Andrea Zanzotto ~ «Mistieròi» / Piccoli, poveri mestieri

 

Giovanni Grevembroch, Acquaroli, 1753 Disegno a penna su carta con colorazioni ad acquerello

Giovanni Grevembroch, Acquaroli, 1753 Disegno a penna su carta con colorazioni ad acquerello

 

 

MISTIERÒI

 

Come élo che posse ‘ver corajo
de ciamarve qua, de farve segno con la man.
‘Na man che no l’è pi de la só onbría
cagnina e caía,
anzhi ‘na sgrifa, ma tèndra ‘fa molena.
Epuro ades calcossa la tien sú,
no so se ‘n sgranf o se ‘na forzha;
par quel che l’é, l’é tuta vostra,
e voi dèghe l’polso par ciamarve.
Dèghe ‘na pena che no la se schiche,
fè che la ponta sul sfój no la se inciónpe.
Me par de ‘ver gnent da méter-dò
par scuminzhiar ‘sto telex
che tut al gnent bisogna che ‘l traverse
(tut al gran seramént
che ‘l brusa come solfer
che l’incaróla e l’intrunis).
Ma proarò la trazha, almanco, de ‘n amor –
fora par là inte ‘l scur
orbo dei pra del passà.
Cussì
……………………………….
[                                                                          ]

 

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Emilio Vedova vs Vedova Emilio

 

Emilio Vedova, Autoritratto, 1950, olio su tela, cm 62X24, Galleria degli Uffizi, Firenze

 

Emilio Vedova, Autoritratto, 1950

 

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Trieste e altri luoghi dell’Italia invisibile ~ Guido Ceronetti

 

 

La gamba ancora inferma, e troppi libri nella valigia. Il bagaglio mi pesa, qualcuno dovrebbe portarmelo, apparendo e sparendo al momento giusto. Prenderò treni, corriere, battelli, taxi; andrò a piedi. L’Italia non la troverò più, ma so viaggiare nell’invisibile, dove la ritroverò.

Ho con me Petrarca, Manzoni, La Vita Nuova, la Chartreuse di Stendhal e anche il sillabario in arabo per imparare a memoria la fâtiha. Ho una prova notturna della potenza della bàsmala: c’erano tre o quattro animali feroci, ma più di tutti un leone, che qualcuno, senza volto, teneva al guinzaglio, o dentro una gabbia. Pre provare la forza preservatrice della bàsmala gli grido di lasciare libero il leone. Ed ecco il leone si lancia su di me mentre grido bismillàhi rachmàni e mi sfiora appena le gambe, allontanandosi. Allora, con gratitudine, ripeto la bàsmala più volte. (Dopo violenta emorragia dal naso, essendomi tolto il tampone per dormire meglio. Il resto della notte tranquillo).

L’Asia comincia da Trieste, ma al di qua di Trieste l’Asia è forse finita? La differenza è tra un’Asia della piattezza e del terrore, e un’Asia alchemica e sottile, che ha le sue vie e i suoi rami. L’Italia spirituale nasce in Provenza, dalla morte di un’eresia asiatica. L’Asia che comincia al di là di Trieste è maledetta e triste, e Trieste di tristezza ne ha già della sua. Questo viaggio io volevo iniziarlo da Montségur, montagna asiatica sacrificale, vagina della più segreta Italia.

 

Mario Magajna

 

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Murano ~ François-René de Chateaubriand

(*)

Canaletto - Vista di San Michele, San Cristoforo e Murano dalle Fondamenta Nuova

Canaletto – Vista di San Michele, San Cristoforo e Murano dalle Fondamenta Nuova

San Michele di Murano – Murano – La donna e il bambino – Gondolieri

Venezia, settembre 1833

Siamo andati a vedere quest’altro campo che attende il grande aratore. San Michele di Murano è un ridente monastero con una chiesa elegante, dei portici e un chiostro bianco. Dalle finestre del convento si scorge, oltre i portici, la laguna di Venezia; un giardino pieno di fiori termina nel prato il cui concime è ancora carne sotto alla pelle di una ragazza. Questo ricovero solitario e incantevole è abbandonato ai francescano; sarebbe più adatto a delle suore che cantassero come le piccole allieve delle Scuole di Rousseau[1]. «Felici voi! – dice Manzoni – felice qualunque… il santo velo sovra gli occhi posò, prima di fissarli in fronte all’uom!»[2].

Per favore, datemi lì una cella per completare le mie Memorie. Fra’ Paolo è inumato all’entrata della chiesa; quest’amante del clamore dev’essere assai furioso per il silenzio che lo circonda[3].

Pellico, condannato a morte, fu imprigionato provvisoriamente a San Michele prima di essere trasportato alla fortezza dello Spielberg. Il presidente del tribunale che giudicò Pellico ha preso il posto del poeta a San Michele; è sepolto nel chiostro; non uscirà, lui, da quella prigione.

Non lontano dalla tomba del magistrato c’è quella di una straniera: si sposò all’età di ventidue anni, in gennaio, e spirò nel febbraio seguente. Non volle andare oltre la luna di miele; l’epitaffio recita: Ci rivedremo. Se fosse vero!

Basta con questo dubbio, basta con il pensiero che nessuna angoscia laceri il nulla! Ateo, quando la morte ti conficcherà gli artigli nel cuore, chissà se nell’ultimo istante di coscienza, prima della distruzione dell’io, non proverai un’atrocità di dolore capace di riempire l’eternità, un’immensità di sofferenza di cui l’essere umano non può avere idea all’interno dei limiti circoscritti del tempo? Ah! sì, ci rivedremo!

Pietro Bigaglia - Pietra a intarsio con fiori e grappolo d'uva (1856)

Pietro Bigaglia – Pietra a intarsio con fiori e grappolo d’uva (1856)

Ero troppo vicino all’isola e alla città di Murano per non visitare le manifatture da cui giunsero a Combourg gli specchi della camera di mia madre. Non ho visto queste manifatture, adesso chiuse; ma ho visto filare davanti a me, come il tempo fila la nostra fragile vita, un sottile cordone di vetro: era fatta con quel vetro la perla che pendeva al naso della piccola irochese delle cascate del Niagara[4]: la mano di una veneziana aveva foggiato l’ornamento di una fanciulla selvaggia.

Ho incontrato una bellezza superiore a quella di Mila[5]. Una donna portava in braccio un bambino in fasce; la finezza del colorito, il fascino dello sguardo di questa muranese si sono idealizzati nel mio ricordo. Aveva l’aria triste e preoccupata. Se fossi stato lord Byron, sarebbe stata l’occasione buona per tentare la seduzione della miseria; si va lontano qui con un po’ di soldi. Poi avrei fatto il disperato e il solitario in riva al mare, inebriato del mio successo e del mio genio. L’amore mi sembra un’altra cosa: ho perso di vista René da molti anni; ma non credo che cercasse nei piaceri il segreto del suo tedio.

Ogni giorno dopo le mie gite mandavo qualcuno alla posta, ma non vi si trovava niente: il conte Griffi non mi rispondeva da Firenze; i fogli pubblici permessi in questo paese d’indipendenza non avrebbero osato dire che un viaggiatore aveva preso alloggio al Leone Bianco. Venezia, dove sono nate le gazzette, è ridotta a leggere il manifesto che annuncia sullo stesso cartellone l’opera del giorno e l’esposizione del Santo Sacramento. Gli Aldi[6] non usciranno dalla tomba per abbracciare in me il difensore della libertà di stampa. Dovevo dunque attendere. Tornato all’albergo, cenai divertendomi a osservare la compagnia dei gondolieri che sostavano, come ho detto, sotto alla mia finestra all’inizio del Canal Grande.

Ditlev Blunck - Un gondoliere (1832

Ditlev Blunck – Un gondoliere (1832

L’allegria di questi figli di Nereo non li abbandona mai: vestiti di sole, li nutre il mare. Non stanno allungati e oziosi come i lazzaroni napoletani: sempre in movimento, sono marinai senza vascelli e senza lavoro, ma che andrebbero ancora a commerciare in tutto il mondo e vincerebbero la battaglia di Lepanto, se il tempo della libertà e della gloria di Venezia non fosse passato.

Alle sei del mattino arrivano alle loro gondole ormeggiate a dei pali, con la prua rivolta verso terra. Allora cominciano a raschiare e a lavare le loro barchette ai traghetti[7], così come i dragoni strigliano, spazzolano e passano la spugna sui cavalli legati al paletto. La suscettibile giumenta marina si agita, si dimena ai movimenti del suo cavaliere che attinge l’acqua con un vaso di legno, la versa sui fianchi e dentro la navicella. Il gondoliere ripete l’aspersione parecchie volte, avendo cura di scostare l’acqua della superficie per prenderne sotto di più pura. Poi strofina i remi, toglie la patina alle parti di rame e ai vetri del piccolo castello nero; spolvera i cuscini, i tappeti, e lustra il ferro tagliente della prua. Il tutto non senza qualche parola brusca, o tenera, rivolta, nel grazioso dialetto veneziano, alla gondola bizzosa o docile.

Una volta finita la toilette della gondola, il gondoliere passa alla propria: si pettina, scuote la giacca e il berretto blu, rosso o grigio; si lava il viso, i piedi e le mani. Sua moglie, sua figlia o la sua amante gli portano in una gamella un misto di verdura, di pane e di carne. Dopo mangiato, ogni gondoliere aspetta la fortuna cantando: ce l’ha davanti, con un piede in aria; presenta il mantello al vento e fa da banderuola in cima alla torre della Dogana da Mar. Ha forse dato il segnale? Il gondoliere prescelto parte, ritto sulla parte posteriore della sua navicella e tenendo alto il remo, così come, un tempo, Achille volteggiava sulla groppa di un destriero, o come, oggi, uno scudiero della famiglia Franconi[8] galoppa in piedi sulla sella. La gondola, a forma di pattino, scivola sull’acqua come sul ghiaccio: Sia stati! Sta longo![9] È così per tutto il giorno. Poi venga la notte, e la calle vedrà il mio gondoliere cantare e bere con la zitella[10] il mezzo zecchino che gli lascio mentre vado, con assoluta certezza, a rimettere Enrico V sul trono.

note:

[1] Rousseau, Confessions, parte II, libro VII. Le Scuole erano un’istituzione che dava un’istruzione e una dote alle fanciulle prive di beni.

[2] Manzoni, Adelchi, IV, I, vv. 98-102.

[3] Pier Paolo Sarpi, autore fra l’altro della Storia del Concilio di Trento (1613), fu anche un grande polemista.

[4] Allusione a un passo del viaggio americano poi eliminato dalle Memorie.

[5] È il nome della «piccola irochese».

[6] Allusione ad Aldo Manuzio, celeberrimo tipografo ed editore veneziano (1450-1515).

[7]  I pali dipinti con colori vivaci, ai quali i gondolieri ormeggiano le barche.

[8] In realtà Achille combatteva sempre a piedi o sul carro. Franconi, scudiero veneziano, aveva aperto a Parigi, nel 1783, il Cirque Olympique, che ebbe grande fama per tutto l’Ottocento.

[9] «Fermi!» «Al largo!».

[10] Ragazza da marito (in italiano nel testo).

(*) tratto da:

François-René de Chateaubriand, Memorie d’oltretomba ; progetto editoriale e introduzione di Cesare Garboli ; a cura di Ivanna Rosi – Torino : Einaudi-Gallimard, [1995] – Coll. · Biblioteca della Pléiade ; 18 – [ISBN] 88-44-60007-2 – CCD · 848.7 (20.) Scritti miscellanei francesi. 1815-1848