Wanda Wulz vs Wulz Wanda

 

Wanda Wulz, Io + gatto, 1932, Stampa su gelatina ai sali d’argento, cm 29,4 x 23,3, New York, Metropolitan Museum of Art

 

Wanda Wulz, Io+gatto, 1932

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua a leggere

Trieste e altri luoghi dell’Italia invisibile ~ Guido Ceronetti

 

 

La gamba ancora inferma, e troppi libri nella valigia. Il bagaglio mi pesa, qualcuno dovrebbe portarmelo, apparendo e sparendo al momento giusto. Prenderò treni, corriere, battelli, taxi; andrò a piedi. L’Italia non la troverò più, ma so viaggiare nell’invisibile, dove la ritroverò.

Ho con me Petrarca, Manzoni, La Vita Nuova, la Chartreuse di Stendhal e anche il sillabario in arabo per imparare a memoria la fâtiha. Ho una prova notturna della potenza della bàsmala: c’erano tre o quattro animali feroci, ma più di tutti un leone, che qualcuno, senza volto, teneva al guinzaglio, o dentro una gabbia. Pre provare la forza preservatrice della bàsmala gli grido di lasciare libero il leone. Ed ecco il leone si lancia su di me mentre grido bismillàhi rachmàni e mi sfiora appena le gambe, allontanandosi. Allora, con gratitudine, ripeto la bàsmala più volte. (Dopo violenta emorragia dal naso, essendomi tolto il tampone per dormire meglio. Il resto della notte tranquillo).

L’Asia comincia da Trieste, ma al di qua di Trieste l’Asia è forse finita? La differenza è tra un’Asia della piattezza e del terrore, e un’Asia alchemica e sottile, che ha le sue vie e i suoi rami. L’Italia spirituale nasce in Provenza, dalla morte di un’eresia asiatica. L’Asia che comincia al di là di Trieste è maledetta e triste, e Trieste di tristezza ne ha già della sua. Questo viaggio io volevo iniziarlo da Montségur, montagna asiatica sacrificale, vagina della più segreta Italia.

 

Mario Magajna

 

Continua a leggere

Umberto Saba

 

Umberto Saba con la figlia Linuccia

Umberto Saba con la figlia Linuccia

 

A Trieste

A Trieste dove, quando non posso dormire, sono col pensiero ogni notte (e Dio solo sa che cosa vuol dire per me questo!), ho conosciuto, quindici-venti anni fa, una giovane jugoslava.

Mariza era una buona amica dei miei; veniva anche più di una volta al giorno, a far visita a mia figlia. Mia figlia e lei erano allora due giovanette; e, come le giovanette usano, si ammiravano a vicenda, e camminavano volentieri allacciate. Di me invece, e non so bene perché, aveva paura. Ma un giorno si fece animo, mi affrontò per domandarmi se avevo letto il libro IL SERVO BORTOLO E IL SUO PADRONE (il nome dell’autore non lo ricordo – tante altre cose ho dimenticate in questi ultimi terribili anni – ricordo solo ch’era uno sloveno; nato, mi pare, a Lubiana); libro del quale era uscita allora la prima traduzione italiana. Mi disse che, se le promettevo di leggerlo, me lo avrebbe prestato. Aggiunse che mi pregava di leggerlo attentamente, perché era il più grande libro che fosse mai stato scritto al mondo.

Me lo portò il giorno dopo. Il libro (un volumetto, se non m’inganno, della collezione SLAVIA) raccontava le vicende di un contadino sloveno, il quale, sperando riparazione ai torti ricevuti dai giovani eredi del suo vecchio e buon padrone, si era recato in ferrovia fino a Vienna, dove – come un bambino fiducioso al padre – si proponeva di raccontare il suo caso all’Imperatore Francesco Giuseppe. Ma giunto nell’immensa capitale, non gli riuscì né di parlare al sovrano, né di vederlo. Tutti quelli ai quali, a questo scopo, si rivolgeva, o gli ridevano in faccia, o lo rimandavano da Erode a Pilato. Finiti i denari (tutti i suoi risparmi) ritornò al paese, e vi morì di crepacuore.

Questa è la memoria (e può essere inesatta) che ho oggi di quel libro. Come lo resi a colei che me l’aveva prestato, la ringraziai di avermi fatto conoscere il bel romanzetto che – le dissi – mi era molto piaciuto, e di cui l’autore mi aveva ricordato – e non sapevo bene perché – il nostro Tozzi. Dissi anche (continuando a sbagliare) che al mondo erano stati scritti dei libri ugualmente o più belli; p. es., per restare nella letteratura narrativa I PROMESSI SPOSI, meglio ancora, forse, DELITTO E CASTIGO.

La giovane mi aperse in faccia due grandi occhi meravigliati, che subito però le si intorbidarono, e che distolse dai miei, scoppiando al tempo stesso in una frenetica risata, che la fece cadere semisvenuta e convulsa sopra il divano lì accanto. Era come una crisi isterica. Intanto mia figlia visibilmente mi odiava; mia moglie aveva scritta in faccia la disapprovazione più assoluta per quello che avevo fatto. Si dovette andare a prendere dell’acqua, soccorrere la ragazza, assicurarla che – ero pazzo, ecc. ecc. Tanto a quel giovane nazionalismo, era sembrato mostruoso il mio spassionato giudizio.

 

Raccontino tratto da:
Umberto Saba, Scorciatoie e Raccontini – Genova : Il melangolo, 1993 • Collezione • Nugae ; 35 – [ISBN] 88-7018-190-1 – Classificazione Dewey • 853.912 (19.) Narrativa italiana. 1900-1945

 

Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957).

 

 

Le culture allacciate

Nel 1945 Umberto Saba raccolse alcuni testi brevi che chiamò Scorciatoie e raccontini. Se le scorciatoie si legano ad un concetto di pura utilità, perché nominano i percorsi intrapresi per evitare le vie maestre più lunghe ma comode e sicure, il raccontino rimanda invece ad un qualcosa di futile, minore e alla fine difficilmente utilizzabile. Questa «rara inutilità», come la chiamerebbe Mandel’stam, tuttavia nasconde sempre un fondo ignoto che si vuole celare, persino esorcizzare nel momento della dichiarazione della sua minorità. A Trieste è uno di questi brevissimi racconti dove il senso sfugge e la stessa posizione dell’autore rimane indefinita. La risoluzione finale di una motivazione “nazionalistica” a spiegare la reazione isterica della ragazza slovena pare riduttiva e persino poco inerente al contesto narrato. Saba infatti attua una tattica avvolgente di sminuimento del testo di Cankar che rimane sospetta quasi volta a bilanciare l’”eccesso” di aspettativa che si stava creando su un libro ritenuto «il più grande (…) che sia stato scritto al mondo».

Fin dall’inizio Saba ne sbaglia il titolo, il quale diviene qualcosa di non corretto, benché non del tutto incoerente, e il nome dell’autore è dimenticato del tutto – «tante altre cose ho dimenticato in questi ultimi terribili anni». Quando sarà ricordato il plot del racconto si terminerà dicendo che forse la memoria ha perso i connotati su cui regge la storia e forse è inesatto. Infine lo si associa «senza sapere il perché» a Federigo Tozzi. Il breve testo insomma è disseminato per tutta la sua prima parte di piccole avvisaglie d’incertezza, la messa in guardia da un testo che tutto sommato pare più di una semplice novella raccontata dai/ai figli a cui si presta ascolto e si sorride della sua ingenuità.

Forse però quel «giovane nazionalismo», così sottilmente additato come causa di abbagli letterari (vi sono altri «libri ugualmente o più belli») e pene fisiche inflitte al proprio corpo, è evocato per difendersi dal legame che sorge al di là di ogni differenza. Mariza appare allora come colei che porta un’unione diversa, una sorellanza spontanea e pericolosa con la figlia Linuccia («come le giovanette usano, si ammiravano a vicenda, e camminavano volentieri allacciate») a cui l’autore, riconosciuto e temuto per la sua autorevolezza, prepara il suo ridimensionamento. In fondo nel testo vi è una continua circolazione di lingue diverse che devono essere tradotte, di tradizioni letterarie che avrebbero bisogno di mischiarsi e annusare le proprie diversità e che invece subiscono un’imprevista battuta d’arresto, cadendo semisvenute e convulse in un divano lì accanto. Per una volta possiamo dire che lo «spassionato giudizio» di Saba era sbagliato: le eredità non appartengono ai figli ma al mondo intero.

A noi non resta che cercare il racconto «Il servo Bortolo e il suo diritto» di Ivan Cankar, considerato il capolavoro dell’autore sloveno e che in Italia, dopo alcune deboli edizioni tra gli anni Venti e i Quaranta del Novecento, non è mai stato ripubblicato.

Virgilio Giotti

news83_1

 

I veci che ‘speta la morte

 

1                    I veci che ‘speta la morte

 

I la ‘speta sentai su le porte

de le cesete svode d’i paesi;

davanti, sui mureti,

5                 co’ fra i labri la pipa.

E per ch’i vardi el fumo,

par ch’i fissi el xiel bianco inuvolado

col sol che va e che vien,

ch’i vardi in giro le campagne e, soto,

10               i copi e le stradete del paese.

Le pipe se ghe studa;

ma lori istesso i le tien ‘vanti in boca.

Pipe,

che le xe squasi de butarle via,

15                meze rote, brusade,

che le ciama altre nove:

ma za

le bastarà.

Se senti el fabro del paese bàter,

20              in ostaria ch’i ciàcola,

un contadin che zapa la vizin,

e el rugna

e el se canta qualcossa fra de sè

ch’el sa lu’ solo;

25               e po’ ogni tanto un sparo,

in quel bianchiz smorto de tuto,

un tiro solo, forte

 

I veci che ‘speta la morte.

 

I la ‘speta sentai ne le corte,

30              de fora de le case, in strada,

sentai su ‘na carega bassa,

co’ le man sui zenoci.

I fioi ghe zoga ‘torno.

I zoga coi careti,

35           i zoga corerse drio,

i ziga, i urla

che no’ i ghe ne pol più:

e quei più pici i ghe vien fina ‘dosso,

tra le gambe;

40              i li sburta,

i ghe sburta la sèdia,

i ghe porta la tera e i sassi

fin sui zenoci e su le man.

Passa la gente

45              passa i cari de corsa con un strèpito,

pieni, stivai de òmini e de muli

che torna de lavor:

e tra de lori ghe xe un per de fie

mate bacanone,

50          che in mezo a quei scassoni

le ridi e ridi;

e le ga il rosso del tramonto in fronte.

 

I veci che ‘speta la morte.

 

I la ‘speta a marina sui muci

55               tondi de corde;

ne le ombre d’i casoti,

cuciai per tera,

in tre, in quatro insieme.

Ma ziti.

60              I se regala qualche cica

vanzada d’ i zigàri de la festa,

o ciolta su, pian pian, par tera,

con un dolor de schena:

i se regala un fulminante

65               dovù zercar tre ore,

con quele man che trema,

pai scarselini del gilè.

A qualchidun ghe vigniria , si,

de parlar qualche volta;

70              ma quel che ghe vien su,

che lu’ el volaria dir,

        lo sa anca l’altro,

lo sa anca staltro e staltro.

Nel porto, in fondo, xe ‘na confusion,

75               un sussuro lontan,

forte che se lo senti istesso.

I vaporeti parti

e riva drïo man.

I ciapa el largo, i va via pieni neri;

80               i riva driti, i se gira, i se’ costa,

i sbarca in tera

muci de gente

che se disperdi sùbito.

Resta solo el careto de naranze,

85               un per de muli

che i se remena tuto el dopopranzo

là ‘torno,

e el scricolar sul sol del ponte.

 

I veci che ‘speta la morte.

 

90                      I la ‘speta sentai su le porte

dei boteghini scuri in zitavècia;

nei picoli cafè, sentai de fora,

co’ davanti do soldi

de àqua col mistrà;

95              e i legi el fòglio le ore co’ le ore.

In strada,

ch’el sol la tàia in due,

ghe xe un va e vien continuo,

un mòverse, nel sol ne l’ombra,

100            de musi, de colori.

I legi el fòglio:

ma tute robe xe

che ghe interessa poco;

ma come mi i lo legi,

105            quando che ‘speto su ‘na cantonada

la mia putela,

che tiro fora el fòglio

par far qualcossa,

ma che lèger, credo de lèger,

110            ma go el pensier invezi a tuto altro;

e un caminar, ‘na vose,

che me par di sintir,

me fermo e ‘scolto.

 

 

Glossario:

 

BACANON  chiassone, celione
BIANCHIZ  biancume
CAREGA  seggiola
FÒGLIO (el)  il giornale
MISTRÀ  contrazione di misturà (mescolato) cioè alcool con la resina infusa
NARANZA  arancia
SBURTAR  spingere, urtare
SCARSELA  tasca
SCRICOLAR  scricchiolare
STUDAR  spegnere
ZIGAR  gridare

 

 

Tratto da Piccolo canzoniere in dialetto triestino in:

Virgilio Giotti, Colori ; a cura di Anna Modena – Torino : Einaudi, 1997 – XXXIX, 439 p. ; Coll. · Collezione di poesia ; 267 · [ISBN] 88-06-14281-X – CCD · 851.912 (20.) Poesia Italiana. 1900-1945

 

7AHlJ

 

[Della biografia di Virgilio Schönbeck, in arte Giotti, ( 15 gennaio 1885, Trieste – † 21 settembre 1957, Trieste), divisa tra Trieste, Firenze e la “Russia” molto sarebbe da dire e poco se ne può qui. Preferisco riportare una breve e illuminante recensione (che è anche una dichiarazione di poetica) di Franco Loi, un altro grandissimo poeta dialettale, definizione peraltro limitativa. Ricorderò solamente che quegli Appunti inutili, qua e là citati, hanno conosciuto sempre una scarsa se non nulla fortuna editoriale, nonostante siano, a parer mio, uno degli angoli prospettici del Novecento più particolari e rivelatori: diceva infatti Pier Paolo Pasolini di non aver conosciuto nella letteratura italiana novecentesca una dimensione di dolore paragonabile a quella che ci investe in quegli Appunti e in tanta sua poesia.]

Ritratto di un poeta non letterato,

di Franco Loi, apparso ne la “Domenica, Il Sole 24 ore”, n. 17 del 18 gennaio 1998

Troppo spesso i rumori, non solo coprono il silenzio, ma lo strappano alle orecchie degli uomini come non esistesse. Per questo, malgrado i propositi dei denigratori delle materie umanistiche, il lavoro delle scuole e delle accademie è perennemente necessario a diradare le nebbie e al far emergere dal fracasso delle gazzette qualità e valori che andrebbero altrimenti perduti. Passano le generazioni e il passato storico rischia di essere manipolato a uso e consumo di potentati che, come sappiamo, non brillano certo per sensibilità e finezza culturale.

Dobbiamo dunque ringraziare la studiosa Anna Modena che ha curato questo volume dedicato a Virgilio Schönbeck, in arte Giotti, curandone con perizia ed erudizione l’introduzione e fornendo, oltre a una documentata cronologia della vita, un glossario triestino ampliato dall’edizione Ricciardi, le note al testo, gli apparati critici e un’appendice delle poesie sparse.

Non starò qui a ripercorrere la vita e le opere del poeta che, nato nel 1885 a Trieste e deceduto nella sua città nel 1957, ci ha dato, come testimonia il risvolto di copertina «l’altro grande canzoniere triestino del Novecento» insieme a quello di Umberto Saba. Voglio invece offrire ai lettori questo autoritratto che Giotti ha tracciato in una lettera a Giuseppe Ricciardi nel luglio del ’57: «Non bisogna dimenticare ch’io sono stato un solitario. Aveo un chiodo: esprimermi. Gli altri non mi interessavano; non mi interessavano tutti quei tentativi, quegli esperimenti che in letteratura e in pittura si andavano allora facendo… […] degli autori, che furono poi i miei maestri, conoscevo di ciascuno due o tre cose: mi bastava. Non ho mai letto tutto il Pascoli, che assai presto cominciò ad annoiarmi, e di lui del resto conoscevo un certo numero delle poesie dei Canti di Castelvecchio e null’altro; conoscevo qualche poesia francese (il francese non lo so quasi), qualche poesia tedesca, e il tedesco lo so, appena. Non sono stato e non sono un letterato».

Un ritratto molto illuminante e credo educativo per le nuove generazioni, esaustivo anche per la ricorrente abitudine scolastica di voler trovare ascendenze e influssi di maniera nella creatività poetica, ma soprattutto per invitare i giovani poeti al lavoro appartato e a non cedere al malcostume della pubblicazione a ogni costo, essendo la poesia un modo per conoscere e conoscersi e un orientamento personale verso la verità, e non un’esibizione di vanità o un espediente per partecipare al gran rumore del successo e delle carriere letterarie.

Ne sia d’esempio quest’altro “appunto inutile” del ’47: «Si scrive col proposito di essere veri e veritieri, e poi ci si accorge di essere stati sempre inesatti, sempre non veri, e qua e là, pur senza volerlo, bugiardi. La scrittura non è adatta a fermare la verità, se anche sia il solo istrumento per provarsi a farlo. Il linguaggio va bene per la poesia, perché la poesia non vuole esprimere la verità, ma è una costruzione ideale, che ha una verità sua, la quale prende forma con la parola e diventa tutt’uno con essa». Dichiarazione che può essere sottoscritta da ogni poeta, precisando che, non solo i contenuti espliciti, non solo i significati apparenti, ma anche la musica di un verso e le sue connessioni emozionali sono significanti, anche il suono partecipa di una forma e allude alla verità.

Di estremo interesse è anche la dichiarazione nell’edizione dello «Zibaldone» di Anita Pittoni nel ’50: «Saba è anche l’ingenuo che ha creduto che nella poesia si possa mettere tutto. No, nella poesia si può mettere solo la poesia, tutto, sì, ma quello che si trasforma in poesia», un’osservazione che non deve suonare come una critica a Saba, ma un atto di coscienza poetica, di rispetto per quella verità, non tanto espressa dall’intenzione del poeta, quanto dal libero esercizio sulla forma.

Ed ecco che Colori, questa splendida raccolta del corpus poetico di Giotti viene a testimoniare con i versi questa devozione al “fare” della scrittura e l’attenzione al “dirsi del vero”, cioè all’esprimersi dello sconosciuto in noi e dell’insondabile rapporto tra noi e il mondo, Come efficacemente penso si possa esplicare in questi versi finali della sua poesia Con Rina: «Sintivo / l’odor tristo e mio, e el ziel / vedevo co’ la luna», dove il personale sentire si fonde con lo specchio del cielo e con la presenza inquietante della luna, nel momento del dolore per il distacco dalla nipotina Rina: una realtà che vela altre realtà, una parola che apre orizzonti.