Carlo Collodi e Fabrizio Peli ~ Pinocchio in aretino

 

Lorenzo Mattotti, Pinocchio

Lorenzo Mattotti, Pinocchio

 

 

COM’ ANDETTE CHE ‘L SÒR SARÉGIA, FALIGNAME, TROVÒ ‘N PEZZO DE LÉGNO, CHE PIÀGNIVA E RIDIVA COME ‘N CITTO BIGHJÌNO

 

C’éra ‘na volta …

– En re! – dirèno subbeto i citti che me stèno a sintì. Noe, citti, éte sbaglio. Céra ‘na volta ‘n pezzo de légno.
Unn’éra ‘n legno de queli bóni, ma ‘n tizzone de catèsta, de queli che de ‘nverno se metteno ‘n le stufe o ‘nnî camini per atizzère ‘l fóco e scaldà le stènze.

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Valdarno superiore ~ Lady Sydney Morgan

 

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«Subito… subito!»

 

Il genere di sentimento con il quale si cerca ogni grande città italiana dipende dal gusto, dall’obiettivo o dai punti di vista del viaggiatore. Per chi sia portato a ricondurre le proprie associazioni storiche al medio evo, Firenze è ciò che Roma è per il cultore di antichità classiche, o Loreto per il pellegrino devoto. L’autrice di queste pagine vi si avvicinò con l’emozione che ingenera un interesse a lungo accarezzato e atteso; e la lasciò con profondo rimpianto associato a tutto ciò che rende dolce il ricordo e che connette i legami della memoria con quelli del cuore. Lo scenario, l’aria, il luogo stesso dove sorge Firenze, la libertà che un tempo seppe gustare, il merito che ancora racchiude, la genialità che seppe produrre, il patriottismo che richiama alla mente, l’amicizia sperimentata di persona dei suoi abitanti e infine la raffinatezza, la cordialità e la gentilezza degli stranieri che vivono fra le sue mura, provenendo da ogni parte del mondo, lasciano profonde impressioni, ad un tempo deliziose e piene di tristezza

 

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Montepulciano ~ John Addington Symonds

 

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Uno sguardo esausto d’immensità 

 

Piovve a dirotto la notte. Al mattino l’aria era tersa, con nuvole tempestose che incombevano in disordinati squadroni provenienti dal temibile acquartieramento marino. Eppure è proprio questo il tempo in cui il paesaggio toscano dà il meglio di sé. Le immense distese di bigie colline ondulate hanno bisogno della luminosità di un sole fresco d’acque, dei colori esaltati dall’ombra delle nubi, della morbidezza perlacea dei vapori salienti, per essere private di quel certo cipiglio che incute timore. La via maestra di Montepulciano procede diritta verso l’alto per un buon tratto fra scuri palazzi, poi sale mediante una scala a zigzag sotto incombenti, mastodontiche masse murarie e alla fine sfocia in una piazza. Nel corso dell’ascesa, a intervalli, l’occhio è affascinato dalle vedute di nordest sulla Valdichiana, verso Cortona, il Trasimeno, Chiusi; del sud e dell’ovest sul monte Cetona, Radicofani, il monte Amiata, la valle dell’Ombrone e il contado senese. Mura grigiastre coperte d’edera, archi di mattoni incupiti dal tempo e la massa arcigna di case scolpite nel solido travertino incorniciano questi squarci di spazio aereo. La piazza è al di sopra di tutto. Ci sono il duomo, il palazzo comunale che sembra una copia di quello fiorentino, col Marzocco sul frontale, il pozzo fra due colonne curiosamente scolpite e il vasto palazzo Del Monte, dalla pesante architettura rinascimentale, che si dice sia opera di Antonio da Sangallo. Salimmo sulla torre del palazzo comunale e ci trovammo a duemila piedi sul mare.

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