Poesie per Ruth

Anonimo napoletano, Miniatura da Divina Commedia, Inferno canto XVII, 1370 ca

 

 

Ruba bandiera

 

Tutti giocammo a ruba bandiera
in quel modo antico di stare al mondo
nel vento di pomeriggi d’autunno
nell’aria immobile di serate estive
su sabbie brucianti e nemiche
sotto il profumo ombroso d’indifferenti pini.

Alla linea il piede si fermava
e in cerchio il braccio cingeva
il trofeo di straccio insolente,
testimone di sguardi
e della mano serpente
che lo scatto pietra rendeva.

Sfuggire toccarsi esser preso salvarsi,
vittoria su prede mai vinte,
precoce esercizio di amori restii,
a noi restava una profetica contesa
tra chi per una Diana ritrosa
sceglieva il rapinoso Ermes e chi un cervo curioso.

Io guardavo la pezzòla colorata
di niente, tornare ignorata
dal grido innocente che alla linea
ci chiamava a giocare l’infanzia.

 

 

«O anima confusa»

 

[…] «Però che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,

 

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
quanto ‘l senso s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi».

 

Dante Alighieri,Inferno XXXI, 22-27

 

Dicevi “sogno” e parlavi
del custode ignaro
di certi stupefatti tuoi tesori 
come rovine impercepite
nella luce dell’ingarbugliato giorno.

Pensavo
all’opera del triplice Gerione,
serpente umano belva,
medicina per giumente
ammalate da un’erba troppo verde

o al rompicapo di Nimrod l’oscuro,
«Raphèl maì amècche zabì almi»,
incomprensibile labirinto di senso
per chi delle parole vorrebbe fare 
al risveglio un bel giardino.

In verità eravamo condotti là per gioco
o per piacere d’enigma e di tranello,
perché subito se l’uno taceva indifferente
confuso l’altro stava da sé stesso.

E ora se ripenso alle extrasistoli improvvise,
alle guide alate e ai costruttori di celesti torri
mi accorgo che prematuro
era il mio cuore, non il tuo sogno.

 

 

Il porcospino

 

Mestiere delle sillabe esperte
è dividere …
recidere i germogli alla rosa
come si fa coi pensieri in numerosa folla,
perché a dover proferire
tutta l’acqua del pozzo il cuore s’inonderebbe.

Mestiere delle consonanti erette
è sorreggere …
intonare esuberanti e ribelli
alle voci disperse del vento 
per fare di loro un nido di speranza.

Mestiere delle vocali silenziose
è abbracciare …
raccogliere la tua foglia ardente
e la mia bacca di vetro,
perché insieme dormano nel fosso.

Potessi io giacere
nell’umida notte come d’inverno fa
sotto l’alloro il porcospino!
Polvere ha fatto delle sue ossa
e dei pensieri resta
un mucchietto d’aghi,
rosa affranta di deposte spine.

 

 

Una migrazione ancora

 

Nell’uniforme grigia dell’orto
dove la bieta e il cavolo tieni
separati guardiani tristi,
calma la vanga rivolta
la zolla e il suo raro
raro verme. Forse per lui
temi ancora la neve?

Forse nelle giornate di marzo ricordi,
le lunghe attese della foglia e l’occidentale
canto del ritrovato merlo?
E del leggiadro incedere tra i campi
dell’orgogliosa upupa senti forse
chi si meraviglia?

Non si pensa più allo scarno brulicare,
all’assenza della formica e al sopito
camminare lento della vespa sui muri,
sorpresa del suo veleno spento fuoco.
E nessuno ascolta dei fiumi freddi
e impetuosi il forte gorgoglìo.

Si dimentica l’amore delle stagioni inerti
e in fretta insieme ai drappi rossi
che di festa la porta parlava
ora brucia carta inutile la legna
promettente di novembre.

Quanto sfacciata illusione
sei, insostenibile viola,
che violenta stordisci
il letargo rovesciato dei miei sogni!

 

 

Il pittore dell’Himalaya

 

Ti ho sentito dire, mi ha fatto visita
il picchio muratore

… e gli occhi si fan belli
del petto arancio sbiadito,
del fuggevole volo e dell’opaco
blu ardesia del dorso. E la coda,
presa sicura sul tronco del noce,
è veste succinta che posa.

Ha famiglie nel mondo, nei dirupi
silenti tra i pini montani nei boschi
di vento fin giù nel mio campo
arruffato d’argento, è nipote
del vecchio rompi guscio himalayensis.

Con neve di panna li benedice nei prati,
uno ad uno dipinge con penna 
strappata di dosso:
a chi il petto castano per baciare
la terra, a chi l’ala viola ad inganno
del cielo, a chi un becco di fuoco
per la mira del frutto. A ognuno
stria l’occhio con maschera nera
perché il sole non veda.

Ma ad uno, uno solo, insegna poesia,
invisibile inchiostro di mondi curiosi…

e parli di lui, quieto
uccello del Tibet venuto
con il suo fragile scendere e salire
a sfidare la roccia vermiglia,
come fossi tu
il generoso ospite di tanta triste meraviglia.

 

 

L’angelo di Ruth

 

Travi del tetto, figure d’intonaco
scalfito, ogni sera vedete cadere
la sua grazia nella roulette del sogno,
dite:

rimboccate le maniche e legati
i capelli, l’angelo di Ruth le accarezza
la veste di lino …
« sì, ora l’avvolge» …
perché il buio non le muoia addosso?

e richiusa la stanza a riparo della notte
è prigioniera dell’alba che il giorno indugia?
e l’allocco manda un cenno d’intesa
perché vinta su foglie chiassose
liberi il sangue a inebriarle la testa?

forse laggiù con voce di guerriero
le parla il fiume come io non so …
« quanto forte e stretta è la sua presa!»

tutto ha il suo corso, la ruvidezza
e il pianto, il freddo e la preda,
la piuma e il rimorso.

Ma nel sogno
« proprio ora la luce s’è arresa! … »
si vede l’avverarsi di un abbraccio
lontano? non pare il suo cuore
improvviso impazzire, il torrente
tacere d’incanto, un gridare
all’angelo rapace 
che nel sogno si ama così?