Egon Schiele ~ Diario dalla prigione di Neulengbach

 

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«In mezzo al grigio sporco della coperta il colore brillante di una arancia, l’unica luce che brilla nella stanza.» (19 aprile 1912)

 

Prigione di Neulengbach, 16 aprile 1912

 

Finalmente! – Finalmente! – Finalmente! – finalmente la pena è alleviata! Finalmente carta, matita, pennelli, colori, per disegnare e per scrivere. Strazianti sono state queste ore selvagge, disordinate, terribili, queste ore indistinte, informi, monotone, totalmente grigie, che ho dovuto trascorrere come un animale, spogliato, nudo tra muri freddi e spogli. Questo stato di debolezza interiore avrebbe condotto alla pazzia, e questa sarebbe stata presto anche la mia sorte, se fossi rimasto a lungo, per giorni, come vuoto; così mi sono messo a dipingere, lacerato fin nelle radici della mia attività, e per non diventare realmente pazzo, con il dito tremante immerso nello sputo amaro, utilizzando le macchie dell’intonaco; ho dipinto personaggi e teste nel muro della cella, e li ho visti poi asciugarsi a poco a poco e sbiadire, perduti nella profondità del muro, come fatti sparire da una mano invisibile, magica.

Per fortuna ho di nuovo il materiale per disegnare e scrivere; mi hanno ridato anche il pericoloso temperino. Posso essere attivo, e così sopporterò quello che prima mi era insopportabile. Per riavere le mie cose mi sono sottomesso, mi sono umiliato, ho chiesto, ho pregato, mendicato e avrei anche piagnucolato se non ci fosse stato nient’altro da fare. Oh, Arte! – Cosa non potrei fare per te!

 

 

*
17 aprile 1912

 

13 – 13 – 13 – tredici volte il tredici aprile. Non sono mai stato superstizioso, non ho mai avuto paura del numero tredici, e ora proprio un lunedì 13 si è rivelato funesto. Il 13 aprile 1912 sono stato arrestato e messo sotto chiave nel carcere del tribunale distrettuale di Neulengbach.

Perché? Perché? Perché?

Non lo so – nessuno dà una risposta alla mia domanda.

A Vienna nessun grido di protesta si leva per il mio arresto – perché nessuno ancora sa che sono stato portato via con la violenza e mi hanno fatto sparire. E anche se si sapesse – ci sarebbe qualcuno disposto a gridarlo? Disposto a prestare aiuto? Forse G. K.[1] e A. R.[2], altri si nasconderebbero come dei vigliacchi e T. F.[3] si comporterebbe da gesuita, col volto immobile, lo sguardo vuoto, la testa nella spalle, convinto di essere migliore di quanto io sia e sentendosi segretamente liberato da uno che dava fastidio.

L’inferno! Non un inferno qualsiasi, ma un inferno infame, volgare, sudicio, miserabile, umiliante: è qui che sono stato gettato all’improvviso.

La polvere, le ragnatele, sputi, sudore e anche lacrime hanno macchiato l’intonaco scrostato di questa stanza. Le macchie sono più grandi dove il tavolaccio tocca il muro: qui lo strato di calcina è consumato, i mattoni, quasi delle macchie di sangue, sono perfettamente lisci e brillano per le scure tracce di unto, come se fossero stati lucidati.

Cosa sia un carcere, ora lo so – qui tutto è proprio come in un carcere. Si guarda la porta, spessa, grezza, pesante, con una grossa, solida serratura, che una spallata, un calcio non potrebbe mai abbattere, lo spioncino con lo sportello, la panca o il tavolaccio rozzamente ricavato da assi grezze, la coperta ruvida, cenciosa, che lo ricopre – la schiena di un cavallo rabbrividirebbe, se la si coprisse con questa cosa – la strana puzza di acido fenico o di lisolo e di sudore, di muffa, di bagnato e di lana grezza – se si guarda tutto questo sembra di vedere le prigioni del passato, l’orribile segreta di un vecchio castello, dove i prigionieri venivano gettati e lasciati marcire.

Solo il pulsante del campanello elettrico sopra la branda non si accorda col resto, è nuovo, è moderno. E così so che non sto sognando, che non ho le visioni. No, non sogno, sono sveglio, sono vivo – ameno che la vita non sia altro che un sogno – in cui ci sono degli incubi.

 

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18 aprile 1912

Devo vivere con i miei escrementi, respirare esalazioni velenose, soffocanti. Ho la barba lunga. Non posso nemmeno lavarmi come si deve. Sono pur sempre un essere umano! – lo sono ancora, benché sia detenuto; nessun pensa a questo? Il custode con gran rumore di catenacci mi ha consegnato mastello, scopa, spazzola, ecc. e mi ha ordinato di pulire il pavimento della cella. Sono queste le norme? È un volgare sopruso. E tuttavia la cosa mi ha fatto piacere. Sapere di essere attivo è una cosa che fa bene. Ho grattato e strofinato, lavato e pulito con tutte le mie forze. I ginocchi, la schiena e le braccia mi fanno ancora male e ho le dita ferite, le unghie spezzate. Ho aspettato il guardiano, quasi orgoglioso per quello che avevo fatto, e pensavo che mi avrebbe lodato. È arrivato, ha guardato il pavimento, ha lanciato qua e là orribili sputi e ha ringhiato: «Questo sarebbe pulito ? Questo è un fetido porcaio! Pulisci ancora il pavimento, ma subito, è meglio per te!». E io ho ripreso l’acqua, mi sono inginocchiato ancora e ho pulito e ripulito.

Possibile che gli uomini possano sentirsi felici (felicità! – scintilla divina!!) umiliando altri uomini? Da dove viene questa smania?

Come è possibile questa bassezza? Non sono ancora condannato! Come possono punirmi? Qui nessuno può sapere se io sia colpevole, e anche se lo fossi, come si può trattare una persona con tale malvagità? Ci si comporta così con tutti i prigionieri in attesa di giudizio? Sarebbe bene che tutti i rappresentanti del parlamento almeno una volta, all’improvviso, venissero sbattuti in gabbia, così che i nostri distratti legislatori potessero sperimentare sulla loro pelle – anima non ne hanno, o l’hanno atrofizzata – cosa significa essere in prigione.

 

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«Ho disegnato il corridoio davanti alla cella, con le cianfrusaglie che stanno in un angolo, gli arnesi che sono serviti ai carcerati per la pulizia delle loro celle.» (20 aprile 1912)

 

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19 aprile 1912

Ho dipinto il giaciglio della mia cella. In mezzo al grigio sporco della coperta il colore brillante di una arancia, portata da V.[4], l’unica luce che brilla nella stanza. Quella piccola macchia di colore mi ha fatto incredibilmente bene.

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20 aprile 1912

Ho disegnato il corridoio davanti alla cella, con le cianfrusaglie che stanno in un angolo, gli arnesi che sono serviti ai carcerati per la pulizia delle loro celle. Bello. Mi ha dato equilibrio. Mi sono sentito non punito, ma purificato!

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21 aprile 1912

Ora che posso lavorare, la prigionia è diventata sopportabile. Ho disegnato il movimento organico della rozza sedia e della brocca e ho steso sul disegno dei colori leggeri. Assieme alla sedia ho disegnato anche due dei miei fazzoletti colorati.

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22 aprile 1912

Eterno è Dio, gli uomini lo chiamano Budda, Zoroastro, Osiride, Giove o Cristo e immortale con Dio è quanto di più divino discende da lui: l’arte. L’arte non può essere moderna, l’arte è eterna.

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23 aprile 1912

Rivolgi qui il tuo sguardo, Dio padre, onnipotente, o altissimo dagli occhi splendenti come il sole, tu che sei qui e in ogni luogo e pensa se vuoi permettere che mi siano inflitti questi tormenti infamanti e umilianti. Il tuo sguardo radiografico ha illuminato il mio intimo, sai tutto di me, sono nudo davanti a te e puoi vedere che sono proprio una tua creatura. Dunque: se mi smarrisco, dipende da te, è per tuo volere – ma tu vuoi che io soffra, che sia imprigionato – è questo che merito? Forse hai chiuso i tuoi benevoli occhi di un chiaro azzurro-mare, solo per un attimo, di fronte allo splendore e allo scintillio argenteo del tuo roteante universo stellato o di fronte al cerchio di fuoco splendente del tuo dorato, incandescente Sole, e per questo mi hai dimenticato! Potrebbe darsi – per questo ti grido: ascoltami, porgimi il tuo orecchio sempre aperto!

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24 aprile 1912

Non lontano da qui, così vicino da poter udire la mia voce, se mi mettessi a gridare, siede nel suo ufficio un giudice, o cos’altro è, un uomo infine, che pensa di essere qualcosa di speciale, che ha studiato, ha vissuto in città, è stato in chiese, musei, teatri, ai concerti, e magari anche alle mostre, che può essere dunque considerato una persona colta; che ha letto o almeno ha sentito parlare della vita dell’artista – e quest’uomo può permettere che sia rinchiuso in gabbia! Mi lascia qui per delle ore, anzi per dei giorni e non si interessa affatto di me. A che cosa pensa? – Che coscienza ha quell’uomo?

Forse ha delle preoccupazioni, forse è distratto, forse mi ha dimenticato! – Forse dovrò restare in prigione per dei mesi; anzi, forse mi ammalerò e morirò qua dentro, prima che risulti la mia innocenza.

Non posso sperare in nessun aiuto – nessun amico è raggiungibile. Non posso avvertire nessuno. K. è sull’Attersee, R. è sul lago di Garda. Chissà dove sono gli altri. – Ma quand’anche fossero a Vienna, nessuno egualmente potrebbe ridarmi la libertà, dal momento che mi è stato proibito di scrivere.

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25 aprile 1912

Ieri invocazioni – sommesse, timide, lamentose; grida – alte, insistenti, imploranti; gemiti e singhiozzi – disperati, terribilmente disperati; infine mi sono disteso, intorpidito, con le membra fredde, come morto, bagnato di sudore. E tuttavia: resisterò volentieri per l’Arte e per le persone che amo!

 

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«Si guarda la porta, spessa, grezza, pesante, con una grossa, solida serratura, che una spallata, un calcio non potrebbe mai abbattere…» (17 aprile 1912)

 

27 aprile 1912

Che farei ora, se non avessi l’Arte? Come sarebbero orribili queste ore incomprese – sentirsi strappato brutalmente dai sogni eterni, dove non c’è niente di brutto, solo cose straordinarie, e sentirsi immersi in un folle stato primitivo che manca di tutto quello che l’abbellisce, fosse anche la forza.

Amo la vita. Amo tuffarmi nel profondo di ogni essere vivente. Ma detesto le costrizioni, che mi sono ostili, mi incatenano, che vogliono costringermi a una vita che non è la mia, una vita che ha scopi volgari, e produce cose volgari; una vita senza arte – senza dio.

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28 aprile 1912

Di tutti i miei amici è A. R. quello che mi ama di più e con maggiore purezza, perché mi capisce nel profondo e con il cuore. Se uno ama un altro, lo capisce e se uno capisce, dovrebbe sempre amare.

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29 aprile 1912

Se solo sapessi perché sono stato sbattuto qui dentro. Non può essere accaduto per colpa dei disegni. O sì? – In Austria tutto è possibile, qui dove Waldmüller[5] ha dovuto avanzare domanda di sussidio all’Ufficio delle Imposte, dove Romanko[6] per l’incomprensione, l’invidia e la gelosia degli incompetenti è stato spinto al suicidio, dove i professori dell’Università hanno schernito Klimt nella maniera più vergognosa, coprendosi di infamia.

Ma a che serve tutto questo! – Sono in carcere, in carcere, rinchiuso – non posso muovermi, non posso fare nulla – e fuori è primavera, la scura, umida terra profuma, scorre la linfa, fioriscono i primi fiori! Vorrei andarmene in giro, vagare per i prati variopinti di fiori, stare ad ascoltare sotto cespugli fioriti il canto di piccoli adorabili uccelli, con gli occhi che brillano come pietre preziose incastonate o gocce di smalto colorato.

 

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«Ho disegnato il movimento organico della rozza sedia e della brocca e ho steso sul disegno dei colori leggeri.» (21 aprile 1912)

 

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1 maggio 1912

Ho sognato Trieste, il mare, la sua ampia distesa. Desiderio, o desiderio! – Per confortarmi mi sono dipinto una nave, panciuta e colorata, come quelle che si dondolano in Adriatico. Grazie ad essa il desiderio e la fantasia possono far vela sul mare, lontano da qui, verso isole remote, dove uccelli splendenti come gioielli si nascondono tra alberi incredibili e cantano. – Oh, mare?

*
Quale giorno? – ?!?! –

Interruzione, mutamento. Sono stato portato nel carcere di St. Pölten.

Il gendarme è stato molto cortese. Un buon uomo. Non mi ha messo i ferri. Di nascosto, ho potuto persino fumare.

Ma la cosa più bella è stato il trasferimento in treno. Ho potuto immaginare di essere in viaggio. Ho guardato fuori dal finestrino e ho visto come i campi si schiudevano al passaggio del treno. Era un accelerato, lento, ma questa volta me ne sono rallegrato perché volevo guardare e guardare a lungo. Ho visto cose belle: il cielo, le nuvole, uccelli in volo, alberi coperti di gemme e case silenziose con i loro tetti che sembravano come dei cuscini.

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Un giorno imprecisato

Da quanto tempo sono qui a marcire tra queste mura, che la miseria degli uomini ha reso lebbrose? Da quanto tempo non sento più il prfumo di un vento terso che culla le verdi chiome ondeggianti? Da quanto tempo non vedo più nuvole morbide come ovatta, mattini rugiadosi, sere che tramontano nel blu. ma solo nerissime notti?

Fa ancora roteare il sole il suo sfavillante disco d’oro fuso sul mondo tremante? Per me tutti i colori sono spenti. È una cosa terribile. Il luogo del condannato deve essere senza colori. Fosse almeno un inferno infuocato, incandescente, sarebbe ancora bello! Una cosa bella rende felici e così l’inferno fiammeggiante non sarebbe una punizione; solo il grigiore assoluto, quello della monotonia senza fine e dell’unformità è la vera, terribile, satanica punizione.

Quanto tempo è passato da quando sono stato imprigionato? Io che sono uno degli esseri più liberi della natura, vincolato solo a una legge, che non è quella delle masse.

Molto, molto tempo – è trascorsa un’eternità. – Il tempo ha diverse durate. Il tempo può fermarsi e scorrere più veloce; è un concetto, e può variare realmente a seconda delle situazioni.

 

 

*
Un altro giorno, maggio!

Passeggiata nel cortile della prigione. Roller[7] è certamente un grande artista, ma il suo cortile di prigione nel Fidelio è ancora teatro, mentre il dipinto di un cortile di prigione di Van Gogh è una realtà commovente, è grande arte.

Di corsa – di corsa, tutti in cerchio. Una cosa insensata, sempre uno dietro l’altro. Per un’ora. Questo cerchio di uomini al trotto, nella sua fetida realtà, ha un’aria meno tragica di quanto avessi potuto immaginare.

Sono stato esaminato con curiosità dagli altri detenuti e ho ricambiato io stesso, stupito, i loro sguardi. Tutti cercavano di parlare con me. Dapprima non capivo quelle parole sussurrate, sibilate, gorgogliate e che venivano come dal ventre; le espressioni che sentivo bisbigliare venivano dal gergo dei ladri e dei magnaccia. A poco a poco capii che cosa quei tipi volessero sapere: perché ero stato «acchiappato», cioè perché ero stato arrestato, era questo che volevano sapere.. Dissi, non lo so. Allora fecero smorfie maliziose e sogghignarono con disprezzo. È così, anche questi depravati nutrono del disprezzo nei confronti degli altri. La maggior parte mi chiesero anche se avevo una «cicca», un mozzicone di sigaretta da fumare o masticare. Non avevo più niente del genere. Uno, un ragazzo con i capelli rossi con occhi verde mare, mise gli occhi sulle mie scarpe americane; voleva assolutamente che gliele dessi, in cambio di non so cosa.

Un uomo più anziano, un vero e proprio Schigolch, riuscì, con grande abilità, ad avvicinarsi a me. Con movimenti impercettibili passava sempre davanti ad uno che lo precedeva, finché, strascicando i piedi, arrivò a mettersi dietro di me, subito dietro alle mie calcagna. Mi fece delle domande; non risposi, non capivo. Mi chiese anche lui chi fossi. Glielo dissi. Allora ridacchiò roco, poi bisbigliò qualcosa a quello che lo seguiva e quello si mise a ridere. Il riso, un riso soffocato, represso, si propagò man mano all’intero cerchio degli uomini finché terminò con quello che mi precedeva, che si sbellicò dalle risa. Volse indietro la testa, digrignò i denti, si leccò le labbra paonazze con una grossa lingua gonfia e disse: «Te la sei fatta con una ragazza, eh?».

Nello stesso istante un’idea mi balenò in mente: il suo sospetto poteva essere lo stesso del tribunale. Forse c’era un collegamento tra il supposto rapimento della misteriosa ragazza che già da tempo è tornata dai suoi genitori o da sua nonna, e il mio arresto. Subito dopo aver avuto questa idea, mi sono sentito più leggero, più calmo. So bene che da questo punto di vista non mi può succedere nulla, che il «rapimento» dovrà apparire come un equivoco, perché non c’è stato proprio nessun rapimento. Anzi, con la ragazza le cose sono andate così:

A Neulengbach, non appena il tempo lo consentì, cominciai a lavorare all’aperto, dapprima nel giardino della mia casa, poi anche all’esterno, dove c’era qualcosa che mi interessava. Là mi aveva visto la ragazza mentre passeggiava. Era timida e all’inizio guardava solo da lontano, un giorno però si avvicinò, e mi guardò mentre lavoravo. Aveva in mano il catalogo del Künstlerhaus, e proprio in maniera che io potessi vederlo. Non me ne curai. Allora mi chiese se avrei esposto al Künstlerhaus. Era sciocco da parte sua, ma non volevo mortificarla e risposi solo che ero un implacabile nemico del Künstlerhaus, perché là c’erano dei funzionari più che dei pittori, ecc. Lei mi ascoltò in silenzio, poi ringraziò per la spiegazione e se ne andò. Mi avvicinò ancora altre vole,mentre lavoravo tra la natura; ma dal momento che mi rivolgeva solo domande sciocche e non mostrava alcuna inclinazione per l’arte e per l’attività artistica, chiacchierare con lei non mi procurava alcun divertimento, e non parlavo molto. Poi, per un po’ di tempo, non la vidi più. Ma un giorno, l’avevo quasi dimenticata, era sera, tardi, il tempo era pessimo, c’era un temporale e pioveva, suonò alla porta. V. era da me e ci meravigliammo molto pensando a chi mai potesse essere, partito da Vienna con un tempo da cani e così tardi – visto che a Neulengbach non conoscevamo nessuno. Aprii la porta e – vidi la ragazza, completamente bagnata e imbrattata per il fango dei viottoli di campagna. Era pallida e molto agitata. La condussi nella stanza, che era riscaldata, perché avevo disegnato un nudo, e la presentai a V., che non ne fu molto lieta. Senza che glielo avessi chiesto, la ragazza incominciò a parlare, disse che era venuta da me perché non poteva più restare a casa con i suoi genitori. Cominciò a piangere e affermò che i suoi genitori non la capivano, la tormentavano, la tenevano rinchiusa, che insomma la trattavano nel peggiore dei modi, così che non era più riuscita a sopportare tutto ciò e avrebbe voluto girare libera per il mondo e andarsene da gente sconosciuta o piuttosto morire pur di non restare con loro. Tutto ciò era per me assai increscioso, tuttavia non potevo dire nulla perché non volevo trattare male la poveretta, né potevo scacciarla.

Mi venne in aiuto V., che spiegò alla nostra ospite che non poteva restare da noi, non perché non volevamo aiutarla, non volevamo ospitarla, ma perché non potevamo aiutarla, in quanto in un paio di giorni sarebbe stata ricondotta a forza a casa dai suoi genitori e tutta la faccenda, per via dei pettegolezzi, si sarebbe tramutata in un grande scandalo.

All’inizio la ragazza, continuando a piangere, scuoteva la testa, ma poi, abbandonati i suoi sospetti nei confronti di V., sembrò riconoscere che V. aveva ragione. Disse che la mattina dopo sarebbe andata a Vienna da sua nonna, e che voleva restare da noi almeno per quella notte, perché in nessun caso sarebbe ritornata dai genitori

Che dovevo fare? – Il tempo era ancora peggiorato; il temporale infuriava sulla nostra casa isolata, una pioggia battente scrosciava sui vetri tintinnanti delle finestre, nella cappa del camino il vento sibilava e ululava, fuori era buio pesto ed era freddo. Dissi perciò alla ragazza, infreddolita e con tutti i vestiti bagnati, che poteva restare da noi e poteva dormire con V.. Per ringraziarmi voleva baciarmi la mano: naturalmente non glielo permisi. V. andò allora con lei in un’altra stanza, e le fece indossare qualcosa di asciutto. Cenammo insieme, bevemmo birra e fumammo, restammo seduti per un po’, e poi le due ragazze andarono a dormire assieme. Io restai solo, a meditare. La mattina dopo andammo tutti e tre a Vienna. Alla Westbanhof mi separai da loro. V. andò con la sconosciuta, per accompagnarla da sua nonna, dal momento che lei non aveva il coraggio di andarci da sola. – Avevo dato appuntamento a V. per il giorno successivo, all’arrivo di un certo treno, visto che volevo condurla di nuovo con me a N. perché posasse per i miei quadri. Tornato in stazione, all’arrivo del treno, non credetti ai miei occhi, quando vidi la ragazza con V:. Mi disse che non aveva osato andare da sua nonna, per cui aveva passato la notte con V. in un albergo e ora voleva tornare di nuovo a N.. A tale riguardo non ebbi nulla da obiettare, pensavo, naturalmente, che intendesse tornare dai suoi genitori. E non mi meravigliai quando a N. venne a casa nostra e rimase con noi, perché pensavo che non avesse il coraggio di tornare a casa prima che fosse buio; ma non mi andava già tanto bene che rimanesse così a lungo da noi, tuttavia non dissi nulla, non so perché. E così rimase fino al sopraggiungere della notte, e poi per la notte. Mi proposi di parlarne con V., quando la ragazza se ne fosse andata a dormire. Con V. decisi poi che la mattina sopo avrebbe lei stessa spiegato alla ragazza che non poteva fermarsi ancora da noi e lei stessa avrebbe dovuto ricondurla dai genitori. Tutto andò diversamente.

La mattina seguente, stavo al cavalletto a dipingere, quando improvvisamente la ragazza gridò: «Dio mio! Arriva mio padre!» – E aveva ragione: guardai fuori e vidi che un uomo di una certa età stava attraversando il giardino, diretto verso casa. Non aspettai che suonasse, ma gli andai incontro. Ci salutammo cortesemente sulla porta ed egli disse che sapeva, la gente che l’aveva vista glielo aveva detto, che sua figlia era da me e che dovevo consegnargli subito la ragazza, altrimenti avrei avuto a che fare con la giustizia per corruzione di minorenne, lui aveva già sporto denuncia, ecc. A tale proposito gli spiegai con calma che prima di tutto non si poteva parlare certo di corruzione, perché sua figlia, che conoscevo solo superficialmente, e a cui non mi interessavo affatto, aveva di sua volontà lasciato la casa dei genitori, di notte, durante un temporale era arrivata a casa mia e mi aveva implorato di ospitarla per la notte, ecc. – Io non le avevo fatto nulla, aveva passato la notte con V., che era stata sempre presente. «Dov’è dunque mia figlia?» chiese il padre. Dissi: «Qui, nella stanza accanto», e indicai la porta. In quello stesso istante sentimmo un grido: era caduta. Ci precipitammo nella stanza accanto e vedemmo la ragazza sul pavimento, con in mano le mie grosse forbici. La sciocca, per paura del padre aveva tentato di tagliarsi le vene dei polsi, la qual cosa fortunatamente non le era riuscita. Forse le forbici non erano abbastanza affilare, la forza impiegata era stata insufficiente, la ragazza era troppo maldestra; o forse aveva voluto solo far credere di volersi uccidere. Dopo un po’ di agitazione, se ne andarono entrambi, padre e figlia, riconciliati, mi sembrò. Me ne rallegrai e ritenni la faccenda conclusa.

Ma mi ero ingannato. – Probabilmente nella gioia di aver ritrovato sua figlia, il padre ha dimenticato di ritirare la denuncia per il presunto rapimento, e io ora, che sono innocente, devo pagare. – Chiederò di essere portato davanti a un giudice istruttore, un’istanza superiore deve pur esserci, in grado di capire anche situazioni un po’ insolite, e chiarirò con lui il malinteso.

 

 

*

Il mio arresto non è un malinteso! Non sono stato arrestato per via di una ragazza isterica, ma – ne sono convinto, perché sospettato dal mio tutore – in quanto indiziato di atti osceni nei confronti di bambini, ragazzine, per aver realizzato disegni erotici, cioè osceni, che avrei mostrato a dei bambini o avrei lasciato negligentemente alla loro portata. – Ora finalmente so perché sto «al fresco»! – È uno scandalo! Una grossolanità quasi da non crederci! Una volgarità! E un’enorme sciocchezza! È una vergogna per la cultura, una vergogna per l’Austria che a un artista nella sua patria possano accadere cose simili.

Non lo nego: ho realizzato disegni e acquarelli che sono erotici. Ma sono pur sempre delle opere d’arte – sono in grado di affermarlo, e quelli che capiscono di queste cose potranno confermarlo volentieri. Non ci sono anche altri artisti che hanno dipinto quadri erotici? – Rops[8], ad esempio, ha fatto solo di queste cose. Ma un’artista non è mai stato messo in galera per questo. Un’opera d’arte erotica non è oscena, se ha valore artistico; si trasforma in qualcosa di osceno solo attraverso chi la guarda, se questi è un vizioso. – Potrei citare molti, molti nomi di artisti famosi, anche quello di Klimt; ma non voglio affatto giustificare in questo modo, non sarebbe una cosa degna di me. Dunque non lo nego. Tuttavia dichiaro che è falso che io abbia mostrato intenzionalmente a dei bambini simili disegni, che io abbia corrotto dei bambini. Questo è falso! – Anche se so che ci sono molti bambini corrotti. Ma in realtà, cosa vuol dire «corrotti»? Gli adulti hanno dimenticato che essi stessi da bambini erano corrotti, cioè turbati e eccitati dall’istinto sessuale? – Hanno dimenticato quali terribili passioni si sono accese in loro e come ne sono stati tormentati quando erano bambini? – Io non l’ho dimenticato, ho sofferto terribilmente per queste cose.

E credo che ogni uomo sarà costretto a soffrire per i supplizi del sesso, per tutto il tempo che resterà viva la sua sensibilità nei confronti del sesso.

 

 

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Ah! Ora mi è tutto chiaro! – La perquisizione domiciliare! Il sequestro dei fogli! – Sono stato veramente sciocco, ingenuo! – Sono arrivati in due. Avevano un aspetto umano. Avevano vestiti vivaci, bottoni scintillanti. Si avvicinano, parlano, indicano; ma io non vedo i loro volti, vedo solo delle maschere, cupidigia e sciocca malvagità, pigrizia mentale e gioia maligna per le disgrazie altrui mi guardano attraverso le sottili fessure degli occhi. E le voci era come se venissero da un gracchiante grammofono, senza vibrazioni, senza la minima sonorità interiore. Prodotti di provenienza impura, non rifiniti, completamente soggiogati dall’istinto e dall’addestramento, senza personalità. La schiena mi si coprì di brividi tanto ero spaventato dalla vicinanza di quel puzzo animale. Un’eclissi solare oscurò la mia anima e mi affliggeva l’idea di dovermi spiegare con due agenti di polizia. Improvvisamente si sentì come un tanfo di marcio, di muffa, come di cantina.

I due poliziotti, un gendarme e un messo comunale erano penetrati all’improvviso nel mio atelier per dare un’occhiata a quello che stavo facendo. I genitori di alcuni bambini che avevo disegnato erano preoccupati. Qualcuno aveva fatto nascere in loro una «preoccupazione». Nell’atelier le due spie non trovarono nulla di osceno, ma un foglio, che avevo appeso al muro con una puntina da disegno nella mia stanza da letto, un acquarello che avevo fatto a Kramau, sembrò loro sospetto, e dissero che dovevano confiscarlo. La cosa mi parve sciocca e mi arrabbiai. Dissi ai due che nel disegno non vedevo nulla di male e che avevo esposto molti disegni, ancora più erotici, in una mostra pubblica a Praga, anche se poi, in un secondo momento, questi erano stati rimossi per ordine della polizia. Il gendarme mi chiese se avevo ancora questi disegni di Praga, al che risposi affermativamente. Con grande bonarietà e furbescamente, mi chiese, preparandomi la trappola: «Via, ci faccia vedere queste cose». E io caddi nel trabocchetto. Presi i disegni dal cassetto, dove stavano, e li misi scioccamente tra le dita grassocce dei due individui. Dopo che entrambi ebbero guardato l’intero plico, foglio per foglio naturalmente, il gendarme esclamò con voce grave: «Questi disegni sono osceni, devo consegnarli al tribunale. Le faremo sapere».

Saputo, non ho saputo più nulla – però mi hanno messo dentro, quei furfanti. È possibile – sissignore, ho capito che può essere possibile, anche se non capisco come possa essere «lecito» – privare un uomo della sua libertà, imprigionare un libero artista, quando nessuno minimamente sa se ha fatto davvero le cose di cui lo si incolpa. Per un sospetto, o peggio ancora per una stupida denuncia, forse malevola, o sporta con leggerezza. – Questo è un sequestro. Sì, la parola sequestro di persona ha in realtà un significato abietto.

Non capisco come abbiano potuto mettermi in prigione, come abbiano potuto tenermi dentro per più di qualche ora. Non capisco come sia successo. Bambini, non ne ho corrotti, non ho mai mostrato loro questi fogli, e gli adulti, ne sanno comunque abbastanza. – Perché dunque? Non sono un furfante! – Non ho violentato, rubato, ucciso, appiccato il fuoco, non ho fatto nient’altro che andasse contro la sensibile «società» umana, niente – se non per il fatto stesso di esistere.

 

 

*

Sono animato da buona volontà – ma com’è la volontà degli altri? Vedremo. Naturalmente è necessario essere preparati, essere pronti a sopportare tutto quello che la vita ci porta. Ciò che è importante è il saper valutare e il saper trar frutto dall’esperienza. – Non si deve perdere la propria fermezza.

 

 

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Interrogatori. – Molto strani. Molto sconcertanti. Talora inquietanti. Domande il cui nesso mi resta oscuro. Una cortesia di cui non mi fido.

. . . . . . . .

Il «procedimento» contro il «rapimento» è da tempo concluso, le indagini sui quadri pornografici» sono andate per le lunghe. Mi dovevano incarcerare per questo? – Il tribunale temeva che sarei scappato? – Troppo stupido! – Presto ci sarà l’udienza. Ora, non possono certo castrarmi, tanto meno potrebbero farlo con l’arte. Che cosa dunque può accadermi? (Quello che mi sta accadendo, in ogni caso, è già crudele e comunque ingiusto).

 

 

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Vienna, 8 maggio 1912

Sono stato in prigione per 24 giorni! – Ventiquattro giorni o cinquecentosettantasei ore! – Un’eternità!

I risultati delle indagini sono stati veramente miseri, – ma io ho sofferto terribilmente, in maniera indicibile. Sono stato crudelmente punito senza essere stato condannato.

Nel corso del dibattimento il giudice, nella sua toga, con grande solennità, ha bruciato sulla fiamma della candela un foglio di quelli che mi erano stati sequestrati, quello che era appeso nella mia stanza da letto! – Autodafé! Savonarola! Inquisizione! Medioevo! Castrazione, ipocrisia! – Andate dunque nei musei e fate a pezzi le più grandi opere d’arte. Chi rinnega il sesso è un vizioso e insudicia nella maniera più volgare i genitori che lo hanno messo al mondo.

D’ora in poi, chiunque non ha sofferto come ho fatto io, dovrà sentirsi pieno di vergogna davanti a me!

 

 

Note:
[1] Gustav Klimt.
[2] Arthur Roessler.
[3] Anton Faistauer (1887-1930). Compagno di corso di Schiele alla Akademie der bildenden Künst di Vienna. Col passare degli anni l’amicizia andò incrinandosi.
[4] Wally Neuziel (1894-1917). Modella di Schiele e sua compagna fino al 1915. Nello stesso anno il pittore sposò Edith Harms (1893-1918).
[5] Georg Ferdinand Waldmüller (1793-1865). Uno dei maggiori pittori austriaci dell’800. Per la sua adesione al naturalismo venne estromesso dall’Accademia di Vienna, presso cui insegnava.
[6] Anton Romanko (1832-1889). Pittore viennese che per un certo periodo visse a Roma.
[7] Alfred Roller (1864-1935). Pittore e scenografo austriaco.
[8] Félicien Rops (1833-1898). Pittore e incisore francese.

 

 

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Egon Schiele, Autoritratto, 1912.

 

Musica per l’annegamento
In pochi attimi il nero fiume vinse tutte le mie forze.
Vidi la poca acqua ingrossarsi
e le dolci rive ripide e alte.
Torcendomi lottai
e sentii l’acqua dentro di me,
le dolci, belle acque scure – –
Poi ritrovai forze preziose.
La corrente fluiva imperturbabile e più forte.
1914

 

Tratto da:
Egon Schiele, Schizzo per un autoritratto ; a cura di Leonardo Quaresima ; Bologna : Il cavaliere azzurro, 1984 ; Collezione · Resti ; 3 · Trad. di Leonardo Quaresima · [ISBN] 88-85661-07-6 ; Classificazione Dewey · 759.36 (11.) Pittura. Austria e Liechtenstein

 

Egon Schiele  nacque a Tulln, in Austria, nel 1890. Dopo un apprendistato neoclassico alla Akademie der bildende Künste di Vienna, si formò nel clima della Secessione viennese, dominato dalla figura di Gustav Klimt. Nel corso di pochi anni, assimilata l’esperienza del movimento, sviluppò un personalissimo linguaggio figurativo, fusione di Jugendstil e espressionismo, fino a segnalarsi come uno dei più originali protagonisti della scena artistica europea.
Prima che il suo lavoro artistico raccogliesse i riconoscimenti che meritava, conobbe periodi di gravi difficoltà economiche e nel 1912, accusato di pornografia e di corruzione di minorenne, dovette scontare quasi un mese di carcere. Da quell’esperienza di detenzione nacque questo breve «diario» pubblicato nel 1922 a cura di Arthur Roessler con il titolo: Egon Schiele im Gefängnis. Aufzeichnungen und Zeichnungen. L’originale del diario non è mai stato ritrovato e, con molta probabilità, si tratta di un rifacimento scritto dallo stesso Roessler sulla base di brevi annotazioni e del racconto del pittore.
Morì a Vienna, nel 1918, a soli 28 anni, vittima di un’epidemia di spagnola.

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