Annette von Droste-Hülshoff ~ «… come una doppia luce»

 

196095

 

da Heidebilder [Quadri della brughiera]

 

Il Vecchio della brughiera (*)

 

«Bambini, non andate alla palude,
il sole ormai declina, affaticata
ronza l’ape nel volo sonnolento,
e basso ondeggia a terra un velo smorto.
Il Vecchio arriva!»

Ma il gioco non lo smettono, al confine,
strappano l’erba, lanciano dei sassi,
sguazzano nel fossetto dello stagno,
acchiappano falene tra le canne,
e sono allegri quando un ragno d’acqua (**)
scampa tra i giunchi sulle lunghe gambe.

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Il Principe dell’Inferno nel Trittico del Regno Millenario di H. Bosch letto da Wilhelm Fraenger

 

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Hieronymus Bosch, Trittico del Regno millenario, Giardino dell’Eden, anta interna sinistra, Regno millenario, tavola centrale, Inferno, anta interna destra. Comunemente chiamato Il giardino delle delizie. 1480-1490 circa. olio su tavola. 220 × 389 cm. Madrid, Museo del Prado.

 

Satana

 

I sermoni dei libero-spirituali traevano gran parte della loro efficacia dal fatto di essere tenuti nella lingua madre: un tedesco vigoroso e diretto. Anche Bosch ha espresso le sue satire in immagini d’umore tutto popolaresco: dal conflitto tra mondo e antimondo, principio cosmico divino e principio anticosmico satanico, ha saputo far sprizzare le scintille di un sarcasmo corrosivo, di un umorismo profondo.

Bosch ci mostra l’uomo in tutta la sua nudità, intrappolato nelle insufficienze, nelle debolezze e nelle perfidie della sua natura animale, lui che era destinato a sondare le zone più sublimi dello spirito. Egli ci fa sentire la Caduta in tutta la sua profondità, mostrandoci come l’uomo, divinamente creato, si è volontariamente reso schiavo del demonio, erigendo il male a proprio idolo. Con ironia mordente e sarcastica, mette a nudo gli atteggiamenti scimmieschi e le smisurate pretese luciferine dell’uomo. Questo processo di smascheramento ha termine solo quando l’«orrore dell’assurdo» di queste maschere viventi dilacerate è reso manifesto. In questo corpo a corpo faustiano con l’Inferno, l’umorismo era il solo talismano che poteva evitargli la follia, secondo la formula di Nietzsche:

Chi ora non può ridere, non deve leggere qui!
Poiché se non ride lo coglie «il mal caduco».[1]

 
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Napoli ~ Walter Benjamin

 

 

Alberto Chiancone, Nel porto di Napoli, 1915-1930

Alberto Chiancone, Nel porto di Napoli, olio su cartone, 30×20,3 cm

 

Napoli [*]

 

Quando si dice Napoli, che cosa vi viene subito in mente? il Vesuvio, credo. Spero che non vi dispiacerà molto se io invece non ve ne parlerò affatto. Naturalmente sarebbe tutt’altra cosa se si fosse realizzato il mio massimo desiderio – un desiderio terribile, che comunque una volta mi è venuto – di assistere a un’eruzione del Vesuvio. Sono rimasto lì in zona per otto mesi ad aspettare. Sono salito fino in cima al Vesuvio e ho guardato all’interno del cratere. Ma la cosa più eccitante che mi è capitato di vedere a Napoli è stato un bagliore rossastro che di tanto in tanto solcava il cielo quando a tarda sera sostavo nella terrazza di un locale situato nei pressi di Castel Sant’Elmo, che è il punto più alto della città. “E di giorno?”, mi domanderete voi. Ma credete forse che a Napoli, uno abbia ancora il tempo per voltarsi a guardare il Vesuvio? Si è già contenti di riuscire a sfuggire all’andirivieni delle automobili, delle carrozzelle e delle motociclette e di emergere a nervi saldi dal frastuono degli strilloni, dei clacson, degli strepitanti tintinnii dei tram e del grido strascicato dei ragazzi che vendono i giornali. Non è affatto facile procedere in condizioni del genere. Proprio la prima volta che arrivai a Napoli si stava inaugurando la metropolitana. “Magnifico!”, mi sono detto, “così potrò andare immediatamente dalla stazione in albergo con le valige.” Allora però non conoscevo ancora bene Napoli. Quando il convoglio del metrò sbucò fuori dal tunnel, c’erano scugnizzi napoletani che non solo stavano aggrappati a ogni finestrino e a ogni porta, ma avevano anche invaso ogni posto sia a sedere che in piedi. Per loro era un divertimento il fatto che la linea metropolitana fosse stata inaugurata due o tre giorni prima, poco importava se per loro o per le persone per bene intente a sbrigare i propri affari. Risparmiavano i pochi soldi necessari e poi si divertivano ad andare avanti e indietro fra una fermata e l’altra. Per cui le vetture erano stracolme di viaggiatori, cosicché la gente che aveva fretta non poteva arrivare a destinazione.

 

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Yoram Kaniuk / Leora Laor ~ Ogni sangue è uguale a ogni altro sangue

 

Leora Laor, Light_51

Leora Laor, Light_51,

 

Il mio primo incontro con bambini tedeschi avvenne nel ’38. I tedeschi di Sharona avevano cominciato a marciare al passo dell’oca in parate fragorose e a sventolare bandiere naziste, e gli arabi del vicino villaggio di Sumeil li applaudivano[1]. In quel tempo abitavamo a Kiriat Meir, non lontano da Sharona e da Sumeil. Il quartiere di Kiriat Meir era fuori città e vi accedeva passando su assi deposte sopra un sentierino fangoso che congiungeva, attraversando degli aranceti, via Re Salomone con le case di Kirià. Di notte gli sciacalli ululavano attorno, e Moshé, insieme agli altri uomini, usciva nei campi per scacciarli. I tedeschi e gli arabi ci tendevano agguati, e noi ragazzi andavamo a compiere missioni esplorative negli agrumeti, e così trovavamo coppiette di innamorati che eccitavano i nostri sensi più di quanto riuscissero a farlo i tedeschi e le loro urla. Nella terza casa a destra abitava un mio amico che aveva un fratello che dormiva con gli occhi aperti e noi andavamo ad ammirarlo, stupefatti, facendo grandi mosse con le mani, convinti che quella fosse una delle sette meraviglie del mondo. Ma la vista dei vicini che sedevano in pigiama sulle terrazze il sabato mattina bastò a far decidere Moshé di portarci via di lì al più presto. Quando la maestra di seconda elementare ci parlava, con grande commozione pedagogica, dei poveri bambini ebrei di Germania, mi ci volle non poco tempo perché riuscissi a tradurre Sharona in quella sofferenza che si faceva così bella in bocca alla maestra, e comprendessi l’altro lato del «Sieg Heil!» che i tedeschi urlavano sotto le nostre finestre. Come tutti gli altri miei compagni di classe scrissi anch’io a bambini i cui indirizzi ci erano stati dati dall’Agenzia ebraica: «Caro bambino ebreo, Hitler ti ammazzerà. Vieni in Terra d’Israele, perché se non verrai morirai; il tuo aff.mo…», e ognuno di noi firmò col suo nome.

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Jutta Hipp

 

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La storia di Jutta Hipp (4 Febbraio 1925, Leipzig, Germany – 7 Aprile 2003, Queens, New York) è la storia di una meteora che si affacciò nel mondo del jazz con i crismi del successo e del riscatto personale ma che finì nell’anonimato e nella povertà. Pianista e pittrice tedesca ebbe infatti una carriera molto breve e per certi versi tragica.

Jutta ha 8 anni quando Hitler divenne cancelliere (1933), 14 quando la Germania invase la Polonia (1939) e 21 quando si rifugia nella Germania dell’Ovest (1946). Come luterana protestante in Germania, non soffrì la persecuzione religiosa, ma subì, insieme a milioni di altri civili tedeschi, l’incubo dei massicci bombardamenti sulla sua città natale di Lipsia.

Hipp era cresciuta in una modesta famiglia dalle ambizioni piccolo borghesi e, anche se parve essere votata alla pittura cui rimase fedele tutta la vita, iniziò all’età di nove anni a prendere lezioni di pianoforte da un severo insegnante che le frenò qualsiasi  entusiasmo. Sotto il regime nazista il jazz era visto come musica degenerata e i musicisti che provavano a frequentarlo subivano ogni sorta di persecuzione. Jutta ascoltava così il jazz clandestinamente in casa di amici, mentre la sua educazione musicale procedeva sotto i bombardamenti. Spesso, invece di unirsi ai familiari nel rifugio della cantina, rimaneva di fronte alla radio per trascrivere brani jazz captate da stazioni radio proibite.

Il primo dopoguerra è in realtà un durissimo periodo. Rifugiata nella Germania occupata dagli alleati americani lavora presso i servizi speciali dell’esercito statunitense. Qui, era facile soccombere a qualsiasi tipo di lavoro per superare la miseria a lei già privata di una vita di adolescente normale. Quando nel 1948 dovette affrontare una gravidanza per una relazione con un soldato nero americano, che non riconobbe mai il figlio, ebbe grandi problemi di sussistenza e non riuscendo a mantenere neppure le minime cure prenatali diede il figlio (chiamato Lionel in onore di Lionel Hampton) in adozione.

Tuttavia, la passione per il jazz la portò a esibirsi in piccoli night club dove, svolta della sua vita, fu scoperta da Leonard Feather, pianista e compositore inglese ma soprattutto produttore e già famoso critico musicale il quale si era trasferito negli Usa prima della guerra. Feather aveva sentito una registrazione dove compariva Jutta e nel gennaio del 1954, quando era in tour in Germania, la volle ascoltare suonare in un jazz club a Duisburg. Nell’aprile 1954 Feather aveva già organizzato una sessione di registrazione a Frankfurt / Main per lo Jutta Hipp Quintet, che comparirà in New Faces – New Sounds From Germany. L’interesse di Feather era sicuramente principalmente imprenditoriale e commerciale ma molto si è scritto su questo legame per una supposta infatuazione sentimentale del critico nei confronti di Jutta.

Nel novembre del 1955 la decisione di emigrare negli Stati Uniti, dove giunge con in tasca solo 50 dollari. Inizia un breve periodo di esibizioni e registrazioni. I critici sottolineano la sua derivazione musicale da Horace Silver, mentre fino allora assai significativamente pareva influenzata dal pianismo scuro e triste di Lennie Tristano: Jutta in realtà inizia un percorso di distacco dal cool e dal bebop che però non porterà mai a compimento.

Suonando con il tenorsassofonista Zoot Sims sembra schiudersi una carriera professionale personale di grande prospettiva, ma Jutta lascia improvvisamente il jazz per ovviare alla sua perdurante indigenza economica. Come aveva scelto di suonare jazz nella Germania post bellica per racimolare soldi a detrimento della sua passione per la pittura e salvarsi dal destino di diventare una prostituta, ora lasciava la musica per sopravvivere. Ma forse nella decisione subentrarono altre componenti, quali la timidezza e una forte paura del palcoscenico, il rapporto ambiguo con Leonard Feather su cui si stavano montando voci e pettegolezzi (troppo più importante la figura del solone critico musicale rispetto alla fragile donna immigrata), la sua estraneità al mondo avido dell’industria discografica e musicale.

Jutta nel 1958 inizia a lavorare in una fabbrica di abbigliamento e dal 1960 presta opera presso un sindacato tessile, dove rimane per oltre 35 anni. Hipp non era una sarta e il suo lavoro consisterà nello sfrangiare e strappare i jeans, quasi a rivolgere sul tessuto quello che era il suo primo amore, il disegno e la pittura.

Jutta Hipp muore il 7 aprile 2003 a Queens per un tumore al pancreas assistita da Lee Konitz.

Violets For Your Eyes (Dennis, Adair)

[Jerry Lloyd – trumpet; Zoot Sims – tenor saxophone; Jutta Hipp – piano; Ahmed Abdul-Malik – bass; Ed Thigpen – drums]

 

Jutta Hipp – With Zoot Sims – Blue Note ‎– BLP 1530