Piero Bigongiari ~ Poesie e “Autoritratto poetico” (1959)

 
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Questa campagna piovosa, piena di colori dolorosamente maturi, vicini a morire, quest’aria fredda, questo cielo bianco, sono i miei luoghi, il mio tempo. Quando al Cappellini indicavo questi colori indecisi del cielo, vicino alla sera, con l’albero ormai spoglio che ci si innalza tremando al leggero vento – sai? l’albero davanti alla mia casa – ha detto che noi siamo malati, che noi, lui … te … amiamo le cose anormali, vicini a cadere.
Lettera a Ciattini, Pistoia 13 novembre 1933
 
Era triste, forse piangeva

 

Eco in un’eco

 

Ti perdo per trovarti, costellato
di passi morti ti cammino accanto
rabbrividendo se il tuo fianco vacuo
nella notte ti finge un po’ di rosa.

Quali muri mutevoli, tu sposa
notturna, quale spazio abbandonato
arretri al niveo piede, al collo armato
del silenzio dei cerei paradisi

che in festoni di rose s’allontanano?
Eco in un’eco, mi ricordo il verde
tenero d’uno sguardo che dicevi
doloroso, posato non sai dove

di te, scoccato dentro il misterioso
pianto ch’era il tuo riso. Oh. non io oso
fermarti! non i muri che dissipano
di bocci fatui un’ora inghirlandata.

Odi il tempo precipita: stellata,
non so, ma pure sola Arianna muove
dalla sua fedeltà mortale verso
dove il passo ritrova l’altra danza.

 
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Henri Michaux ~ Poesie dall’Ecuador

 

Henri Michaux, 1925

Henri Michaux, 1925, Paris, France, photo Claude Cahun

 

Un uomo che non sa viaggiare né tenere un diario ha composto il presente diario di viaggio. Ma, al momento di firmare, colto da improvviso spavento, si scaglia la prima pietra. Questa.
L’AUTORE (1928)

 

 

 

Quito, 28 gennaio (1928)

 

Arrivo a Quito

 

Salute a te, dopo tutto, paese maledetto dell’Ecuador.
Ma sei ben selvaggio tu,
Regione di Huygra, nera, nera, nera,
Provincia del Chimborazo, alta, alta, alta,
Gli abitanti degli altopiani, così numerosi, strani, severi.
«Laggiù, guardate, è Quito».
Perché batti così forte, mio cuore?
Andiamo in casa di amici, siamo aspettati.
«Quito è dietro quella montagna».
Ma che cosa c’è dietro quella montagna?
Quito è dietro quella montagna.
Ma che cosa vedrò dietro quella montagna?
E sempre questi Indios…
I sobborghi, la stazione, la banca centrale,
La piazza San Francisco.
Come si trema dentro un’automobile.
Ora siamo arrivati.

 

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Enis Batur ~ Tempi moderni

 

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«Poiché la poesia è la sorgente di un dolore e di una specie di paura per l’esaurimento della parola che quasi lo alimenta» (Lucerna)

 

Enis Batur, Imago mundi, collezione Poesia della Garzanti, quella con la copertina colore acqua e i titoli color sangue. Non so perché ho questo libro. La data di acquisto, fedelmente riportata nell’ultima pagina dice “19 novembre 1997, bancarella”: conosco quella bancarella che vive ancora, a differenza di molte librerie nate da quell’anno a ora. Acquistai quel libro insieme ad altri 6 titoli a metà prezzo della medesima collana (la Margherita Guidacci, Giacinto Spagnoletti, Edith Bruck, Toti Scialoja, gli Avèi di Paolo Bertolani e il grande John Ashbery) e Batur si è adagiato in quello scaffale di poeti di nazionalità insolita per il gusto che vuole essere solo occidentale, così ben definito al Nord di Faulkner e al sud di Octavio Paz, ma friabile a est di Adonis e Ritsos. Eppure – per la sua allegoria e il suo simbolismo – si è citato Ezra Pound, Cummings, Eliot, Montale.

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San Miniato ~ Mario Luzi

 

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Ritorno a San Miniato

 

Sono ormai molti anni che non rivedo davvero San Miniato. Vi misi piede, qualche tempo fa, durante il ritorno da Volterra: una rapida corsa che mi permise appena di misurare quanto la guerra aveva distrutto: la torre della rocca che si levava, squadrata e agile, sull’orlo della balza a vigilare l’immensa vallata dell’Arno e Fucecchio e il suo luminoso “padule”, belle case lungo il corso e perfino un’ala del palazzo di Giuliano di Baccio d’Agnolo, nella sua piazzetta rientrante, presso la porta ser Rodolfo. Avevo saputo anche di episodi angosciosi avvenuti nella cattedrale e altrove durante i fatti d’arme di quell’estate in cui la cittadina era venuta a trovarsi sul fronte: e quelle notizie mi venivano in mente quel pomeriggio di domenica mentre mi aggiravo per le strade quasi deserte, tra macerie e rovine ancora del tutto evidenti, per quanto sfiammate e quasi spente, e non trovavo nessuna persona di conoscenza. Quasi dieci anni prima ero salito lassù per la prima volta lungo la serpentina che dalla provinciale monta lentamente sul poggio e si innalza come un volo sulla pianura chiara, verde-azzurra fin dove i monti pisani e lucchesi non sfumano in grigio o violetto. La piccola città si allunga sul crinale e dall’altra parte si affaccia sulla valle dell’Elsa disseminata in lontananza di poderi e ville sui poggi mentre dai suoi margini estremi a sud-ovest guarda il più spazioso e desolato rincorrersi dei clivi verso le biancane di Volterra e della Maremma. Ma essa si apre soprattutto verso Pisa e l’occidente, e da quella parte riceve la gran luce che vibra o fumiga o languisce, rotta a tappe da sorrisi e da ombre, sul cammino ampio e fecondo dell’Arno. Tanto spazio intorno produce un silenzio che dove la città si allarga e vi sono orti o giardini diventa quiete, ma dove invece si rinserra nelle sue strade e nei suoi vicoli ristagna come invincibile uggia. Non si possono rompere le modeste faccende della vita ogni giorno che scorre tranquilla e quasi invisibile in qualche mediocre commercio, in qualche lavoro artigiano, in qualche ufficio pubblico da sottoprefettura, dietro le vecchie e a volte insigni facciate, mentre gli intensi e vitali traffici si svolgono laggiù sulle rive del fiume e nella sua pianura.

Ma non per questo San Miniato indulge ad abitudini paesane; la sua cattedrale, la sua rocca – sede di vicari imperiali in Toscana – il suo bel vescovado sulla piazza di pietra e d’erba, i suoi palazzi, la nobiltà stessa delle case comuni impedirebbero codesto contegno: e d’altra parte la gente è riservata, poco incline alle facili comunelle e ai modi spicciativi e familiari e più alla discrezione magari risentita e a volte malevola. Nei lunghi pomeriggi si aggirano per le vie o sostano nel caffè della piazza a giocare al biliardo pochi giovani, per lo più studenti; ma poi spesso escono nella campagna e rientrano con le facce accaldate nell’uggia dell’abitato all’ora che alcune ragazze, a coppie, tenendosi sottobraccio, si dirigono verso i giardini che circondano la rocca e quando è bella stagione, siedono sulle panchine a scambiarsi qualche rara parola. A volte tra queste e quelli s’intreccia una difficile conversazione che ha insieme del rustico e dell’urbano, mentre le rondini che in questi luoghi eminenti si stanziano più numerose, imperversano abbassandosi fino a sfiorare le selci erbose e i parapetti e l’esalazione dolciastra degli alberi e il respiro della campagna in fermento stordiscono un poco.

È anche l’ora che qualche vecchio solitario interrompe gli studi di storia locale o familiare – passatempi e manie delle antiche e decadute città gentilizie – ed esce col bastone per una passeggiata lungo i viali del giardino pubblico ornato con gran decoro. Qui, nelle sere di piena estate, quando la gente è di necessità meno casalinga, si riversano in gran parte le comitive di giovani e le famiglie e si aggirano tra le piante o siedono sul muro a guardare la pianura costellata di luci mentre qualche lucciola, lassù più tardiva, si accende nel buio. E non mancano, o almeno non mancavano fino a pochi anni addietro, anziane e pacifiche persone che vengono a villeggiare dalle città vicine, i più modesti alloggiandosi in case di conoscenti o privati, i più agiati – funzionari o colonnelli in pensione – nell’albergo di vecchia tranquillità e discrezione che non lontano dalla rocca respira tutta quell’aria e guarda l’ameno, luminoso orizzonte.

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Il giorno di mercato la piazza e le vie adiacenti sono occupate da una folla di mercanti e di venditori ambulanti, di contadini saliti con la corriera o con quei fortunosi camioncini ricavati da vecchie auto, con le tende sventolanti: e allora si vede sciamare per le strade, per le antiche e assorte strade di San Miniato una gente di corporatura più tozza e robusta, di sangue più spesso, di colorito più abbronzato che porta il senso di una vita più aggressiva e combattuta. Nelle trattorie, nelle rivendite di vino, nei caffè x’è un diffuso clamore e le donne venute dalla campagna, alle quali sotto la pelle liscia scorre un sangue tranquillo e sciolto, si aggirano tra le bancarelle e i negozi osservando le pezze di stoffa esposte o utensili da cucina. I cittadini accolgono senza fastidio quel rustico ingombro, ma se ne tengono per la maggior parte al di fuori se non vi sono implicati per il loro commercio. E quando, nelle prime ore del pomeriggio, tutto finisce e giù per la serpentina che scende al piano si vedono apparire e sparire la corriera e i camioncini stivati di attrezzi e di merci che se ne vanno tra lo sventolare delle tende nella corsa, San Miniato ritorna al suo silenzio e aspetta la sera e la notte mentre qualcuno si ripromette sul vespro un incontro tenacemente atteso, e chi sogna di uscirne va col pensiero assai più lontano di quanto siano andati i numerosi invasori della giornata.

I ragazzi tornano in frotte dalle escursioni nella campagna e riportano canne e trofei dagli anfratti ombrosi dove hanno giocato nelle ore di sole e dalle gore e dai corsi d’acqua dove si sono tuffati. Rientrano impolverati e un po’ malinconici nelle loro case: il giorno è finito.

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(*) apparso su “Linea d’ombra”, n. 2, giugno 1983, pp. 190-1.

Mario Luzi ~ Presso il Bisenzio

 

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[La poesia ci salva perché il poeta coglie ciò che il linguaggio comune non sa dire? Forse lei vede ciò che altrimenti noi non vediamo oppure lo trasforma in un qualcosa d’altro che non è reale? E cosa ce ne facciamo della sua lingua se si contrappone alla Storia?
Mario Luzi rifiuta una posizione elitaria ed entra nel “magma della Storia”, ma non dalla porta del pentimento e della sconfitta, bensì attraverso l’accettazione di una sorte che dà dolore. Si testimonia così che una riconciliazione è impossibile nonostante il poeta agisca non secondo ostilità o contrapposizione ma per amore: «Lavoro anche per voi, per amor vostro».
La poesia cerca sempre un suo statuto perché non lo detiene nelle origini, non ha certezza né dello sguardo né del pensiero: ciò che vede non è quel reale che tutti vediamo né ciò che pensa è subito comprensibile o traducibile in un concetto.
Una prima risposta quindi è questa: la poesia salva se accettiamo il dolore di essere separati.]

 

Presso il Bisenzio

 

La nebbia ghiacciata affumica la gora della concia
e il viottolo che segue la proda. Ne escono quattro
non so se visti o non mai visti prima,
pigri nell’andatura, pigri anche nel fermarsi fronte a fronte.
Uno, il più lavorato da smanie e il più indolente,
mi si fa incontro, mi dice: «Tu? Non sei dei nostri.
Non ti sei bruciato come noi al fuoco della lotta
quando divampava e ardevano nel rogo bene e male».
Lo fisso senza dar risposta nei suoi occhi vizzi, deboli,
e colgo mentre guizza lungo il labbro di sotto un’inquietudine.
«Ci fu solo un tempo per redimersi – qui il tremito
si torce in tic convulso – o perdersi, e fu quello».
Gli altri costretti a una sosta impreveduta
dànno segni di fastidio, ma non fiatano,
muovono i piedi in cadenza contro il freddo
e masticano gomma guardando me o nessuno.
«Dunque sei muto?» imprecano le labbra tormentate
mentre lui si fa sotto e retrocede
frenetico, più volte, finché è là
fermo, addossato a un palo, che mi guarda
tra ironico e furente. E aspetta. Il luogo,
quel poco ch’è visibile, è deserto;
la nebbia stringe dappresso le persone
e non lascia apparire che la terra fradicia dell’argine
e il cigaro, la pianta grassa dei fossati che stilla muco.
E io: «È difficile spiegarti. Ma sappi che il cammino
per me era più lungo che per voi
e passava da altre parti». «Quali parti?»
Come io non vado avanti,
mi fissa a lungo e aspetta. «Quali parti?»
I compagni, uno si dondola, uno molleggia il corpo sui garetti
e tutti masticano gomma e mi guardano, me oppure il vuoto.
«È difficile, difficile spiegarti».
c’è silenzio a lungo,
mentre tutto è fermo,
mentre l’acqua della gora fruscia.
Poi mi lasciano lì e io li seguo a distanza.

Ma uno di essi, il più giovane, mi pare, e il più malcerto,
si fa da un lato, s’attarda sul ciglio erboso ad aspettarmi
mentre seguo lento loro inghiottiti dalla nebbia. A un passo
ormai, ma senza ch’io mi fermi, ci guardiamo,
poi abbassando gli occhi lui ha un sorriso da infermo.
«O Mario – dice e mi si mette al fianco
per quella strada che non è una strada
ma una traccia tortuosa che si perde nel fango –
guardati, guardati d’attorno. Mentre pensi
e accordi le sfere d’orologio della mente
sul moto dei pianeti per un presente eterno
che non è il nostro, che non è qui né ora,
volgiti e guarda il mondo come è divenuto,
poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,
non la profondità, né l’ardimento,
ma la ripetizione di parole,
la mimesi senza perché né come
dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine
morsa dalla tarantola della vita, e basta.
Tu dici di puntare alto, al di là delle apparenze,
e non senti che è troppo. Troppo, intendo,
per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni,
giovani ma logorati dalla lotta e più che dalla lotta dalla sua mancanza                                                                                                   [umiliante».
Ascolto insieme i passi nella nebbia dei compagni che si eclissano
e questa voce venire a strappi rotta da un ansito.
Rispondo: «Lavoro anche per voi, per amor vostro».
Lui tace per un po’ quasi a ricever questa pietra in cambio
del sacco doloroso vuotato ai miei piedi e spanto.
E come io non dico altro, lui di nuovo: «O Mario,
com’è triste essere ostili, dirti che rifiutiamo la salvezza,
né mangiamo del cibo che ci porgi, dirti che ci offende».
Lascio placarsi a poco a poco il suo respiro mozzato dall’affanno
mentre i passi dei compagni si spengono
e solo l’acqua della gora fruscia di quando in quando.
«È triste, ma è il nostro destino: convivere in uno stesso tempo e luogo
e farci guerra per amore. Intendo la tua angoscia,
ma sono io che pago tutto il debito. E ho accettato questa sorte».
E lui, ora smarrito ed indignato: «Tu? tu solamente?»
Ma poi desiste dallo sfogo, mi stringe la mano con le sue convulse
e agita il capo: «O Mario, ma è terribile, è terribile tu non sia dei nostri».
E piange, e anche io piangerei
se non fosse che devo mostrarmi uomo a lui che pochi ne ha veduti.
Poi corre via succhiato dalla nebbia del viottolo.

Rimango a misurare il poco detto,
il molto udito, mentre l’acqua della gora fruscia,
mentre ronzano fili alti nella nebbia sopra pali e antenne.
«Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro,
mi dico, potranno altri in un tempo diverso.
Prega che la loro anima sia spoglia
e la loro pietà sia più perfetta.»

 

tratto da:
Mario Luzi, Nel magma, Milano : All’insegna del pesce d’oro, 1963; Coll. : “Acquario”, 23.
Ristampato da Garzanti in varie edizioni in Tutte le poesie.
notizie preziose:
http://marioluzimendrisio.com/marioluzi/apparato-critico/