Cingiz Ajtmatov / Rigoni Stern

 

Fu nella seconda metà degli anni ’60, ne ho un ricordo vago, poche immagini e tutte del crepuscolo, forse una giornata di tarda estate, forse un debole autunno: nella memoria la luce sembra ancora forte perché sia stato inverno ma manca la pienezza di vita propria dei mesi pieni, quali il lussureggiante maggio o il disilluso settembre. D’altronde, la libertà dai compiti di scuola e l’indecisione dell’ora che permetteva di attardarsi sotto gli alberi del giardino si addice più ad un primissimo ottobre. Non ricordo neppure qual era il motivo di quella visita insolita per un paese di per sé piccolissimo, addirittura con un’unica via che andava a morire nei campi perdendo la precisione dell’asfalto e la regolarità del percorso, fino a diventare strada bianca, polverosa e sconnessa. Era un paese così insignificante che si riesce a malapena a giustificare, nonostante ogni sforzo d’immaginazione, il motivo della visita di un gruppo di georgiani, uomini e donne in tipico costume, gli uni con una larga cintura a fasciare la vita, le altre con abiti lunghi ricamati. Sarà stata una compagnia di canto portata in visita a quel gruppo di case che pochi decenni prima era stato attraversato dalla furia nazista, così come sarà successo a loro, compagni di sventura della medesima follia. Certamente non c’erano stati preparativi o annunci e fu una grande sorpresa per tutti, senza il tempo di allarmarsi (una visita straniera allora era tanto insolita quanto vissuta con diffidenza) o di manifestare una felicità piena di stupore propria di coloro cui è donata una novità gratuita e elettrizzante.

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Carlo Collodi e Fabrizio Peli ~ Pinocchio in aretino

 

Lorenzo Mattotti, Pinocchio

Lorenzo Mattotti, Pinocchio

 

 

COM’ ANDETTE CHE ‘L SÒR SARÉGIA, FALIGNAME, TROVÒ ‘N PEZZO DE LÉGNO, CHE PIÀGNIVA E RIDIVA COME ‘N CITTO BIGHJÌNO

 

C’éra ‘na volta …

– En re! – dirèno subbeto i citti che me stèno a sintì. Noe, citti, éte sbaglio. Céra ‘na volta ‘n pezzo de légno.
Unn’éra ‘n legno de queli bóni, ma ‘n tizzone de catèsta, de queli che de ‘nverno se metteno ‘n le stufe o ‘nnî camini per atizzère ‘l fóco e scaldà le stènze.

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Roger Caillois ~ La scrittura delle pietre (1)

 

Acqua Mirò, Agata, Photo Bruno Cupillard

Bruno Cupillard, Acqua Mirò, foto di Agata

 

La scrittura delle pietre

 

L’immagine nella pietra

 

In ogni tempo, l’uomo ha cercato non solo le pietre preziose, ma anche le pietre insolite, strane, quelle che attirano l’attenzione per qualche irregolarità della forma o per una certa significativa bizzarria di disegno o di colore. Quasi sempre, è una somiglianza inattesa, improbabile e tuttavia naturale, che le rende affascinanti. Le pietre, in ogni caso, posseggono un non so che di solenne, di immutabile e di estremo, di imperituro o già finito. Sono seducenti per un’intima bellezza, infallibile, immediata, che non deve niente a nessuno: necessariamente perfetta, esclude però l’idea della perfezione, proprio per non permettere approssimazioni, errori o eccessi. In tal senso, questa naturale, genuina beltà anticipa e supera il concetto stesso di bellezza, ne offre insieme garanzia e sostegno.

 

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Grazia Marchianò ~ Pinocchio come sistema metafisico virtuale

 

Luigi Ontani, Pinocchio, 1972

Luigi Ontani, Pinocchio, 1972

 

Pinocchio come sistema metafisico virtuale

 

1. Il sogno come chiave

 

Al culmine delle sue avventure Pinocchio ha un sogno nel quale gli appare e lo bacia la fata. Al risveglio, lo stato del sognatore è mutato, e così pure l’aspetto del luogo in cui si trova. La stanzina dalle pareti di paglia è diventata una camera ammobiliata «con una semplicità quasi elegante». I frusti indumenti sono ora un completo impeccabile che il risvegliato indossa e rimira allo specchio. Ma il «doppio» che lo guarda è «un bel fanciullo con i capelli castagni e con gli occhi celesti, e un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose». Chi è il ragazzo che guarda Pinocchio?

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Umberto Eco et alii ~ Povero Pinocchio

 

Roberto Innocenti, Pinocchio

Roberto Innocenti, Pinocchio

 

 

Povero Pinocchio

 

Povero Papà (Peppe)
palesemente provato penuria, prende prestito polveroso pezzo pino
poi, perfettamente preparatolo, pressatolo, pialla pialla, progetta,
prefabbricane pagliaccetto.
Prodigiosamente procrea, plasmando plasticamente, piccolo pupo pel
palato, pieghevole platano!
Perbacco!

 
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