Lucca e Bagni di Lucca ~ Michel Eychem de Montaigne

 

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«Ho visto, in occasione dei miei viaggi, quasi tutti i bagni famosi della cristianità, e da qualche anno ho cominciato a servirmene (…). …Ho scelto finora, per soggiornare e servirmene, quelle che offrivano maggiore amenità di luoghi, comodità di alloggio, di vitto e di compagnia, come sono in Francia i bagni di Bagnères; al confine della Germania e della Lorena, quelli di Plombières; in Svizzera, quelli di Baden; in Toscana, quelli di Lucca e specialmente quelli della Villa, dei quali ho usufruito più sovente e in diverse stagioni.» Montaigne, Saggi, II, 37[1]

 

Lucca

5-7 maggio 1581

 

Lucca (…). Città un terzo più piccola di Bordeaux, indipendente, tranne che – per la sua debolezza – si è gettata sotto la protezione dell’imperatore e di casa d’Austria. È ben recintata e bastionata, ma con i fossati poco profondi, pieni d’erba verde, piatti e larghi al fondo, e vi scorre solo un rivoletto d’acqua. Torno torno alle mura, sul terrapieno interno, esistono due o tre filari di alberi appositamente piantati che dànno ombra e – dicono – fascine di legna, all’occorrenza; e all’esterno non appare se non un bosco che nasconde le case. Vi si mantiene sempre una guarnigione di trecento soldati stranieri. La città è assai popolosa, specialmente di setaiuoli; strette le vie, ma buone; grandi case e belle quasi dappertutto. Vi si passa attraverso un piccolo canale derivato dal Cerchio [Serchio]. Stanno costruendo un palazzo pubblico del valore di centotrentamila scudi che è ormai ben innanzi. Asseriscono d’aver soggette ventiseimila anime, senza la città, e hanno alcuni castelli, ma nessuna città nella loro giurisdizione. Qua, nobili e uomini d’arme sono tutti mercanti: i Buonvisi [famiglia di mercanti lucchesi] ne sono i più ricchi. Gli stranieri non possono entrare che da una porta dove si tiene un nutrito corpo di guardia.

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Massimo Lippi ~ «Nel tramestio del giorno…»

 

Massimo Lippi, Creatura del suono odoroso, 1998, creta, metallo, cm 17x21x11

Massimo Lippi, Creatura del suono odoroso, 1998, creta, metallo, cm 17x21x11

 

 

“Nel tramestio
del giorno
un altro
giorno
s’apparecchia
solare
il turno
de la memoria.
Quelle pagine
scritte
nel buio
trascrivi
per dopo
l’aire
il tonfo lieve
del cominciamento”
(a Francesco, Massimo, 20.3.MMV)

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Valdarno superiore ~ Lady Sydney Morgan

 

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«Subito… subito!»

 

Il genere di sentimento con il quale si cerca ogni grande città italiana dipende dal gusto, dall’obiettivo o dai punti di vista del viaggiatore. Per chi sia portato a ricondurre le proprie associazioni storiche al medio evo, Firenze è ciò che Roma è per il cultore di antichità classiche, o Loreto per il pellegrino devoto. L’autrice di queste pagine vi si avvicinò con l’emozione che ingenera un interesse a lungo accarezzato e atteso; e la lasciò con profondo rimpianto associato a tutto ciò che rende dolce il ricordo e che connette i legami della memoria con quelli del cuore. Lo scenario, l’aria, il luogo stesso dove sorge Firenze, la libertà che un tempo seppe gustare, il merito che ancora racchiude, la genialità che seppe produrre, il patriottismo che richiama alla mente, l’amicizia sperimentata di persona dei suoi abitanti e infine la raffinatezza, la cordialità e la gentilezza degli stranieri che vivono fra le sue mura, provenendo da ogni parte del mondo, lasciano profonde impressioni, ad un tempo deliziose e piene di tristezza

 

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Marlène Mangold

 

Marlène Mangold, Banchetto toscano, Giardino d'arte 2015, Villa Barberino Meleto Valdarno

 

Marlène Mangold, Banchetto toscano, Installazione da tavolo, 350 x 100 cm

site specific Villa Barberino – Giardino d’arte 2015, Villa Barberino Meleto Valdarno

 

«Marlène Mangold irrompe con la sua verosimiglianza di un “Banchetto toscano” gli ambienti sotterranei della villa, una festa per gli occhi nell’opacità della cantina, un gioco fantastico di allusioni, rimandi ironici e stupefacenti, ma anche di profondo amore per una cultura non sua, bensì felicemente adottata» (Rendel Simonti)

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Montepulciano ~ John Addington Symonds

 

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Uno sguardo esausto d’immensità 

 

Piovve a dirotto la notte. Al mattino l’aria era tersa, con nuvole tempestose che incombevano in disordinati squadroni provenienti dal temibile acquartieramento marino. Eppure è proprio questo il tempo in cui il paesaggio toscano dà il meglio di sé. Le immense distese di bigie colline ondulate hanno bisogno della luminosità di un sole fresco d’acque, dei colori esaltati dall’ombra delle nubi, della morbidezza perlacea dei vapori salienti, per essere private di quel certo cipiglio che incute timore. La via maestra di Montepulciano procede diritta verso l’alto per un buon tratto fra scuri palazzi, poi sale mediante una scala a zigzag sotto incombenti, mastodontiche masse murarie e alla fine sfocia in una piazza. Nel corso dell’ascesa, a intervalli, l’occhio è affascinato dalle vedute di nordest sulla Valdichiana, verso Cortona, il Trasimeno, Chiusi; del sud e dell’ovest sul monte Cetona, Radicofani, il monte Amiata, la valle dell’Ombrone e il contado senese. Mura grigiastre coperte d’edera, archi di mattoni incupiti dal tempo e la massa arcigna di case scolpite nel solido travertino incorniciano questi squarci di spazio aereo. La piazza è al di sopra di tutto. Ci sono il duomo, il palazzo comunale che sembra una copia di quello fiorentino, col Marzocco sul frontale, il pozzo fra due colonne curiosamente scolpite e il vasto palazzo Del Monte, dalla pesante architettura rinascimentale, che si dice sia opera di Antonio da Sangallo. Salimmo sulla torre del palazzo comunale e ci trovammo a duemila piedi sul mare.

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