stati solo accenni alla vicenda e sempre si era come deliberatamente deciso di non approfondirla. Anche quando non si credeva ad una collaborazione fattiva degli ostaggi, rimase il sospetto di un’“inconsapevole” delazione sui Partigiani di Meleto, mentre alcuni testimoni ancora dopo cinquanta anni erano reticenti nel fare persino i loro nomi e la ricostruzione di tutta la vicenda rimaneva approssimativa.[1]

Il racconto inglese dà tuttavia un’idea troppo schematica del comportamento di questo piccolo gruppo di tedeschi che sicuramente non compì un’azione così veloce. Secondo diverse testimonianze infatti i soldati perlustrarono il paese in lungo e in largo e s’intrattennero con gli abitanti, da cui, stando a quanto disse l’indomani Danisch a Maria Corsi, trassero la conclusione che il paese fosse «pieno di Partigiani». Per i meletani, alla luce di ciò che succederà due giorni dopo, sarà stata soprattutto l’occasione per prendere visione delle vie d’uscite minori del paese. Quel giorno è domenica e il paese è raccolto nella piazza della Chiesa dove si svolge il funerale di un uomo che aveva perso la vita a seguito di un bombardamento aereo inglese di un ponte sotto il quale si era rifugiato. Se secondo l’Ermini e il Mulinacci tutto sembra sia avvenuto in un clima di normalità senza creare apparentemente delle tensioni, tanto che i Tedeschi trovarono il modo di scherzare anche con alcuni bambini, Adelfo Onorari parlò invece della brutalità e arroganza del gruppo di soldati che stavano in attesa appoggiati al pozzo di fronte l’entrata della chiesa e rimase convinto che «vi fossero italiani della X Mas tra di loro», sospettando i reparti della Brandenburg, tra le cui file notoriamente erano ospitati dei repubblichini.[2] Forse la testimonianza di Lina Riccesi, nella sua essenzialità, è la più equilibrata: «Due giorni prima della strage i tedeschi vennero su, a Meleto; era il pomeriggio della Domenica; questi tedeschi cercavano di essere gentili con i paesani. Offrivano sigarette agli uomini e caramelle ai ragazzi. Nel frattempo, quel pomeriggio, a Meleto, i tedeschi si erano dati da fare: c’era un funerale e da questo presero tre uomini come ostaggi, li portarono a San Cipriano e li chiusero nella bottega del barbiere; ce li tennero per due giorni e poi li rilasciarono».[3]

Naturalmente la cattura di tre persone fu considerata premonitrice di pericolosi sviluppi. Soprattutto gli uomini, a seguito delle discussioni che ci sono quel tardo pomeriggio, devono decidere se lasciare immediatamente il paese verso i monti circostanti. L’indomani, nelle prime ore dell’alba, il padre di Vinicio, Giuseppe Ermini, che l’indomani perderà la vita, sollecitò il figlio a lasciare il paese: «… mio babbo alle quattro di mattina è venuto in camera e mi ha obbligato ad andarmene.: “Va’ via, va’ via, va’ via: ho tanto pensiero!”. Mio padre aveva un cavallo e mi volle portare a Massa, e per la strada temeva che trovassimo i Tedeschi» (PMNSC: 207). Ugo Mulinacci se ne va quella notte stessa ritornando nella sera di lunedì per vedere se vi è ancora pericolo: l’indomani egli riuscirà a fuggire dall’aia Rossini dopo essersi nascosto sotto la cenere di un forno. A strage avvenuta si farà perciò partire da questa vicenda la sua preparazione e organizzazione. Tuttavia, mentre a Civitella, a seguito dell’uccisione di alcuni soldati tedeschi, molti abitanti del paese che erano fuggiti furono subdolamente rassicurati e invitati a rientrare nelle proprie abitazioni, qui in un certo modo, senza che fosse avvenuto un fatto pericolosamente scatenante, successe un fatto anomalo e si creò al contrario allarme e attesa. Come il Maggiore Seiler aveva fatto a Montegonzi, anche questi soldati finiscono per «annunciare» piuttosto che «tenere nascosto». Il solo riferimento a «eventuali attacchi da parte dei Partigiani», anche se questi fossero riferiti a fatti avvenuti in un passato non recente costringendo a prendere misure precauzionali, ha l’effetto di un avvertimento come di una situazione giunta ad un limite insostenibile. La presa degli ostaggi da parte della Wachkompanie riguardò preventivamente solo Meleto e, nel giorno della strage, San Martino, mentre a Castelnuovo al contrario secondo alcune testimonianze Don Bagiardi, parroco del paese, preoccupato evidentemente per il sopraggiungere nella zona di ingenti e famigerate forze militari, ricevette rassicurazioni in proposito.

Gli Inglesi iniziando la loro indagine su Meleto registrarono per prime le testimonianze di tre uomini scampati miracolosamente all’uccisione (Arturo Panichi, Augusto Sottani e lo stesso Ugo Mulinacci) per poi sentire il racconto degli ostaggi della domenica. Degli ostaggi Fabbrini, Quartucci e Lombardini nel paese non si saprà niente fino al mercoledì quando sarà loro permesso tornare a casa. Nel racconto che fecero agli Inglesi non si parla mai del funerale che fu invece un episodio aggiunto in seguito, mentre l’impressione generale che si ricava è quella che Fabbrini e Quartucci procedono sempre “in coppia” lasciando il Lombardini in una posizione più separata.

Il 2 luglio 1944, verso le ore 19, ero nel Viale Barberino, che è la strada principale che attraversa il paese, quando fui fatto prigioniero da due soldati tedeschi che mi scortarono fino a un autocarro leggero Fiat di tipo scoperto, parcheggiato lì vicino. Fui fatto salire sul retro del camion dove era montata una mitraglia­trice sulla struttura. Pochi momenti dopo vidi che venivano portati verso il camion altri due civili: li conoscevo come Omero Quartucci e Lorenzo Fabbrini e anch’essi erano sotto scorta. Appena arrivati al ca­mion, furono fatti salire anche loro a bordo. C’erano allora, con noi sul camion, circa dieci soldati tedeschi, comandati da un Maresciallo. Lo riconobbi come tale per le due stellette d’argento che erano in ognuna delle spalline della sua camicia.[4]

Fabbrini e Quartucci da parte loro rilevarono il motivo per cui da subito i tedeschi giustificarono il loro arresto: i soldati li «avvertiro­no, in italiano stentato, che [li] avrebbero presi come ostaggi, come precauzione contro ennesimi attacchi verso soldati tedeschi da parte dei Partigiani di questa zona».[5] Quanto questa motivazione, riferibile a “fatti che si dovrebbe conoscere”, potesse essere espressa in modo così categorico sulla porta di un Circolo Ricreativo da cui i due uomini stanno uscendo, è difficile dire, ma certamente nel racconto che seguirà gli «ulteriori attacchi ai soldati tedeschi da parte dei Partigiani» divengono sic et simpliciter la motivazione della strage del dopodomani.[6] A dire il vero,la comunicazione di questa misura precauzionale non fu data né al Lombardini né a Paolo Verzetti, un altro uomo fatto prigioniero il giorno successivo.[7] Comunque sia tutti gli ostaggi furono condotti a San Cipriano e rinchiusi in una piccola stanza, da dove, secondo il racconto del Fabbrini e del Quartucci, il solo Lombardini il giorno successivo sarà prelevato e interrogato.

 

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Far parte dei Partigiani

 

Paradossalmente Quartucci era uomo conosciuto come fascista e questo innescò dopo la Liberazione la reazione dei Partigiani, che sospettavano un suo coinvolgimento. Riguardo ai Partigiani, l’Inchiesta di Crawley pose subito in primo piano il loro ruolo, tanto che la maggior parte delle dichiarazioni terminano con l’affermazione: «mio [marito, padre, fratello etc.] non fu sottoposto a interrogatorio né faceva parte dei Partigiani». Evidentemente gli interrogati rispondevano a una precisa domanda, ma gli Inglesi erano più interessati alla “sproporzione” della reazione e al contempo alla totale assenza di un processo o di un interrogatorio da parte dei Tedeschi. In un certo qual modo la S.I.B. non ebbe interesse a valutare entità e gravità delle azioni partigiane, così come a svelare la presenza di fascisti italiani tra gli organizzatori ed esecutori delle stragi. Da una parte la legittimità della lotta partigiana e dall’altra la collaborazione fascista verso le forze di occupazione sono date per scontate, ragione e frutto della guerra. Tuttavia la situazione è assai singolare: gli Inglesi si accertano della «attendibilità» dell’esecuzione della strage, interrogando proprio alcuni fascisti, i quali testimoniano che i motivi della strage stessa vanno cercati nell’operato dei Partigiani, la cui presenza e azione Crawley in qualche modo ritiene legittima.

In seguito ci si domandò quanta consapevolezza i Partigiani avessero delle conseguenze delle proprie azioni, così come si giudicò il comportamento di coloro che, oltre ogni responsabilità sulle stragi, indicarono ai Tedeschi la provenienza da questi paesi dei Partigiani. Nelle contrapposte valutazioni etiche del comportamento dei vari soggetti, la popolazione finì spesso per essere vista come innocente e in balia della violenza della guerra. In realtà la considerazione di una molteplicità di attori in gioco non può essere usata per livellare le esperienze e ricondurre le scelte individuali alla ferocia della guerra che portava a stare da una parte o dall’altra. In definitiva la complessità della scelta etica è ben rappresentata nella testimonianza di Sara Pastorini, sorella di Ivan, uno dei novantatre uccisi di Meleto: «Io credo che i Partigiani di questo eccidio abbiano le loro colpe: intanto a Meleto circa una settimana prima della strage catturarono due tedeschi, li portarono su al monte e si dice che li abbiano uccisi, e non solo quelli, ma nella zona nostra sembra che siano stati una decina. Mio cugino Loris Panichi anche lui faceva parte del gruppo di Partigiani e ci raccontava: ”Quella mattina quando si cominciò a vedere il fumo a Meleto, per primo fu quello del Morelli (a Masseto, NdC). Io volevo scendere a difendere, ma ero solo, nessuno mi volle seguire; forse se si fosse scesi subito un po’ di uomini si potevano salvare”. Loris un po’ di mesi dopo fu ucciso a Bologna: era andato insieme ad altri al fronte di liberazione».[8]

Riguardo alle azioni dei Partigiani tra la fine di maggio e il mese di giugno del 1944 contro tedeschi, Crawley sembrò tener conto solo della banda denominata III Compagnia “Chiatti”, comandata da Nello Vannini e forte di circa 70 uomini. Infatti interrogò il comandante di quella formazione e accettò l’elenco delle azioni compiute. Non venne neanche rammentata la IV Compagnia “Castellani”, che aveva la sua base a Monte Domenichi, poco sopra San Martino, e che operava nella zona di Meleto e San Cipriano. Questa formazione aveva effettuato forse più azioni e soprattutto aveva catturato molti più militari della formazione “Chiatti”, della quale era peraltro più numerosa.

Il Comandante della Chiatti allora dichiarò:

Dalla fine di Aprile 1944, fino alla fine di Luglio 1944, sono stato il comandante di una banda di Partigiani conosciuta come 3ª Compagnia Chiatti. All’inizio avevo solo sette uomini sotto di me, ma presto questo numero crebbe fino a settanta. Noi operavamo contro le Forze Armate Tedesche nel Comune di Cavriglia. Il 23 Maggio 1944, distruggemmo sei ponti stradali nei pressi del villaggio di San Cipriano. Il 25 Maggio 1944, di nuovo a San Cipriano, attaccammo un gruppo di soldati tedeschi uccidendone tre: i rimanenti portarono via con sé i loro morti. Il 30 Maggio 1944, a Castelnuovo dei Sabbioni, catturammo un piccolo camion militare tedesco e uccidemmo uno dei due soldati tedeschi che erano a bordo. […] L’altro soldato nel camion fu ferito, ma riuscì a scappare. Noi abbiamo tenuto ed usato il camion tedesco. È ancora in nostro possesso. Il 5 Giugno 1944, di nuovo a Castelnuovo dei Sabbioni, attaccammo un veicolo militare tedesco uccidendo due soldati che erano a bordo. […] I corpi di questi due uomini furono sepolti dalla mia Compagnia in un bosco a Berce, otto chilometri da qui. […] Noi abbiamo trattenuto ed usato anche questo veicolo tedesco ed è ancora in nostro possesso. Il 12 Giugno 1944, a Castelnuovo disarmammo la Polizia Militare Italiana che lavorava per i Tedeschi. Il 25 Giugno 1944, a Radda in Chianti, circa dieci chilometri da qui, attaccammo tre veicoli tedeschi contenenti soldati, uccidendone tre. Penso che essi appartenessero al Reggimento delle SS. I rimanenti soldati portarono via i morti. Noi ci sciogliemmo alla fine di Luglio 1944, quando le truppe Alleate occuparono questa zona.[9]

Secondo Emilio Polverini le azioni furono molto più numerose tanto da far pensare ad un territorio caratterizzato da una forte presenza e una continua attività partigiana che lo rendeva estremamente pericoloso per i Tedeschi. Il resoconto di Vannini è sicuramente parziale, in un certo senso reticente e forse anche impreciso nelle indicazioni delle date. La distruzione del ponte di San Cipriano, ad esempio, non ostacolò il trasporto della lignite poiché, già da qualche tempo, non veniva più spedita per mancanza di mezzi di trasporto e, da quanto si evince dal Report e dalle Dichiarazioni, ai Tedeschi ciò non impedì un agevole movimento.[10] Al tempo stesso, sempre secondo lo storico locale, molto più grave deve essere stata la distruzione, da parte della Compagnia Chiatti, avvenuta il 12 Giugno 1944 presso Badia Coltibuono, vicino a Cavriglia, di 4 autocisterne cariche di benzina destinata ai carri armati che operavano nell’ormai vicino fronte di guerra, azione che sarà ricordata più volte con orgoglio nelle commemorazioni resistenziali.

Quando la mattina del 3 luglio il Tenente Danisch cercherà informazioni circa i Partigiani che avevano compiuto le azioni di disturbo, distruggendo ponti e ucciso soldati, parve essere evidente che la presenza di questi reparti dovesse essere messa in relazione al protagonismo partigiano. Quello che non si poteva sapere era se il ruolo della Wachkompanie fosse stato autonomo o di cerniera tra gli alti comandi concentrati in quella zona del Valdarno e la volontà punitiva che il comando divisionale della Hermann Göring stava mettendo in atto.

 

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Il “tedesco fiorentino”

 

La mattina seguente l’arresto dei tre meletani, a Santa Barbara, dove a causa di violenti bombardamenti la maggior parte della popolazione ha da tempo lasciato il paese praticamente deserto, viene catturato e portato presso le case de Le Carpinete di San Cipriano uno sfollato di San Giovanni Valdarno, Paolo Verzetti, insieme ad un altro sconosciuto. Probabilmente, alla luce delle modalità investigative che la stessa Wachkompanie mise in atto a Reggello con i prigionieri di Pontifogno, lo sconosciuto doveva essere un collaboratore a seguito dell’esercito con il compito di cogliere notizie tra gli ostaggi, e nessuno di loro infatti sarà in grado di riconoscerlo.[11]

La presenza di “interpreti” in uniforme militare e spie civili che collaborano con i tedeschi fu un problema assai controverso, perché testimoni e superstiti crederanno di riconoscere collaborazionisti e fascisti del posto giudicando il loro crimine più odioso di quello degli stessi tedeschi. La loro identificazione però fu sempre incerta e si fondava soprattutto sulla considerazione che fosse impossibile ai tedeschi colpire i paesi che avevano dato asilo o aiuto ai Partigiani, senza la conoscenza di luoghi che solo gli Italiani potevano avere. Furono le testimonianze degli scampati e delle donne di Meleto a dare elementi abbastanza precisi sulla presenza di veri e propri collaborazionisti.

La presenza dell’italiano, probabilmente fiorentino, nella Wachkompanie a San Cipriano, testimoniata dai civili catturati e dagli abitanti del piccolo paese, non fu un caso isolato. Ma quanti erano «gli Italiani»? E questi erano sbandati che cercavano protezione nelle fila dei tedeschi oppure si può parlare di un gruppo compatto di fascisti della zona? Nell’Inchiesta inglese indicazioni molto labili e poco probanti si hanno per Castelnuovo, mentre a San Martino più testimonianze concordarono su un uomo venticinquenne, «capelli neri, occhi neri, carnagione abbronzata», di cui spiccava l’accento meridionale. A Meleto Ricciotti Gambassi fu l’unico a parlare di «un Maresciallo» nell’aia Pasquini, che «parlava bene un italiano con accento fiorentino» e la descrizione fisica data differiva da quella dell’interprete di San Cipriano, anch’esso indicato come «fiorentino» ma mai segnalato come sottufficiale. Poco più distante da quest’aia Maria Rossini e Gigliola Casini parlarono di un soldato che padroneggiava «perfettamente l’italiano» tanto da far loro pensare a «un Italiano in uniforme tedesca». Nella parte alta del paese Ginetta Quartucci, Cesarina Camici e Ugo Mulinacci, sentirono un soldato pronunciare «in perfetto italiano» ordini di evacuazione del paese e affermazioni che gli abitanti «erano tutti Partigiani». La descrizione fisica che loro diedero è concorde ed è ulteriormente diversa da quella che in un’altra parte del paese Odilia Camici e Nella Panicali diedero di un altro uomo che parve loro un italiano vestito con uniforme tedesca, «alto circa m. 1,80 [che] aveva dai 35 ai 40 anni, i capelli neri, carnagione scura, naso grosso e labbra piene». Altre testimonianze ancora parlarono più genericamente di ordini impartiti in «italiano corrente» o «in buono italiano».[12]

Anche quando le descrizioni parlano chiaro e sono concordi, riconoscere un italiano porta a interrogativi e fraintendimenti molto più grandi che dare una descrizione di un soldato o di un Ufficiale tedesco. A questo proposito Emilio Polverini ha scritto:

Penso che la presenza di questo soldato tedesco [l’interprete fiorentino] abbia molto contribuito a diffondere fra la gente la convinzione della presenza di Italiani nei reparti che effettuarono i rastrellamenti e gli eccidi. (…) In seguito, questa convinzione si consolidò sempre di più: infatti nelle interviste, effettuate molti decenni dopo, tanti testimoni si ritengono in grado di affermare che c’erano parecchi Italiani insieme ai Tedeschi il 4 luglio 1944. Anzi, qualcuno si dice certo di averne riconosciuta l’identità. Ma, salvo il caso di Ivario V. (caso del tutto particolare), la presenza di Italiani non è mai stata confermata da prove certe; anzi, di alcuni Fascisti sospettati fu dimostrata la loro assenza dalla zona. D’altra parte è chiaro che veniva notata infinitamente di più la presenza di un Tedesco “che parlava fiorentino” che la presenza di altri che parlavano soltanto in tedesco o “in italiano stentato”. Bisogna anche tener presente che, in un gruppo di soldati tedeschi, quando ce n’era la necessità, chi parlava o dava ordini alle persone del luogo era quasi certamente quello che parlava l’italiano meglio di tutti.

Qui, pur di fronte a testimonianze assai precise e inequivocabili, l’uomo, indicato come il «soldato tedesco (…) che parlava l’italiano meglio di tutti», diviene un improbabile «Tedesco “che parlava fiorentino”». Questa espressione a dire il vero era stata usata da una donna di San Cipriano, Diva Sbardellati, ma a noi sembra più logicamente da intendere come «un uomo (che appariva) un Tedesco (ma) che parlava fiorentino», perché è chiaro che uno straniero può parlare con proprietà l’italiano usando anche espressioni o inflessioni vagamente dialettali ma non al punto di essere scambiato per il parlante di una forma dialettale. D’altronde il maldestro tentativo di camuffamento di “fascista convinto” è dimostrato proprio dalle confidenze che egli fece alla donna: l’uomo, dall’apparente età di trentaquattro anni, disse di essere nato in Germania ma «di vivere in Italia da 20 anni», cercando di giustificare in modo un po’ rimediato sia il plateale accento che la sua uniforme “non italiana”. Non si tratta di sminuire l’autonomia operativa dei tedeschi, i quali non avevano certo bisogno di sostegno “militare” italiano, ma resta il fatto che la presenza di questo «personale italiano», come lo chiamò Crawley, non può essere ignorata o negata all’evidenza.

 
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Interrogatori a San Cipriano

 

Poco dopo l’arresto del Verzetti, Lombardini fu interrogato da Danisch sempre alla presenza del soldato “interprete”. A Lombardini fu chiesto se egli volesse guidare i Tedeschi verso i nascondigli dei Partigiani e fu minacciato di fucilazione se non avesse acconsentito.

Fui mandato di fronte a un Ufficiale tedesco in una stanza [vicina a quella] nella quale avevo trascorso la notte precedente. Per mezzo dell’interprete, questo Ufficiale mi fece le seguenti domande: (1) Conosci i nomi dei Partigiani che hanno distrutto i ponti in questa zona? (2) Condurrai i nostri soldati nei nascondigli dei Partigiani sui monti? Mi fu detto dall’Ufficiale che se io accettavo di accompagnare i soldati contro i Partigiani, mi sarebbe stato permesso di andarmene libero. Se non accettavo di far ciò, sarei stato fucilato. Io allora dissi all’Ufficiale che non conoscevo nomi di Partigiani né i luoghi dove erano nascosti: quindi, se desiderava fucilarmi, poteva ben farlo. A quanto pare fu persuaso poiché fui riportato nella stanza da dove ero stato preso.[13]

L’interrogatorio sembra non portare a niente e una volta che il Lombardini avrà detto di non possedere le informazioni richieste gli sarà permesso di ritornare nella stanza dove aveva trascorso la notte. Dal racconto, sebbene vi sia una minaccia di fucilazione, l’interrogatorio non pare particolarmente duro e drammatico: niente a che vedere ad esempio con quanto stava subendo Ivario V. a Terranuova o con i metodi brutali del Capitano Heinz Barz della Feldgendarmerie Hermann Göring a Villa Carletti presso Monte San Savino. Soprattutto non si capisce perché quel mattino di lunedì al suo interrogatorio non fece seguito quello degli altri ostaggi, i quali riferiranno che il Lombardini disse loro di non aver «fornito alcuna informazione ai Tedeschi a proposito dei Partigiani». La dinamica risulta un po’ strana perché solo nel tardo pomeriggio di mercoledì saranno convocati tutti insieme per essere rilasciati e venire informati che erano stati uccisi dei civili italiani perché «i Partigiani avevano distrutto parecchi importanti ponti nella zona». L’Ufficiale si premurò di dire che era rimasto molto compiaciuto per un’informazione che aveva ottenuto.[14]

In realtà Fulvio Pasquini, un giovane di Meleto catturato dagli uomini di Danisch vicino a San Martino di Pianfranzese la mattina del 4 luglio, ricordava al contrario che quel «tardo pomeriggio i tedeschi ci chiamarono uno alla volta e con la pistola puntata ci interrogavano sui Partigiani, [e] volevano sapere dov’erano e cosa sapevamo di loro; ma lì nessuno parlò, poi io e mio fratello eravamo giovani, non sapevamo [effettivamente] nulla. Poi ci mandarono via e ci dissero: “Andate via e non vi fate riprendere, perché la prossima volta vi ammazziamo”».[15] D’altronde a cosa sarebbero servite queste detenzioni? Certamente i loro intenti investigativi sembrano volti più alla conoscenza della possibile reazione partigiana durante e dopo gli eccidi già programmati ed è verosimilmente da escludere che siano state carpite notizie per mettere in atto l’eccidio. Le catture infatti furono o apparentemente del tutto casuali (Meleto) o compiute quando gli eccidi erano già stati consumati San Martino).[16]

Il comportamento di Danisch rispetto agli ostaggi alla fine ha degli aspetti che possono apparire illogici, tanto da essere considerato ora il coordinatore delle stragi ora colui che si defila dallo «sporco lavoro», mentre in altri momenti è colui che rivendica le uccisioni e in altri infine sembra «lavorare ai fianchi» dell’operazione con il compito di trovare un movente post factum delle stragi; così come l’esclusione paradossale, che è anche una “salvezza”, di coloro che vengono catturati e sono prigionieri mentre si compie la strage, genererà una serie di sospetti tra i sopravvissuti facendo supporre l’esistenza di una qualche verità più nascosta.[17] Sicuramente rimane difficile trovare corrispondenze tra i numerosi episodi di strage in Italia con il trattamento degli ostaggi per le stragi di Meleto e Castelnuovo dei Sabbioni e queste costituiscono purtroppo un’eccezione e non la regola e la brutalità delle unità militari tedesche non sempre fece distinzioni tra uomini e donne, anziani e bambini, ostaggi civili e Banditen. Tuttavia questa discrasia è probabile che appaia tale perché il compito di Danisch è quello di tenere il collegamento tra comando d’Armata, da cui dipendeva direttamente, e la Divisione Hermann Göring che aveva il compito attuativo della strage: questo portò da una parte a mansioni del tutto secondarie in termini di uccisioni ma assai particolari nel permettere che gli eccidi avvenissero senza che si generassero scontri con i Partigiani. Sta di fatto che l’indomani gli interrogatori degli ostaggi di Meleto, Danisch sapeva bene dove trovare i ribelli, ma, come vedremo, a differenza di una qualsiasi Alarmeinheiten i compiti della sua Compagnia non contemplavano in senso stretto uno scontro diretto con i Partigiani.

 

Automezzi tedeschi pieni di lavoratori

 

Alla fine di giugno Santa Barbara è un paese fondamentalmente disabitato a seguito dei bombardamenti alleati. Per la sua vicinanza alla linea ferroviaria che collega la zona delle miniere a San Giovanni è divenuto un obiettivo di continui attacchi aerei inglesi. La sua struttura un po’ da villaggio caserma con tanti piccoli edifici allineati a schiera aveva permesso nell’aprile dello stesso anno l’insediamento di un distaccamento di circa 100 agenti in divisa della GNR di Modena. Se doveva servire una base di appoggio per l’operazione del 4 luglio, Santa Barbara apparve come la sede ideale perché permetteva a numerosi soldati di occupare le abitazioni senza dover coabitare o estromettere gli abitanti del posto. Anche se non possiamo dire che il compito della Wachkompanie sia quello di preparare l’arrivo dell’Alarmkompanie o delle truppe dei Pionieren della Hermann Göring, gli uomini di Danisch trovando il Verzetti nella propria casa gli chiesero perché non era al lavoro come se la loro aspettativa fosse quella di trovare un paese completamente vuoto.

Verso le 19,30 della stessa sera, quando diversi automezzi militari pieni di soldati tedeschi entrarono nel villaggio di Santa Barbara, Angiolo Biloghi, che abitava in una casa poco distante, vide le truppe arrivare e occupare gli appartamenti del cosiddetto “blocco degli impiegati” posto al lato più ad est del paese, dove viveva il suo amico Bruno Sabelli, sorvegliante delle Miniere.[18] Un altro impiegato delle Miniere, Libero Bertoldi, che occupava un appartamento a pianterreno dello stesso edificio del Sabelli, al suo ritorno a casa nella notte trovò la piazza antistante piena di automezzi.[19] Infine lo stesso Sabelli aveva osservato dalla sua finestra i soldati scendere dai loro rispettivi veicoli e divisi in piccoli gruppi occupare immediatamente vari appartamenti. Furono questi tre uomini di Santa Barbara a testimoniare l’arrivo dei famigerati soldati e il Bertoldi, costretto a subire la presenza anche nella propria abitazione che usarono come mensa, notando «l’insegna Hermann Göring sulla parte bassa delle maniche delle giacche che essi indossavano» eviterà qualsiasi contatto con loro perché dichiarerà di aver avuto «veramente paura di questi Tedeschi». Il Sabelli invece fu costretto a entrare in rapporti con alcuni di loro e in particolare con il Maresciallo Rudolf Fräulein che risulterà appartenere alla 4a compagnia del Fallschirm-Panzer-Pionier Hermann Göring. Anche il Maresciallo chiese subito al sorvegliante delle Miniere perché fosse rimasto nell’edificio mentre i rimanenti inquilini lo avevano abbandonato. L’uomo si giustificò facendosi credere il guardiano di quell’edificio.

 

note:

 

[1] Cfr le testimonianze di Ugo Mulinacci e Vinicio Ermini in PMNSC: 207-11 e 224-32.
[2] Anche per queste voci nel tempo si sospettò dei reparti della Brandenburg. Questo reparto di forze speciali esperto nella lotta anti-partigiana, con cui collaborava il battaglione fascista M “9 settembre”, fu presente in Valdarno ma probabilmente operò sul versante del Pratomagno, dove è ritenuto responsabile della rappresaglia di Ponte Orenaccio presso San Giustino il 6 luglio (Schreiber 1996; tr. it. 2000: 186 e Gentile 2006: 225).
[3]  Testimonianza 18 di Lina Riccesi in R4L1944. La testimonianza di Onorari si trova in Secciani 1999.
[4] Dichiarazione del 24 Ottobre 1944 di Livio Lombardini in PRO: 94-95.
[5] Dichiarazione di Lorenzo Fabbrini cit..
[6] Dichiarazione di Omero Quartucci cit..
[7] Si noti che Verzetti conosceva bene le lingue per il suo lavoro d’interprete e al suo arresto era presente un «soldato con accento fiorentino in uniforme tedesca»: «mi fu allora ordinato di vestirmi e di accompagnarli senza darmi nessun tipo di spiegazione», Dichiarazione 80 del 24 Ottobre 1944 di Paolo Verzetti in PRO: 100-102.
[8] Vedi in R4L1944.
[9] Dichiarazione di Nello Vannini cit..
[10] Secondo Boris Gatteschi il ponte di San Cipriano fu fatto saltare per impedire ai Tedeschi di portare via i macchinari delle miniere e fu proprio lui a trasportare i Partigiani e l’esplosivo con un piccolo camion. Cfr. Intervista a Boris Gatteschi del 22 febbraio 2001 di D. Priore in AEP.
[11] «Poco prima che arrivassimo a San Cipriano, il Maresciallo fermò un giovane civile italiano che stava camminando verso Santa Barbara, costringendolo ad accompagnarci a San Cipriano» (Dichiarazione 80 di Paolo Verzetti cit.). Il sospetto che si trattasse di un infiltrato lo si evince anche dalla testimonianza di Fulvio Pasquini (testimonianza n. 29 in R4L1944).
[12] Si vedano ad esempio le Dichiarazioni di Annunziata Forasti e Armanda Brogi. Ovviamente anche per Castelnuovo esistono testimonianze al di fuori del Rapporto Crawley che dicono di «qualche “Tedesco” che parlava l’italiano come gli Italiani» (ad esempio l’intervista di Priore e Polverini a Nello Vannini del 18 maggio 1994, in AEP). Per San Martino si fa riferimento a Giuseppe Bruno, Giorgio Capitani, Derlindo Bucchi e Don Giuseppe Cicali. Per Meleto si sono considerate le testimonianze di Ricciotti Gambassi, Maria Rossini, Gigliola Casini, Ginetta Quartucci, Cesarina Camici, Ugo Mulinacci, Odilia Camici, Nella Panicali. Boni (CLC: 159-68) riporta anche alcuni passi del Liber Chronicon di Don Giovacchino Meacci, che testimonia quanto sull’argomento il parroco seppe dai paesani. Sul concetto in generale di “guerra civile” e sulla prevalenza quindi dell’odio verso i fascisti rispetto a quello contro i tedeschi, si veda Pavone (1991: 266-80).
[13] Dichiarazione di Livio Lombardini cit..
[14] Dichiarazione di Omero Quartucci cit..
[15] Testimonianza n. 29 in R4L1944.
[16] Per lo stesso Crawley, a proposito di San Martino, la cattura degli ostaggi era la «dimostrazione che Danisch non aveva una prova sicura dei Partigiani di San Martino e [che] le tre vittime non erano state uccise perché essi erano stati riconosciuti Partigiani» (PRO:  35).
[17] Vinicio Ermini, ad esempio, era convinto che due dei tre catturati sarebbero stati tra i tedeschi invitando la popolazione maschile a radunarsi in piazza per essere portati al lavoro: affermazione priva di qualsiasi fondamento ma non così paradossale da aver impedito il proliferare di una diversa narrazione possibile (PMNSC: 208). D’altronde, se poco prima la partenza verso i luoghi di strage i soldati di Santa Barbara dimostreranno di non conoscere l’esatta topografia di Meleto, sembrerebbe che gli interrogatori della Wachkompanie non fossero “commissionati” dagli esecutori.
[18] Dichiarazione del 3 Novembre 1944 di Angiolo Biloghi, indicato erroneamente con il cognome Bilochi, in PRO: 108.
[19] Dichiarazione di Libero Bertoldi cit..

 

© Francesco Gavilli

Una strage ~ 5. I Tedeschi: il ruolo della Wehrmacht e il Tenente Danisch

 

Se l’Unità del Tenente Wolf era un reparto addestrato per la repressione partigiana e capace di eseguire uccisioni di massa, con i movimenti di reparti di soldati posti a protezione degli alti comandi della LXXVI Panzerkorps attorno a San Giovanni e San Cipriano s’incrocia quella parte della Wehrmacht che mantenne un atteggiamento fortemente ambiguo tale da determinare una lettura distorta del suo stesso livello di responsabilità. Per comprendere il suo ruolo dobbiamo rinunciare all’idea schematica che vuole una parte dell’esercito capace di compiere ogni tipo di violenza ed efferatezza accanto ad un’altra più “normale” e umana, addirittura vittima essa stessa di una situazione generale.[1] L’abbandono di una visione semplicistica forse finirà per ridimensionare una facile retorica che nel definire le stragi “nazifasciste” come frutto dell’incontro della parte impazzita della Germania con la definitiva implosione autodistruttiva repubblichina italiana, cerca di risolvere molti problemi nominalmente ma lascia scoperti altri punti oscuri. Infatti, se la motivazione che è alla base della capacità a compiere una strage va cercata sicuramente nel suo carattere ideologico fascista, quella definizione non è in grado da sola a disegnare tutta la complessità di un evento. L’intreccio di un insieme di comportamenti fatti di manifeste intenzioni, astuta misura, falsa inesorabilità e calcolata impotenza produsse una strategia di supporto agli esecutori che colpirono e vollero dare l’impressione di dileguarsi nel nulla poco dopo. I camerati che invece rimasero per terminare la distruzione degli impianti minerari e i “custodi” degli ideatori continuarono il loro lavoro improntato a uno spietato giustificazionismo militare e alla burocratica applicazione di procedure amministrative e militari. Se la Wehrmacht quindi fu anche un luogo dove potevano convivere e scontrarsi tendenze concomitanti e opposte, fatte di articolazioni giurisdizionali diverse, personalismi e competizioni tra più attori, discrezionalità e pilatesche non competenze, non si può affidare la strage ad una mera azione militare vissuta dagli uni come un’inevitabile conseguenza della guerra da altri come la manifestazione di un incomprensibile comportamento subumano. Paradossalmente in entrambi i casi divenne conseguente imputare le colpe solo al Fascista italiano o viceversa al Partigiano, mentre la responsabilità tedesca rimase tutta relegata nell’ineluttabilità infernale di una pulsione psichica «nazista».

Uccidere in modo sistematico con le armi e il fuoco quasi duecento uomini di ogni età e di ogni condizione di salute, in un’azione brutalmente elementare senza resistenza e senza la pur minima attesa di una risposta militare, in un periodo di tempo ristretto di due ore, mentre altre due sono servite a circondare i paesi e rastrellare gli uomini e altre sei sono state dedicate al saccheggio delle case, richiede una motivazione particolare e diversa, ad esempio, da quella necessaria all’azione antipartigiana dell’8 luglio, nella quale vi sarà una preparazione incerta di accerchiamento di un nemico armato nel proprio territorio e molto motivato a vendicare i propri compaesani. Se qui la motivazione è già inscritta nella partecipazione alla guerra e la condizione militare “giustifica” il proprio comportamento, nell’eccidio di massa la metamorfosi del «passaggio all’atto verso l’abisso (…) comporta uno sprofondare progressivo, particolarmente complesso che coinvolge dinamiche collettive e individuali» di natura complessa. Allora concentrarsi tutto sull’epopea delle vittime, come racconto martirologico e sguardo estetizzante, o sulla strategia militare, come motivazione razionale, certa e deterministica, ci fa perdere di vista il momento della messa in pratica di un atto violento.[2]

Contemporaneamente tutto quello che serve a preparare prima e giustificare dopo la strage non può essere considerato solo il supporto reso necessario da una situazione di guerra. Ci riferiamo alla subdola perlustrazione e alle rassicurazioni date nei giorni precedenti, alla posa delle mine nelle miniere, alle fotografie che furono fatte da altri reparti il giorno successivo a Meleto, alla banalizzante giustificazione a posteriori (i ponti fatti saltare dai Partigiani o le stesse uccisioni di camerati mai specificate). Individuare nella componente ideologica nazista la differenza tra “feroci esecutori” e militari “normali”, con i soliti inarrivabili ideatori, alla fine «diventa uno dei pochi elementi ai quali aggrapparsi per restituire un senso agli eventi» (Fulvetti 2006 : 80).

Tutti i movimenti di truppe nel Valdarno che accompagnano e si sovrappongono al tempo della strage vivono di questa doppiezza interpretativa, drammaticamente colta dal Sergente Maggiore Crawley, per il quale la loro presenza nel territorio poteva incrociare casualmente l’attività stragista quanto esserne fondamentale supporto strategico. Quest’ambiguità di comportamento si condensa nella figura di un freddo ufficiale, quasi un “burocratico funzionario militare”, il Tenente Danisch, comandante di un corpo di guardia nel cuore del territorio colpito dagli eccidi.

 

 Döenitch – Danisch

 

 Soldati di una Feldgendarmerie Luftwaffe

 

Il 3 ottobre 1947 sul giornale Toscana nuova apparve un articolo di Leopoldo Paciscopi, un giornalista nato nella stessa zona mineraria a La Vampa e in seguito divenuto studioso del cinema muto e pittore, il quale aveva appreso i particolari sull’eccidio di Meleto dai suoi vecchi compaesani. Scrisse il Paciscopi: «… Le ra­gioni della strage e dell’incendio del 4 luglio forse nemmeno il capitano Döenitch saprebbe spiegarle. Egli sapeva solo che il comando diceva di uccidere, di non avere pietà; egli sentiva per questa gente, che non comprendeva e non voleva combattere per il “nuovo ordine” nazista, un fe­ro­ce odio. Per questo, e non ci sono altre spiegazioni, il camion ripartì dalla sede del distaccamento di Santa Barbara della Divisione Hermann Goering, e Meleto ne riconobbe il suono su per la salita ed ebbe paura…».

Il drammatico racconto riletto a distanza di decenni ci pone la difficile domanda su come sia stato possibile dimenticare l’identità dei Reparti e addirittura il nome di un ufficiale percepito allora come il Comandante degli esecutori. Quello che noi oggi crediamo essere una «reale cronaca dei fatti» bisognosa solo di essere svelata e ricostruita contro la deformazione dell’«ideologia politica» (Boni 2007:  42) in realtà non se ne stava nascosta in documenti segreti o in confessioni mai rese note, mentre il silenzio e la rimozione di quel ricordo rimane uno degli aspetti inspiegabili di questa vicenda al cui interrogativo difficilmente la storiografia da sola potrà dare risposta. Non esiste, infatti, un fattore repressivo esterno volto a occultare reperti storici formalizzati come il racconto di un giornalista raccolto tra la popolazione del paese colpito. D’altronde quello che si chiama «ideologia politica», evidentemente intendendo con questo l’uso che il Partito Comunista avrebbe fatto della vicenda, avrebbe avuto solo da guadagnare dall’identificazione dei responsabili.

Il giornalista in realtà nella sua cronaca riportò con inesattezza alcuni dati: il nome dell’Ufficiale non era Döenitch ma Danisch e non faceva parte della Hermann Göring, ma era a comando di una compagnia di guardia (Wachkompanie) del Comando del LXXVI Panzerkorps. Inoltre le prove raccolte dagli inglesi sembrano attribuirgli il grado di Tenente e non quello di Capitano. Riguardo l’errata attribuzione del Capitano/Tenente ad una Divisione piuttosto che ad un’altra, si può spiegare con il fatto che Santa Barbara, dove alloggiarono alcune truppe della Hermann Göring a partire dalla sera del 3 luglio, si trova a poche centinaia di metri dalla abitazione di San Cipriano occupata dalla Wachkompanie di Danisch fin dal 29 giugno e questo può aver indotto a ritenere le due unità della medesima Divisione. D’altra parte, pare proprio che il Paciscopi abbia riprodotto erroneamente il nome, la cui pronuncia (Döenitch/Danisch) in realtà avvicina, perché l’Ufficiale lasciò diverse tracce della sua “vera” identità: infatti, firmò un documento di rilascio degli ostaggi di Meleto e lasciò la propria foto con una gentile dedica ad una donna di Reggello. Soprattutto, essendo consuetudine scrivere o appuntare sulla porta il nome dell’Ufficiale per facilitare il lavoro delle staffette, a San Cipriano il Sergente Maggiore Crawley fotografò una scritta ancora visibile dopo alcuni mesi, «a faint inscription», dove si leggeva il nome Danisch (PRO Report: 37).

Questa serie di errori tuttavia non sminuisce il valore di quella memoria la quale ci fa riflettere sul fatto che un Ufficiale, destinato chiaramente in seguito ad essere sospettato di far parte dell’organizzazione della strage di Meleto e San Martino, abbia lasciato tracce della propria presenza e attività in modo così evidente e plateale a fronte di un comportamento assai particolare e riservato. La sua corresponsabilità, infatti, è fuori ogni ragionevole dubbio, ma più arduo è stabilire quale fu il suo effettivo ruolo, la cui comprensione, infatti, ci restituirebbe un quadro più chiaro sul funzionamento della strage.

 

La protezione degli alti comandi

 
Reggello (Fi)

Reggello (Fi)

 

Secondo Boni, Danisch, alla luce del suo comportamento nella mattina del 4 luglio, è sicuramente «uno dei responsabili organizzativi nell’esecuzione della strage», con il compito, grazie forse a una propria geniale pensata, di «bloccare con un espediente i Partigiani, lasciando il compito più crudo (…) agli altri uomini dei reparti Hermann Göring». Anche per gli Inglesi Danisch ovviamente è uno degli Ufficiali più coinvolti nella strage per manifesta attività antipartigiana, per la presa in ostaggio di abitanti di paesi soggetti a eccidi e perché gli uomini di San Martino sarebbero stati uccisi «presumibilmente» dai suoi soldati. Tuttavia non è così semplice definire questa responsabilità organizzativa né, come vedremo, è certo che siano stati i suoi soldati a uccidere a San Martino (Boni 2007: 207 e PRO, Scheda segnaletica di Danisch).

Dovremo saltare a piè pari tutta la cronaca del 4 luglio e riflettere su quello che avvenne due settimane dopo. Una rilettura attenta del comportamento di questa Wachkompanie e l’analisi delle successive azioni a Reggello, dove i comandi del LXXVI Panzerkorps partiti da San Cipriano si diressero, ci restituisce infatti un quadro più complesso. Sempre secondo Boni, i soldati si dirigono a Reggello «con l’ordine di eseguire lo stesso eccidio» ma le informazioni lì ottenute non sarebbero state «abbastanza convincenti» a compiere altre stragi (2007: 248). Di nuovo si presuppone una “pulsione di morte” alla base del comportamento tedesco tale da meritare la rassicurante definizione di nazista. Purtroppo l’attività di questi militari in quella zona non è chiara e ci troviamo di fronte, più che a uno spietato decisionismo, a un continuo stop and go.

Lasciati San Cipriano e villa Cetinale il 12 luglio, il personale del LXXVI Panzerkorps, con la Wachkompanie del Tenente Danisch, si diresse a Reggello. Lo stesso Stato Maggiore stabilì il suo Comando a Villa Capanni, di fronte all’alloggio di Danisch, dove fu identificato un Ufficiale tedesco, il Maggiore Hildebrandt, come Staff Officer G. 2 del LXXVI Panzerkorps. Immediatamente, quello stesso giorno, due italiani in abiti civili, uno dei quali forse proprio un soldato interprete «con accento fiorentino», protagonista a San Cipriano che qui si faceva chiamare Franco o Franz, convinsero un certo Gastone Sottani ad accompagnarli alla base dei Partigiani a Monteacuto, raccontando di essere in fuga da Meleto dove i soldati tedeschi avevano ucciso un gran numero di civili. L’uomo accompagnò per un tratto di strada i due per poi dirigersi a Pontifogno dove allora dimorava. Con questo pretesto il mattino seguente furono catturati circa quaranta persone di Pontifogno, donne e bambini inclusi, perché sospettati di essere sostenitori dei Partigiani e condotti a Santa Tea, sede della Feldgendarmerie. Al Sottani fu contestato di aver indicato ai falsi fuggiaschi i nascondigli dei Partigiani. La cattura di civili in ostaggio – come era avvenuto a Meleto – anticipa il trasloco, il 15 luglio, di varie Unità militari a Reggello. Il Generale Heidrich, infatti, prese dimora a Villa Poggio Adorno (Reggello) dopo aver lasciato Renacci presso San Giovanni, mentre il Comandante dell’11 Panzer Regiment HG che si trovava a Cavriglia informò la proprietaria della casa dove alloggiava che si stavano dirigendo proprio a Reggello.

Comunque sia, i civili furono interrogati da Danisch, ma vennero poco a poco tutti liberati ad eccezione di quattro italiani e alcuni inglesi già prigionieri di guerra. Negli stessi giorni, il Podestà di Reggello, Giovanni Grifoni, fu convocato a Santa Tea da un Generale tedesco, indicato misteriosamente come «K. K.». Il Podestà, allarmatosi, aveva portato con sé anche il Segretario Comunale, il quale parlava corren­temente il tedesco. Qui in realtà un Colonnello, chiamato dai suoi soldati Obergherichtsrat (un Consulente Legale delle Autorità Militari), li informò che era troppo tardi per incontrare il Generale, ma li avvertì che se i Partigiani non cessavano di uccidere i soldati Tedeschi, sarebbero stati costretti a uccidere «tutti i civili di Reggello». Alla richiesta del Segretario Comunale di liberare i civili presi in ostaggio perché innocenti, il Colonnello rispose: «Questa cosa non è in mio potere, dipende da un altro Comando». Lasciata Santa Tea il Podestà e il Segretario Comunale proseguirono per Villa Capanni, dove il Maggiore Hildebrandt li informò che tutti gli ostaggi erano stati liberati, ad eccezione di due uomini condannati a morte. Ancora il 17 luglio Danisch fece chiamare il parroco perché assistesse uno dei due prigionieri che sarebbe stato fucilato, mentre l’altro sarebbe stato portato a Firenze. In realtà il condannato a morte riuscì a fuggire proprio quando i Tedeschi stavano lasciando Reggello e dopo pochi chilometri, a Vallombrosa, furono liberati anche i prigionieri inglesi, mentre l’unico uomo rimasto in mano loro, una volta condotto all’Ufficio Reclutamento Lavoro di Firenze, fu sottoposto a visita medica, con l’intenzione di spedirlo a lavorare in Germania, ma trovato in cattiva salute fu rilasciato con un «certificato d’inabilità»!

Come si vede, se non mancò l’occasione di un altro eccidio, il comportamento tenuto a Reggello fa pensare piuttosto che l’attività di questa Wachkompanie in quei giorni cercasse di impedire l’intervento dei Partigiani in concomitanza dell’arrivo di stati maggiori d’armata o di divisione e i prigionieri civili avevano solamente una funzione di deterrenza. Proprio poche settimane prima in una zona prossima ad Arezzo i Partigiani della XXIII brigata Garibaldi “Pio Borri” avevano fatto prigioniero il colonnello von Gablentz, responsabile del Korüch 594 (Comando delle retrovie della X Armata), e il suo rilascio costò ai Tedeschi la liberazione di molti ostaggi. Questo può aver indotto gli alti comandi della LXXVI Panzerkorps a mettere in atto misure preventive ogni qualvolta Ufficiali di alto grado si muovevano.[3]

D’altronde la loro partecipazione alla strage non appare mai così preminente e il loro ruolo si mantenne sempre un po’ defilato. La cattura degli ostaggi di Reggello fu addirittura più estesa di quella che era stata fatta a San Martino e Meleto, ma, seppure minacciati e condannati a morte, questi vennero poco a poco tutti liberati. Nei paesi delle stragi, se la Feldgendarmerie svolse un ruolo soprattutto a Castelnuovo di controllo della periferia del paese,[4] la Wachkompanie non è mai schierata in prima fila e ci sono forti dubbi sulla sua responsabilità delle uccisioni di San Martino. Addirittura nessun loro ostaggio denunciò in seguito un trattamento particolarmente duro per l’ottenimento d’informazioni utili all’ideazione della strage. Da un altro punto di vista però la relazione con la strage è evidente e la Wachkompanie per forza di cose dovette svolgere un compito di raccordo tra i reparti della Hermann Göring e gli alti comandi della LXXVI Panzerkorps, i quali erano chiaramente al corrente del piano dell’eccidio. Più che domandarsi se gli ostaggi siano stati fatti per approntare i piani delle stragi, dovremmo considerare le azioni diversive nei confronti dei Partigiani utili alla protezione dei Comandi: compito messo in atto in ambedue le località del Valdarno ma che solo a Reggello divenne esclusivo, anche perché la smobilitazione ormai era generalizzata ed erano assenti quei reparti “capaci” di mettere in atto un eccidio di massa. Sicuramente a Cavriglia sembra difficile che gli alti comandi, dislocati proprio nel cuore dei luoghi della strage, possano essere stati scavalcati nelle proprie decisioni da Divisioni a loro sottoposte e il Tenente Danisch da parte sua si dimostrò sempre ben informato di quanto stava succedendo, dandone argomentata spiegazione a parenti e ostaggi.

 

Una giustificazione legale alla strage

 

In tutta la storia della strage il ruolo del Tenente Danisch riflette una duplicità di comportamento conforme all’ambiguità di quei reparti che vollero nascondere o distinguere le proprie responsabilità. Certamente questo rispondeva anche a una logica più strettamente militare e non può essere spiegata solo in termini psicologici: il mito del Tedesco “buono” a fronte dello spietato e sordo soldato che non è mosso a pietà o a ragionevole senso di una parvenza di giudizio discriminante accompagnò molti racconti dei superstiti. Ognuno scrutò negli occhi del soldato incrociato una gradazione di umanità, una disponibilità a “salvare” contro gli ordini ricevuti. Evidentemente nella complessa varietà dell’agire umano fu anche così, ma questo immediato e continuo «lavoro sul mito» di ciò che di umano deve esservi stato in qualcuno e che può riemergere anche nell’innominabile esecutore, non è che «un rimedio della disperazione per l’irrinunciabile bisogno di verità» (Blumenberg 1991: 86).[5] Gli esempi sono numerosi. Vinicio Ermini ricorda come la madre e le sorelle in fuga da Meleto incontrano altri soldati, denominati militari «della Wehrmacht», i quali prima aiutano le donne a trasportare le poche cose portate via da casa, poi, informati di quello che stava succedendo in paese, si meravigliano e rimangono «increduli» al loro racconto.[6] Ave Pagliazzi racconta del rientro nel paese e delle scene di devastazione delle case e degli incendi: qui addirittura un soldato tedesco aiuta le donne a spegnere l’incendio della casa.[7] Gli stessi racconti relativi agli esecutori risaltarono i segni di squilibrio e lo sgomento emotivo di alcuni di loro: il Maresciallo Fräulein pianse con un uomo di Santa Barbara perché riconobbe che i civili uccisi a Meleto erano «persone innocenti»; il Tenente Lütjens, a Poggiolo, confidò di aver partecipato alle uccisioni e che per quel “lavoro” si sentiva «stanco mentalmente»; un ragazzo dodicenne di allora ricordava come nel tardo pomeriggio vicino a Masseto un camion di soldati, che scendeva da Meleto, si fermò, per permettere ad uno dei soldati le cui «divise davanti erano tutte piene di sangue» di vomitare.[8] Anche per Crawley, il semplice fatto che il Capitano Wolf faccia ritorno il 7 luglio a Villa La Costa «molto agitato per qualcosa», diviene il segno di uno «stato mentale» non normale che lo rende sospetto di aver partecipato alla strage.[9]

Nella nostra ipotesi il compito di questi reparti, oltre l’evidente protezione dei Comandi, fu quello di trovare, certamente in modo ipocrita e ambiguo, una giustificazione “legale” alla strage più che farsi responsabili della sua progettazione e attuarla. La Wachkompanie, così come la Feldgendarmerie, si “limitò” a gestire il prelievo di ostaggi in funzione di deterrenza nei confronti dei partigiani (Meleto e San Martino) o ad azioni di supporto nella parte bassa di Castelnuovo e forse a Masseto. Tutto il comportamento di Danisch, infatti, sembra mosso da una finalità già determinata (la strage) a fronte di azioni che annunciano (la minaccia della rappresaglia) ma non sembrano portare a niente (tutti i prigionieri sono rilasciati). Le notizie ricevute dagli ostaggi possono aver dato solo giustificazione a posteriori a quanto si andava facendo o si era già fatto e l’attività rimane principalmente informativa. Così gli uomini di San Martino saranno lasciati andare con motivazioni astutamente criptiche (il “compiacimento” per una misteriosa informazione ottenuta) e agli ostaggi di Meleto, per evitare nuove catture, è rilasciato addirittura un lasciacondotto del tutto formale e beffardamente inutile.

 

Due Generali, un Tenente e un manipolo di poliziotti

 

 Generale Trangott Herr, Comandante LXXVI Panzerkorps, Aprile- Dicembre 1944

Generale Trangott Herr, Comandante LXXVI Panzerkorps, Aprile- Dicembre 1944

 

La Villa Cetinale residenza della famiglia Corsi dista dal villaggio di San Cipriano poche centinaia di metri. A sua volta, oltre una doppia curva che attraversa un torrente, si giungeva a Santa Barbara, che, come rivela il suo nome, era un villaggio di minatori. Meleto s’innalzava su una piccola collina appena un chilometro dopo e oltre ancora, di là della zona mineraria vera e propria, si giungeva a Castelnuovo dei Sabbioni. Infine salendo verso i monti del Chianti s’incontravano Massa e San Martino di Pianfranzese. Oggi le distanze si sono accorciate e una forte urbanizzazione tende a disegnare un irregolare ma unico agglomerato da Cetinale, periferia ormai di San Giovanni Valdarno, sino a Meleto. Le miniere non esistono più, mentre la ferita delle escavazioni a cielo aperto ha mantenuto intatta la distanza di allora tra Meleto e Castelnuovo. Massa è rimasta una piccola frazione tra gli ulivi, San Martino in Pianfranzese è stato distrutto e lo stesso Castelnuovo è stato abbandonato negli anni settanta per essere ricostruito in una zona sovrastante.

Questa è la descrizione di un paesaggio che è mutato non solo per accrescimento urbano ma anche per soppressioni e porzioni di territorio letteralmente scomparse. Nei primi giorni di luglio 1944 in questa piccola parte di territorio che abbiamo descritto da est verso ovest furono presenti tra gli altri alti gradi del LXXVI Panzerkorps, il comando della I Divisione dei Paracadutisti, una Feldgendarmerie, truppe del Reggimento Corrazzato della Hermann Göring e personale del Genio divisionale. È molto difficile comprendere come al processo svoltosi a Roma nel 1950 il Generale Schmalz abbia potuto convincere i giudici che gli alti comandi della Göring stessa fossero all’oscuro dei provvedimenti di rappresaglia presi dai comandi di compagnia e che addirittura a fatti avvenuti si fossero contrariati per l’eccessiva durezza usata. Nel caso dei fatti di Meleto e Castelnuovo si potrebbe dire che gli esecutori degli eccidi la fecero proprio sotto il naso di ben due Generali perché bastava loro affacciarsi dalle finestre dei loro Comandi nella villa del Cetinale o nella tenuta di Renacci per vedere le colonne di fumo nero che si alzavano dai paesi in fiamme nei dintorni, così come tutta la popolazione del Valdarno ne fu testimone.

Le testimonianze di Maria Corsi per Villa Cetinale, Osvaldo Amidei, Diva Sbardellati e Fanny Ficai per San Cipriano, descrivono l’arrivo di personale della Feldgendarmerie che a sua volta prepara quello dei comandi del LXXVI Panzerkorps e il loro permanere durante i giorni delle stragi. In particolare la Dichiarazione di Maria Corsi è il primo racconto di una vedova di una vittima del 4 luglio che incontriamo. Nella sua prima parte si susseguono arrivi di reparti di Polizia militare e alti comandi: la memoria della donna, a causa dell’invisibilità di questi alti comandi, poteva però fermarsi con precisione solo su tristi figure femminili e su «un soldato tedesco che parlava perfettamente l’italiano con accento fiorentino».[10]

Sono una donna sposata con un figlio e durante i due anni trascorsi ho vissuto [a Villa Cetinale]. Verso il 12 giugno 1944, arrivò a questa villa una sezione della Polizia tedesca. Occuparono tutte le stanze al pianterreno e mi fu ordinato di trasferirmi con tutta la mia famiglia al primo piano. Al comando di quest’Unità, vi era un Tenente, che aveva con sé un Maresciallo e circa dodici uomini. Ognuno di loro portava, intorno al collo, una catenella con una piastrina sulla quale era incisa la parola “Feldgendarmerie”. Rimasero in questa Villa fin verso il 25 giugno 1944, quando lasciarono questa zona. (…) Pochi giorni dopo che questa Polizia era partita dalla villa, venne un soldato tedesco che parlava perfettamente l’italiano con accento fiorentino. M’informò che la villa stava per essere requisita per un Generale tedesco con il suo staff. Intorno al 2 luglio 1944, arrivarono il Generale e il suo staff, e fui costretta con la mia famiglia ad andare a vivere in una casa colonica, in Caiano, a circa nove chilometri da qui.

Chi era questo Generale che due giorni prima la strage alloggia nel cuore di una zona delimitata da cartelli che indicano la presenza di Partigiani? Essendovi nella struttura piramidale del LXXVI Panzerkorps un solo Generale, è possibile sia stato il Generale Trangott Herr?[11] La presenza di un Generale del comando di corpo d’armata nel cuore del territorio della strage dimostra sicuramente l’alto livello di responsabilità della Wehrmacht per le uccisioni di Meleto e Castelnuovo. Com’è ovvio questi alti grado dell’Esercito avevano una forte riservatezza: solitamente gli stazionamenti non solo erano in tenute e ville di non facile accesso e visibilità, ma il loro trasferimento era preparato con giorni di anticipo da reparti di Feldgendarmerie che creavano una rete di protezione nel territorio circostante. Nell’Inchiesta inglese queste figure sono sempre circondate da un muro che concede loro l’invisibilità e per questo la testimonianza di Maria Corsi è eccezionale.[12]

A differenza di quanto sta avvenendo a Terranuova, dove l’esuberanza del Groner lascia tracce palesi dell’Alarmkompanie, a San Cipriano, agglomerato di case ben più piccolo, gli abitanti ebbero sporadici rapporti con i militari della Feldgendarmerie, il cui ruolo nelle testimonianze si sovrappone a quello della Wachkompanie. Secondo Osvaldo Amidei, nella cui abitazione accanto alloggiò un gruppo di soldati guidati da un Maresciallo, «non appena presero dimora, scrissero con il gesso la parola Feldgendarmerie sulla porta della casa (…) ma mantennero sempre molta riservatezza riguardo alla loro occupazione».[13] I soldati indossavano la classica catenella con una piastrina intorno al collo e la parola Feldgendarmerie incisa sopra. La casa dove presero alloggio era di Diva Sbardellati, la quale indicò in trenta il loro numero e segnalò due camion con una mitragliatrice montata sulla parte posteriore e un’automobile civile Fiat. Anche la donna affermò di non essere «in grado di dire niente di preciso circa le attività o il lavoro di questi soldati, ma so che essi parti­vano di qui con i loro camion la mattina presto» mentre non vide quasi mai il Tenente Danisch.[14] L’Ufficiale, insieme al suo autista attendente, tale Casuski, occupò, a cinquanta metri dalla Feldgendarmerie, l’abitazione di Fanny Ficai da cui si accedeva direttamente alla sua drogheria. Qui la riservatezza diventa autoritaria distanza, tanto che alla Ficai, che aveva preferito lasciare la propria abitazione e tornarvi solo per svolgere la propria attività di commerciante, il Danisch le ordinò di tenere chiusa la porta di comunicazione. La donna svelerà anche una subdola doppiezza: «l’Ufficiale che era alloggiato qui stava molto attento che io non entrassi nella parte dell’edificio che egli occupava. Penso che lui fosse in grado di parlare correntemente italiano, ma cercava di nascondere questo fatto agli estranei».[15] Alla fine, a San Cipriano solo la Ficai ne diede una descrizione fisica:

L’Ufficiale Tedesco, di età di circa ventisette anni, alto all’incirca 1,70, ben formato, con faccia piena e capelli biondi con la divisa a sinistra, era abitualmente vestito con una camicia kaki, calzoni lunghi kaki e cappello con visiera da Ufficiale. Mi sembra che abbia avuto due stellette da Ufficiale sulle spalline della sua camicia. In una circostanza lavai una casacca per quest’Ufficiale: era di colore grigio‑scura con una medaglia con una svastica impressa sopra. C’erano due stellette da Ufficiale sulle spalline di questa casacca, con un bordo di argento.

Gli «Italiani» furono notati da tutti. Alcune donne, che accompagnavano queste truppe dal Lazio, erano arruolate per i servizi, mentre colpì molto quello che immediatamente apparve essere un interprete, successivamente protagonista a Reggello e che qui sarà presente ogni qualvolta si dovrà rapportarsi agli ostaggi. Osvaldo Amidei seppe da lui che «prima della guerra, aveva lavorato per breve tempo presso lo stabilimento ‘Ginori’ che produce ceramiche, a Sesto Fiorentino», mentre alla Sbardellati, per giustificare il suo spiccato «accento fiorentino», disse che era nato in Germania ma che aveva vissuto a Firenze durante gli scorsi venti anni. Entrambi notarono che gli mancavano «parecchi denti davanti dalla mascella superiore» e il Franco o Franz, che a Reggello si finse fuggitivo dal paese di Meleto, aveva «due denti con otturazione metallica sulla dentatura superiore».[16] Prima del martedì 4 luglio la Wachkompanie catturò alcuni ostaggi che furono rinchiusi nella bottega del barbiere: questo fatto non tranquillizzò certamente gli abitanti di San Cipriano che evitarono questi poliziotti.

 

L’Alarmkompanie Pauke

 

In una linea ideale che per la presenza di alti comandi pare la punta avanzata della ritirata dei Tedeschi, gli Inglesi rivelarono con la loro Inchiesta la presenza di altri reparti militari in diverse zone del Valdarno. Tra questi registrarono altri elementi del Comando del LXXVI Panzerkorps alla Fattoria di Santa Maria e il Comando della 1 Fallschirmjäger-Division con il Generale Richard Heidrich a Renacci. Queste due località si trovano nel lato orientale dell’Arno ma sono assai prossime a San Giovanni Valdarno. Ovviamente non tutti i reparti che passarono nel Valdarno in quel periodo possono essere ritenuti responsabili della strage, ma è vero che nel corso dell’Inchiesta si parla anche di un “Comando” a San Giovanni Valdarno, che raccolse la delazione di fascisti italiani riguardo alla popolazione di Meleto e Castelnuovo, paesi ritenuti «pieni di Partigiani».

Lo stesso 29 giugno alla Fattoria di Santa Maria giunsero trenta soldati con «un Maggiore, tre Capitani e due Tenenti»:[17] le testimonianze relative a questa tenuta ci parlano più che altro della loro requisizione di bestiame per gli approvvigionamenti.[18] Nella tenuta di Renacci invece dal 23 Giugno al 15 Luglio si avvicendarono prima reparti del Reggimento Corrazzato e poi i Paracadutisti a seguito del Generale Richard Heidrich. Secondo Pietro Barberini, che era il fattore di Renacci:

Il 23 giugno 1944 (…) un gruppo di soldati tedeschi arrivò qua. Erano circa sessanta ed erano sotto il comando di un Capitano tedesco. Seppi da un interprete, che era aggregato a questo gruppo, che essi appartenevano a un Reggimento Corazzato. Lo stesso interprete una volta mi disse che egli era nato in Svizzera. I soldati di questo gruppo indossavano l’uniforme nera dei Corpi Corazzati tedeschi. Circa otto o dieci giorni dopo, l’interprete m’informò che essi stavano per partire e che un Generale tedesco, con il suo Comando, sarebbe arrivato a Villa Renacci. Finalmente quest’Unità Corazzata partì.[19]

Secondo lo storico Gentile questa compagnia corazzata, che subì perdite in Valdarno e a Montaltuzzo, potrebbe essere stata l’Alarmkompanie Pauke e sarebbe legata strettamente alle stragi del 29 giugno e in particolare a quella di San Pancrazio. Sarebbero, infatti, quei soldati che giunsero nei luoghi della strage da nord rispetto a quelli che venivano da Monte San Savino. La loro uniforme nera, giacca e pantaloni, con il teschio e le tibie incrociate nelle mostrine rimanevano ben impresse e spesso erano confusi con le SS (Gentile 2006: 235). Per quanto riguarda invece il loro ruolo nelle stragi di Meleto e Castelnuovo questo rimane molto incerto anche se vi fu la segnalazione di Gigliola Casini per Meleto che ricordava con certezza il «distintivo sulla parte alta della manica sinistra, consistente in un teschio e tibie incrociate» nel soldato che uccide Olinto Bindelli. [20]

 
 

note:

 

[1] Gli Inglesi distinsero all’interno dell’esercito «Divisioni di élite […] formate da personale scelto e volontario […] addestrate per la guerra totale e composte dalle truppe più dure e spietate» (PRO, WO, 204/11497, German Reprisals for Partisan Activity in Italy, fine 1945). Secondo Fulvetti, tuttavia, la Wehrmacht fu responsabile del 42,8% dei massacri di civili in Toscana che, conteggiando quelli compiuti dalle Divisioni Hermann Göring e dai Paracadutisti, reparti con una certa autonomia derivante dal «prestigio militare» ma incardinati nell’esercito regolare, arrivano al numero di 152 su 204 totali (74,5 %). In realtà «nel 1944, il processo di Gleichshaltung (uniformazione) tra la componente nazista e quella militare più tradizionale [era], in seno all’esercito, a uno stadio molto avanzato» (2006: 77-8). Secondo Gentile le stesse Alarmeinheiten della HG non possono essere considerate una forza scelta, trattandosi di «personale regolare proveniente dai ranghi» di Unità quali il Reparto rifornimenti o dal Reggimento Corrazzato (Audizione del 13 giugno 2005 al processo per i fatti di Civitella quale consulente tecnico della Procura militare di La Spezia).
[2] Sémelin 2007: XVI e più in particolare 291-379.
[3] Sull’importanza di questo episodio si veda Schreiber 2000: 130-1 e Gentile 2006: 225.
[4] Testimonianza di Mario Biagioni del 6.4.1994 (AEP).
[5] Esempio principe di questa rimitizzazione è la memoria di Mario Biagioni costruita sulla distinzione tra soldati buoni e «SS», riconoscibili il giorno della strage per una diversa «bardatura» (intervista del 6 aprile 1994 di Emilio Polverini in AEP). Il Biagioni, barrocciaio presso la Miniera delle Bicchieraie, raccontò di un soldato «vestito diverso, come tutti i Tedeschi della truppa», il quale permise, fingendo di non vedere, a diversi uomini di evitare il rastrellamento della Dispensa, villaggio dei minatori alla periferia di Castelnuovo. Il rastrellamento veniva compiuto proprio da reparti della Feldgendarmerie, che il Biagioni conosceva bene per aver avuto a che fare con loro giorni prima. Mentre si era nascosto in un capannone pieno di lignite riconobbe anche i soldati del Genio che stavano approntando la distruzione della Miniera. Al tempo dell’intervista ancora non si conosceva la funzione di supporto attivo della Feldgendarmerie né che i genieri facessero parte della stessa Divisione degli esecutori. La percezione terrifica o tranquillizzante della figura del Tedesco si manifesta così nella diversa bardatura e porta a significative considerazioni dell’intervistatore. «INT. – Sarebbe interessante sapere se questo Tedesco era uno di quelli che erano venuti per ammazzare: se era uno di quelli, fu un atto di pietà; se invece era uno di quelli che erano già lì [in Miniera], poteva essere un atto di amicizia. Questo Tedesco, però, aveva una divisa diversa dagli altri? MB – Come (… ) come tutti i Tedeschi della truppa. Quelli dell’SS erano bardati, calzoni corti (…)».
[6] Intervista del 2 maggio 1994 in AEP.
[7] Testimonianza n. 15 in Pondini 1999.
[8] Si vedano rispettivamente le Dichiarazioni 94 cit. di Bruno Sabelli, 212 del 14 Giugno 1945 di Guido Barbieri e la testimonianza n. 7 in Pondini 1999.
[9] Si veda rispettivamente Dichiarazione 208 cit. di Teresa Mattei e PRO Suppl.: 7.
[10] Dichiarazione del 27 Novembre 1944 di Maria Barzagli vedova Corsi, in PRO: 88-89.
[11] Secondo Boni, il Generale era invece tale Forster, «un Capitano, sicuramente Generale» (2007: 117-8 e 243). A dire il vero di questo Generale/Capitano non sappiamo niente e Maria Corsi non lo vide nemmeno («Non sono in grado dire di più a proposito dei Tedeschi che erano nella mia villa e, du­rante il periodo della loro permanenza, non entrai in contatto con il Generale»). Forster, infatti, non fu descritto da nessun teste ma il suo nome appariva su una busta ufficiale tedesca trovata da Crawley a Villa Cetinale, con la dicitura «Kdr I/Pz Regt 4 Capitano Forster». Nel Report è scritto: «Il 2 Luglio 1944, un altro Ufficiale tedesco, descritto come Generale, ed il suo staff, di cui si pensa facesse parte un certo Capitano Forster, Comandante del 1/Panz Regt. 4, tutti del 76 Panzerkorps, arrivò alla Villa Cetinale (…). Il Generale installò il suo Comando nella Villa, a meno di mezzo chilometro dal Comando di Danisch». Per un effetto a cascata assai confusionario, secondo Boni, Forster diviene la mente preordinatrice del massacro e la mattina del 4 luglio è presente a Meleto e contemporaneamente a Castelnuovo dei Sabbioni con il Maggiore Seiler (ritenuto in realtà il Maggiore Rahls). Il comando della strage sul posto e in prima persona da parte di un Generale sembra una forzatura un po’ fantasiosa (PRO: 4 e Boni 2007: 123, 136 e 170).
[12] Si veda la testimonianza a Reggello di Adriana Cellai (PRO: 370), dove si parla della preparazione dell’arrivo del Generale Heidrich, o quella di Luigi Balduzzi, dove il Podestà è invitato a presentarsi di fronte a un Generale chiamato misteriosamente «K. K.» (che Crawley addirittura ipotizza essere stato Kesselring), ma che poi si nega perché si è giunti troppo tardi all’appuntamento (PRO: 390); per contro Zeila Corsi (PRO: 394) riesce a vedere Heidrich, appena giunto da Renacci vicino San Giovanni, e ne dà una descrizione particolareggiata, mentre Pietro Barberini, che viveva a Renacci era riuscito a vederlo una volta sola (Dichiarazione del 16 Novembre 1944 in PRO: 86-87). Entrambi ricordano come l’Ufficiale sia arrivato nelle loro residenze sempre di sera quando ormai era già buio.
[13] Dichiarazione del 1° Dicembre 1944 in PRO: 55.
[14] Dichiarazione del 14 Novembre 1944 in PRO: 67-68.
[15] Dichiarazione del 9 Novembre 1944 in PRO: 64-65. In effetti la donna aveva ragione, perché Maria Corsi quando visitò il Tenente per avere notizie del marito gli parlò senza bisogno d’interprete, mentre a Reggello, dove questi reparti del LXXVI Panzerkorps si trasferirono il 12 luglio, Danisch conversò abbastanza agevolmente in italiano con Adriana Cellai. Evidentemente quando interrogava gli ostaggi, sia a San Cipriano sia a Reggello, o fingeva di non conoscere la lingua italiana o chiedeva agli interpreti italiani di cogliere sfumature particolari.
[16] Si veda la Dichiarazione del 30 Novembre 1944 di Gastone Sottani in PRO: 378.
[17] Dichiarazione del 3 Dicembre 1944 di Nicomede Cliceri in PRO: 69.
[18] Si vedano le Dichiarazioni del 16 Novembre 1944 di Francesco Balestri  e di Alfredo Grazzini in PRO, pp. 70-71.
[19] Dichiarazione di Pietro Barberini cit..
[20] Vedi Dichiarazione del 14 Novembre 1944 in PRO: 214-215.

 

Bibliografia aggiunta:

 

Blumenberg, Hans, Elaborazione del mito, il Mulino, Bologna 1991.
Dei, Fabio (a cura di) Antropologia della violenza, Meltemi, Roma 2005.
Schreiber, Gerhard, La vendetta tedesca. 1943-1945 Le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori, Milano 2000.
Sémelin, Jacques, Purificare e distruggere. Usi politici dei massacri e dei genocidi, Einaudi, Torino 2007.