Clarice Lispector ~ “Menino a bico de pena” e “Tentação”[6]

 

Eliseu Visconti, Maternidade, 1906

Eliseu Visconti, Maternidade, 1906

 

 

A volte ho l’impressione di scrivere semplicemente per intensa curiosità. Il fatto è che, scrivendo, mi abbandono alle più insperate sorprese. È mentre scrivo che spesso prendo coscienza di cose che, essendo prima incosciente, non sapevo di sapere.
(Sullo scrivere, 20 dicembre 1969)

 

 

Menino a bico de pena

 

Soprattutto, come conoscere il bambino? Per conoscerlo devo attendere che si deteriori, e soltanto allora sarà alla mia portata. Lui sta laggiù, un punto dell’infinito. Nessuno conoscerà il suo oggi. Nemmeno lui. Quanto a me, lo guardo, ed è inutile: non riesco a comprendere una cosa che è semplicemente attuale come se fosse totalmente attuale. Ciò che conosco di lui è la sua situazione: il bambino è quello a cui sono appena spuntati i primi denti ed è lo stesso che sarà medico o falegname. Nel frattempo, lui è là, seduto in terra, in una maniera reale che devo definire vegetativa per poterla capire. Trentamila di questi bambini seduti in terra avranno l’opportunità di costruire un mondo diverso, un mondo che si faccia carico della memoria dell’attualità assoluta a cui un giorno siamo appartenuti? L’unione farebbe la forza. Lui è là seduto, che inizia ogni cosa per la prima volta, ma, per ciò che riguarda la sua stessa proiezione nel futuro, non ha nessuna reale possibilità di iniziare sul serio.

 
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Clarice Lispector ~ “O ovo e a galinha” [5]

Ismael Nery, Namorados, 1927

Ismael Nery, Namorados, olio su tela, 58,5 x 58,5 cm, 1927 ca.

 

 

Riflettendo un poco, sono arrivata alla certezza leggermente inquietante che i nostri pensieri siano tanto soprannaturali quanto una storia accaduta dopo la morte. Semplicemente ho scoperto all’improvviso che pensare non è naturale. Poi ho riflettuto un altro po’ e ho scoperto che io non ho un giorno per giorno . Ma una vita per vita. E che la vita è soprannaturale
(La vita è soprannaturale, 28 giugno 1969)

 

 

O ovo e a galinha

 

La mattina in cucina sulla tavola c’è l’uovo.

 

Guardo l’uovo con una sola occhiata. Capisco subito che non è possibile che io stia semplicemente vedendo l’uovo; vedere l’uovo è sempre oggi: non appena vedo l’uovo ciò diventa l’aver visto un uovo, lo stesso, da tremila anni. – Nel medesimo istante in cui si vede l’uovo esso è il ricordo di un uovo. – Vede l’uovo solo chi l’ha già visto. Come una persona che, per capire il presente, ha bisogno di aver avuto un passato. – Quando si vede l’uovo è già troppo tardi; uovo visto, uovo perso: la visione è un lampo quieto. – Vedere l’uovo è la promessa di tornare un giorno e vedere l’uovo. – Sguardo breve e indivisibile; nel caso ci sia un pensiero: non c’è, c’è l’uovo. – Guardare è lo strumento necessario che dopo l’uso metterò da parte. Rimarrò senza l’uovo. – L’uovo non ha un se stesso. Individualmente non esiste.

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Clarice Lispector ~ “A repartição dos pães” e “A quinta historia” [4]

 

Adriana Varejão, Angels, 1988

Adriana Varejão, Angels, 1988, oil on canvas, 190×220

 

Ora conosco questo grande spavento di essere viva, avendo come unico sostegno proprio la mancanza di sostegno che dà l’essere viva. Di essere viva – ho sentito – dovrò fare il mio motivo e il mio tema. Con delicata curiosità, attenta alla fame e alla stessa attenzione, mi sono allora messa a mangiare delicatamente viva i pezzi di pane.
(Frammento, 28 giugno 1969)

 

 

A repartição dos pães

 

Era sabato, ed eravamo invitati alla cena d’obbligo. Ma ognuno di noi amava troppo il sabato per sprecarlo con una coppia fuori moda. Ognuno almeno una volta aveva provato la felicità e ne aveva serbato il desiderio. Io, io volevo tutto. E noi lì prigionieri, come se il nostro treno fosse deragliato e fossimo costretti a passare la serata fra estranei. Nessuno mi voleva, io non volevo nessuno. In quanto al mio sabato – che fuori dalla finestra ondeggiava fra acacie e ombre – avrei preferito, se proprio dovevo passarlo male, stringerlo nel pugno chiuso, quel sabato perso, e spiegazzarlo come un tovagliolo. In attesa della cena, bevevamo senza entusiasmo, alla salute del risentimento: domani sarebbe già stata domenica. Non è con voi che voglio, dicevano i nostri sguardi privi di umidità, e piano soffiavamo fuori il fumo della sigaretta asciutta. L’avaro desiderio di non dividere il sabato con gli altri a poco a poco prendeva a rodere e a farsi strada come ruggine, fino al punto che una qualsiasi gioia sarebbe stata un insulto alla gioia più grande di non trovarci lì.

 

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Clarice Lispector ~ “Uma história de tanto amor” e “Uma esperança” [3]

 

Lasa Segall, Fugura com pássaro, 1955

Lasar Segall, Figura com Pássaro, 1955

 

 

Una volta ho detto che scrivere è una maledizione. Non ricordo di preciso perché l’ho detto, e sinceramente. Oggi lo ripeto: è una maledizione, ma una maledizione che salva.
(…) È una maledizione perché si impone e trascina con forza come un vizio penoso da cui è quasi impossibile liberarsi , poiché niente lo sostituisce. Ed è una salvezza.
Salva l’anima prigioniera, salva la persona che si sente inutile, salva il giorno che si vive e che mai si capisce a meno che non si scriva. Scrivere è cercare di capire, è cercare di riprodurre l’irriproducibile, è sentire fino in fondo il sentimento che altrimenti rimarrebbe solo vago e soffocante. Scrivere è anche benedire una vita che non è stata benedetta.
Che peccato che io sappia scrivere solo quando la «cosa» arriva spontaneamente. In questo modo mi trovo in balia del tempo. E, fra uno scrivere sincero e l’altro, possono passare anni.
Sto ripensando con nostalgia al dolore di scrivere libri.

(Scrivere, 14 settembre 1968)

 

 

Uma história de tanto amor

 

C’era una volta una bambina che osservava così intensamente le galline da riuscire a leggere la loro anima e i loro intimi turbamenti. La gallina è ansiosa, mentre il gallo prova angosce quasi umane: sente la mancanza di un amore vero in quella specie di harem, e oltre a ciò deve vegliare quasi tutta la notte per non perdere il primo dei più remoti chiarori e cantare il più sonoramente possibile. È il suo compito e la sua arte. Tornando alle galline, la bimba ne possedeva due tutte per sé. Una si chiamava Pedrina e l’altra Petronilla.

 

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Clarice Lispector ~ “A criada” e “Restos do carnaval” [2]

 

Emiliano di Cavalcanti, Mulata sentada

Emiliano di Cavalcanti, Mulata sentada na frenteda mesa com pandeiro, 1954

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Ho vinto il premio per la letteratura infantile 1967 con il mio libro per bambini Il mistero del coniglio che sapeva pensare. Mi ha fatto molto piacere, è chiaro. Però mi fa più piacere ancora quando mi definiscono una scrittrice ermetica. Com’è possibile che se scrivo per bambini sono compresa, ma se scrivo per gli adulti divento difficile? Dovrei forse scrivere per gli adulti con le parole e i sentimenti adeguati a un bambino? Non posso parlare da pari a pari? Ma, oh Dio, come tutto ciò ha così poca importanza.
(Ermetica?, 24 febbraio 1968)

 

 

A criada

 

Il suo nome era Eremita. Aveva diciannove anni. Un volto fiducioso, qualche brufolo. In cosa consisteva la sua bellezza? C’era bellezza in quel corpo che non era brutto né bello, in quel viso dove una dolcezza ansiosa di dolcezze più grandi era la manifestazione della vita.

Bellezza, non lo so. Probabilmente non c’era, benché i suoi tratti indecisi fossero attraenti come può esserlo l’acqua, C’era, questo sì, della sostanza viva, unghie, carne, denti una miscela di resistenza e debolezza. che costituiva una presenza vaga ma che si concretizzava immediatamente in una testa interrogativa e già servizievole non appena si pronunciava un nome: Eremita. Gli occhi castani erano intraducibili, senza alcun legame col resto del volto. Talmente indipendenti quasi fossero piantati nella carne di un braccio, e da lì ci guardassero, spalancati, umidi. Lei tutta era di una dolcezza prossima al pianto.

 

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