«Guerra e rivoluzione» ~ Tzevan Todorov intervista Roman Jakobson (2)

 

 Alexander Rodchenko. Stairs. 1930,

Alexander Rodchenko. Stairs. 1930, Artist print. Collection of the Moscow House of Photography Museum. © A. Rodtschenko – V. Stepanova Archive. © Moscow House of Photography Museum

 

IL CIRCOLO LINGUISTICO DI MOSCA

 

Tzevan TodorovNel marzo del 1915 lei partecipò alla creazione del circolo linguistico di Mosca. Chi erano gli altri e in che cosa consisteva l’attività del Circolo? Di chi fu l’idea?

Roman Jakobson: Durante il primo corso che seguii al dipartimento di linguistica dell’università di Mosca, incontrai molti giovani studenti. Discutemmo a lungo sui problemi della linguistica e – particolare interessante – su quelli dell’arte poetica, decidendo di incontrarci più spesso. Penso di essere stato il più giovane tra loro. Fu allora che proposi la creazione di questo circolo. La prima volta ci riunimmo nella sala da pranzo dei miei genitori, eravamo circa una decina di giovani studenti. Ci dicemmo solo che, vista la situazione dell’epoca, era pericoloso tenere un circolo. C’era la guerra e potevamo attirare l’attenzione della polizia su di un’organizzazione che non era stata autorizzata; c’erano già stati altri esempi. Avere un permesso non era semplice, ma trovammo il sistema: esisteva un comitato dialettologico dell’Accademia delle Scienze al quale potevamo partecipare come uditori. Quando raccontai al presidente la nostra storia, egli disse: «Vedremo come legalizzare la situazione». Doveva scrivere al segretario dell’Accademia, a Pietroburgo, al grande linguista russo, massimo specialista di storia della lingua, Šachmatov[1]. Questi accettò, ricevemmo persino una sua lettera, disse che il nostro circolo si sarebbe chiamato gruppo di studenti di lingua russa associati al comitato dialettologico dell’Accademia. Era il titolo ufficiale, e con questo facemmo la nostra comparsa nel 1915. Ma tra di noi ci chiamavamo «circolo», e, subito dopo la rivoluzione, siamo tornati al nostro vero nome, cioè Circolo linguistico di Mosca.

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«Lingua, folclore, poesia e pittura» ~ Tzevan Todorov intervista Roman Jakobson (1)

 

Kazimir Malevič, The Knifegrinder

Kazimir Malevič, The Knifegrinder (Principle of Glittering), 1912-13, oil on canvas, 79.5 x 79.5 cm, Yale University Art Gallery, New Haven, CT

 

INFANZIA

 

Tzevan Todorov: Lei è nato a Mosca l’11 ottobre 1896, professor Jakobson. Ci può dire qualcosa del suo ambiente familiare?

Roman Jakobson: I miei genitori erano i tipici rappresentanti di quella che in russo si chiama ancora l’intelligencija; del resto anche in francese questa parola è nota. Mio padre aveva studiato al Politecnico di Riga, a quel tempo molto famoso, e vi aveva conseguito la laurea in ingegneria.
Abitavamo a Mosca, a pochi passi dal Cremlino. Con i miei genitori i rapporti erano amichevoli. Le necessità economiche avevano costretto mio padre a lavorare nell’industria, anche se la sua vera passione erano le scienze; ho sempre pensato che rimpiangesse questa scelta obbligata e che l’antico desiderio restasse vivo in lui. Per questo, sin dall’infanzia sognavo un lavoro in campo scientifico. Ero il primogenito di tre fratelli. Uno è ora direttore della sezione slava alla Biblioteca del Congresso a Washington; è uno storico e ha al suo attivo numerose pubblicazioni importanti sulla storia dell’Europa orientale. L’altro, un economista, autore di un interessante saggio sulle organizzazioni professionali, morì durante la guerra, in Francia, all’epoca dell’occupazione nazista.

 

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Luigi Malerba ~ Strategie del comico (2)

 

The Moschophoros, 570 a.C. circa, scultura, marmo dell'Imetto, Museo dell'Acropoli, Atene

The Moschophoros, 570 a.C. circa, scultura, marmo dell’Imetto, Museo dell’Acropoli, Atene

 

Comico soggettivo

 

Racconta Šklovskij (Il punteggio di Amburgo) che in una casa di Amburgo suonavano sul mandolino Eterna memoria, una celebre marcia funebre, e che in una stanza c’era gente che piangeva mentre in una stanza attigua altri ballavano al suono della stessa musica. Dunque una musica, un gesto, un discorso, un atteggiamento, può provocare nello stesso tempo il riso o il pianto. Dunque il riso come fenomeno del tutto soggettivo? Il comico come segno invertibile? In una sala di gente andremo alla ricerca di una persona che piange. E questa non sarà l’eccezione che conferma la regola, ma la coincidenza degli opposti annidata nei meccanismi segreti del comico.

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Viktor Šklovskij / Ljubov’ Sergeevna Popova ~ Il cono azzurro

 

Ljubov' Sergeevna Popova, Caraffa su una tavola (1915), Galleria Tret'jakov, Mosca

Ljubov’ Sergeevna Popova, Caraffa su una tavola (1915), Galleria Tret’jakov, Mosca

 

 

È difficile uscire dalla propria infanzia.

Come se capitassi nel tuo vecchio appartamento: vedi la nota tappezzeria scolorita, l’intonaco bucacchiato sino alle assi, la stufa all’angolo, rotonda, con gli sportelli non dipinti. Non ci sono mobili, non desideri sederti sul davanzale, ma non te ne vai.

Qui non si può vivere, ma come e con quale mezzo andarsene dal passato?

Sul corso Nevskij una volta c’erano gli omnibus. Il cocchiere sedeva davanti sull’imperiale, cioè sul tetto, e guidava i cavalli con delle lunghe redini. Non ricordo quanti cavalli ci fossero al tiro. La carrozza a due piani circolava bene sui cubetti di legno.

Ricordo il Nevskij dal tetto dell’omnibus. Il Gostinyj Dvor[1] con le sue basse e fonde arcate, la Biblioteca pubblica, vicino alle mura semicircolari tra le colonne si ergono degli uomini di pietra a me ignoti, bizzarramente vestiti, e tengono in una strana posizione le dita di pietra. Discorrono tra loro di qualcosa.

Ricordo la guerra anglo-boera all’inizio del XX secolo. I disegni dei giornali e delle riviste illustrate, predicenti il futuro, non somigliavano affatto a ciò ch’è stato poi realizzato.

C’erano fantasie d’ali d’uccelli e di zanzare e di palloni aerostatici con piatte pale ch’erano fissate all’estremità di un bastone ruotante.

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